LAVORATRICE MADRE


A. In genere    B. Astensione dal lavoro    C. Indennità di maternità    D. Riposi giornalieri    E. Licenziamento    F. Trasferimento


A. In genere

  1. E’ costituzionalmente illegittimo l’art. 1, 2° comma, L. 30/12/71, n. 1204 (Tutela delle lavoratrici madri), nella parte in cui non prevede l’applicabilità alle lavoratrici a domicilio dell’art. 5 della medesima legge (Corte Cost. 26/7/00, n. 360, pres. Mirabelli, in Lavoro giur. 2000, pag.1027, con nota di Mannaccio, Tutela della maternità e lavoratrici a domicilio)

B. Astensione dal lavoro

  1. E’ illegittimo l’art. 4, 1° comma, lett. c) della L. 30/12/71 n. 1204 in riferimento agli artt. 3, 29, 30, 31e 37 Cost. nella parte in cui non prevede, nell’ipotesi di parto prematuro, una decorrenza dei termini del periodo di astensione obbligatoria diversa da quella del parto effettivo e idonea ad assicurare un’adeguata tutela della madre e del bambino (Corte Cost. 30/6/99 n. 270, pres. Vassalli, rel. Santosuosso, in D&L 1999, 787, n. Paganuzzi e in Dir. Lav. 2000, pag. 269, con nota di Palomba , Astensione obbligatoria in caso di parto prematuro)
  2. Qualora il datore di lavoro e la dipendente concordino la trasformazione del rapporto di lavoro da tempo parziale a tempo pieno e tale trasformazione si trovi ad avere effetto, a seguito dell’intervenuta gravidanza della lavoratrice, all’inizio o nel corso del periodo di aspettativa, l’indennità di maternità deve essere commisurata, dalla data della prevista trasformazione, al rapporto di lavoro a tempo pieno, in analogia con quanto avviene per il lavoro part time verticale; così interpretato l’art. 16, 1° comma, L. 1204/71, che stabilisce i criteri di determinazione dell’indennità di maternità, non contrasta con gli artt. 3, 31 e 37 Cost. e la relativa eccezione di incostituzionalità deve essere dichiarata infondata Corte Cost. 30/6/99 n. 271, pres. Granata, rel. Santosuosso (in D&L 1999, 787, n. Paganuzzi)
  3. Sono costituzionalmente illegittimi, in relazione agli artt. 3 e 37 Cost, gli artt. 7 c. 1 e 16 c. 1 L. 223/91, nella parte in cui non prevedono che i periodi di astensione dal lavoro della lavoratrice per gravidanza e puerperio siano computabili al fine del raggiungimento del limite minimo di sei mesi di lavoro effettivamente prestato per poter beneficiare dell'indennità di mobilità (Corte cost. 6/9/95 n. 423, pres. Baldassarre, rel. Granata, in D&L 1996, 66)
  4. Il diritto del padre lavoratore di assentarsi dal lavoro per astensione facoltativa ex art. 7, L.9/12/77 n. 903 può essere esercitato solo in via sussidiaria, in alternativa alla madre, in tutti quei casi nei quali quest’ultima si trovi nell’accertata impossibilità, derivante da malattia o da altre legittime cause impeditive, di assistere il bambino; ciò perché alla madre, in tale incombenza, compete un ruolo "primario", mentre quello del padre è "derivato" o sussidiario. (Nel caso di specie il Pretore ha negato che al padre spettasse il diritto all’astensione facoltativa ex art. 7, L.9/12/77 n. 903 contemporaneamente alla fruizione da parte della madre di un periodo di ferie) (Pret. Parma 19/5/98, est. Ferraù, in D&L 1998, 999, nota Pavone)
  5. Ove il parto avvenga con largo anticipo rispetto alla data presuntivamente fissata all’inizio della gravidanza, il momento di decorrenza del termine dei tre mesi di astensione obbligatoria di cui all’art. 4, 1° comma, lett. c) della legge 30/12/71, n. 1204   va individuato nel giorno successivo a quello originariamente previsto, a prescindere dal giorno in cui la nascita si sia effettivamente verificata e da quello in cui il neonato abbia effettivamente fatto ingresso in famiglia (Trib. Ravenna 13/10/99, est. Vignati, in Dir. Lav. 2000, pag. 269, con nota di Palomba ,Astensione obbligatoria in caso di parto prematuro)
  6. In caso di parto prematuro, il periodo di astensione pre-parto non goduto si somma a quello da godere dopo il parto: l’intero periodo di astensione obbligatoria di cui all’art. 4, 1° comma, lett. a) della legge 30/12/71, n. 1204, si somma a quello di cui alla lett. c) della medesima disposizione (Trib. Campobasso 1/2/00, est. De Cesare, in Dir. Lav. 2000, pag. 269, con nota di Palomba, Astensione obbligatoria in caso di parto prematuro)

