La Cassetta degli attrezzi Nº 1
Novembre 1995

Editoriale

Una cassetta degli attrezzi per aggiustare i guasti


Il quadro economico e politico dello scontro di classe

Leggi finanziarie per il mercato

La difesa del salario globale

Orario di lavoro e processo di valorizzazione del Capitale

EDITORIALE

UNA CASSETTA DEGLI ATTREZZI PER "AGGIUSTARE" I GUASTI

Una cassetta degli attrezzi è ormai parte integrante del nostro vivere quotidiano, uno strumento di grande utilità quando occorre aggiustare guasti o cambiare pezzi usurati o, più semplicemente, quando vogliamo abbellire e migliorare il luogo dove si vive o si esercita una attività. Questo primo numero di Tool box - la cassetta degli attrezzi ha, appunto, l'ambizione di tendere a migliorare, sviluppare, abbellire la nostra "casa" che è l'esperienza del Coordinamento delle RSU e delle delegate e dei delegati.

Non si tratta di un nuovo giornale né di un semplice bollettino di informazione, ma di uno strumento "nostro" di servizio, fatto di riflessioni, ricerca, inchieste, confronto e argomentazioni utili a mettere in collegamento la rete organizzativa delle delegate e dei delegati.
Un mezzo di comunicazione per cercare di aggiustare i guasti prodotti nei luoghi della produzione, per capire le trasformazioni in atto, per ricostruire una politica sindacale alternativa all'attuale, ormai evidentemente inefficace ai fini della difesa del salario, dell'occupazione e dei diritti dei lavoratori.
Un nostro strumento che non si sostituisce a qualcosa, anzi, che dovrà essere integrato con mezzi di comunicazione più "avanzati" quali BBS (bacheche elettroniche) e collegamenti telematici in rete, alla cui realizzazione stiamo già lavorando.
In altre parole vuole essere un sostegno alla lotta per cambiare una situazione che sta diventando insostenibile, nella quale si disperde, insieme al patrimonio organizzativo e di lotta, la cultura della solidarietà e dell'azione di massa.

Ciò è possibile solo se si rimettono in gioco le capacità individuali e collettive dei delegati, dei Coordinamenti delle RSU, dei lavoratori e se si restituisce ad ognuno quel ruolo fondamentale, strategico, per la rifondazione di un moderno sindacato confederale, democratico e di massa, basato su rappresentanze sindacali unitarie, senza quote garantite e libere dal rischio di venire inglobate dalle logiche del sindacato unico e istituzionale.
Un sindacato capace di affrontare lo scontro di classe in atto, di unificare ciò che la crisi e il padronato tendono a dividere e di costruire con i lavoratori un modello di società e di sviluppo economico ed industriale alternativo a ciò che avanza.

La cassetta degli attrezzi ci serve per rendere pubblici i documenti approvati nelle assemblee, le analisi e le riflessioni elaborate in ogni coordinamento, essere un luogo che contribuisce allo sviluppo e all'organizzazione dell'esperienza del Coordinamento delle RSU su un terreno di confronto e di aperta ricerca.

Tool box - La cassetta degli attrezzi è totalmente autonomo e autofinanziato, con una redazione espressa inizialmente dal "nodo" milanese, che si alimenta solo sull'attività dei delegati e dei lavoratori, con una distribuzione affidata alla militanza e alle strutture organizzative che abbiamo costruito in questi mesi e con una scadenza non definita e sensibile agli avvenimenti e alle scadenze del movimento nonché alla sensibilità e all'impegno di ciascuno di noi.

Insomma, con questo "strumento" siamo per continuare caparbiamente la scommessa di chi non accetta la realtà attuale come ineluttabile.

Vogliamo partire dai luoghi di lavoro, da una realtà che ben conosciamo, per fare concretamente sindacato, per invertire una tendenza che distrugge solidarietà, saperi e diritti, per contribuire a cambiare questo mondo preistorico, contro il quale vogliamo continuare ad organizzarci e difenderci cominciando a difendere le nostre condizioni di vita e di lavoro.

IL QUADRO ECONOMICO E POLITICO DELLO SCONTRO DI CLASSE

1. Il quadro economico

1.1 Crisi del fordismo e della relativa accumulazione keynesiana

Dalla fine degli anni Sessanta entrano in crisi il fordismo e il relativo modello keynesiano di accumulazione e sviluppo: tutte le configurazioni produttive e riproduttive "a flusso lineare" (catena di montaggio) esauriscono la loro capacità di fare profitti.
Le grandi multinazionali ed i trust industriali e commerciali, con il relativo tessuto produttivo di medie e piccole imprese vanno in crisi di profittabilità.
Il flusso dei servizi finanziari, monetari, di distribuzione del reddito, sociali e istituzionali vanno in crisi di bilancio e di efficienza.

1.2 La risposta alla crisi e la guerra internazionale di ricapitalizzazione

Il sistema capitalistico tenta di rispondere alla sua crisi attraverso un massiccio processo di ristrutturazione e riorganizzazione produttiva e finanziaria. Ne segue una impressionante accelerazione della concorrenza nei mercati interni ed internazionali.
Questa situazione porta ad una guerra internazionale di ricapitalizzazione. Essa interviene sulla produzione mediante le acquisizioni (concentrazioni-centralizzazioni), l'eliminazione del capitale pubblico e la riorganizzazione produttiva, e sul reddito mediante la massima libertà nella redistribuzione di ricchezza finanziaria privata (speculazioni monetarie, ecc.) e pubblica (politiche monetarie complici es. svalutazione) e nella redistribuzione dei redditi da lavoro dipendente: in tutto il mondo/mercato gli uomini e le donne che vivono di reddito da lavoro dipendente ed il loro monte retribuzioni devono diventare funzionali alla ricapitalizzazione.

1.3 La guerra di ricapitalizzazione in Italia dal lato della produzione

Negli anni '70 la guerra di ricapitalizzazione dal lato della produzione inizia in Italia con la distruzione del processo di produzione fordista e del relativo assetto economico governato da un blocco monopolistico privato e di stato che unifica la grande impresa privata (relativamente debole), la grande impresa pubblica e la forte presenza di piccole e medie imprese.
Negli anni '80 viene attuato un tentativo di arginare la distruzione del processo di produzione fordista. Ciò caratterizza un ulteriore indebolimento della grande impresa privata, l'indebolimento e la decadenza di quella pubblica, il rafforzamento delle piccole e medie imprese operanti in settori dinamici.
Il blocco politico dominante, privato e di stato, entra in crisi profonda; la sua "politica economica" ne risulta indeterminata e confusa. Le linee dei diversi protagonisti si divaricano.
Dall'inizio della crisi '91 - '94 il processo di produzione fordista viene sottoposto ad una nuova distruzione e riorganizzazione (utilizzando le tecniche just in time - total quality che presumibilmente rappresentano una forma di transizione dal modello fordista, ormai irrimediabilmente in crisi, ad un possibile futuro modello "a matrice"). L'assetto strutturale è caratterizzato da rischi di disastro per la grande impresa privata, dalla fine dell'impresa pubblica, dalla tenuta e dal consolidamento delle piccole e medie imprese.
Il blocco monopolistico dominante è finito, dunque produce una "politica economica" di emergenza per gestire il passaggio ad un nuovo blocco dominante con una strategia di ricapitalizzazione-internazionalizzazione subordinata al capitale eurotedesco.
Questa strategia è caratterizzata dallo scontro per la privatizzazione delle grandi imprese pubbliche.

1.4 La guerra di ricapitalizzazione in Italia dal lato della distribuzione del reddito

Il reddito dei lavoratori dipendenti consiste nel loro monte retribuzioni, che è distinto in una forma di retribuzione diretta (la retribuzione netta), da una forma di retribuzione differita (le pensioni) e da una forma di retribuzione sociale (le forniture di beni e di servizi pubblici e sociali).
L'insieme dei lavoratori usa per vivere il monte retribuzioni nella sua forma reale, costituita dall'insieme delle tre forme di retribuzione precedentemente citate: salario diretto + salario differito + salario sociale = salario globale. Una quota di questo reddito reale viene trasferita al profitto e alla rendita per "aiutare" la ricapitalizzazione.
Dalla metà degli anni '70 si avvia una strategia finalizzata ad "aiutare" la ricapitalizzazione riducendo il salario relativo (la quota della ricchezza prodotta che va al lavoro dipendente) cioè riducendo gli occupati, aumentando l'intensità del lavoro e riducendone il costo.
Negli anni '80, oltre a proseguire con i precedenti sistemi di riduzione della retribuzione, viene accentuato l'attacco al salario diretto e si attua l'eliminazione della scala mobile. Anche il salario sociale incomincia ad essere ridotto e destrutturato.
Negli anni '90 a ciò si aggiunge la riduzione e la destrutturazione della retribuzione differita (l'attacco alle pensioni) e continua l'attacco al salario sociale (sanità, servizi erogati dagli enti locali, ecc.).

2. Il quadro politico

2.1 Il modello sociale costituzionale

La Costituzione sancisce il passaggio dallo stato liberal-corporativo fascista ad uno stato di democrazia sociale, condizionando a fini sociali il regime della proprietà e dell'impresa.
Ciò ispira le decisioni di economia pubblica e particolarmente dell'equilibrio del bilancio statale ai princìpi qualificanti della democrazia sociale, utilizzando la fiscalità generale (le entrate) a favore dei ceti deboli con norme (le spese) riguardanti da un lato lo sviluppo produttivo e occupazionale, dall'altro lo sviluppo sociale e civile.
Malgrado ciò i risultati sono inferiori (per la classe lavoratrice) a quanto realizzato dalle socialdemocrazie di altri paesi europei, perché in Italia il blocco sociale dominante che si esprime nel "regime democristiano" riesce a deformare il modello costituzionale piegandolo alle sue esigenze di stabilizzazione sociale (clientelismo, ecc.) in relazione alla specifica composizione delle classi (grande borghesia gracile e ceti medi ipertrofici) ed in funzione anticomunista.

