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La
Cassetta degli attrezzi Nº 1
Novembre 1995
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Una cassetta degli attrezzi
per aggiustare i guasti
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EDITORIALE
UNA CASSETTA DEGLI
ATTREZZI PER "AGGIUSTARE" I GUASTI
Una cassetta degli attrezzi è
ormai parte integrante del nostro vivere quotidiano, uno strumento
di grande utilità quando occorre aggiustare guasti o cambiare pezzi
usurati o, più semplicemente, quando vogliamo abbellire e migliorare
il luogo dove si vive o si esercita una attività. Questo primo
numero di Tool box - la cassetta degli attrezzi ha, appunto,
l'ambizione di tendere a migliorare, sviluppare, abbellire la nostra
"casa" che è l'esperienza del Coordinamento delle RSU e delle
delegate e dei delegati.
Non si tratta di un nuovo
giornale né di un semplice bollettino di informazione, ma di uno
strumento "nostro" di servizio, fatto di riflessioni, ricerca,
inchieste, confronto e argomentazioni utili a mettere in
collegamento la rete organizzativa delle delegate e dei delegati.
Un mezzo di comunicazione per cercare di aggiustare i guasti
prodotti nei luoghi della produzione, per capire le trasformazioni
in atto, per ricostruire una politica sindacale alternativa
all'attuale, ormai evidentemente inefficace ai fini della difesa del
salario, dell'occupazione e dei diritti dei lavoratori.
Un nostro strumento che non si sostituisce a qualcosa, anzi, che
dovrà essere integrato con mezzi di comunicazione più "avanzati"
quali BBS (bacheche elettroniche) e collegamenti telematici in rete,
alla cui realizzazione stiamo già lavorando.
In altre parole vuole essere un sostegno alla lotta per cambiare una
situazione che sta diventando insostenibile, nella quale si
disperde, insieme al patrimonio organizzativo e di lotta, la cultura
della solidarietà e dell'azione di massa.
Ciò è possibile solo se si
rimettono in gioco le capacità individuali e collettive dei
delegati, dei Coordinamenti delle RSU, dei lavoratori e se si
restituisce ad ognuno quel ruolo fondamentale, strategico, per la
rifondazione di un moderno sindacato confederale, democratico e di
massa, basato su rappresentanze sindacali unitarie, senza quote
garantite e libere dal rischio di venire inglobate dalle logiche del
sindacato unico e istituzionale.
Un sindacato capace di affrontare lo scontro di classe in atto, di
unificare ciò che la crisi e il padronato tendono a dividere e di
costruire con i lavoratori un modello di società e di sviluppo
economico ed industriale alternativo a ciò che avanza.
La cassetta degli attrezzi ci
serve per rendere pubblici i documenti approvati nelle assemblee, le
analisi e le riflessioni elaborate in ogni coordinamento, essere un
luogo che contribuisce allo sviluppo e all'organizzazione
dell'esperienza del Coordinamento delle RSU su un terreno di
confronto e di aperta ricerca.
Tool box - La cassetta degli
attrezzi è totalmente autonomo e autofinanziato, con una redazione
espressa inizialmente dal "nodo" milanese, che si alimenta solo
sull'attività dei delegati e dei lavoratori, con una distribuzione
affidata alla militanza e alle strutture organizzative che abbiamo
costruito in questi mesi e con una scadenza non definita e sensibile
agli avvenimenti e alle scadenze del movimento nonché alla
sensibilità e all'impegno di ciascuno di noi.
Insomma, con questo
"strumento" siamo per continuare caparbiamente la scommessa di chi
non accetta la realtà attuale come ineluttabile.
Vogliamo partire dai luoghi di
lavoro, da una realtà che ben conosciamo, per fare concretamente
sindacato, per invertire una tendenza che distrugge solidarietà,
saperi e diritti, per contribuire a cambiare questo mondo
preistorico, contro il quale vogliamo continuare ad organizzarci e
difenderci cominciando a difendere le nostre condizioni di vita e di
lavoro.
IL
QUADRO ECONOMICO E POLITICO DELLO SCONTRO DI CLASSE
1. Il quadro economico
1.1 Crisi del fordismo e della
relativa accumulazione keynesiana
Dalla fine degli anni Sessanta
entrano in crisi il fordismo e il relativo modello keynesiano di
accumulazione e sviluppo: tutte le configurazioni produttive e
riproduttive "a flusso lineare" (catena di montaggio) esauriscono la
loro capacità di fare profitti.
Le grandi multinazionali ed i trust industriali e commerciali, con
il relativo tessuto produttivo di medie e piccole imprese vanno in
crisi di profittabilità.
Il flusso dei servizi finanziari, monetari, di distribuzione del
reddito, sociali e istituzionali vanno in crisi di bilancio e di
efficienza.
1.2 La risposta alla crisi e
la guerra internazionale di ricapitalizzazione
Il sistema capitalistico tenta
di rispondere alla sua crisi attraverso un massiccio processo di
ristrutturazione e riorganizzazione produttiva e finanziaria. Ne
segue una impressionante accelerazione della concorrenza nei mercati
interni ed internazionali.
Questa situazione porta ad una guerra internazionale di
ricapitalizzazione. Essa interviene sulla produzione mediante le
acquisizioni (concentrazioni-centralizzazioni), l'eliminazione del
capitale pubblico e la riorganizzazione produttiva, e sul reddito
mediante la massima libertà nella redistribuzione di ricchezza
finanziaria privata (speculazioni monetarie, ecc.) e pubblica
(politiche monetarie complici es. svalutazione) e nella
redistribuzione dei redditi da lavoro dipendente: in tutto il
mondo/mercato gli uomini e le donne che vivono di reddito da lavoro
dipendente ed il loro monte retribuzioni devono diventare funzionali
alla ricapitalizzazione.
1.3 La guerra di
ricapitalizzazione in Italia dal lato della produzione
Negli anni '70 la guerra di
ricapitalizzazione dal lato della produzione inizia in Italia con la
distruzione del processo di produzione fordista e del relativo
assetto economico governato da un blocco monopolistico privato e di
stato che unifica la grande impresa privata (relativamente debole),
la grande impresa pubblica e la forte presenza di piccole e medie
imprese.
Negli anni '80 viene attuato un tentativo di arginare la distruzione
del processo di produzione fordista. Ciò caratterizza un ulteriore
indebolimento della grande impresa privata, l'indebolimento e la
decadenza di quella pubblica, il rafforzamento delle piccole e medie
imprese operanti in settori dinamici.
Il blocco politico dominante, privato e di stato, entra in crisi
profonda; la sua "politica economica" ne risulta indeterminata e
confusa. Le linee dei diversi protagonisti si divaricano.
Dall'inizio della crisi '91 - '94 il processo di produzione fordista
viene sottoposto ad una nuova distruzione e riorganizzazione
(utilizzando le tecniche just in time - total quality che
presumibilmente rappresentano una forma di transizione dal modello
fordista, ormai irrimediabilmente in crisi, ad un possibile futuro
modello "a matrice"). L'assetto strutturale è caratterizzato da
rischi di disastro per la grande impresa privata, dalla fine
dell'impresa pubblica, dalla tenuta e dal consolidamento delle
piccole e medie imprese.
Il blocco monopolistico dominante è finito, dunque produce una
"politica economica" di emergenza per gestire il passaggio ad un
nuovo blocco dominante con una strategia di
ricapitalizzazione-internazionalizzazione subordinata al capitale
eurotedesco.
Questa strategia è caratterizzata dallo scontro per la
privatizzazione delle grandi imprese pubbliche.
1.4 La guerra di
ricapitalizzazione in Italia dal lato della distribuzione del
reddito
Il reddito dei lavoratori
dipendenti consiste nel loro monte retribuzioni, che è distinto in
una forma di retribuzione diretta (la retribuzione netta), da una
forma di retribuzione differita (le pensioni) e da una forma di
retribuzione sociale (le forniture di beni e di servizi pubblici e
sociali).
L'insieme dei lavoratori usa per vivere il monte retribuzioni nella
sua forma reale, costituita dall'insieme delle tre forme di
retribuzione precedentemente citate: salario diretto + salario
differito + salario sociale = salario globale. Una quota di questo
reddito reale viene trasferita al profitto e alla rendita per
"aiutare" la ricapitalizzazione.
Dalla metà degli anni '70 si avvia una strategia finalizzata ad
"aiutare" la ricapitalizzazione riducendo il salario relativo (la
quota della ricchezza prodotta che va al lavoro dipendente) cioè
riducendo gli occupati, aumentando l'intensità del lavoro e
riducendone il costo.
Negli anni '80, oltre a proseguire con i precedenti sistemi di
riduzione della retribuzione, viene accentuato l'attacco al salario
diretto e si attua l'eliminazione della scala mobile. Anche il
salario sociale incomincia ad essere ridotto e destrutturato.
Negli anni '90 a ciò si aggiunge la riduzione e la destrutturazione
della retribuzione differita (l'attacco alle pensioni) e continua
l'attacco al salario sociale (sanità, servizi erogati dagli enti
locali, ecc.).
2. Il quadro politico
2.1 Il modello sociale
costituzionale
La Costituzione sancisce il
passaggio dallo stato liberal-corporativo fascista ad uno stato di
democrazia sociale, condizionando a fini sociali il regime della
proprietà e dell'impresa.
Ciò ispira le decisioni di economia pubblica e particolarmente
dell'equilibrio del bilancio statale ai princìpi qualificanti della
democrazia sociale, utilizzando la fiscalità generale (le entrate) a
favore dei ceti deboli con norme (le spese) riguardanti da un lato
lo sviluppo produttivo e occupazionale, dall'altro lo sviluppo
sociale e civile.
Malgrado ciò i risultati sono inferiori (per la classe lavoratrice)
a quanto realizzato dalle socialdemocrazie di altri paesi europei,
perché in Italia il blocco sociale dominante che si esprime nel
"regime democristiano" riesce a deformare il modello costituzionale
piegandolo alle sue esigenze di stabilizzazione sociale
(clientelismo, ecc.) in relazione alla specifica composizione delle
classi (grande borghesia gracile e ceti medi ipertrofici) ed in
funzione anticomunista.
2.2 Le lotte del movimento per
la difesa e lo sviluppo del modello sociale costituzionale
Negli anni '69 - '76 le forze
politiche e sindacali della classe lavoratrice cercano di completare
il modello sociale della Costituzione fino all'affermazione dello
stato sociale, nella "teoria" mediante la programmazione democratica
dell'economia, nella "pratica" con la lotta per le riforme in
materia di casa, sanità, ambiente, assistenza, previdenza,
istruzione, cultura e formazione professionale, ricerca scientifica,
trasporti, opere pubbliche, ecc.