C. Indennità di maternità

  1. Non è manifestamente infondata, in riferimento agli artt. 3, 31 e 37 Cost. la questione di legittimità costituzionale dell’art. 16, 1° comma, della L. 30/12/71 n. 1204 nella parte in cui non prevede che, nell’ipotesi di trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale, l’indennità di maternità per l’astensione obbligatoria iniziata dopo la trasformazione, debba essere determinata con riferimento alla retribuzione che sarebbe spettata in relazione al regime a tempo pieno (Cass. 18/3/97 n. 639, pres. Nuovo, est. Mattone, in D&L 1998, 139, n. PAGANUZZI, Indennità di maternità e lavoro part-time)
  2. Nel caso di rapporto di lavoro a tempo parziale verticale, l’erogazione dell’indennità di maternità non può essere sospesa nei periodi coincidenti con quelli in cui il rapporto avrebbe dovuto restare sospeso a norma di contratto; infatti se tale indennità viene riconosciuta dalla legge anche qualora l’effetto sospensivo o interruttivo del rapporto si verifichi prima del giorno di inizio dell’astensione obbligatoria – purché questa intervenga entro i due mesi successivi –, a maggior ragione la medesima indennità spetta nel caso in cui l’evento sospensivo o interruttivo sia venuto in essere dopo che il diritto è già maturato (Pret. Milano 10/2/97, est. Atanasio, in D&L 1998, 139, n. PAGANUZZI, Indennità di maternità e lavoro part-time)
  3. Spetta alla lavoratrice madre, apprendista disoccupata, l’indennità di maternità ancorché siano decorsi, al momento dell’inizio dell’astensione obbligatoria, più di sessanta giorni dalla risoluzione del rapporto e quantunque la lavoratrice apprendista sia esclusa dall’assicurazione contro la disoccupazione (Pret. Verona 9/11/95, est. Di Silvestro, in D&L 1997, 327)

D. Riposi giornalieri

  1. Qualora l’orario di lavoro non sia inferiore, ma sia uguale o maggiore a sei ore, competono alla lavoratrice madre, ai sensi dell’art. 10 L. 20/12/71 n. 1204, due periodi di riposo giornaliero di un’ora ciascuno (Trib. Campobasso 2/2/99, pres. Sabusco, est. Varone, in D&L 1999, 360)
  2. In ipotesi di parto plurigemellare competono alla lavoratrice madre i periodi di riposo giornaliero previsti con riferimento a ciascun figlio. (Nella fattispecie, trattandosi di orario di lavoro giornaliero uguale a sei ore, il Tribunale ha ritenuto il diritto della madre, che aveva partorito tre gemelli, di usufruire di sei ore di riposo giornaliero) (Trib. Campobasso 2/2/99, pres. Sabusco, est. Varone, in D&L 1999, 360)
  3. Sussiste il diritto della madre che ha partorito due gemelli, di usufruire di un numero doppio di ore dei riposi giornalieri, una volta terminato il periodo di astensione obbligatoria (Pret. Venezia 15/9/98 (ord.), in D&L 1998, 965, nota Aragiusto, Parto gemellare e moltiplicazione delle ore di riposo giornaliero)
  4. In ipotesi di parto plurigemellare competono alla lavoratrice madre i periodi di riposo giornaliero previsti dall’art. 10 L. 30/12/71 n. 1204 con l’incremento di un’ora per ogni figlio nato dallo stesso parto (Trib. Vercelli 23/7/99 (ord.), est. Alzetta, in D&L 1999, 859)
  5. Sussiste la legittimazione passiva anche dell’Inps in ipotesi di ricorso ex art. 700 c.p.c. promosso dalla lavoratrice madre per ottenere dal datore di lavoro l’autorizzazione alla fruizione dei riposi retribuiti previsti dall’art. 10 L. 30/12/71 n. 1204 (Trib. Vercelli 23/7/99 (ord.), est. Alzetta, in D&L 1999, 859)