2.2 Le lotte del movimento per la difesa e lo sviluppo del modello sociale costituzionale

Negli anni '69 - '76 le forze politiche e sindacali della classe lavoratrice cercano di completare il modello sociale della Costituzione fino all'affermazione dello stato sociale, nella "teoria" mediante la programmazione democratica dell'economia, nella "pratica" con la lotta per le riforme in materia di casa, sanità, ambiente, assistenza, previdenza, istruzione, cultura e formazione professionale, ricerca scientifica, trasporti, opere pubbliche, ecc.

2.3 Il logoramento del modello sociale costituzionale

Nel '77 Stammati, Pandolfi e il compromesso storico (politico e sindacale) iniziano la destrutturazione dei risultati che si era riusciti a conquistare a prezzo di lotte durissime.
La Finanziaria, come guida di tutta la politica legislativa, deroga il principio costituzionale del governo basato sulla democrazia sociale e lo sostituisce con il principio dell'economicità finanziaria della spesa pubblica ricavato dall'economia privata. Essa tende a garantire che l'iniziativa economica privata risponda solo al mercato.
Ogni anno, dal 1978 in poi, l'"economicità finanziaria" è il nuovo principio guida del "buon governo" della spesa pubblica e piega e comprime il modello sociale costituzionale.
Sul piano istituzionale ogni anno aumenta la subalternità del Parlamento alle "oggettive" linee di bilancio del Governo. Ogni anno la politica dello Stato appartiene sempre più al "regime dei mercati" che si impone ai soggetti istituzionali della manovra finanziaria (il Tesoro) ed della manovra monetaria e creditizia (la Banca d'Italia).
Sul piano materiale ogni anno le difficoltà di bilancio prodotte dalla crescita della spesa pubblica a favore delle imprese e della proprietà, vengono affrontate emanando leggi finanziarie che riducono i diritti sociali.

2.4 Crisi economica e instaurazione del "regime dei mercati" contro la socialità costituzionale

La crisi, la concorrenza internazionale e la guerra interna al capitale richiedono che ogni "risorsa inefficiente" sia "liberata" per essere impiegata nella ricapitalizzazione.
Le frazioni capitalistiche dominanti (industriali e finanziarie) e le istituzioni che governano l'economia (Tesoro, Banca d'Italia) sono costrette ad accelerare l'instaurazione del "regime dei mercati".
Da un lato procedono al riassetto capitalistico mediante le concentrazioni dei capitali privati (che nello scontro risultano più deboli) e le privatizzazioni dei capitali pubblici, dall'altro accentuano la redistribuzione del reddito a favore dell'impresa e della proprietà.

2.4.1 L'instaurazione del "regime dei mercati" secondo Amato e Ciampi

I governi Amato e Ciampi si assumono il compito di accelerare l'instaurazione del "regime dei mercati" per cercare di affrontare i problemi di ricapitalizzazione che affliggono i gruppi economici industriali e finanziari dominanti (vedi documento sulle privatizzazioni di Amato).

2.4.1.1 Le finanziarie '93 e '94 per la ricapitalizzazione

L'operazione redistributiva affidata alle finanziarie '93 e '94 si svela con alcune semplici cifre.
Nel 1993 con la manovra di 93.000 miliardi, di cui il 70% circa viene dal reddito da lavoro dipendente, per la maggior parte con la "riforma" delle pensioni (Amato '92), ed il resto colpendo il reddito delle piccole imprese con la minimum tax. Il Governo preveda di pagare una quota dei 182.100 miliardi di interessi passivi agli evasori fiscali, agli imprenditori e ai proprietari che gli avevano prestato rispettivamente le tasse evase e "risparmiate", i profitti "risparmiati", le rendite "risparmiate".
Nel 1994 con una manovra da 31.000 miliardi (di cui circa l'80% viene dal lavoro dipendente).

2.4.1.2 La seconda repubblica della "democrazia per i mercati"

All'inizio della crisi '91 - '94 il progetto di instaurazione del "regime dei mercati" prevede una graduale transizione della "democrazia per i mercati" dalla "prima" alla "seconda repubblica".
Il governo Amato, l'accordo del 31 luglio e l'affermazione della concertazione (come linea strategica anche per le Organizzazioni Sindacali), la minimum tax, il governo Ciampi, l'accordo del 23 luglio, il sistema elettorale maggioritario è quanto emerge da una scena politica e sociale orientata da una strategia economica che cerca di recuperare risorse anche dalla piccola e dalla media borghesia. Ma la gravità della crisi, le resistenze e gli scontri violenti con il capitale monopolistico di stato, il consistente rafforzamento congiunturale del piccolo e medio capitale (debolezza della lira) con la nascita e lo sviluppo della sua rappresentanza politica (prima la Lega, poi anche Forza Italia) deviano a destra la transizione.

2.4.2 L'instaurazione del "regime dei mercati" secondo Berlusconi

Il governo Berlusconi opera su 2 direttrici:
1) salvaguardare gli interessi della sua frazione, che si è alleata con il piccolo e medio capitale; consolidarsi per poi
2) accelerare l'instaurazione del "regime dei mercati" secondo le necessità delle frazioni capitalistiche dominanti (industriali e finanziarie).

2.4.2.1 La finanziaria '95 per la ricapitalizzazione

Nel 1995 la Finanziaria da 51.000 miliardi del governo Berlusconi ha la stessa logica di quella precedente (anche se cambia riguardo alla quota di manovra pagata con il reddito da lavoro dipendente).

2.4.2.2 La seconda repubblica della "democrazia per il buon governo"

Essa sintetizza il progetto istituzionale del governo delle destre (che assomiglia molto al contenuto strategico della P2 di Licio Gelli):
1) liberismo economico
2) nuovo blocco sociale
3) sconfitta delle sinistre
4) sistema elettorale integralmente maggioritario
5) modello istituzionale presidenziale
Ma questo progetto deve fare i conti con la lotta del popolo che vive di reddito da lavoro dipendente. Un movimento di milioni di persone spacca il nuovo blocco sociale che si stava instaurando.
L'alta borghesia ritiene che in una situazione dove l'economia italiana incomincia a manifestare segni di vitalità non sia auspicabile l'accentuazione del conflitto e la Lega di Bossi, una parte della rappresentanza politica della piccola e media, "sfiducia" il Governo.

2.4.3 L'instaurazione del "regime dei mercati" secondo Dini

Il compito di accelerare l'instaurazione del "regime dei mercati" passa al governo "tecnico" di Dini.
Lamberto Dini, il "tesoriere dello Stato", è il continuatore dell'azione governativa sui problemi di ricapitalizzazione che affliggono i grandi gruppi economici industriali e finanziari. Il suo comitato tecnico (delle banche e degli industriali) interviene sul fisco, sulle privatizzazioni, sulle pensioni affermando le "regole dei mercati".

2.4.3.1 La manovra correttiva per la ricapitalizzazione

Le Finanziarie definiscono gli obiettivi tattici annui per l'affermazione della strategia di "regime dei mercati". Lo scontro generale di interessi produce risultati diversi che vengono recuperati attraverso le cosiddette "manovre correttive".
Dopo lo scontro e l'accordo che sospende i tagli sulle pensioni, la finanziaria registra un costoso sbilanciamento dovuto al mancato successo in materia previdenziale. Esso è registrato dall'ipotesi Dini di aumentare le entrate per circa 12.000 miliardi (gennaio 1995), fatto questo che disturba la piccola e media borghesia.
Ma l'insuccesso e il disturbo vengono in gran parte recuperati attraverso l'uso delle imposte indirette che, come noto, scaricano il maggior peso fiscale sui redditi da lavoro dipendente. Restano comunque altri 4-5.000 miliardi di tagli sulla sanità e su qualche altra voce di spesa.

2.4.3.2 La seconda repubblica della "democrazia tecnica"

Un Dini politicamente a termine non può fare grandi progetti istituzionali. Ma egli può ed è molto probabile che voglia costruire le condizioni strutturali per marcare la seconda repubblica con la "democrazia tecnica", auspicata con forza, proprio in occasione del suo incarico a presidente del consiglio, dai grandi gruppi economici industriali e finanziari.

 

LEGGI FINANZIARIE PER IL "MERCATO"

LA PROGRAMMAZIONE "PRIVATISTICA" DELLA FINANZA PUBBLICA

Quando è nata

Fino al 1978 la politica di bilancio dello stato era fondata (più o meno adeguatamente) sul principio costituzionale della democrazia sociale. Le leggi 468 del 1978 (istituzione della legge finanziaria) e 362 del 1988 (aggiornamento della legge finanziaria) derogano tale principio e lo sostituscono con quello privatistico dell'economicità finanziaria della spesa pubblica. In questo quadro normativo gli istituti della democrazia perdono il potere di imporre limiti sociali all'iniziativa economica privata e la politica di bilancio, specialmente nella sua parte riguardante l'impiego sociale di risorse pubbliche, viene subordinata ed orientata alle necessità dei mercati.

Come è Organizzata

La programmazione della Finanza Pubblica si articola attraverso:

A).....La presentazione dei seguenti cinque documenti
1- "documento di programmazione economico-finanziaria" (entro il 15 maggio). Il DPEF definisce gli obiettivi di finanza pubblica e i relativi limiti di spesa
2- "bilancio pluriennale ed annuale a legislazione vigente" (ogni anno entro il 31 luglio)
3- "bilancio pluriennale programmatico" (entro il 30 settembre). Esso recepisce gli obiettivi/limiti di spesa del documento di programmazione tenendo conto del bilancio a legislazione vigente
4- "disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato" comunemente chiamate "legge finanziaria" (entro il 30 settembre). Tali disposizioni definiscono le norme per realizzare gli obiettivi/limiti di spesa recepiti dal bilancio programmatico
5- "misure di razionalizzazione della finanza pubblica" comunemente chiamate "collegato" o "legge di accompagnamento" alla finanziaria (entro il 30 settembre). Tali misure si incaricano dell'attuazione della finanziaria. Il governo inserisce nel collegato le leggi che intervengono nella formazione del bilancio. Ad esempio la controriforma delle pensioni è un collegato alla finanziaria 96.