2.3 Il logoramento del modello
sociale costituzionale
Nel '77 Stammati, Pandolfi e
il compromesso storico (politico e sindacale) iniziano la
destrutturazione dei risultati che si era riusciti a conquistare a
prezzo di lotte durissime.
La Finanziaria, come guida di tutta la politica legislativa, deroga
il principio costituzionale del governo basato sulla democrazia
sociale e lo sostituisce con il principio dell'economicità
finanziaria della spesa pubblica ricavato dall'economia privata.
Essa tende a garantire che l'iniziativa economica privata risponda
solo al mercato.
Ogni anno, dal 1978 in poi, l'"economicità finanziaria" è il nuovo
principio guida del "buon governo" della spesa pubblica e piega e
comprime il modello sociale costituzionale.
Sul piano istituzionale ogni anno aumenta la subalternità del
Parlamento alle "oggettive" linee di bilancio del Governo. Ogni anno
la politica dello Stato appartiene sempre più al "regime dei
mercati" che si impone ai soggetti istituzionali della manovra
finanziaria (il Tesoro) ed della manovra monetaria e creditizia (la
Banca d'Italia).
Sul piano materiale ogni anno le difficoltà di bilancio prodotte
dalla crescita della spesa pubblica a favore delle imprese e della
proprietà, vengono affrontate emanando leggi finanziarie che
riducono i diritti sociali.
2.4 Crisi economica e
instaurazione del "regime dei mercati" contro la socialità
costituzionale
La crisi, la concorrenza
internazionale e la guerra interna al capitale richiedono che ogni
"risorsa inefficiente" sia "liberata" per essere impiegata nella
ricapitalizzazione.
Le frazioni capitalistiche dominanti (industriali e finanziarie) e
le istituzioni che governano l'economia (Tesoro, Banca d'Italia)
sono costrette ad accelerare l'instaurazione del "regime dei
mercati".
Da un lato procedono al riassetto capitalistico mediante le
concentrazioni dei capitali privati (che nello scontro risultano più
deboli) e le privatizzazioni dei capitali pubblici, dall'altro
accentuano la redistribuzione del reddito a favore dell'impresa e
della proprietà.
2.4.1 L'instaurazione del
"regime dei mercati" secondo Amato e Ciampi
I governi Amato e Ciampi si
assumono il compito di accelerare l'instaurazione del "regime dei
mercati" per cercare di affrontare i problemi di ricapitalizzazione
che affliggono i gruppi economici industriali e finanziari dominanti
(vedi documento sulle privatizzazioni di Amato).
2.4.1.1 Le finanziarie '93 e
'94 per la ricapitalizzazione
L'operazione redistributiva
affidata alle finanziarie '93 e '94 si svela con alcune semplici
cifre.
Nel 1993 con la manovra di 93.000 miliardi, di cui il 70% circa
viene dal reddito da lavoro dipendente, per la maggior parte con la
"riforma" delle pensioni (Amato '92), ed il resto colpendo il
reddito delle piccole imprese con la minimum tax. Il Governo preveda
di pagare una quota dei 182.100 miliardi di interessi passivi agli
evasori fiscali, agli imprenditori e ai proprietari che gli avevano
prestato rispettivamente le tasse evase e "risparmiate", i profitti
"risparmiati", le rendite "risparmiate".
Nel 1994 con una manovra da 31.000 miliardi (di cui circa l'80%
viene dal lavoro dipendente).
2.4.1.2 La seconda repubblica
della "democrazia per i mercati"
All'inizio della crisi '91 -
'94 il progetto di instaurazione del "regime dei mercati" prevede
una graduale transizione della "democrazia per i mercati" dalla
"prima" alla "seconda repubblica".
Il governo Amato, l'accordo del 31 luglio e l'affermazione della
concertazione (come linea strategica anche per le Organizzazioni
Sindacali), la minimum tax, il governo Ciampi, l'accordo del 23
luglio, il sistema elettorale maggioritario è quanto emerge da una
scena politica e sociale orientata da una strategia economica che
cerca di recuperare risorse anche dalla piccola e dalla media
borghesia. Ma la gravità della crisi, le resistenze e gli scontri
violenti con il capitale monopolistico di stato, il consistente
rafforzamento congiunturale del piccolo e medio capitale (debolezza
della lira) con la nascita e lo sviluppo della sua rappresentanza
politica (prima la Lega, poi anche Forza Italia) deviano a destra la
transizione.
2.4.2 L'instaurazione del
"regime dei mercati" secondo Berlusconi
Il governo Berlusconi opera su
2 direttrici:
1) salvaguardare gli interessi della sua frazione, che si è alleata
con il piccolo e medio capitale; consolidarsi per poi
2) accelerare l'instaurazione del "regime dei mercati" secondo le
necessità delle frazioni capitalistiche dominanti (industriali e
finanziarie).
2.4.2.1 La finanziaria '95 per
la ricapitalizzazione
Nel 1995 la Finanziaria da
51.000 miliardi del governo Berlusconi ha la stessa logica di quella
precedente (anche se cambia riguardo alla quota di manovra pagata
con il reddito da lavoro dipendente).
2.4.2.2 La seconda repubblica
della "democrazia per il buon governo"
Essa sintetizza il progetto
istituzionale del governo delle destre (che assomiglia molto al
contenuto strategico della P2 di Licio Gelli):
1) liberismo economico
2) nuovo blocco sociale
3) sconfitta delle sinistre
4) sistema elettorale integralmente maggioritario
5) modello istituzionale presidenziale
Ma questo progetto deve fare i conti con la lotta del popolo che
vive di reddito da lavoro dipendente. Un movimento di milioni di
persone spacca il nuovo blocco sociale che si stava instaurando.
L'alta borghesia ritiene che in una situazione dove l'economia
italiana incomincia a manifestare segni di vitalità non sia
auspicabile l'accentuazione del conflitto e la Lega di Bossi, una
parte della rappresentanza politica della piccola e media,
"sfiducia" il Governo.
2.4.3 L'instaurazione del
"regime dei mercati" secondo Dini
Il compito di accelerare
l'instaurazione del "regime dei mercati" passa al governo "tecnico"
di Dini.
Lamberto Dini, il "tesoriere dello Stato", è il continuatore
dell'azione governativa sui problemi di ricapitalizzazione che
affliggono i grandi gruppi economici industriali e finanziari. Il
suo comitato tecnico (delle banche e degli industriali) interviene
sul fisco, sulle privatizzazioni, sulle pensioni affermando le
"regole dei mercati".
2.4.3.1 La manovra correttiva
per la ricapitalizzazione
Le Finanziarie definiscono gli
obiettivi tattici annui per l'affermazione della strategia di
"regime dei mercati". Lo scontro generale di interessi produce
risultati diversi che vengono recuperati attraverso le cosiddette
"manovre correttive".
Dopo lo scontro e l'accordo che sospende i tagli sulle pensioni, la
finanziaria registra un costoso sbilanciamento dovuto al mancato
successo in materia previdenziale. Esso è registrato dall'ipotesi
Dini di aumentare le entrate per circa 12.000 miliardi (gennaio
1995), fatto questo che disturba la piccola e media borghesia.
Ma l'insuccesso e il disturbo vengono in gran parte recuperati
attraverso l'uso delle imposte indirette che, come noto, scaricano
il maggior peso fiscale sui redditi da lavoro dipendente. Restano
comunque altri 4-5.000 miliardi di tagli sulla sanità e su qualche
altra voce di spesa.
2.4.3.2 La seconda repubblica
della "democrazia tecnica"
Un Dini politicamente a
termine non può fare grandi progetti istituzionali. Ma egli può ed è
molto probabile che voglia costruire le condizioni strutturali per
marcare la seconda repubblica con la "democrazia tecnica", auspicata
con forza, proprio in occasione del suo incarico a presidente del
consiglio, dai grandi gruppi economici industriali e finanziari.
LEGGI FINANZIARIE PER
IL "MERCATO"
LA PROGRAMMAZIONE "PRIVATISTICA"
DELLA FINANZA PUBBLICA
Quando è nata
Fino al 1978 la politica di
bilancio dello stato era fondata (più o meno adeguatamente) sul
principio costituzionale della democrazia sociale. Le leggi 468 del
1978 (istituzione della legge finanziaria) e 362 del 1988
(aggiornamento della legge finanziaria) derogano tale principio e lo
sostituscono con quello privatistico dell'economicità finanziaria
della spesa pubblica. In questo quadro normativo gli istituti della
democrazia perdono il potere di imporre limiti sociali
all'iniziativa economica privata e la politica di bilancio,
specialmente nella sua parte riguardante l'impiego sociale di
risorse pubbliche, viene subordinata ed orientata alle necessità dei
mercati.
Come è Organizzata
La programmazione della Finanza Pubblica si articola
attraverso:
A).....La presentazione dei seguenti cinque documenti
1- "documento di programmazione economico-finanziaria" (entro il 15
maggio). Il DPEF definisce gli obiettivi di finanza pubblica e i
relativi limiti di spesa
2- "bilancio pluriennale ed annuale a legislazione vigente" (ogni
anno entro il 31 luglio)
3- "bilancio pluriennale programmatico" (entro il 30 settembre).
Esso recepisce gli obiettivi/limiti di spesa del documento di
programmazione tenendo conto del bilancio a legislazione vigente
4- "disposizioni per la formazione del bilancio annuale e
pluriennale dello Stato" comunemente chiamate "legge finanziaria"
(entro il 30 settembre). Tali disposizioni definiscono le norme per
realizzare gli obiettivi/limiti di spesa recepiti dal bilancio
programmatico
5- "misure di razionalizzazione della finanza pubblica" comunemente
chiamate "collegato" o "legge di accompagnamento" alla finanziaria
(entro il 30 settembre). Tali misure si incaricano dell'attuazione
della finanziaria. Il governo inserisce nel collegato le leggi che
intervengono nella formazione del bilancio. Ad esempio la
controriforma delle pensioni è un collegato alla finanziaria 96.
B)..... l'approvazione delle disposizioni di finanziaria
entro il 31 dicembre di ogni anno (in caso contrario si ricorre
all'esercizio provvisorio).