B)..... l'approvazione delle disposizioni di finanziaria entro il 31 dicembre di ogni anno (in caso contrario si ricorre all'esercizio provvisorio).

Come viene realizzata

Le disposizioni di finanziaria, preparate dai primi tre documenti di bilancio, sono realizzate con le seguenti azioni governative:

a) Il governo fissa e quantifica nella legge finanziaria i limiti di spesa che, con il DPEF, aveva programmato di imporre al FABBISOGNO TENDENZIALE e formalizza le voci:

  1. SPESA PER INTERESSI (il "mercato", nelle persone di alcuni "privati cittadini", ha prestato capitale allo Stato comprandone i titoli; lo Stato deve pagarne gli interessi)

  2. AVANZO PRIMARIO (i documenti programmatici indicano il totale dell'entrata e della spesa; l'avanzo primario è la differenza tra l'entrata totale e la spesa totale al netto degli interessi sui titoli di Stato)

  3. La tabella evidenzia il Fabbisogno Tendenziale, la Spesa per Interessi, l'Avanzo Primario per gli anni 93,94,95

LEGGI FINANZIARIE

1993

1994

1995

a

FABBISOGNO TENDENZIALE

242,3

185,3

188,6

b

SPESA PER INTERESSI

182,1

172,2

176,2

c=c1-c2

AVANZO PRIMARIO

27,7

18,2

37,6

c1

Tot. Entrate

535,4

531,4

562,5

c2

Tot. Spese (al netto degli interessi)

507,7

513,2

524,9

La spesa massima secondo i limiti della legge finanziaria è il FABBISOGNO OBIETTIVO.

b) Il governo decide come finanziare il FABBISOGNO OBIETTIVO attraverso la manovra di finanza pubblica. Quest'ultima determina:
l'entità del ricorso al mercato finanziario
l'entità delle entrate e dei tagli di spesa ossia la MANOVRA DI BILANCIO

In concreto:
Il governo per pagare gli Interessi impiega tutto l'Avanzo Primario.
La quota di interessi che rimane scoperta diventa il Fabbisogno Obiettivo
 

La tabella evidenzia il Fabbisogno Obiettivo per gli anni 93,94,95

LEGGI FINANZIARIE

1993

1994

1995

a

FABBISOGNO TENDENZIALE

242,3

185,3

188,6

b

SPESA PER INTERESSI

182,1

172,2

176,2

c

AVANZO PRIMARIO

27,7

18,2

37,6

d=b-c

FABBISOGNO OBIETTIVO

154,4

154,0

138,6

c) Il governo per pagare il Fabbisogno Obiettivo, cioè gli Interessi rimasti scoperti, ricorre ai prestiti che cerca di ottenere dal "mercato" vendendo Titoli di Stato. Deve infine portare l'andamento tendenziale della spesa entro i limiti programmati recuperando una quantità di risorse pari alla differenza tra Fabbisogno Obiettivo e Fabbisogno Tendenziale.

Questa quantità costituisce la Manovra di Bilancio

La tabella evidenzia la Manovra di Bilancio per gli anni 93,94,95

LEGGI FINANZIARIE

1993

1994

1995

a

FABBISOGNO TENDENZIALE

242,3

185,3

188,6

b

SPESA PER INTERESSI

182,1

172,2

176,2

c

AVANZO PRIMARIO

27,7

18,2

37,6

d=b-c

FABBISOGNO OBIETTIVO

154,4

154,0

138,6

e

MANOVRA DI BILANCIO

87,9

31,3

50,0

d) Il governo per "razionalizzare la finanza pubblica", dopo aver utilizzato l'avanzo primario, i prestiti e il relativo indebitamento per pagare gli interessi, decide la manovra di bilancio che realizza con gli aumenti delle entrate e i tagli delle spese.

Se, in corso d'opera, mancano risorse il governo decide una manovra aggiuntiva.

In definitiva il governo, applicando le leggi per la "programmazione/razionalizzazione della finanza pubblica", effettua sempre e comunque il pagamento degli interessi sui prestiti, garantisce quindi una rendita ai proprietari di Titoli di Stato, al cosiddetto "mercato". Dunque è come se la Spesa per Interessi, ossia la corrispondente rendita, fosse diventata la variabile indipendente della Finanziaria. D'altra parte, lo vediamo nel capitolo seguente, tutto è fatto per favorire il "mercato".

LE FINANZIARIE 1993-94-95

Il collegamento tra la Spesa per Interessi e la Manovra di Bilancio costituisce il principale meccanismo che il governo usa per trasferire reddito dal salario al profitto e alla rendita.

CHI INCASSA LA SPESA PER INTERESSI

Come abbiamo visto le risorse dell'Avanzo Primario e i prestiti che finanziano il Fabbisogno Obiettivo coprono il pagamento degli interessi sui prestiti passati.

TRASFERIMENTO DI REDDITO DAI SALARI A PROFITTI E RENDITE

COPERTURA della della spesa
per interessi
(servizio del debito)

Effetti della COPERTURA 93-94-95 su

 

tutti i redditi

salari

profit/rend.

COMPOSIZIONE COPERTURA

1993

1994

1995

rid(-)

aum(+)

rid(-)

aum(+)

rid(-)

aum(+)

utilizzo avanzo primario
A

27,7

18,2

37,6

-

83,5

-

4,1

-

79,4

Utilizzo Avanzo Primario
B

154,4

154,0

138,6

-

447,0

-

22,4

-

424,6

TOT. Copertura interessi
C=A+B

182,1

172,2

176,2

-

530,5

-

26,5

-

504,0

N.B.: Tutti i valori della tabella sono espressi in migliaia di miliardi


I prestiti vengono concessi da "privati cittadini", ma in pratica i soli che possono prestare sono i padroni, con i loro profitti, i redditieri e gli evasori fiscali (fa eccezione un numero molto limitato di dipendenti con salari molto alti). Quindi questi soggetti "prestatori" allo Stato sono anche e necessariamente quelli che ricevono gli interessi sui prestiti. Nel triennio 93-94-95 hanno incamerato interessi per 504.000 miliardi.

MANOVRA DI BILANCIO E AUMENTO DELLE ENTRATE

Sappiamo che il governo con la Manovra di Bilancio vuole continuare a pagare gli interessi sui prestiti passati, vuole cioè ottenere i futuri avanzi primari indispensabili a ridurre il deficit.
 

TRASFERIMENTO DI REDDITO DAI SALARI A PROFITTI E RENDITE

COPERTURA della della
manovra di bilancio

Effetti della COPERTURA 93-94-95 su

 

tutti i redditi

salari

profit/rend.

COMPOSIZIONE COPERTURA

1993

1994

1995

rid(-)

aum(+)

rid(-)

aum(+)

rid(-)

aum(+)

Maggiori entrate

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IRPEF

8,3

-2,3

-

6,0

-

6,0

-

-

-

accert. redditi autonomi e impr.

7,0

0,8

-

7,8

-

-

-

7,8

-

imposte sulle società

13,5

1,5

2,3

17,3

-

-

-

17,3

-

contributi previdenziali e sanità

1,6

-

-

0,7

2,3

-

1,9

0,4

-

imposta sugli immobili

9,0

-1,0

-

8,0

-

3,0

-

5,0

-

IVA ed altre imposte indirette

5,1

6,6

-

11,7

-

7,0

-

4,7

-

Condono e patteggiamento

2,5

-

20,0

22,5

-

-

-

22,5

-

TOT. MAGGIORI ENTRATE
A

47,0

5,6

23,0

75,6

-

17,9

-

57,7

-

Minori spese

 

 

 

 

 

 

 

 

 

pubblico impiego

9,9

2,0

1,4

13,3

-

13,3

-

-

-

Sanità

4,4

4,0

6,2

14,6

-

12,2

-

2,4

-

Previdenza

11,5

2,2

12,2

25,9

-

21,8

-

4,1

-

Acquisti beni e servizi

6,1

4,5

-

10,6

-

5,3

-

5,3

-

Spese di capitali

8,9

12,9

7,2

29,0

-

14,5

-

14,5

-

TOT.
MINORI SPESE
B

40,8

25,6

27,0

93,4

-

67,1

-

26,3

-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

totale
copertura di manovra
C=A+B

87,8

31,2

50,0

169,0

-

85,0

-

84,0

-

N.B.: Tutti i valori della tabella sono espressi in migliaia di miliardi

Nel periodo 93-94-95 le manovre di bilancio hanno aumentato le entrate prelevando 17.900 miliardi dai salari e 57.700 miliardi dai profitti/rendite. Sembra che il governo abbia attaccato di più questi ultimi. In realtà i primi pagano la totalità delle tasse, i secondi le evadono in gran parte, tanto è vero che dei loro 57.700 miliardi di maggiori entrate 39.800 (22.500 per condoni + 17.300 per accertamenti) sono un parziale recupero di tasse evase.
 