Come viene realizzata
Le disposizioni di
finanziaria, preparate dai primi tre documenti di bilancio, sono
realizzate con le seguenti azioni governative:
a) Il governo fissa e quantifica nella legge finanziaria i limiti di
spesa che, con il DPEF, aveva programmato di imporre al FABBISOGNO
TENDENZIALE e formalizza le voci:
-
SPESA PER INTERESSI (il
"mercato", nelle persone di alcuni "privati cittadini", ha
prestato capitale allo Stato comprandone i titoli; lo Stato deve
pagarne gli interessi)
-
AVANZO PRIMARIO (i
documenti programmatici indicano il totale dell'entrata e della
spesa; l'avanzo primario è la differenza tra l'entrata totale e
la spesa totale al netto degli interessi sui titoli di Stato)
-
La tabella evidenzia il
Fabbisogno Tendenziale, la Spesa per Interessi, l'Avanzo
Primario per gli anni 93,94,95
|
LEGGI FINANZIARIE |
1993 |
1994 |
1995 |
|
a |
FABBISOGNO TENDENZIALE |
242,3 |
185,3 |
188,6 |
|
b |
SPESA PER INTERESSI |
182,1 |
172,2 |
176,2 |
|
c=c1-c2 |
AVANZO PRIMARIO |
27,7 |
18,2 |
37,6 |
|
c1 |
Tot. Entrate |
535,4 |
531,4 |
562,5 |
|
c2 |
Tot. Spese (al netto
degli interessi) |
507,7 |
513,2 |
524,9 |
La spesa massima secondo i
limiti della legge finanziaria è il FABBISOGNO OBIETTIVO.
b) Il governo decide come
finanziare il FABBISOGNO OBIETTIVO attraverso la manovra di finanza
pubblica. Quest'ultima determina:
l'entità del ricorso al mercato finanziario
l'entità delle entrate e dei tagli di spesa ossia la MANOVRA DI
BILANCIO
In concreto:
Il governo per pagare gli Interessi impiega tutto l'Avanzo Primario.
La quota di interessi che rimane scoperta diventa il Fabbisogno
Obiettivo
La tabella evidenzia il
Fabbisogno Obiettivo per gli anni 93,94,95
|
LEGGI FINANZIARIE |
1993 |
1994 |
1995 |
|
a |
FABBISOGNO TENDENZIALE |
242,3 |
185,3 |
188,6 |
|
b |
SPESA PER INTERESSI |
182,1 |
172,2 |
176,2 |
|
c |
AVANZO PRIMARIO |
27,7 |
18,2 |
37,6 |
|
d=b-c |
FABBISOGNO OBIETTIVO |
154,4 |
154,0 |
138,6 |
c) Il governo per pagare il
Fabbisogno Obiettivo, cioè gli Interessi rimasti scoperti, ricorre
ai prestiti che cerca di ottenere dal "mercato" vendendo Titoli di
Stato. Deve infine portare l'andamento tendenziale della spesa entro
i limiti programmati recuperando una quantità di risorse pari alla
differenza tra Fabbisogno Obiettivo e Fabbisogno Tendenziale.
Questa quantità costituisce la
Manovra di Bilancio
La tabella evidenzia la
Manovra di Bilancio per gli anni 93,94,95
|
LEGGI FINANZIARIE |
1993 |
1994 |
1995 |
|
a |
FABBISOGNO TENDENZIALE |
242,3 |
185,3 |
188,6 |
|
b |
SPESA PER INTERESSI |
182,1 |
172,2 |
176,2 |
|
c |
AVANZO PRIMARIO |
27,7 |
18,2 |
37,6 |
|
d=b-c |
FABBISOGNO OBIETTIVO |
154,4 |
154,0 |
138,6 |
|
e |
MANOVRA DI BILANCIO |
87,9 |
31,3 |
50,0 |
d) Il governo per
"razionalizzare la finanza pubblica", dopo aver utilizzato l'avanzo
primario, i prestiti e il relativo indebitamento per pagare gli
interessi, decide la manovra di bilancio che realizza con gli
aumenti delle entrate e i tagli delle spese.
Se, in corso d'opera, mancano
risorse il governo decide una manovra aggiuntiva.
In definitiva il governo,
applicando le leggi per la "programmazione/razionalizzazione della
finanza pubblica", effettua sempre e comunque il pagamento degli
interessi sui prestiti, garantisce quindi una rendita ai proprietari
di Titoli di Stato, al cosiddetto "mercato". Dunque è come se la
Spesa per Interessi, ossia la corrispondente rendita, fosse
diventata la variabile indipendente della Finanziaria. D'altra
parte, lo vediamo nel capitolo seguente, tutto è fatto per favorire
il "mercato".
LE FINANZIARIE 1993-94-95
Il collegamento tra la Spesa
per Interessi e la Manovra di Bilancio costituisce il principale
meccanismo che il governo usa per trasferire reddito dal salario al
profitto e alla rendita.
CHI INCASSA LA SPESA PER
INTERESSI
Come abbiamo visto le risorse
dell'Avanzo Primario e i prestiti che finanziano il Fabbisogno
Obiettivo coprono il pagamento degli interessi sui prestiti passati.
TRASFERIMENTO DI REDDITO DAI
SALARI A PROFITTI E RENDITE
|
COPERTURA della della
spesa
per interessi (servizio del
debito) |
Effetti della
COPERTURA 93-94-95 su |
|
|
tutti i redditi |
salari |
profit/rend. |
|
COMPOSIZIONE COPERTURA |
1993 |
1994 |
1995 |
rid(-) |
aum(+) |
rid(-) |
aum(+) |
rid(-) |
aum(+) |
|
utilizzo avanzo
primario
A |
27,7 |
18,2 |
37,6 |
- |
83,5 |
- |
4,1 |
- |
79,4 |
|
Utilizzo Avanzo
Primario
B |
154,4 |
154,0 |
138,6 |
- |
447,0 |
- |
22,4 |
- |
424,6 |
|
TOT. Copertura
interessi
C=A+B |
182,1 |
172,2 |
176,2 |
- |
530,5 |
- |
26,5 |
- |
504,0 |
|
N.B.: Tutti i valori
della tabella sono espressi in migliaia di miliardi |
I prestiti vengono concessi da "privati cittadini", ma in pratica i
soli che possono prestare sono i padroni, con i loro profitti, i
redditieri e gli evasori fiscali (fa eccezione un numero molto
limitato di dipendenti con salari molto alti). Quindi questi
soggetti "prestatori" allo Stato sono anche e necessariamente quelli
che ricevono gli interessi sui prestiti. Nel triennio 93-94-95 hanno
incamerato interessi per 504.000 miliardi.
MANOVRA DI BILANCIO E AUMENTO
DELLE ENTRATE
Sappiamo che il governo con la
Manovra di Bilancio vuole continuare a pagare gli interessi sui
prestiti passati, vuole cioè ottenere i futuri avanzi primari
indispensabili a ridurre il deficit.
TRASFERIMENTO DI REDDITO DAI
SALARI A PROFITTI E RENDITE
|
COPERTURA della della
manovra di bilancio |
Effetti della
COPERTURA 93-94-95 su |
|
|
tutti i redditi |
salari |
profit/rend. |
|
COMPOSIZIONE COPERTURA |
1993 |
1994 |
1995 |
rid(-) |
aum(+) |
rid(-) |
aum(+) |
rid(-) |
aum(+) |
|
Maggiori entrate |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
IRPEF |
8,3 |
-2,3 |
- |
6,0 |
- |
6,0 |
- |
- |
- |
|
accert. redditi
autonomi e impr. |
7,0 |
0,8 |
- |
7,8 |
- |
- |
- |
7,8 |
- |
|
imposte sulle società |
13,5 |
1,5 |
2,3 |
17,3 |
- |
- |
- |
17,3 |
- |
|
contributi
previdenziali e sanità |
1,6 |
- |
- |
0,7 |
2,3 |
- |
1,9 |
0,4 |
- |
|
imposta sugli immobili |
9,0 |
-1,0 |
- |
8,0 |
- |
3,0 |
- |
5,0 |
- |
|
IVA ed altre imposte
indirette |
5,1 |
6,6 |
- |
11,7 |
- |
7,0 |
- |
4,7 |
- |
|
Condono e
patteggiamento |
2,5 |
- |
20,0 |
22,5 |
- |
- |
- |
22,5 |
- |
|
TOT. MAGGIORI ENTRATE
A |
47,0 |
5,6 |
23,0 |
75,6 |
- |
17,9 |
- |
57,7 |
- |
|
Minori spese |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
pubblico impiego |
9,9 |
2,0 |
1,4 |
13,3 |
- |
13,3 |
- |
- |
- |
|
Sanità |
4,4 |
4,0 |
6,2 |
14,6 |
- |
12,2 |
- |
2,4 |
- |
|
Previdenza |
11,5 |
2,2 |
12,2 |
25,9 |
- |
21,8 |
- |
4,1 |
- |
|
Acquisti beni e
servizi |
6,1 |
4,5 |
- |
10,6 |
- |
5,3 |
- |
5,3 |
- |
|
Spese di capitali |
8,9 |
12,9 |
7,2 |
29,0 |
- |
14,5 |
- |
14,5 |
- |
|
TOT.
MINORI SPESE
B |
40,8 |
25,6 |
27,0 |
93,4 |
- |
67,1 |
- |
26,3 |
- |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
totale
copertura di manovra
C=A+B |
87,8 |
31,2 |
50,0 |
169,0 |
- |
85,0 |
- |
84,0 |
- |
|
N.B.: Tutti i valori
della tabella sono espressi in migliaia di miliardi |
Nel periodo 93-94-95 le
manovre di bilancio hanno aumentato le entrate prelevando 17.900
miliardi dai salari e 57.700 miliardi dai profitti/rendite. Sembra
che il governo abbia attaccato di più questi ultimi. In realtà i
primi pagano la totalità delle tasse, i secondi le evadono in gran
parte, tanto è vero che dei loro 57.700 miliardi di maggiori entrate
39.800 (22.500 per condoni + 17.300 per accertamenti) sono un
parziale recupero di tasse evase.
MANOVRA DI BILANCIO E
DIMINUZIONE DELLE SPESE
Nel periodo 93-94-95 le
manovre di bilancio hanno ridotto le spese recuperando 67.100
miliardi dai salari e 26.300 miliardi dai profitti/rendite.
Qui il governo ha attaccato decisamente i salari.
I tagli alle spese colpiscono tutti, ma principalmente i lavoratori,
i pensionati e, più in generale, gli strati più deboli della
popolazione.
I tagli sul Pubblico impiego (13.300 miliardi) colpiscono il salario
diretto dei pubblici dipendenti, per i quali nelle finanziarie è
stabilito uno stipendio di fatto inferiore all'aumento del costo
della vita dovuto all'inflazione.