MANOVRA DI BILANCIO E DIMINUZIONE DELLE SPESE

Nel periodo 93-94-95 le manovre di bilancio hanno ridotto le spese recuperando 67.100 miliardi dai salari e 26.300 miliardi dai profitti/rendite.
Qui il governo ha attaccato decisamente i salari.
I tagli alle spese colpiscono tutti, ma principalmente i lavoratori, i pensionati e, più in generale, gli strati più deboli della popolazione.
I tagli sul Pubblico impiego (13.300 miliardi) colpiscono il salario diretto dei pubblici dipendenti, per i quali nelle finanziarie è stabilito uno stipendio di fatto inferiore all'aumento del costo della vita dovuto all'inflazione.
I tagli al salario sociale consistono negli aumenti della sanità, delle tariffe dei trasporti, dell'energia (gas, elettricità), degli affitti, delle tasse scolastiche ecc., quando non addirittura nell'eliminazione della fornitura di questi servizi da parte del "pubblico" (lo Stato Sociale) ed il loro passaggio al "privato", che spesso si traduce in una chiusura totale degli stessi servizi.
Questi tagli colpiscono pesantemente (es. Sanità 12.200 miliardi) le famiglie dei lavoratori dipendenti mentre colpiscono poco (es. Sanità 2.400 miliardi) i "prestatori" allo stato, in quanto la loro condizione di vita dipende molto poco dai servizi forniti dallo Stato e comunque, rispetto alle loro entrate, queste spese non sono così grandi come per i lavoratori dipendenti e gli strati sociali ad essi collegati.
I tagli al salario previdenziale, cioè la diminuzione progressiva delle pensioni pubbliche ed il passaggio a quelle private, colpiscono pesantemente (21.800 miliardi) le famiglie dei lavoratori dipendenti mentre colpiscono molto marginalmente (4.100 miliardi) i "prestatori" allo Stato anzi, la privatizzazione della previdenza porta notevoli guadagni ad alcuni settori dei suddetti "prestatori".
Come si vede questi tagli non hanno grande importanza per i "prestatori di soldi" allo Stato.
D'altro canto, la privatizzazione dei servizi comporta che i "prestatori" allo Stato abbiano ulteriori guadagni, quindi quel poco che perdono con alcuni interventi della finanziaria viene più che compensato da quello che ricavano dalla stessa finanziaria nel suo insieme.
 

PAGAMENTO DEGLI INTERESSI E MANOVRA A FAVORE DI PROFITTI E RENDITE

Dunque la legge finanziaria serve a trasferire ricchezza dal salario, in tutti i suoi aspetti, alla rendita ed al capitale.
 

TRASFERIMENTO DI REDDITO DAI SALARI A PROFITTI E RENDITE 

COPERTURA della manovra di bilancio e della spesa
per interessi
(servizio del debito)

Effetti della COPERTURA 93-94-95 su

COMPOSIZIONE COPERTURA

tutti i redditi

salari

profit/rend.

COMPOSIZIONE COPERTURA

1993

1994

1995

rid(-)

aum(+)

rid(-)

aum(+)

rid(-)

aum(+)

TOTALE COPERTURA MANOVRA

87,8

31,2

50,0

169,0

-

85,0

-

84,0

-

TOTALE COPERTURA INTERESSI

182,1

172,2

176,2

-

530,5

-

26,5

-

504,0

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TAGLIO/PRELIEVO NETTO DAI SALARI

(85,0-26,5)
58,5

PASSAGGIO NETTO AI PROFITTI ED ALLE RENDITE

(504,0-84,0)
420,0

N.B.: Tutti i valori della tabella sono espressi in migliaia di miliardi

Alla fine del triennio le operazioni del governo sulle finanziarie hanno:

  1. incassato 169.000 miliardi e pagato 530.500 miliardi

  2. tagliato/prelevato dai salari 58.000 miliardi e passato a profitti e rendite 420.000 miliardi.

Ecco che i "prestatori" allo Stato, i padroni, i redditieri e gli evasori fiscali, hanno ottenuto più del doppio (420.000 miliardi) di tutto quanto ricavato dalla legge finanziaria (169.000 miliardi) pagando soltanto quel poco della manovra che li riguarda sui tagli alle spese sociali e su alcune tasse (condono, ecc.) nonché il nuovo prestito allo Stato (acquisto di quasi tutti i nuovi titoli). Hanno inoltre ricevuto ulteriori guadagni derivanti da privatizzazioni dei servizi pubblici e delle pensioni.
 

LE FINANZIARIE 1995 E 1996

Passiamo ora ad analizzare il trasferimento di reddito dai salari a profitti e rendite che il governo prevede di fare nel 96. Sarà interessante poi confrontarlo con quello che il governo ha realizzato nel 95.
 

GLI INTERESSI 1995 E 1996

Dai dati di Avanzo Primario, Fabbisogno Obiettivo e Manovra di Bilancio contenuti nella programmazione finanziaria per il 95 e il 96
 

LEGGI FINANZIARIE

1995

1996

a

FABBISOGNO TENDENZIALE

188,6

141,9

b

SPESA PER INTERESSI

176,2

189,4

c

AVANZO PRIMARIO

37,6

80,0

d=b-c

FABBISOGNO OBIETTIVO

138,6

109,4

e

MANOVRA DI BILANCIO

50,0

32,5

elaboriamo prima la tabella che mostra come il governo ha pagato gli interessi sui prestiti passati.

TRASFERIMENTO DI REDDITO DAI SALARI A PROFITTI E RENDITE NEL 95 E 96

COPERTURA della spesa per interessi
(servizio del debito)

Effetti della copertura interessi 95
su

Effetti della copertura interessi 96
su

 

salari

profit/rend.

salari

profit/rend.

COMPOSIZIONE COPERTURA

1995

1996

rid(-)

aum(+)

rid(-)

aum(+)

rid(-)

aum(+)

rid(-)

aum(+)

Utilizzo avanzo primario
A

37,6

80,0

-

1,4

-

36,2

-

4,0

-

76,0

Copertura fabb. obiett. con mercato
B

136,6

109,4

-

7,0

-

131,6

-

5,5

-

103,9

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TOTALE COPERTURA INTERESSI
C=A+B

176,2

189,4

-

8,4

-

167,8

-

9,5

-

179,9

N.B.: Tutti i valori della tabella sono espressi in migliaia di miliardi

I padroni, i redditieri e gli evasori fiscali nella loro veste di "prestatori" allo Stato hanno incamerato interessi per 167.800 miliardi nel 95 e per 179.900 miliardi nel 96.
 

LE MANOVRE DI BILANCIO 1995 E 1996

Possiamo quindi alla elaborazione la tabella che mostra come il governo riduce il Fabbisogno tendenziale tramite le risorse recuperate con la Manovra di Bilancio.
 

TRASFERIMENTO DI REDDITO DAI SALARI A PROFITTI E RENDITE NEL 95 E 96

COPERTURA della manovra di bilancio

Effetti man. Bilancio 95
su

Effetti man. Bilancio 96
su

 

salari

profit/rend.

salari

profit/rend.

COMPOSIZIONE COPERTURA

1995

1996

rid(-)

aum(+)

rid(-)

aum(+)

rid(-)

aum(+)

rid(-)

aum(+)

Maggiori entrate

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IRPEF

-

-

-

-

-

-

-

-

-

-

Accert. redditi autonomi ed impr.

-

5,00

-

-

-

-

-

-

5,00

-

Imposta sulle società

2,30

3,95

-

-

2,30

-

-

-

3,95

-

Contributi previdenziali e sanità

0,70

-

0,57

-

0,13

-

-

-

-

-

Imposta sugli immobili

-

0,65

-

-

-

-

0,25-

-

0,40

-

IVA ed altre imposte indirette

-

0,74

-

-

-

-

0,45

-

0,29

-

Condono e patteggiamento

20,0

-

-

-

20,00

-

-

-

-

-

Interventi da adottare

-

5,30

-

-

-

-

2,65

-

2,65

-

Varie

-

2,36

-

-

-

-

1,18

-

1,18

-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TOT. Maggiori entrate
A

23,00

18,00

0,57

-

22,43

-

4,53

-

13,47

-

Minori spese

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

pubblico impiego

1,40

0,50

1,40

-

-

-

0,50

-

-

-

Sanità

6,20

2,36

5,20

-

1,00

-

2,00

-

0,36

-

Previdenza

12,20

5,00

10,25

-

1,95

-

4,20

-

0,80

-

Acquisti beni e servizi

-

0,40

-

-

-

-

0,20

-

0,20

-

Spese di capitali

7,20

3,20

3,60

-

3,60

-

1,60

-

1,60

-

Trasferimenti

-

5,54

-

-

-

-

2,77

-

2,77

-

sostegno alle famiglie

-

-2,50

-

-

-

-

-

2,50

-

-

TOT.
MINORI SPESE
B

27,00

14,50

20,45

-

6,55

-

8,77

-

5,73

-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TOTALE COPERTURA MANOVRA
C=A+B

50,00

32,50

21,02

-

28,98

-

13,30
15,80

-

19,20

-

N.B.: Tutti i valori della tabella sono espressi in migliaia di miliardi

1995

Il governo scarica il peso delle maggiori entrate sui salari per 570 miliardi e su profitti e rendite per 22.430 miliardi. Voleva Berlusconi colpire i suoi amici industriali, redditieri e speculatori? Assolutamente no! Infatti, dei 22.400 miliardi, 22.300 corrispondenti ai capitoli imposte e condoni vengono pagati dai profitti e dalle rendite in cambio della cancellazione di oltre 100.000 miliardi di evasione fiscale.
Il governo scarica il peso delle minori spese sui salari per 20.450 miliardi e su profitti e rendite per 6.550 miliardi.
In pratica la manovra colpisce solo i lavoratori che pagano la loro quota di 21.020 miliardi senza nessuno sconto. Si può dire infatti che profitti e rendite hanno versato solo 6.680 (130 per maggiori entrate e 6.550 per minori spese) o addirittura non hanno versato nulla data l'enorme somma di evasione fiscale che è stata loro condonata.
 

1996

Il governo scarica il peso delle maggiori entrate sui salari per 4.530 miliardi e su profitti e rendite per 13.470 miliardi. Anche Dini non ha nessuna intenzione di colpire i suoi amici industriali, redditieri e speculatori. Infatti questi ultimi continuano ad incamerare l'evasione fiscale tranne che per i 5.000 miliardi di accertamenti e per i 3.950 miliardi di maggiori imposte sulle società.
Il governo scarica il peso delle minori spese sui salari per 8.770 miliardi e su profitti e rendite per 5.730 miliardi. In realtà la quota a carico dei dipendenti è di 11.270 miliardi poiché essi pagheranno i 2.500 di "sostegno alle famiglie" con il mancato recupero del drenaggio fiscale.
Anche nel 96 sono sempre e solo i lavoratori che pagano versando la loro quota di 15.800 miliardi (13.300 di manovra + 2.500 di mancato recupero del drenaggio fiscale). Infatti se il governo Dini, dal lato formale non replica Berlusconi con un altro condono che copra gli evasori anche nel 96, dal lato sostanziale ne legittima la pratica ammettendo la propria impotenza fiscale quando stabilisce l'obiettivo di 5.000 miliardi di accertamento e, di conseguenza, mette in chiaro che l'intervento contro l'evasione è e sarà inconsistente.
 