I tagli al salario sociale consistono negli aumenti della sanità,
delle tariffe dei trasporti, dell'energia (gas, elettricità), degli
affitti, delle tasse scolastiche ecc., quando non addirittura
nell'eliminazione della fornitura di questi servizi da parte del
"pubblico" (lo Stato Sociale) ed il loro passaggio al "privato", che
spesso si traduce in una chiusura totale degli stessi servizi.
Questi tagli colpiscono pesantemente (es. Sanità 12.200 miliardi) le
famiglie dei lavoratori dipendenti mentre colpiscono poco (es.
Sanità 2.400 miliardi) i "prestatori" allo stato, in quanto la loro
condizione di vita dipende molto poco dai servizi forniti dallo
Stato e comunque, rispetto alle loro entrate, queste spese non sono
così grandi come per i lavoratori dipendenti e gli strati sociali ad
essi collegati.
I tagli al salario previdenziale, cioè la diminuzione progressiva
delle pensioni pubbliche ed il passaggio a quelle private,
colpiscono pesantemente (21.800 miliardi) le famiglie dei lavoratori
dipendenti mentre colpiscono molto marginalmente (4.100 miliardi) i
"prestatori" allo Stato anzi, la privatizzazione della previdenza
porta notevoli guadagni ad alcuni settori dei suddetti "prestatori".
Come si vede questi tagli non hanno grande importanza per i
"prestatori di soldi" allo Stato.
D'altro canto, la privatizzazione dei servizi comporta che i
"prestatori" allo Stato abbiano ulteriori guadagni, quindi quel poco
che perdono con alcuni interventi della finanziaria viene più che
compensato da quello che ricavano dalla stessa finanziaria nel suo
insieme.
PAGAMENTO DEGLI INTERESSI E
MANOVRA A FAVORE DI PROFITTI E RENDITE
Dunque la legge finanziaria
serve a trasferire ricchezza dal salario, in tutti i suoi aspetti,
alla rendita ed al capitale.
TRASFERIMENTO DI REDDITO DAI
SALARI A PROFITTI E RENDITE
|
COPERTURA della
manovra di bilancio e della spesa
per interessi (servizio del
debito) |
Effetti della
COPERTURA 93-94-95 su |
|
COMPOSIZIONE COPERTURA |
tutti i redditi |
salari |
profit/rend. |
|
COMPOSIZIONE COPERTURA |
1993 |
1994 |
1995 |
rid(-) |
aum(+) |
rid(-) |
aum(+) |
rid(-) |
aum(+) |
|
TOTALE COPERTURA
MANOVRA |
87,8 |
31,2 |
50,0 |
169,0 |
- |
85,0 |
- |
84,0 |
- |
|
TOTALE COPERTURA
INTERESSI |
182,1 |
172,2 |
176,2 |
- |
530,5 |
- |
26,5 |
- |
504,0 |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
TAGLIO/PRELIEVO NETTO
DAI SALARI |
(85,0-26,5)
58,5 |
|
PASSAGGIO NETTO AI
PROFITTI ED ALLE RENDITE |
(504,0-84,0)
420,0 |
|
N.B.: Tutti i valori
della tabella sono espressi in migliaia di miliardi |
Alla fine del triennio le
operazioni del governo sulle finanziarie hanno:
-
incassato 169.000 miliardi
e pagato 530.500 miliardi
-
tagliato/prelevato dai
salari 58.000 miliardi e passato a profitti e rendite 420.000
miliardi.
Ecco che i "prestatori" allo
Stato, i padroni, i redditieri e gli evasori fiscali, hanno ottenuto
più del doppio (420.000 miliardi) di tutto quanto ricavato dalla
legge finanziaria (169.000 miliardi) pagando soltanto quel poco
della manovra che li riguarda sui tagli alle spese sociali e su
alcune tasse (condono, ecc.) nonché il nuovo prestito allo Stato
(acquisto di quasi tutti i nuovi titoli). Hanno inoltre ricevuto
ulteriori guadagni derivanti da privatizzazioni dei servizi pubblici
e delle pensioni.
LE FINANZIARIE 1995 E 1996
Passiamo ora ad analizzare il
trasferimento di reddito dai salari a profitti e rendite che il
governo prevede di fare nel 96. Sarà interessante poi confrontarlo
con quello che il governo ha realizzato nel 95.
GLI INTERESSI 1995 E 1996
Dai dati di Avanzo Primario,
Fabbisogno Obiettivo e Manovra di Bilancio contenuti nella
programmazione finanziaria per il 95 e il 96
|
LEGGI FINANZIARIE |
1995 |
1996 |
|
a |
FABBISOGNO TENDENZIALE |
188,6 |
141,9 |
|
b |
SPESA PER INTERESSI |
176,2 |
189,4 |
|
c |
AVANZO PRIMARIO |
37,6 |
80,0 |
|
d=b-c |
FABBISOGNO OBIETTIVO |
138,6 |
109,4 |
|
e |
MANOVRA DI BILANCIO |
50,0 |
32,5 |
elaboriamo prima la tabella
che mostra come il governo ha pagato gli interessi sui prestiti
passati.
TRASFERIMENTO DI REDDITO DAI
SALARI A PROFITTI E RENDITE NEL 95 E 96
|
COPERTURA della spesa
per interessi
(servizio del debito) |
Effetti della
copertura interessi 95
su |
Effetti della
copertura interessi 96
su |
|
|
salari |
profit/rend. |
salari |
profit/rend. |
|
COMPOSIZIONE COPERTURA |
1995 |
1996 |
rid(-) |
aum(+) |
rid(-) |
aum(+) |
rid(-) |
aum(+) |
rid(-) |
aum(+) |
|
Utilizzo avanzo
primario
A |
37,6 |
80,0 |
- |
1,4 |
- |
36,2 |
- |
4,0 |
- |
76,0 |
|
Copertura fabb. obiett.
con mercato
B |
136,6 |
109,4 |
- |
7,0 |
- |
131,6 |
- |
5,5 |
- |
103,9 |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
TOTALE COPERTURA
INTERESSI
C=A+B |
176,2 |
189,4 |
- |
8,4 |
- |
167,8 |
- |
9,5 |
- |
179,9 |
|
N.B.: Tutti i valori
della tabella sono espressi in migliaia di miliardi |
I padroni, i redditieri e gli
evasori fiscali nella loro veste di "prestatori" allo Stato hanno
incamerato interessi per 167.800 miliardi nel 95 e per 179.900
miliardi nel 96.
LE MANOVRE DI BILANCIO 1995 E
1996
Possiamo quindi alla
elaborazione la tabella che mostra come il governo riduce il
Fabbisogno tendenziale tramite le risorse recuperate con la Manovra
di Bilancio.
TRASFERIMENTO DI REDDITO DAI
SALARI A PROFITTI E RENDITE NEL 95 E 96
|
COPERTURA della
manovra di bilancio |
Effetti man. Bilancio
95
su |
Effetti man. Bilancio
96
su |
|
|
salari |
profit/rend. |
salari |
profit/rend. |
|
COMPOSIZIONE COPERTURA |
1995 |
1996 |
rid(-) |
aum(+) |
rid(-) |
aum(+) |
rid(-) |
aum(+) |
rid(-) |
aum(+) |
|
Maggiori entrate |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
IRPEF |
- |
- |
- |
- |
- |
- |
- |
- |
- |
- |
|
Accert. redditi
autonomi ed impr. |
- |
5,00 |
- |
- |
- |
- |
- |
- |
5,00 |
- |
|
Imposta sulle società |
2,30 |
3,95 |
- |
- |
2,30 |
- |
- |
- |
3,95 |
- |
|
Contributi
previdenziali e sanità |
0,70 |
- |
0,57 |
- |
0,13 |
- |
- |
- |
- |
- |
|
Imposta sugli immobili |
- |
0,65 |
- |
- |
- |
- |
0,25- |
- |
0,40 |
- |
|
IVA ed altre imposte
indirette |
- |
0,74 |
- |
- |
- |
- |
0,45 |
- |
0,29 |
- |
|
Condono e
patteggiamento |
20,0 |
- |
- |
- |
20,00 |
- |
- |
- |
- |
- |
|
Interventi da adottare |
- |
5,30 |
- |
- |
- |
- |
2,65 |
- |
2,65 |
- |
|
Varie |
- |
2,36 |
- |
- |
- |
- |
1,18 |
- |
1,18 |
- |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
TOT. Maggiori entrate
A |
23,00 |
18,00 |
0,57 |
- |
22,43 |
- |
4,53 |
- |
13,47 |
- |
|
Minori spese |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
pubblico impiego |
1,40 |
0,50 |
1,40 |
- |
- |
- |
0,50 |
- |
- |
- |
|
Sanità |
6,20 |
2,36 |
5,20 |
- |
1,00 |
- |
2,00 |
- |
0,36 |
- |
|
Previdenza |
12,20 |
5,00 |
10,25 |
- |
1,95 |
- |
4,20 |
- |
0,80 |
- |
|
Acquisti beni e
servizi |
- |
0,40 |
- |
- |
- |
- |
0,20 |
- |
0,20 |
- |
|
Spese di capitali |
7,20 |
3,20 |
3,60 |
- |
3,60 |
- |
1,60 |
- |
1,60 |
- |
|
Trasferimenti |
- |
5,54 |
- |
- |
- |
- |
2,77 |
- |
2,77 |
- |
|
sostegno alle famiglie |
- |
-2,50 |
- |
- |
- |
- |
- |
2,50 |
- |
- |
|
TOT.
MINORI SPESE
B |
27,00 |
14,50 |
20,45 |
- |
6,55 |
- |
8,77 |
- |
5,73 |
- |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
TOTALE COPERTURA
MANOVRA
C=A+B |
50,00 |
32,50 |
21,02 |
- |
28,98 |
- |
13,30
15,80 |
- |
19,20 |
- |
|
N.B.: Tutti i valori
della tabella sono espressi in migliaia di miliardi |
1995
Il governo scarica il peso
delle maggiori entrate sui salari per 570 miliardi e su profitti e
rendite per 22.430 miliardi. Voleva Berlusconi colpire i suoi amici
industriali, redditieri e speculatori? Assolutamente no! Infatti,
dei 22.400 miliardi, 22.300 corrispondenti ai capitoli imposte e
condoni vengono pagati dai profitti e dalle rendite in cambio della
cancellazione di oltre 100.000 miliardi di evasione fiscale.