CON LA FINANZIARIA 96 ANCORA PIU' SOLDI AI PROFITTI E ALLE RENDITE

Nel 96 continua e si accentua l'azione di trasferimento di reddito dal salario alla rendita e al capitale.
 

TRASFERIMENTO DI REDDITO DAI SALARI A PROFITTI E RENDITE NEL 95 E 96

COPERTURA della spesa per interessi
(servizio del debito)

Effetti della copertura 95
su

Effetti della copertura 96
su

 

salari

profit/rend.

salari

profit/rend.

COMPOSIZIONE COPERTURA

1995

1996

rid(-)

aum(+)

rid(-)

aum(+)

rid(-)

aum(+)

rid(-)

aum(+)

tot. copertura manovra

50,006

32,50

21,02

-

28,98

-

13,30
15,80

-

19,20

-

tot. copertura interessi

176,2

189,4

-

8,40

-

167,80

-

9,50

-

179,9

 

1995

taglio/prelievo netto dei salari

(21,02-8,40)
12,60

 

passaggio netto a profitti e rendite

(167,80-28,98)
138,82

1996

taglio/prelievo netto dei salari

(15,80-9,50)
6,30

 

passaggio netto a profitti e rendite

(179,90-9,20)
160,70

 

N.B.: Tutti i valori della tabella sono espressi in migliaia di miliardi

Nel 95 le decisioni del governo Berlusconi sulla finanziaria hanno permesso al governo Dini di:

  1. incassare 50.000 miliardi e pagarne 176.200

  2. tagliare/prelevare dai salari 12.600 miliardi per passarne 138.820 a profitti e rendite

Nel 96 le proposte del governo Dini sulla finanziaria prevedono di:

  1. incassare 32.500 miliardi e pagarne 189.400

  2. tagliare/prelevare dai salari 6.300 miliardi passandone a profitti e rendite 160.700

Dini sembra proporre la manovra più moderata degli ultimi 4 anni. La sua entità corrisponde infatti al 3,1% del PIL 96 contro il 9,2% del 93, il 3,2% del 94, il 5,0% del 95.
Nel concreto dello scontro tra gli interessi contrapposti delle classi scopriamo fatti del tutto diversi. L'amore naturale di Dini per i "prestatori allo Stato" (per i padroni, i redditieri e gli evasori fiscali) è travolgente. Esso infatti varrà, nel 96, 160.700 miliardi, ben 21.880 in più dello stesso amore dichiarato da Berlusconi per il 95.
E anche l'odio viscerale di Dini per i salariati, che appare contenuto (esso dovrebbe valere un danno di 6.300 miliardi nel 96, la metà di quello Berlusconiano da 12.600 miliardi nel 95), è invece subdolamente violento.

Consideriamo in proposito i seguenti fatti:
Nel Bilancio 96 il governo ha stanziato 5.970 miliardi per i contratti del pubblico impiego.
Da gennaio l'Aran (la controparte dei dipendenti pubblici) e i sindacati dovranno accordarsi sulla sua migliore distribuzione. Una parte verrà destinata a coprire lo scarto tra inflazione reale e inflazione programmata per il biennio 94-95.

 

.....%.....

miliardi

Disponibilità di bilancio per il 1996 (1500 miliardi = 1%)

3,8

5.970

Recupero Scarto tra inflazione reale e programmata 94-95

3,5

5.250

Avanzo disponibilità

0,5

720

Incremento retributivo per inflazione programmata 96

3,5

5.250

Per il coprire l'inflazione al 96 mancano

3,0

4.530

La restante quota verrà utilizzata per coprire il costo degli aumenti per la nuova tornata di accordi relativa al primo anno del biennio 96-97. Ma come si vede mancano 4.530 miliardi (3%) che i dipendenti pubblici perderanno nel 1996.
Si produrrà inoltre un effetto aggiuntivo poichè la perdita retributiva pubblica comporterà una analoga diminuzione di recupero dell'inflazione anche per i dipendenti privati (calcolabile in circa 15.000 miliardi).
Dunque nel 96 i Salari perderanno

  • sulla manovra 6.900 miliardi

  • e sul mancato recupero dell'inflazione programmata 19.530 miliardi (4.530 per le retribuzioni pubbliche + 15.000 per quelle private).

Certo il governo avrebbe potuto recuperare risorse prevedendo una corrispondente maggiore entrata di 9.530 miliardi (5.000 + 4.530) derivanti da accertamenti su redditi autonomi e imprese. Ma in questo modo la sua manovra sarebbe stata pericolosa e compromettente per la contrattazione del recupero salariale nel comparto privato e sarebbe apparsa "disdicevolmente" troppo pesante (37.000 miliardi). Bisogna, d'altra parte, tener conto che questo governo dei tecnici, combinando la finanziaria, la politica dei redditi (accordo del 23 luglio) e il contenimento della manovra, ha nei fatti messo a punto un meccanismo di controllo/riduzione dei salari.
Infatti una volta che siano state stabilite le seguenti condizioni :

  • il fabbisogno obiettivo

  • la quota per il pagamento del debito

  • l'accordo (formale o tacito) che vieta ogni recupero salariale automatico dell'inflazione

  • uno stanziamento di bilancio per i contratti pubblici corrispondente ad una percentuale (un indice di rivalutazione) inferiore alla perdita di salario dovuta all'inflazione

la scelta governativa di contenere l'entità della manovra di bilancio si trasforma "automaticamente" in riduzione del saggio salariale.

PER CONCLUDERE

Amato, Ciampi, Berlusconi, Dini hanno proceduto secondo un'unica linea politica:

  • usare in modo appropriato la legislazione finanziaria.

E ció hanno fatto trasferendo reddito dai salari ai profitti e alle rendite,

  • distruggendo progressivamente il sistema Costituzionale dello "Stato Sociale" e

  • instaurando al suo posto il "regime/seconda repubblica" dei mercati.

 

LA DIFESA DEL SALARIO GLOBALE

1. Il monte retribuzioni

Il monte retribuzioni è uguale alla somma di tutti gli stipendi lordi e di tutti i contributi (previdenziali, assistenziali, sociali) che i datori di lavoro (privati e pubblici) pagano per ottenere l'insieme delle prestazioni dei lavoratori dipendenti.
I contributi versati dalle aziende non sono a carico dei datori di lavoro, ma sono invece retribuzione dei lavoratori (che non figura in busta paga) versata allo Stato per conto dei dipendenti.
Il monte retribuzioni può anche essere determinato sommando gli stipendi medi lordi ai contributi medi versati dai datori di lavoro e moltiplicando questa cifra per il numero di lavoratori.

1a formula di determinazione del monte retribuzioni

monte retribuzioni = (stipendi lordi complessivi + contributi complessivi)

2a formula di determinazione del monte retribuzioni

monte retribuzioni = (stipendi medi lordi + contributi medi) x numero lavoratori

La seconda formula fa capire che il monte retribuzioni migliora (e quindi migliorano le nostre condizioni di vita) quando è positiva la somma algebrica delle variazioni degli elementi contenuti nella formula stessa; peggiora se tale somma è negativa. Infatti, supposto che non varino né stipendi medi né contributi medi, ma si riduca il numero degli occupati, la somma delle variazioni è negativa con una diminuzione del monte retribuzioni, cioè della retribuzione complessiva.
Il monte retribuzioni in realtà è costituito da varie voci con specifiche funzioni: la prima è costituita dalla retribuzione diretta (cioè la retribuzione netta che riceviamo a fine mese), poi vi sono i contributi e, infine, l'IRPEF, diminuita dall'eventuale restituzione del drenaggio fiscale (fiscal drag). Da ciò se ne deduce che:

3a formula di determinazione del monte retribuzioni

monte retribuzioni nette = [stipendio medio lordo - (contributi + IRPEF - fiscal drag restituito)] x numero lavoratori

Il monte retribuzioni nette indica la quantità di beni di consumo acquistabili ai prezzi di mercato, ossia, il tenore di vita dell'insieme dei lavoratori. La diminuzione del monte retribuzioni nette dovuta al pesante calo occupazionale, di fatto, comporta una diminuzione della ricchezza globale dei lavoratori dipendenti e, di conseguenza, un peggioramento generalizzato del tenore di vita.

2. Il monte delle retribuzioni sociali

Le trattenute fiscali e sociali operate sui nostri stipendi ad ogni fine mese costituiscono il monte delle ritenute sociali per beni e servizi sociali che i dipendenti "comprano" pagandoli in anticipo (scuola, assistenza, trasporti, servizi sociali vari, ecc.) che lo Stato si è incaricato di realizzare al posto dei privati.
Il monte delle ritenute sociali si può esprimere con la seguente prima formula:

1a formula di determinazione del monte ritenute sociali

monte delle ritenute sociali per beni/servizi = (ritenuta media IRPEF + contributi sociali medi dei lavoratori - fiscal drag) x numero lavoratori

Il risultato di questa prima formula, però, indica solo l'importo che i lavoratori anticipano, ma non permette di determinarne l'effettiva quantità che dipende dalle decisioni di spesa dello Stato il quale può erogare beni e servizi sociali per un valore inferiore al monte delle ritenute sociali.
La formula invece dovrà contenere anche il cosiddetto avanzo sociale, ossia la differenza tra il valore del monte delle ritenute sociali e il valore dei beni e servizi sociali effettivamente goduti dai lavoratori. Quindi la seconda formula del monte delle retribuzioni sociali sarà:

2a formula di determinazione del monte ritenute sociali

monte delle ritenute sociali per beni/servizi (ritenuta media IRPEF + contributi sociali medi dei lavoratori - fiscal drag) x numero lavoratori - avanzo sociale

Il valore risultante indica la quantità dei beni e dei servizi sociali disponibili, ossia il tenore di consumo sociale dell'insieme dei lavoratori.
Si deve osservare che, mentre il consumo sociale dei beni e dei servizi è attuato da tutti i cittadini (e non solo quindi dai lavoratori dipendenti), non tutti contribuiscono in uguale misura a versare le tasse e le contribuzioni sociali. E' universalmente noto, ad esempio, che i lavoratori ed i pensionati versano circa l'80% dell'IRPEF totale e che la cosiddetta classe media italiana (composta per lo più da lavoratori autonomi, professionisti, imprenditori, commercianti, ecc.), pur rappresentando circa il 35% della popolazione, versa IRPEF solo per circa il 20%. Ciò significa che i lavoratori hanno sempre pagato, in ritenute, un valore superiore ai beni/servizi sociali effettivamente goduti e, quindi, che una parte delle loro retribuzioni sociali è stata usata dallo Stato a favore di altri redditi quali il capitale e la rendita.

3. Il monte delle retribuzioni differite (a ripartizione)

La terza quota dei nostri stipendi è quella destinata ai contributi previdenziali ed è divisa in 2 parti: una, ben visibile, trattenuta ogni fine mese dalla nostra busta paga; l'altra, versata direttamente dal datore di lavoro, è chiamata retribuzione differita a ripartizione, ossia monte dei contributi per pensioni che si può indicare con questa 1a formula

1a formula di determinazione del monte contributi per pensioni

monte dei contributi per pensioni = (ritenuta previdenziale media + contributi medi versati dai datori di lavoro) x numero dei lavoratori

Anche in questo caso la formula dà un valore che indica solo l'importo anticipato per ottenere le pensioni, ma non determina la loro quantità effettiva che dipende dalle norme (le Leggi pensionistiche) che ne regolano l'erogazione. Ciò comporta che lo Stato può dare pensioni per un valore inferiore al monte dei contributi previdenziali: quindi la formula non indica le condizioni pensionistiche effettive in quanto non contiene l'avanzo previdenziale cioè la differenza tra il valore dei contributi versati e il valore delle pensioni effettivamente godute. Quindi il reale monte delle retribuzioni per le pensioni sarà espresso da questa 2a formula:

2a formula di determinazione del monte contributi per pensioni

monte dei contributi per pensioni = (ritenuta previdenziale media + contributi medi versati dai datori di lavoro) x numero dei lavoratori - avanzo previdenziale

Se indichiamo con Kl l'aliquota di trattenuta applicata sugli stipendi dei lavoratori e con Kdl quella versata dai datori di lavoro, avremo una 3a formula:

3a formula di determinazione del monte contributi per pensioni

monte dei contributi per pensioni [stipendio medio lordo x (Kl + Kdl)] x numero dei lavoratori - avanzo previdenziale

Da ciò si può dedurre che:
- per il singolo lavoratore il versamento contributivo è una retribuzione differita nel tempo, ossia una retribuzione che riceverà in futuro sotto forma di pensione
- per l'insieme di tutti coloro che vivono del reddito da lavoro il versamento contributivo è la quota del monte retribuzioni ripartita a favore di chi è già in pensione: quindi la ritenuta previdenziale, insieme a quella pagata dal datore di lavoro, è retribuzione al pari dello stipendio di fine mese.
Dato che l'entrata del settore previdenziale è sempre stata maggiore dell'uscita (come dimostrano i bilanci dell'INPS e, se vi fosse un recupero anche parziale dei 40.000 miliardi di evasione, quell'entrata sarebbe enormemente maggiore) le retribuzioni differite a ripartizione non causano il deficit dello Stato ma, al contrario, sono state usate per ridurlo e, spesso, sono state impiegate a favore del capitale (ad esempio con la fiscalizzazione degli oneri sociali).
Infine, visto che il monte delle retribuzioni per le pensioni dipende sia dal numero dei lavoratori dipendenti occupati, sia dall'importo medio della retribuzione, appare evidente la necessità di una lotta coerente contro la disoccupazione e per l'aumento delle retribuzioni, così come è necessario regolamentare con rigore i trasferimenti che lo Stato fa, dai versamenti contributivi, al sostegno delle imprese.

4. Il reddito reale da lavoro dipendente

Da quanto abbiamo detto finora risulta che il valore del monte retribuzioni sarà la somma del monte retribuzioni dirette, del monte retribuzioni sociali e del monte retribuzioni differite a ripartizione.
Quindi la formula sarà la seguente:

formula di determinazione del monte retribuzioni

monte retribuzioni = monte retribuzioni dirette + monte retribuzioni sociali + monte retribuzioni differite

Dato che il valore del monte retribuzioni viene diminuito di un importo pari alle quote di avanzo previdenziale e sociale (vedi tabelle precedenti) il monte delle retribuzioni reali, o reddito reale, sarà determinato dalla seguente formula:

formula di determinazione del monte retribuzioni reali (reddito reale)

monte retribuzioni reali = (retribuzione media lorda + contributi medi versati dal datore di lavoro) x numero lavoratori - (avanzo previdenziale + avanzo sociale)

Da ciò se ne deduce che il reddito reale, utilizzato per vivere da oltre 30 milioni di persone, viene decurtato dell'importo che lo Stato distribuisce agli altri redditi (tra cui profitto e rendita). Quindi le pensioni ed i beni/servizi sono salario a tutti gli effetti e fanno parte del monte retribuzioni: vengono decurtati dalle quote attive (avanzo previdenziale e sociale) a favore dello Stato e, per suo tramite, a favore degli altri redditi, dei profitti e delle rendite. Quindi non possono in alcun modo essere causa del deficit pubblico.

5. Il peggioramento del reddito e, quindi, delle condizioni di vita

Soprattutto in questi ultimi anni, oltre all'avanzo previdenziale e a quello sociale, altre quote del monte retribuzioni sono state erose riducendo, di fatto, il nostro reddito reale.à

Il capitalismo ha reagito con:

- un massiccio processo di ristrutturazione produttiva e finanziaria
- le acquisizioni (concentrazioni e centralizzazioni)
- la vendita del capitale di Stato
- le riorganizzazioni produttive
- la ridistribuzione di ricchezza finanziaria privata e pubblica
- la ridistribuzione dei redditi da lavoro dipendente
 

La ridistribuzione del reddito operata a favore del profitto e della rendita (per permettere la ricapitalizzazione) e contro il reddito da lavoro è stata attuata tramite:

- la riduzione del numero dei lavoratori dipendenti
- l'aumento della produzione e della produttività
- la gestione delle eccedenze occupazionali tramite la mobilità, i prepensionamenti, la cassa integrazione, ecc.
- l'occupazione precaria (contratti a tempo determinato, part-time, di formazione lavoro, ecc.)
- la riduzione della retribuzione netta (con l'introduzione del salario d'ingresso, di formazione lavoro, ecc.), eliminando la scala mobile, aumentando le trattenute previdenziali, sociali e fiscali, bloccando la restituzione del fiscal drag
- la riduzione della retribuzione per beni e servizi sociali con la diminuzione della spesa sanitaria e della spesa scolastica, con gli aumenti tariffari, aumentando il costo dei servizi di pubblica utilità (trasporti, acqua, luce, gas, eliminazione rifiuti, ecc.), con la riduzione/eliminazione di servizi pubblici vari (culturali, ambientali, di prevenzione, ecc.)
- la riduzione della retribuzione da pensioni con la diminuzione della spesa previdenziale (pensioni dimezzate per chi ha una contribuzione inferiore a 20 anni, riduzione dei rendimenti, penalizzazione e tendenziale svuotamento delle pensioni di anzianità, innalzamento dell'età pensionabile, riducendo di quasi il 50% il numero dei percettori di pensioni sociali, ecc.)

6. Contrattare il reddito e, quindi, le condizioni di vita

L'insieme dei lavoratori (la classe) ha una sua propensione, più o meno cosciente, a raggiungere una soddisfacente qualità della vita corrispondente alle proprie necessità: ma questa propensione non è un fatto automatico. La possibilità di acquisire una determinata condizione di vita è subordinata e legata alla capacità di contrattazione del reddito reale in tutti gli elementi che lo compongono (monte delle retribuzioni nette, per beni/servizi, per le pensioni).
Quanto maggiore sarà la capacità rivendicativa e contrattuale, tanto migliori saranno le condizioni di vita.
L'organizzazione sindacale dei lavoratori, quindi, diventa elemento centrale in quanto l'azione sindacale confederale consiste proprio nel difendere e migliorare le condizioni di vita, traducendo i bisogni dei lavoratori in rivendicazioni e in adeguate contrattazioni di tutte le voci del salario globale.
Ma, purtroppo, la realtà è alquanto diversa.
Finito, negli anni ottanta, il ciclo del progetto sindacale di Stato sociale e di democrazia industriale, si è arrivati all'idea di scambio politico, cioè alla definizione della cosiddetta politica della concertazione. Questa, in teoria, dovrebbe garantire alle parti sociali una negoziazione delle politiche finanziarie (sia industriali che monetarie) e delle politiche dei redditi, negoziazione che dovrebbe produrre accordi con effetti macro economici capaci di regolare sia le azioni finanziarie private (mercati, speculazione, ecc.), sia quelle pubbliche (tassi di interesse). In pratica (e di fatto) la concertazione ha aiutato la ricapitalizzazione attraverso, ad esempio, l'accordo del 23 luglio 1993 (recupero salariale solo nominale, blocco della contrattazione integrativa, ecc.), ed ha ratificato il trasferimento di reddito dal lavoro dipendente alle imprese e alla proprietà.
Infatti, nel biennio '94-'95, la ricapitalizzazione ha incassato:

- circa 60-70.000 miliardi attraverso l'aumento dei prezzi che ha superato del 6% l'aumento programmato (TIF, tasso di inflazione programmata) e la riduzione degli stipendi erogati dovuti al calo occupazionale
- circa 20-25.000 miliardi con i tagli sulla scuola, sulla sanità, sull'assistenza
- circa 15-18.000 miliardi con il blocco delle pensioni di anzianità e con la controriforma del sistema previdenziale.
 