Il governo scarica il peso delle minori spese sui salari per 20.450
miliardi e su profitti e rendite per 6.550 miliardi.
In pratica la manovra colpisce solo i lavoratori che pagano la loro
quota di 21.020 miliardi senza nessuno sconto. Si può dire infatti
che profitti e rendite hanno versato solo 6.680 (130 per maggiori
entrate e 6.550 per minori spese) o addirittura non hanno versato
nulla data l'enorme somma di evasione fiscale che è stata loro
condonata.
1996
Il governo scarica il peso
delle maggiori entrate sui salari per 4.530 miliardi e su profitti e
rendite per 13.470 miliardi. Anche Dini non ha nessuna intenzione di
colpire i suoi amici industriali, redditieri e speculatori. Infatti
questi ultimi continuano ad incamerare l'evasione fiscale tranne che
per i 5.000 miliardi di accertamenti e per i 3.950 miliardi di
maggiori imposte sulle società.
Il governo scarica il peso delle minori spese sui salari per 8.770
miliardi e su profitti e rendite per 5.730 miliardi. In realtà la
quota a carico dei dipendenti è di 11.270 miliardi poiché essi
pagheranno i 2.500 di "sostegno alle famiglie" con il mancato
recupero del drenaggio fiscale.
Anche nel 96 sono sempre e solo i lavoratori che pagano versando la
loro quota di 15.800 miliardi (13.300 di manovra + 2.500 di mancato
recupero del drenaggio fiscale). Infatti se il governo Dini, dal
lato formale non replica Berlusconi con un altro condono che copra
gli evasori anche nel 96, dal lato sostanziale ne legittima la
pratica ammettendo la propria impotenza fiscale quando stabilisce
l'obiettivo di 5.000 miliardi di accertamento e, di conseguenza,
mette in chiaro che l'intervento contro l'evasione è e sarà
inconsistente.
CON LA FINANZIARIA 96 ANCORA
PIU' SOLDI AI PROFITTI E ALLE RENDITE
Nel 96 continua e si accentua
l'azione di trasferimento di reddito dal salario alla rendita e al
capitale.
TRASFERIMENTO DI REDDITO DAI
SALARI A PROFITTI E RENDITE NEL 95 E 96
|
COPERTURA della spesa
per interessi
(servizio del debito) |
Effetti della
copertura 95
su |
Effetti della
copertura 96
su |
|
|
salari |
profit/rend. |
salari |
profit/rend. |
|
COMPOSIZIONE COPERTURA |
1995 |
1996 |
rid(-) |
aum(+) |
rid(-) |
aum(+) |
rid(-) |
aum(+) |
rid(-) |
aum(+) |
|
tot. copertura manovra |
50,006 |
32,50 |
21,02 |
- |
28,98 |
- |
13,30
15,80 |
- |
19,20 |
- |
|
tot. copertura
interessi |
176,2 |
189,4 |
- |
8,40 |
- |
167,80 |
- |
9,50 |
- |
179,9 |
|
1995 |
taglio/prelievo netto
dei salari |
(21,02-8,40)
12,60 |
|
|
passaggio netto a
profitti e rendite |
(167,80-28,98)
138,82 |
|
1996 |
taglio/prelievo netto
dei salari |
(15,80-9,50)
6,30 |
|
|
passaggio netto a
profitti e rendite |
(179,90-9,20)
160,70 |
|
N.B.: Tutti i valori
della tabella sono espressi in migliaia di miliardi |
Nel 95 le decisioni del
governo Berlusconi sulla finanziaria hanno permesso al governo Dini
di:
-
incassare 50.000 miliardi
e pagarne 176.200
-
tagliare/prelevare dai
salari 12.600 miliardi per passarne 138.820 a profitti e rendite
Nel 96 le proposte del governo
Dini sulla finanziaria prevedono di:
-
incassare 32.500 miliardi
e pagarne 189.400
-
tagliare/prelevare dai
salari 6.300 miliardi passandone a profitti e rendite 160.700
Dini sembra proporre la
manovra più moderata degli ultimi 4 anni. La sua entità corrisponde
infatti al 3,1% del PIL 96 contro il 9,2% del 93, il 3,2% del 94, il
5,0% del 95.
Nel concreto dello scontro tra gli interessi contrapposti delle
classi scopriamo fatti del tutto diversi. L'amore naturale di Dini
per i "prestatori allo Stato" (per i padroni, i redditieri e gli
evasori fiscali) è travolgente. Esso infatti varrà, nel 96, 160.700
miliardi, ben 21.880 in più dello stesso amore dichiarato da
Berlusconi per il 95.
E anche l'odio viscerale di Dini per i salariati, che appare
contenuto (esso dovrebbe valere un danno di 6.300 miliardi nel 96,
la metà di quello Berlusconiano da 12.600 miliardi nel 95), è invece
subdolamente violento.
Consideriamo in proposito i seguenti fatti:
Nel Bilancio 96 il governo ha stanziato 5.970 miliardi per i
contratti del pubblico impiego.
Da gennaio l'Aran (la controparte dei dipendenti pubblici) e i
sindacati dovranno accordarsi sulla sua migliore distribuzione. Una
parte verrà destinata a coprire lo scarto tra inflazione reale e
inflazione programmata per il biennio 94-95.
|
|
.....%..... |
miliardi |
|
Disponibilità di
bilancio per il 1996 (1500 miliardi = 1%) |
3,8 |
5.970 |
|
Recupero Scarto tra
inflazione reale e programmata 94-95 |
3,5 |
5.250 |
|
Avanzo disponibilità |
0,5 |
720 |
|
Incremento retributivo
per inflazione programmata 96 |
3,5 |
5.250 |
|
Per il coprire
l'inflazione al 96 mancano |
3,0 |
4.530 |
La restante quota verrà
utilizzata per coprire il costo degli aumenti per la nuova tornata
di accordi relativa al primo anno del biennio 96-97. Ma come si vede
mancano 4.530 miliardi (3%) che i dipendenti pubblici perderanno nel
1996.
Si produrrà inoltre un effetto aggiuntivo poichè la perdita
retributiva pubblica comporterà una analoga diminuzione di recupero
dell'inflazione anche per i dipendenti privati (calcolabile in circa
15.000 miliardi).
Dunque nel 96 i Salari perderanno
Certo il governo avrebbe
potuto recuperare risorse prevedendo una corrispondente maggiore
entrata di 9.530 miliardi (5.000 + 4.530) derivanti da accertamenti
su redditi autonomi e imprese. Ma in questo modo la sua manovra
sarebbe stata pericolosa e compromettente per la contrattazione del
recupero salariale nel comparto privato e sarebbe apparsa "disdicevolmente"
troppo pesante (37.000 miliardi). Bisogna, d'altra parte, tener
conto che questo governo dei tecnici, combinando la finanziaria, la
politica dei redditi (accordo del 23 luglio) e il contenimento della
manovra, ha nei fatti messo a punto un meccanismo di
controllo/riduzione dei salari.
Infatti una volta che siano state stabilite le seguenti condizioni :
-
il fabbisogno obiettivo
-
la quota per il pagamento
del debito
-
l'accordo (formale o
tacito) che vieta ogni recupero salariale automatico
dell'inflazione
-
uno stanziamento di
bilancio per i contratti pubblici corrispondente ad una
percentuale (un indice di rivalutazione) inferiore alla perdita
di salario dovuta all'inflazione
la scelta governativa di
contenere l'entità della manovra di bilancio si trasforma
"automaticamente" in riduzione del saggio salariale.
PER CONCLUDERE
Amato, Ciampi, Berlusconi,
Dini hanno proceduto secondo un'unica linea politica:
E ció hanno fatto trasferendo
reddito dai salari ai profitti e alle rendite,
1. Il monte retribuzioni
Il monte retribuzioni è uguale
alla somma di tutti gli stipendi lordi e di tutti i contributi
(previdenziali, assistenziali, sociali) che i datori di lavoro
(privati e pubblici) pagano per ottenere l'insieme delle prestazioni
dei lavoratori dipendenti.
I contributi versati dalle aziende non sono a carico dei datori di
lavoro, ma sono invece retribuzione dei lavoratori (che non figura
in busta paga) versata allo Stato per conto dei dipendenti.
Il monte retribuzioni può anche essere determinato sommando gli
stipendi medi lordi ai contributi medi versati dai datori di lavoro
e moltiplicando questa cifra per il numero di lavoratori.
|
1a formula
di determinazione del monte retribuzioni |
|
monte retribuzioni
= (stipendi lordi complessivi + contributi complessivi) |
|
2a formula
di determinazione del monte retribuzioni |
|
monte retribuzioni
= (stipendi medi lordi + contributi medi) x numero
lavoratori |
La seconda formula fa capire
che il monte retribuzioni migliora (e quindi migliorano le nostre
condizioni di vita) quando è positiva la somma algebrica delle
variazioni degli elementi contenuti nella formula stessa; peggiora
se tale somma è negativa. Infatti, supposto che non varino né
stipendi medi né contributi medi, ma si riduca il numero degli
occupati, la somma delle variazioni è negativa con una diminuzione
del monte retribuzioni, cioè della retribuzione complessiva.
Il monte retribuzioni in realtà è costituito da varie voci con
specifiche funzioni: la prima è costituita dalla retribuzione
diretta (cioè la retribuzione netta che riceviamo a fine mese), poi
vi sono i contributi e, infine, l'IRPEF, diminuita dall'eventuale
restituzione del drenaggio fiscale (fiscal drag). Da ciò se ne
deduce che:
|
3a formula di
determinazione del monte retribuzioni |
|
monte retribuzioni
nette = [stipendio medio lordo - (contributi + IRPEF -
fiscal drag restituito)] x numero lavoratori |
Il monte retribuzioni nette
indica la quantità di beni di consumo acquistabili ai prezzi di
mercato, ossia, il tenore di vita dell'insieme dei lavoratori. La
diminuzione del monte retribuzioni nette dovuta al pesante calo
occupazionale, di fatto, comporta una diminuzione della ricchezza
globale dei lavoratori dipendenti e, di conseguenza, un
peggioramento generalizzato del tenore di vita.
2. Il monte delle retribuzioni
sociali
Le trattenute fiscali e
sociali operate sui nostri stipendi ad ogni fine mese costituiscono
il monte delle ritenute sociali per beni e servizi sociali che i
dipendenti "comprano" pagandoli in anticipo (scuola, assistenza,
trasporti, servizi sociali vari, ecc.) che lo Stato si è incaricato
di realizzare al posto dei privati.
Il monte delle ritenute sociali si può esprimere con la seguente
prima formula:
|
1a formula di
determinazione del monte ritenute sociali |
|
monte delle ritenute
sociali per beni/servizi = (ritenuta media IRPEF +
contributi sociali medi dei lavoratori - fiscal drag) x
numero lavoratori |
Il risultato di questa prima
formula, però, indica solo l'importo che i lavoratori anticipano, ma
non permette di determinarne l'effettiva quantità che dipende dalle
decisioni di spesa dello Stato il quale può erogare beni e servizi
sociali per un valore inferiore al monte delle ritenute sociali.
La formula invece dovrà contenere anche il cosiddetto avanzo
sociale, ossia la differenza tra il valore del monte delle ritenute
sociali e il valore dei beni e servizi sociali effettivamente goduti
dai lavoratori. Quindi la seconda formula del monte delle
retribuzioni sociali sarà:
|
2a formula di
determinazione del monte ritenute sociali |
|
monte delle ritenute
sociali per beni/servizi (ritenuta media IRPEF + contributi
sociali medi dei lavoratori - fiscal drag) x numero
lavoratori - avanzo sociale |
Il valore risultante indica la
quantità dei beni e dei servizi sociali disponibili, ossia il tenore
di consumo sociale dell'insieme dei lavoratori.
Si deve osservare che, mentre il consumo sociale dei beni e dei
servizi è attuato da tutti i cittadini (e non solo quindi dai
lavoratori dipendenti), non tutti contribuiscono in uguale misura a
versare le tasse e le contribuzioni sociali. E' universalmente noto,
ad esempio, che i lavoratori ed i pensionati versano circa l'80%
dell'IRPEF totale e che la cosiddetta classe media italiana
(composta per lo più da lavoratori autonomi, professionisti,
imprenditori, commercianti, ecc.), pur rappresentando circa il 35%
della popolazione, versa IRPEF solo per circa il 20%. Ciò significa
che i lavoratori hanno sempre pagato, in ritenute, un valore
superiore ai beni/servizi sociali effettivamente goduti e, quindi,
che una parte delle loro retribuzioni sociali è stata usata dallo
Stato a favore di altri redditi quali il capitale e la rendita.
3. Il monte delle retribuzioni
differite (a ripartizione)
La terza quota dei nostri
stipendi è quella destinata ai contributi previdenziali ed è divisa
in 2 parti: una, ben visibile, trattenuta ogni fine mese dalla
nostra busta paga; l'altra, versata direttamente dal datore di
lavoro, è chiamata retribuzione differita a ripartizione, ossia
monte dei contributi per pensioni che si può indicare con questa 1a
formula
|
1a formula di
determinazione del monte contributi per pensioni |
|
monte dei contributi
per pensioni = (ritenuta previdenziale media + contributi
medi versati dai datori di lavoro) x numero dei lavoratori |
Anche in questo caso la
formula dà un valore che indica solo l'importo anticipato per
ottenere le pensioni, ma non determina la loro quantità effettiva
che dipende dalle norme (le Leggi pensionistiche) che ne regolano
l'erogazione. Ciò comporta che lo Stato può dare pensioni per un
valore inferiore al monte dei contributi previdenziali: quindi la
formula non indica le condizioni pensionistiche effettive in quanto
non contiene l'avanzo previdenziale cioè la differenza tra il valore
dei contributi versati e il valore delle pensioni effettivamente
godute. Quindi il reale monte delle retribuzioni per le pensioni
sarà espresso da questa 2a formula:
|
2a formula di
determinazione del monte contributi per pensioni |
|
monte dei contributi
per pensioni = (ritenuta previdenziale media + contributi
medi versati dai datori di lavoro) x numero dei lavoratori -
avanzo previdenziale |
Se indichiamo con Kl
l'aliquota di trattenuta applicata sugli stipendi dei lavoratori e
con Kdl quella versata dai datori di lavoro, avremo una 3a formula:
|
3a formula di
determinazione del monte contributi per pensioni |
|
monte dei contributi
per pensioni [stipendio medio lordo x (Kl + Kdl)] x numero
dei lavoratori - avanzo previdenziale |
Da ciò si può dedurre che:
- per il singolo lavoratore il versamento contributivo è una
retribuzione differita nel tempo, ossia una retribuzione che
riceverà in futuro sotto forma di pensione
- per l'insieme di tutti coloro che vivono del reddito da lavoro il
versamento contributivo è la quota del monte retribuzioni ripartita
a favore di chi è già in pensione: quindi la ritenuta previdenziale,
insieme a quella pagata dal datore di lavoro, è retribuzione al pari
dello stipendio di fine mese.
Dato che l'entrata del settore previdenziale è sempre stata maggiore
dell'uscita (come dimostrano i bilanci dell'INPS e, se vi fosse un
recupero anche parziale dei 40.000 miliardi di evasione, quell'entrata
sarebbe enormemente maggiore) le retribuzioni differite a
ripartizione non causano il deficit dello Stato ma, al contrario,
sono state usate per ridurlo e, spesso, sono state impiegate a
favore del capitale (ad esempio con la fiscalizzazione degli oneri
sociali).
Infine, visto che il monte delle retribuzioni per le pensioni
dipende sia dal numero dei lavoratori dipendenti occupati, sia
dall'importo medio della retribuzione, appare evidente la necessità
di una lotta coerente contro la disoccupazione e per l'aumento delle
retribuzioni, così come è necessario regolamentare con rigore i
trasferimenti che lo Stato fa, dai versamenti contributivi, al
sostegno delle imprese.
4. Il reddito reale da lavoro
dipendente
Da quanto abbiamo detto finora
risulta che il valore del monte retribuzioni sarà la somma del monte
retribuzioni dirette, del monte retribuzioni sociali e del monte
retribuzioni differite a ripartizione.
Quindi la formula sarà la seguente:
|
formula di
determinazione del monte retribuzioni |
|
monte retribuzioni =
monte retribuzioni dirette + monte retribuzioni sociali +
monte retribuzioni differite |
Dato che il valore del monte
retribuzioni viene diminuito di un importo pari alle quote di avanzo
previdenziale e sociale (vedi tabelle precedenti) il monte delle
retribuzioni reali, o reddito reale, sarà determinato dalla seguente
formula:
|
formula di
determinazione del monte retribuzioni reali (reddito reale) |
|
monte retribuzioni
reali = (retribuzione media lorda + contributi medi versati
dal datore di lavoro) x numero lavoratori - (avanzo
previdenziale + avanzo sociale) |
Da ciò se ne deduce che il
reddito reale, utilizzato per vivere da oltre 30 milioni di persone,
viene decurtato dell'importo che lo Stato distribuisce agli altri
redditi (tra cui profitto e rendita). Quindi le pensioni ed i
beni/servizi sono salario a tutti gli effetti e fanno parte del
monte retribuzioni: vengono decurtati dalle quote attive (avanzo
previdenziale e sociale) a favore dello Stato e, per suo tramite, a
favore degli altri redditi, dei profitti e delle rendite. Quindi non
possono in alcun modo essere causa del deficit pubblico.
5. Il peggioramento del
reddito e, quindi, delle condizioni di vita
Soprattutto in questi ultimi
anni, oltre all'avanzo previdenziale e a quello sociale, altre quote
del monte retribuzioni sono state erose riducendo, di fatto, il
nostro reddito reale.à
Il capitalismo ha reagito con:
- un massiccio processo di
ristrutturazione produttiva e finanziaria
- le acquisizioni (concentrazioni e centralizzazioni)
- la vendita del capitale di Stato
- le riorganizzazioni produttive
- la ridistribuzione di ricchezza finanziaria privata e pubblica
- la ridistribuzione dei redditi da lavoro dipendente
La ridistribuzione del reddito
operata a favore del profitto e della rendita (per permettere la
ricapitalizzazione) e contro il reddito da lavoro è stata attuata
tramite:
- la riduzione del numero dei
lavoratori dipendenti
- l'aumento della produzione e della produttività
- la gestione delle eccedenze occupazionali tramite la mobilità, i
prepensionamenti, la cassa integrazione, ecc.
- l'occupazione precaria (contratti a tempo determinato, part-time,
di formazione lavoro, ecc.)
- la riduzione della retribuzione netta (con l'introduzione del
salario d'ingresso, di formazione lavoro, ecc.), eliminando la scala
mobile, aumentando le trattenute previdenziali, sociali e fiscali,
bloccando la restituzione del fiscal drag
- la riduzione della retribuzione per beni e servizi sociali con la
diminuzione della spesa sanitaria e della spesa scolastica, con gli
aumenti tariffari, aumentando il costo dei servizi di pubblica
utilità (trasporti, acqua, luce, gas, eliminazione rifiuti, ecc.),
con la riduzione/eliminazione di servizi pubblici vari (culturali,
ambientali, di prevenzione, ecc.)
- la riduzione della retribuzione da pensioni con la diminuzione
della spesa previdenziale (pensioni dimezzate per chi ha una
contribuzione inferiore a 20 anni, riduzione dei rendimenti,
penalizzazione e tendenziale svuotamento delle pensioni di
anzianità, innalzamento dell'età pensionabile, riducendo di quasi il
50% il numero dei percettori di pensioni sociali, ecc.)
6. Contrattare il reddito e,
quindi, le condizioni di vita
L'insieme dei lavoratori (la
classe) ha una sua propensione, più o meno cosciente, a raggiungere
una soddisfacente qualità della vita corrispondente alle proprie
necessità: ma questa propensione non è un fatto automatico. La
possibilità di acquisire una determinata condizione di vita è
subordinata e legata alla capacità di contrattazione del reddito
reale in tutti gli elementi che lo compongono (monte delle
retribuzioni nette, per beni/servizi, per le pensioni).
Quanto maggiore sarà la capacità rivendicativa e contrattuale, tanto
migliori saranno le condizioni di vita.
L'organizzazione sindacale dei lavoratori, quindi, diventa elemento
centrale in quanto l'azione sindacale confederale consiste proprio
nel difendere e migliorare le condizioni di vita, traducendo i
bisogni dei lavoratori in rivendicazioni e in adeguate
contrattazioni di tutte le voci del salario globale.
Ma, purtroppo, la realtà è alquanto diversa.