E' evidente che l'immane scontro di interessi finanziari-industriali e finanziari-monetari che sta alla base della ricapitalizzazione non può essere concertato: in questa fase occorrerebbe invece definire:

1) un piano di difesa del potere d'acquisto del salario diretto che ha subito una riduzione assoluta dovuta all'inflazione (il tasso di inflazione programmata per il '94-'95 era pari al 5.9%; l'inflazione reale registrata nei soli primi 8 mesi del 1995 è pari al 5.8%) e alla disoccupazione, e una riduzione relativa dovuto all'aumento di produttività interamente assorbito dal capitale e dalla rendita (nel '94 la produzione industriale è aumentata del 4.6%, l'utilizzo degli impianti ha registrato un +82%, mentre l'occupazione è calata dell'1.6%). E' quindi indispensabile un recupero, uguale per tutti, del salario perso con un aumento quantificabile in circa 130.000 lire, la definizione dell'aumento per il secondo biennio di circa 250.000 lire (basato sul tasso di inflazione programmata pari al 3.5% nel 1996 e al 3.0% nel 1997), verificandone l'eventuale differenza a fine '96, e introducendo, a partire dal 1997, un meccanismo automatico di protezione degli stipendi dall'inflazione

2) una linea vertenziale per i contratti aziendali e nazionali che affrontino le tematiche riguardanti i premi aziendali (superando la logica che li lega ai risultati delle aziende), lo sviluppo e la difesa della professionalità, l'organizzazione del lavoro, la riduzione dell'orario di lavoro, i regimi di orario (turni, straordinari, orari di fatto), le condizioni di salute e di sicurezza

3) un programma difensivo a medio termine con una piattaforma e una vertenza sociale generale su occupazione, salute, scuola, assistenza, fisco, ecc.

4) un piano di difesa immediata sulla retribuzione differita previdenziale con il ripristino delle pensioni sociali, un programma contro lo smantellamento della previdenza (contro la norma di salvaguardia introdotta nella Legge sulla riforma previdenziale che permetterà di tagliare le pensioni nelle prossime leggi Finanziarie) con una contrattazione annuale del salario differito previdenziale.
 

ORARIO DI LAVORO E PROCESSO DI VALORIZZAZIONE DEL CAPITALE

L'obiettivo della produzione capitalistica non è tanto la produzione di merci in quanto valori d'uso, capaci cioè di soddisfare i bisogni della società umana, quanto la valorizzazione del capitale anticipato e la produzione di plusvalore, cioè di profitto.
La produzione quindi è sostanzialmente produzione di plusvalore.
Il valore di una merce è definito dalla quantità di tempo di lavoro socialmente necessario alla sua produzione e riproduzione.
Anche la merce forza lavoro (acquistata dal capitale sul mercato del lavoro al pari di qualsiasi altra merce) viene inserita, utilizzata e consumata nel processo lavorativo.
Dal contratto che la forza lavoro stipula con il capitalista deve poter recuperare un valore che, come minimo, le permetta di poter vivere e riprodursi.
Quindi la giornata lavorativa, cioè il periodo entro il quale viene prodotta l'intera ricchezza, dovrà servire in parte a produrre la ricchezza necessaria per la riproduzione della forza lavoro (sotto forma di salario), mentre la restante parte, non pagata al lavoratore, servirà al capitalista che la incamera sotto forma di plusvalore, cioè di profitto.
Queste due grandezze costituenti l'intera giornata lavorativa vengono definite, la prima, tempo necessario alla riproduzione della forza lavoro, la seconda, tempo di plusvalore.

Se immaginassimo una giornata lavorativa di 8 ore, divisa in due quote uguali, avremmo che 4 ore sarebbero il tempo di lavoro necessario alla riproduzione della forza lavoro, e 4 ore il tempo di pluslavoro che andrebbe al capitalista.
La forza lavoro ha la peculiarità che il suo inserimento nel processo di produzione può avvenire per un tempo di lavoro superiore al suo valore, cioè al tempo di lavoro necessario alla sua produzione e riproduzione: in ciò sta l'arcano che permette al capitalista di poter estrarre dalla forza lavoro quote di pluslavoro, quindi di plusvalore.
Da ciò dovrebbe risultare chiaro che la riduzione della giornata lavorativa e la sua distribuzione determinano strettamente le condizioni di produzione di plusvalore.
 

1º - Orario di lavoro, valore della forza lavoro, produzione del plusvalore assoluto

Il valore della forza lavoro è uguale alla massa di beni necessari alla sua riproduzione, quindi al tempo di lavoro necessario alla riproduzione di quei beni: ma la durata di questo tempo di lavoro non dipende dalla produttività della fabbrica o del settore in cui la forza lavoro è impiegata. Infatti il valore delle merce forza lavoro dipende dalla produttività sociale del lavoro in un dato momento e, più in particolare, dalla produttività sociale del lavoro presente in quei settori che producono i beni necessari alla riproduzione della forza lavoro.
Quindi, data una certa produttività sociale del lavoro, la variazione della durata della giornata lavorativa non implica anche una variazione del valore della forza lavoro che rappresenta solo una quota dell'intera giornata lavorativa.
Infatti, nell'ipotesi di una diminuzione della giornata lavorativa da 8 a 7 ore, senza che vi siano cambiamenti di produttività sociale, la divisione in parti uguali (4+4 ore) che abbiamo visto prima, potrebbe trasformarsi in 4 ore per la riproduzione della forza lavoro ed in 3 ore di pluslavoro che andrebbero al capitalista.
Sarebbe paradossale che il sistema capitalistico potessesopportare una riduzione tale da penalizzare la generazione di plusvalore. Vi è da aggiungere che, storicamente, è accaduto che l'accorciamento della giornata lavorativa sia sempre stato preceduto da un aumento della produttività sociale, in modo che la riduzione d'orario ottenuta non penalizzasse il tempo di pluslavoro. Altrimenti la riduzione dell'orario sarebbe sopportabile per il capitalista solo se, contestualmente, si riducesse il tempo necessario alla forza lavoro, ad esempio, non pagandone una parte, come è nel caso dei contratti di solidarietà.
Se invece ipotizziamo un allungamento della giornata lavorativa senza che, anche in questo caso, vi siano aumenti di produttività sociale, quella divisione in parti uguali (4 + 4 ore) potrebbe diventare 4 + 5 a favore della produzione del pluslavoro.
Nel processo di autovalorizzazione per produrre plusvalore il capitale procede inizialmente al prolungamento della giornata lavorativa (produzione di plusvalore assoluto): ma, non appena i lavoratori si organizzano in difesa della propria forza lavoro, questo prolungamento si scontra con limiti relativamente rigidi per cui il capitale cerca di produrre una maggiore quantità di plusvalore nello stesso tempo di lavoro (plusvalore relativo).

Il capitale cerca di aumentare la produzione di plusvalore modificando le condizioni di produzione attraverso l'acquisizione di tecnologie che aumentino la produttività del lavoro in modo tale che, diminuendo il tempo di lavoro socialmente necessario alla riproduzione della forza lavoro (il valore della forza lavoro), si accresca il tempo di lavoro in cui il lavoratore lavora per altri, cioè per produrre plusvalore.
 

2º - La produzione del plusvalore relativo

Se, all'interno di una data giornata lavorativa, diminuisce il tempo di lavoro necessario alla riproduzione della forza lavoro, aumenta di conseguenza il tempo di pluslavoro.
In questo caso il salario monetario può anche non diminuire, ma il valore della forza lavoro diminuisce in relazione all'aumentata produttività generale del lavoro.
Per ottenere questo risultato deve ridursi il tempo di lavoro necessario alla produzione delle merci e, in particolare, aumentare la produttività di quei settori che producono i beni di consumo necessari alla riproduzione della forza lavoro. Infatti, riducendo il tempo di lavoro per la produzione e aumentando la produttività dei settori che producono i beni socialmente necessari alla forza lavoro (cibo, vestiario, istruzione, ecc.) di conseguenza diminuisce il valore della forza lavoro che corrisponde al valore di tutti i beni socialmente necessari che entrano nel suo consumo.
Quindi l'aumento della produzione di plusvalore relativo avverrà se le 8 ore potranno essere distribuite, ad esempio, tra le 3 necessarie alla forza lavoro e le 5 riservate alla produzione di pluslavoro: ma, per fare ciò, è indispensabile un aumento della produttività del lavoro tramite una rivoluzione nel modo di produrre e del processo lavorativo.
Una corretta impostazione della battaglia sugli orari di lavoro deve tenere presente questa osservazione: capire e studiare le condizioni di accumulazione ed i processi di trasformazione che la caratterizzano in un determinato momento.
Dovrebbe essere chiaro, da quel che si è detto finora, che la giornata lavorativa non è una grandezza costante, ma variabile e può variare entro limiti relativamente rigidi.
Vi è un limite minimo entro il quale la giornata lavorativa non può diminuire ed è rappresentato dal tempo necessario alla sua riproduzione: negli attuali rapporti di forza, infatti, la giornata lavorativa non può certo essere ridotta al solo tempo necessario alla produzione della forza lavoro stessa in quanto sparirebbe ogni quota di pluslavoro e quindi di plusvalore. L'obiettivo del capitalista rimane quello che la giornata lavorativa, oltre a permettere la riproduzione della forza lavoro, permetta anche l'estrazione della massima quota possibile di plusvalore. La riduzione dell'orario di lavoro, qualora raggiungesse i limiti corrispondenti al tempo necessario unicamente alla riproduzione della forza lavoro, determinerebbe il calo dell'interesse capitalistico all'investimento e all'attivazione di forze produttive.
Vi è poi un limite massimo determinato dal limite fisico della forza lavoro: infatti, durante le 24 ore di un giorno di vita, questa può dedicare al lavoro solo una parte della sua forza vitale perché deve riposare, mangiare e compiere quelle attività proprie della riproduzione. Oltre che con questi limiti il prolungamento della giornata lavorativa urta contro limiti morali, sociali, ecc. come ad esempio il tempo necessario all'istruzione, allo svago, ecc., bisogni che vanno soddisfatti e la cui grandezza è determinata dal grado di sviluppo sociale della società.
 