Finito, negli anni ottanta, il ciclo del progetto sindacale di Stato
sociale e di democrazia industriale, si è arrivati all'idea di
scambio politico, cioè alla definizione della cosiddetta politica
della concertazione. Questa, in teoria, dovrebbe garantire alle
parti sociali una negoziazione delle politiche finanziarie (sia
industriali che monetarie) e delle politiche dei redditi,
negoziazione che dovrebbe produrre accordi con effetti macro
economici capaci di regolare sia le azioni finanziarie private
(mercati, speculazione, ecc.), sia quelle pubbliche (tassi di
interesse). In pratica (e di fatto) la concertazione ha aiutato la
ricapitalizzazione attraverso, ad esempio, l'accordo del 23 luglio
1993 (recupero salariale solo nominale, blocco della contrattazione
integrativa, ecc.), ed ha ratificato il trasferimento di reddito dal
lavoro dipendente alle imprese e alla proprietà.
Infatti, nel biennio '94-'95, la ricapitalizzazione ha incassato:
- circa 60-70.000 miliardi
attraverso l'aumento dei prezzi che ha superato del 6% l'aumento
programmato (TIF, tasso di inflazione programmata) e la riduzione
degli stipendi erogati dovuti al calo occupazionale
- circa 20-25.000 miliardi con i tagli sulla scuola, sulla sanità,
sull'assistenza
- circa 15-18.000 miliardi con il blocco delle pensioni di anzianità
e con la controriforma del sistema previdenziale.
E' evidente che l'immane
scontro di interessi finanziari-industriali e finanziari-monetari
che sta alla base della ricapitalizzazione non può essere
concertato: in questa fase occorrerebbe invece definire:
1) un piano di difesa del potere d'acquisto del salario
diretto che ha subito una riduzione assoluta dovuta all'inflazione
(il tasso di inflazione programmata per il '94-'95 era pari al 5.9%;
l'inflazione reale registrata nei soli primi 8 mesi del 1995 è pari
al 5.8%) e alla disoccupazione, e una riduzione relativa dovuto
all'aumento di produttività interamente assorbito dal capitale e
dalla rendita (nel '94 la produzione industriale è aumentata del
4.6%, l'utilizzo degli impianti ha registrato un +82%, mentre
l'occupazione è calata dell'1.6%). E' quindi indispensabile un
recupero, uguale per tutti, del salario perso con un aumento
quantificabile in circa 130.000 lire, la definizione dell'aumento
per il secondo biennio di circa 250.000 lire (basato sul tasso di
inflazione programmata pari al 3.5% nel 1996 e al 3.0% nel 1997),
verificandone l'eventuale differenza a fine '96, e introducendo, a
partire dal 1997, un meccanismo automatico di protezione degli
stipendi dall'inflazione
2) una linea vertenziale per i contratti aziendali e
nazionali che affrontino le tematiche riguardanti i premi aziendali
(superando la logica che li lega ai risultati delle aziende), lo
sviluppo e la difesa della professionalità, l'organizzazione del
lavoro, la riduzione dell'orario di lavoro, i regimi di orario
(turni, straordinari, orari di fatto), le condizioni di salute e di
sicurezza
3) un programma difensivo a medio termine con una piattaforma
e una vertenza sociale generale su occupazione, salute, scuola,
assistenza, fisco, ecc.
4) un piano di difesa immediata sulla retribuzione differita
previdenziale con il ripristino delle pensioni sociali, un programma
contro lo smantellamento della previdenza (contro la norma di
salvaguardia introdotta nella Legge sulla riforma previdenziale che
permetterà di tagliare le pensioni nelle prossime leggi Finanziarie)
con una contrattazione annuale del salario differito previdenziale.
L'obiettivo della produzione
capitalistica non è tanto la produzione di merci in quanto valori
d'uso, capaci cioè di soddisfare i bisogni della società umana,
quanto la valorizzazione del capitale anticipato e la produzione di
plusvalore, cioè di profitto.
La produzione quindi è sostanzialmente produzione di plusvalore.
Il valore di una merce è definito dalla quantità di tempo di lavoro
socialmente necessario alla sua produzione e riproduzione.
Anche la merce forza lavoro (acquistata dal capitale sul mercato del
lavoro al pari di qualsiasi altra merce) viene inserita, utilizzata
e consumata nel processo lavorativo.
Dal contratto che la forza lavoro stipula con il capitalista deve
poter recuperare un valore che, come minimo, le permetta di poter
vivere e riprodursi.
Quindi la giornata lavorativa, cioè il periodo entro il quale viene
prodotta l'intera ricchezza, dovrà servire in parte a produrre la
ricchezza necessaria per la riproduzione della forza lavoro (sotto
forma di salario), mentre la restante parte, non pagata al
lavoratore, servirà al capitalista che la incamera sotto forma di
plusvalore, cioè di profitto.
Queste due grandezze costituenti l'intera giornata lavorativa
vengono definite, la prima, tempo necessario alla riproduzione della
forza lavoro, la seconda, tempo di plusvalore.
Se immaginassimo una giornata lavorativa di 8 ore, divisa in due
quote uguali, avremmo che 4 ore sarebbero il tempo di lavoro
necessario alla riproduzione della forza lavoro, e 4 ore il tempo di
pluslavoro che andrebbe al capitalista.
La forza lavoro ha la peculiarità che il suo inserimento nel
processo di produzione può avvenire per un tempo di lavoro superiore
al suo valore, cioè al tempo di lavoro necessario alla sua
produzione e riproduzione: in ciò sta l'arcano che permette al
capitalista di poter estrarre dalla forza lavoro quote di pluslavoro,
quindi di plusvalore.
Da ciò dovrebbe risultare chiaro che la riduzione della giornata
lavorativa e la sua distribuzione determinano strettamente le
condizioni di produzione di plusvalore.
1º - Orario di lavoro, valore
della forza lavoro, produzione del plusvalore assoluto
Il valore della forza lavoro è
uguale alla massa di beni necessari alla sua riproduzione, quindi al
tempo di lavoro necessario alla riproduzione di quei beni: ma la
durata di questo tempo di lavoro non dipende dalla produttività
della fabbrica o del settore in cui la forza lavoro è impiegata.
Infatti il valore delle merce forza lavoro dipende dalla
produttività sociale del lavoro in un dato momento e, più in
particolare, dalla produttività sociale del lavoro presente in quei
settori che producono i beni necessari alla riproduzione della forza
lavoro.
Quindi, data una certa produttività sociale del lavoro, la
variazione della durata della giornata lavorativa non implica anche
una variazione del valore della forza lavoro che rappresenta solo
una quota dell'intera giornata lavorativa.
Infatti, nell'ipotesi di una diminuzione della giornata lavorativa
da 8 a 7 ore, senza che vi siano cambiamenti di produttività
sociale, la divisione in parti uguali (4+4 ore) che abbiamo visto
prima, potrebbe trasformarsi in 4 ore per la riproduzione della
forza lavoro ed in 3 ore di pluslavoro che andrebbero al
capitalista.
Sarebbe paradossale che il sistema capitalistico potessesopportare
una riduzione tale da penalizzare la generazione di plusvalore. Vi è
da aggiungere che, storicamente, è accaduto che l'accorciamento
della giornata lavorativa sia sempre stato preceduto da un aumento
della produttività sociale, in modo che la riduzione d'orario
ottenuta non penalizzasse il tempo di pluslavoro. Altrimenti la
riduzione dell'orario sarebbe sopportabile per il capitalista solo
se, contestualmente, si riducesse il tempo necessario alla forza
lavoro, ad esempio, non pagandone una parte, come è nel caso dei
contratti di solidarietà.
Se invece ipotizziamo un allungamento della giornata lavorativa
senza che, anche in questo caso, vi siano aumenti di produttività
sociale, quella divisione in parti uguali (4 + 4 ore) potrebbe
diventare 4 + 5 a favore della produzione del pluslavoro.
Nel processo di autovalorizzazione per produrre plusvalore il
capitale procede inizialmente al prolungamento della giornata
lavorativa (produzione di plusvalore assoluto): ma, non appena i
lavoratori si organizzano in difesa della propria forza lavoro,
questo prolungamento si scontra con limiti relativamente rigidi per
cui il capitale cerca di produrre una maggiore quantità di
plusvalore nello stesso tempo di lavoro (plusvalore relativo).
Il capitale cerca di aumentare la produzione di plusvalore
modificando le condizioni di produzione attraverso l'acquisizione di
tecnologie che aumentino la produttività del lavoro in modo tale
che, diminuendo il tempo di lavoro socialmente necessario alla
riproduzione della forza lavoro (il valore della forza lavoro), si
accresca il tempo di lavoro in cui il lavoratore lavora per altri,
cioè per produrre plusvalore.
2º - La produzione del
plusvalore relativo
Se, all'interno di una data
giornata lavorativa, diminuisce il tempo di lavoro necessario alla
riproduzione della forza lavoro, aumenta di conseguenza il tempo di
pluslavoro.
In questo caso il salario monetario può anche non diminuire, ma il
valore della forza lavoro diminuisce in relazione all'aumentata
produttività generale del lavoro.
Per ottenere questo risultato deve ridursi il tempo di lavoro
necessario alla produzione delle merci e, in particolare, aumentare
la produttività di quei settori che producono i beni di consumo
necessari alla riproduzione della forza lavoro. Infatti, riducendo
il tempo di lavoro per la produzione e aumentando la produttività
dei settori che producono i beni socialmente necessari alla forza
lavoro (cibo, vestiario, istruzione, ecc.) di conseguenza diminuisce
il valore della forza lavoro che corrisponde al valore di tutti i
beni socialmente necessari che entrano nel suo consumo.
Quindi l'aumento della produzione di plusvalore relativo avverrà se
le 8 ore potranno essere distribuite, ad esempio, tra le 3
necessarie alla forza lavoro e le 5 riservate alla produzione di
pluslavoro: ma, per fare ciò, è indispensabile un aumento della
produttività del lavoro tramite una rivoluzione nel modo di produrre
e del processo lavorativo.
Una corretta impostazione della battaglia sugli orari di lavoro deve
tenere presente questa osservazione: capire e studiare le condizioni
di accumulazione ed i processi di trasformazione che la
caratterizzano in un determinato momento.
Dovrebbe essere chiaro, da quel che si è detto finora, che la
giornata lavorativa non è una grandezza costante, ma variabile e può
variare entro limiti relativamente rigidi.
Vi è un limite minimo entro il quale la giornata lavorativa non può
diminuire ed è rappresentato dal tempo necessario alla sua
riproduzione: negli attuali rapporti di forza, infatti, la giornata
lavorativa non può certo essere ridotta al solo tempo necessario
alla produzione della forza lavoro stessa in quanto sparirebbe ogni
quota di pluslavoro e quindi di plusvalore. L'obiettivo del
capitalista rimane quello che la giornata lavorativa, oltre a
permettere la riproduzione della forza lavoro, permetta anche
l'estrazione della massima quota possibile di plusvalore. La
riduzione dell'orario di lavoro, qualora raggiungesse i limiti
corrispondenti al tempo necessario unicamente alla riproduzione
della forza lavoro, determinerebbe il calo dell'interesse
capitalistico all'investimento e all'attivazione di forze
produttive.
Vi è poi un limite massimo determinato dal limite fisico della forza
lavoro: infatti, durante le 24 ore di un giorno di vita, questa può
dedicare al lavoro solo una parte della sua forza vitale perché deve
riposare, mangiare e compiere quelle attività proprie della
riproduzione. Oltre che con questi limiti il prolungamento della
giornata lavorativa urta contro limiti morali, sociali, ecc. come ad
esempio il tempo necessario all'istruzione, allo svago, ecc.,
bisogni che vanno soddisfatti e la cui grandezza è determinata dal
grado di sviluppo sociale della società.
3º - La lotta per la
determinazione della giornata lavorativa
La variazione della giornata
lavorativa si muove, quindi, entro limiti fisici e sociali che,
però, sono di natura elastica e permettono dunque un largo margine
di azione.
La lotta per la determinazione della giornata lavorativa è stata,
fin dall'inizio, lotta di concorrenza tra capitale e forza lavoro.
Il capitalista che compra la forza lavoro al suo valore non può
pensare di acquistarla e consumarla nel processo lavorativo senza
preoccuparsi di permettere anche la sua riproduzione, pena
l'estinzione della razza dei venditori di forza lavoro. Quindi il
capitalista compra la forza lavoro ad un valore che corrisponde a
quanto è necessario alla forza lavoro stessa per riprodursi; ma,
poiché egli possiede tutto il suo valore, cioè tutta la capacità
lavorativa della forza lavoro, ha il diritto (proprio del compratore
di merci) di far lavorare l'operaio o l'impiegato per sé durante
tutto l'arco di un'intera giornata lavorativa.
Ma quanto è lunga, per il capitalista, una giornata lavorativa?
Questa, per lui, tende a corrispondere alla grandezza necessaria ad
assorbire dal consumo di forza lavoro il massimo di pluslavoro
possibile.
La lotta per l'aumento del plusvalore assoluto ha quindi coinciso
con la lotta fatta dal capitale per l'allungamento della giornata
lavorativa fino ai limiti massimi di resistenza fisica della forza
lavoro.
Se l'obiettivo del capitalista è quello di allungare
progressivamente la giornata lavorativa, ossia la massima estrazione
di plusvalore, dal canto suo la forza lavoro lotterà per la sua
normale giornata lavorativa, cercando di salvaguardare le condizioni
della sua riproduzione, comportandosi quindi come qualsiasi
proprietario di una merce che vuole tutelarla in modo economico,
evitando qualsiasi spreco di essa.
Quindi, da una parte, il capitalista difende il suo diritto di
compratore cercando di rendere più lunga la giornata lavorativa;
dall'altra il lavoratore sostiene il suo diritto di venditore
cercando di limitare la durata della sua giornata lavorativa. Si ha
quindi una situazione in cui si scontrano due diritti, ambedue
legittimati dalla legge dello scambio tra le merci: tra eguali
diritti, quindi, decide la forza.
La lotta per la regolazione della giornata lavorativa è quindi una
lotta per i limiti di questa, lotta tra la classe dei capitalisti e
la classe di chi vende la propria forza lavoro, lotta che si
concretizza in lotta sindacale, in lotta per i contratti di lavoro.
Il contratto di lavoro, formalizzazione della lotta di concorrenza,
è la dimostrazione del fatto che il lavoratore può disporre
liberamente di sé stesso e della sua forza lavoro, è formalmente
libero cioè di vendersi ed il contratto stabilisce i criteri di
vendita della merce forza lavoro. Ma se questo contratto non
garantisce più le condizioni di riproduzione della forza lavoro
questa è costretta a vendersi non già per il tempo precedentemente
stabilito ma per un tempo maggiore e sufficiente a garantirgli,
salarialmente, le condizioni per la riproduzione: ciò avviene, ad
esempio, se la forza lavoro percepisce un salario basso, come
avviene nei periodi di crisi, o quando non vi è una adeguata
politica rivendicativa sul salario. In presenza di queste condizioni
il capitalista trova la possibilità di aumentare la produzione di
plusvalore assoluto tramite l'allungamento della giornata lavorativa
superando le resistenze della classe lavoratrice.
La lotta del capitalista per l'aumento della giornata lavorativa e
del plusvalore assoluto è condotta anche tramite la creazione di
condizioni generali di vita per cui la forza lavoro sia costretta,
per riprodursi, a vendersi oltre il tempo di lavoro precedentemente
praticato. Questo dimostra quanto sia indispensabile avere presente
un preciso coordinamento tra linea rivendicativa sui salari, sugli
orari e sulle condizioni sociali di vita, in quanto sarebbe utopico
pensare che la contrattazione possa risultare vincente se non si
opera contestualmente per salvaguardare le condizioni di tenuta
sugli altri fronti. Non vi è lotta vincente sull'occupazione per una
classe lavoratrice con un salario non sufficiente perché è ovvio che
un lavoratore con poco salario, più che alla riduzione della sua
giornata lavorativa, sarà propenso invece ad accettare i ricatti di
chi gli fa subire una maggiore intensità del lavoro, un aumento del
suo tempo di lavoro, un ricorso al lavoro straordinario. Non serve
né urlare allo scandalo, né fare richiami moralistici alla
solidarietà poiché ciò che serve è una linea efficace su tutti i
fronti dell'interesse dei lavoratori.
4º - La lotta per la riduzione
della giornata lavorativa e la tendenza alla caduta del saggio di
profitto
Abbiamo già visto che vi sono
limiti sociali e fisici all'allungamento della giornata lavorativa e
all'accumulazione del plusvalore. Questi limiti hanno costretto il
capitale ad aumentare il plusvalore tramite un aumento della forza
produttiva del lavoro, tramite l'appropriazione di sempre nuova
tecnica, arrivando quindi alla produzione del cosiddetto plusvalore
relativo: ma la produzione di questo non elimina l'interesse
capitalistico all'allungamento della giornata lavorativa.
La forza lavoro, nel processo produttivo, trasferisce nel prodotto
finito il valore dei materiali utilizzati (ad esempio, le materie
prime) ed una quota (l'usura) delle macchine (il capitale costante)
e crea nuovo valore che si suddivide in valore della forza lavoro,
V, (che torna alla forza lavoro sotto forma di salari) e plusvalore,
PV, (che va al capitalista sotto forma di profitto).
La grandezza assoluta della somma di V + PV dipende dalla durata
della giornata lavorativa in quanto, tanto più breve è questa, tanto
più piccola sarà quella somma mentre, ferma restando la durata di
una giornata lavorativa, il plusvalore PV cresce con il diminuire
della grandezza di V, e viceversa.
Un diminuzione della giornata di lavoro (quindi del plusvalore
assoluto) può essere recuperata con un aumento dell'intensità del
lavoro, quindi con l'aumento del plusvalore relativo.
Ciò spiega perché storicamente ogni conquista che ha portato ad una
diminuzione della giornata lavorativa sia stata contenuta nei limiti
entro cui tale accorciamento veniva compensato da un incremento del
plusvalore relativo. Quindi non avviene che prima si diminuisca la
giornata lavorativa e poi il capitalista recuperi la riduzione del
plusvalore assoluto con un corrispondente aumento di quello
relativo, ma avviene, semmai, che si riesca a ridurre stabilmente la
giornata lavorativa solo dopo un incremento del plusvalore relativo
ottenuto con un aumento della produttività del lavoro.
La risposta del capitale alle lotte per la riduzione della giornata
lavorativa avviene sia tramite l'aumento del capitale costante
(macchine, attrezzature, ecc.), sia con un continuo incremento di
produttività, ottenuto acquisendo nuove tecnologie: e ciò viene
fatto anche per sostenere la concorrenza con gli altri capitalisti
che introducono sempre nuove tecniche, sviluppo della forza
produttiva e aumento dell'intensità del lavoro.
La tendenza ad aumentare il
plusvalore relativo produce, come conseguenza, che la massa di
lavoro vivo impiegato (cioè la forza lavoro utilizzata) diminuisca
in proporzione alla massa di capitale costante (macchine e
tecnologie) inserito nel processo produttivo: ma ciò fa sì che il
plusvalore sia proporzionalmente sempre più decrescente rispetto al
capitale complessivo anticipato, costituito dal valore di macchine e
materie prime (capitale costante) e dal valore della forza lavoro
(capitale variabile, salari).
Questa è la cosiddetta legge della caduta tendenziale del saggio di
profitto insita nel processo di sviluppo capitalistico che cadenza i
suoi cicli critici.
Quindi, la produzione di plusvalore relativo ha dei limiti interni
al modo di produzione capitalistico e ciò determina anche dei limiti
alla possibile lotta per la riduzione della giornata lavorativa.
In un situazione come quella attuale, caratterizzata da un lungo
ciclo critico dell'accumulazione capitalistica, si deve considerare
che la linea per la riduzione della giornata lavorativa si scontrerà
duramente con le necessità del capitale di aumentare lo sfruttamento
della forza lavoro finalizzata a recuperare la caduta del saggio di
profitto.
Sarebbe assurdo, nello svolgere una strategia di riduzione
dell'orario di lavoro, non considerare che, in una situazione di
caduta del saggio di profitto, il capitale dispiegherà con estrema
tenacia una strategia basata sullo sfruttamento del lavoro, sia per
l'aumento del plusvalore assoluto (aumento della giornata
lavorativa) sia per l'aumento del plusvalore relativo (aumento
dell'intensità del lavoro, ecc.).
Ma, come afferma Marx in Salario prezzo e profitto: "Se tale è in
questo sistema la tendenza delle cose, significa forse ciò che la
classe operaia deve rinunciare alla sua resistenza contro gli
attacchi del capitale e deve abbandonare i suoi sforzi per strappare
dalle occasioni che le si presentano tutto ciò che può servire a
migliorare temporaneamente la sua situazione? Se essa lo facesse,
essa si ridurrebbe al livello di una massa amorfa di affamati e
disperati... Se la classe operaia cedesse per viltà nel suo
conflitto quotidiano con il capitale, si priverebbe essa stessa
della capacità di intraprendere un qualsiasi movimento più grande."
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