3º - La lotta per la determinazione della giornata lavorativa

La variazione della giornata lavorativa si muove, quindi, entro limiti fisici e sociali che, però, sono di natura elastica e permettono dunque un largo margine di azione.
La lotta per la determinazione della giornata lavorativa è stata, fin dall'inizio, lotta di concorrenza tra capitale e forza lavoro.
Il capitalista che compra la forza lavoro al suo valore non può pensare di acquistarla e consumarla nel processo lavorativo senza preoccuparsi di permettere anche la sua riproduzione, pena l'estinzione della razza dei venditori di forza lavoro. Quindi il capitalista compra la forza lavoro ad un valore che corrisponde a quanto è necessario alla forza lavoro stessa per riprodursi; ma, poiché egli possiede tutto il suo valore, cioè tutta la capacità lavorativa della forza lavoro, ha il diritto (proprio del compratore di merci) di far lavorare l'operaio o l'impiegato per sé durante tutto l'arco di un'intera giornata lavorativa.
Ma quanto è lunga, per il capitalista, una giornata lavorativa? Questa, per lui, tende a corrispondere alla grandezza necessaria ad assorbire dal consumo di forza lavoro il massimo di pluslavoro possibile.
La lotta per l'aumento del plusvalore assoluto ha quindi coinciso con la lotta fatta dal capitale per l'allungamento della giornata lavorativa fino ai limiti massimi di resistenza fisica della forza lavoro.
Se l'obiettivo del capitalista è quello di allungare progressivamente la giornata lavorativa, ossia la massima estrazione di plusvalore, dal canto suo la forza lavoro lotterà per la sua normale giornata lavorativa, cercando di salvaguardare le condizioni della sua riproduzione, comportandosi quindi come qualsiasi proprietario di una merce che vuole tutelarla in modo economico, evitando qualsiasi spreco di essa.
Quindi, da una parte, il capitalista difende il suo diritto di compratore cercando di rendere più lunga la giornata lavorativa; dall'altra il lavoratore sostiene il suo diritto di venditore cercando di limitare la durata della sua giornata lavorativa. Si ha quindi una situazione in cui si scontrano due diritti, ambedue legittimati dalla legge dello scambio tra le merci: tra eguali diritti, quindi, decide la forza.
La lotta per la regolazione della giornata lavorativa è quindi una lotta per i limiti di questa, lotta tra la classe dei capitalisti e la classe di chi vende la propria forza lavoro, lotta che si concretizza in lotta sindacale, in lotta per i contratti di lavoro.
Il contratto di lavoro, formalizzazione della lotta di concorrenza, è la dimostrazione del fatto che il lavoratore può disporre liberamente di sé stesso e della sua forza lavoro, è formalmente libero cioè di vendersi ed il contratto stabilisce i criteri di vendita della merce forza lavoro. Ma se questo contratto non garantisce più le condizioni di riproduzione della forza lavoro questa è costretta a vendersi non già per il tempo precedentemente stabilito ma per un tempo maggiore e sufficiente a garantirgli, salarialmente, le condizioni per la riproduzione: ciò avviene, ad esempio, se la forza lavoro percepisce un salario basso, come avviene nei periodi di crisi, o quando non vi è una adeguata politica rivendicativa sul salario. In presenza di queste condizioni il capitalista trova la possibilità di aumentare la produzione di plusvalore assoluto tramite l'allungamento della giornata lavorativa superando le resistenze della classe lavoratrice.
La lotta del capitalista per l'aumento della giornata lavorativa e del plusvalore assoluto è condotta anche tramite la creazione di condizioni generali di vita per cui la forza lavoro sia costretta, per riprodursi, a vendersi oltre il tempo di lavoro precedentemente praticato. Questo dimostra quanto sia indispensabile avere presente un preciso coordinamento tra linea rivendicativa sui salari, sugli orari e sulle condizioni sociali di vita, in quanto sarebbe utopico pensare che la contrattazione possa risultare vincente se non si opera contestualmente per salvaguardare le condizioni di tenuta sugli altri fronti. Non vi è lotta vincente sull'occupazione per una classe lavoratrice con un salario non sufficiente perché è ovvio che un lavoratore con poco salario, più che alla riduzione della sua giornata lavorativa, sarà propenso invece ad accettare i ricatti di chi gli fa subire una maggiore intensità del lavoro, un aumento del suo tempo di lavoro, un ricorso al lavoro straordinario. Non serve né urlare allo scandalo, né fare richiami moralistici alla solidarietà poiché ciò che serve è una linea efficace su tutti i fronti dell'interesse dei lavoratori.
 

4º - La lotta per la riduzione della giornata lavorativa e la tendenza alla caduta del saggio di profitto

Abbiamo già visto che vi sono limiti sociali e fisici all'allungamento della giornata lavorativa e all'accumulazione del plusvalore. Questi limiti hanno costretto il capitale ad aumentare il plusvalore tramite un aumento della forza produttiva del lavoro, tramite l'appropriazione di sempre nuova tecnica, arrivando quindi alla produzione del cosiddetto plusvalore relativo: ma la produzione di questo non elimina l'interesse capitalistico all'allungamento della giornata lavorativa.
La forza lavoro, nel processo produttivo, trasferisce nel prodotto finito il valore dei materiali utilizzati (ad esempio, le materie prime) ed una quota (l'usura) delle macchine (il capitale costante) e crea nuovo valore che si suddivide in valore della forza lavoro, V, (che torna alla forza lavoro sotto forma di salari) e plusvalore, PV, (che va al capitalista sotto forma di profitto).
La grandezza assoluta della somma di V + PV dipende dalla durata della giornata lavorativa in quanto, tanto più breve è questa, tanto più piccola sarà quella somma mentre, ferma restando la durata di una giornata lavorativa, il plusvalore PV cresce con il diminuire della grandezza di V, e viceversa.
Un diminuzione della giornata di lavoro (quindi del plusvalore assoluto) può essere recuperata con un aumento dell'intensità del lavoro, quindi con l'aumento del plusvalore relativo.
Ciò spiega perché storicamente ogni conquista che ha portato ad una diminuzione della giornata lavorativa sia stata contenuta nei limiti entro cui tale accorciamento veniva compensato da un incremento del plusvalore relativo. Quindi non avviene che prima si diminuisca la giornata lavorativa e poi il capitalista recuperi la riduzione del plusvalore assoluto con un corrispondente aumento di quello relativo, ma avviene, semmai, che si riesca a ridurre stabilmente la giornata lavorativa solo dopo un incremento del plusvalore relativo ottenuto con un aumento della produttività del lavoro.
La risposta del capitale alle lotte per la riduzione della giornata lavorativa avviene sia tramite l'aumento del capitale costante (macchine, attrezzature, ecc.), sia con un continuo incremento di produttività, ottenuto acquisendo nuove tecnologie: e ciò viene fatto anche per sostenere la concorrenza con gli altri capitalisti che introducono sempre nuove tecniche, sviluppo della forza produttiva e aumento dell'intensità del lavoro.

La tendenza ad aumentare il plusvalore relativo produce, come conseguenza, che la massa di lavoro vivo impiegato (cioè la forza lavoro utilizzata) diminuisca in proporzione alla massa di capitale costante (macchine e tecnologie) inserito nel processo produttivo: ma ciò fa sì che il plusvalore sia proporzionalmente sempre più decrescente rispetto al capitale complessivo anticipato, costituito dal valore di macchine e materie prime (capitale costante) e dal valore della forza lavoro (capitale variabile, salari).
Questa è la cosiddetta legge della caduta tendenziale del saggio di profitto insita nel processo di sviluppo capitalistico che cadenza i suoi cicli critici.
Quindi, la produzione di plusvalore relativo ha dei limiti interni al modo di produzione capitalistico e ciò determina anche dei limiti alla possibile lotta per la riduzione della giornata lavorativa.
In un situazione come quella attuale, caratterizzata da un lungo ciclo critico dell'accumulazione capitalistica, si deve considerare che la linea per la riduzione della giornata lavorativa si scontrerà duramente con le necessità del capitale di aumentare lo sfruttamento della forza lavoro finalizzata a recuperare la caduta del saggio di profitto.
Sarebbe assurdo, nello svolgere una strategia di riduzione dell'orario di lavoro, non considerare che, in una situazione di caduta del saggio di profitto, il capitale dispiegherà con estrema tenacia una strategia basata sullo sfruttamento del lavoro, sia per l'aumento del plusvalore assoluto (aumento della giornata lavorativa) sia per l'aumento del plusvalore relativo (aumento dell'intensità del lavoro, ecc.).
Ma, come afferma Marx in Salario prezzo e profitto: "Se tale è in questo sistema la tendenza delle cose, significa forse ciò che la classe operaia deve rinunciare alla sua resistenza contro gli attacchi del capitale e deve abbandonare i suoi sforzi per strappare dalle occasioni che le si presentano tutto ciò che può servire a migliorare temporaneamente la sua situazione? Se essa lo facesse, essa si ridurrebbe al livello di una massa amorfa di affamati e disperati... Se la classe operaia cedesse per viltà nel suo conflitto quotidiano con il capitale, si priverebbe essa stessa della capacità di intraprendere un qualsiasi movimento più grande."