E. Licenziamento

  1. E' costituzionalmente illegittimo, per contrasto con l'art. 3 Cost., l'art. 2 c. 3 L. 1204/71, nella parte in cui non prevede l'inapplicabilità del divieto di licenziamento nel caso di recesso per esito negativo della prova (Corte cost. 31/5/96, pres. Ferri, rel. Mengoni, in D&L 1996, 919, con nota di ROMEO)
  2. La deroga al divieto di licenziamento della lavoratrice madre di cui all'art. 2 c. 3 lettera b) L. 1204/71 va intesa in senso restrittivo, con riferimento ai soli casi di cessazione totale dell'attività dell'azienda, con esclusione quindi dell'ipotesi di soppressione di un reparto o ufficio, anche se dotato di autonomia funzionale (Pret. Monza, sez. Desio, 8/11/94, est. Milone, in D&L 1995, 415)
  3. Il divieto di licenziamento della lavoratrice madre opera in connessione con lo stato oggettivo di gravidanza, a nulla rilevando la conoscenza o meno dello stato di gravidanza da parte del datore di lavoro al momento del licenziamento, mentre va interpretata in senso restrittivo, con riferimento ai soli casi di cessazione totale dell’attività, la deroga di cui all’art. 2, L.30/12/71 n.1204, che non può essere riconosciuta in ipotesi di chiusura della sola unità produttiva alla quale la lavoratrice era addetta (Pret. Milano 23/12/96, est. di Ruocco, in D&L 1997, 646)
  4. La nozione di colpa grave, di cui alla lettera a) del comma 3 dell'art. 2 L. 1204/71, è specifica rispetto a quella generale presupposta dall'art. 2119 c.c., per cui per la configurazione della deroga al divieto di licenziamento della lavoratrice madre è necessaria la sussistenza di una riprovevolezza intrinseca, di una colpa morale, di una gravità oggettiva del comportamento della lavoratrice che serva a superare la considerazione in cui vanno tenute le condizioni psico – fisiche della gestante (o della puerpera), la quale si trova a vivere una rivoluzione dei ritmi biologici e psichici con ineliminabili effetti anche nell'immediata vita di relazione, compresa l'attività lavorativa (nella specie sono stati ritenuti non costituire giusta causa di licenziamento l'effettuazione di sette ritardi nell'inizio dell'attività lavorativa e la timbratura tempestiva del cartellino orario da parte del convivente, anch'egli dipendente del medesimo datore di lavoro) (Pret. Pistoia 12/12/94, est. Amato, in D&L 1995, 412)
  5. Il licenziamento intimato alla lavoratrice entro l'anno dalla celebrazione del matrimonio è nullo e non semplicemente inefficace e da tanto consegue il diritto della lavoratrice, oltre a un risarcimento del danno pari a tutte le retribuzioni dalla data del licenziamento sino alla ripresa del rapporto, alla reintegra nel posto di lavoro precedentemente occupato (Trib. Catania 23/11/94, pres. Pagano, est. Nigro, in D&L 1995, 433)
  6. Il licenziamento che trova la sua reale motivazione nello stato di maternità della lavoratrice dev’essere dichiarato nullo perché discriminatorio. Le conseguenze sono quelle di cui all’art. 18 SL alla luce del disposto di cui all’art. 3 L. 11/5/90 n. 108 che richiama l’art. 15 SL, dovendosi ricomprendere nelle discriminazioni per ragioni di sesso a fortiori quelle a causa della maternità (Pret. Milano 19/9/97, est. Atanasio, in D&L 1998, 193)
  7. Il licenziamento intimato da un’impresa con meno di 15 dipendenti nei confronti di una lavoratrice madre, in violazione della L. 30/12/71 n. 1204 (così come modificata dalla Corte Cost. con sent. n. 61 dell’8/2/91), è affetto da nullità, con conseguente carenza di effetti risolutori del recesso e continuazione del rapporto di lavoro, che è da considerare come giuridicamente esistente fino a quando non si verifichi una legittima causa di risoluzione. Non potendosi considerare interrotto il rapporto di lavoro, spetta il risarcimento dei danni, ai sensi dell’art. 1223 c.c., in misura pari alle retribuzioni non corrisposte (Pret. Vallo della Lucania, sez. Agropoli, 5/2/98, est. De Luca, in D&L 1998, 474)
  8. Durante il periodo di gravidanza delle lavoratrici addette ai servizi domestici non si applica il divieto di licenziamento stabilito dall’art. 1 della L. 30/12/71 n. 1204, ma ai sensi dell’art. 2110 c.c., il giudice determina equitativamente il periodo all’interno del quale è sottratto al datore di lavoro il potere di recesso, pena la nullità del relativo atto di esercizio (Trib. Roma 2/12/98 (ord.), pres. ed est. Cecere, in D&L 1999, 408)
  9. E' illegittimo il licenziamento di una lavoratrice madre intimato , prima del compimento di un anno di età del bambino, da una società di gestione di servizi mensa per la cessazione di uno degli appalti di cui è titolare e a cui era addetta la lavoratrice, se non prova l'autonomia organizzativa o funzionale del servizio cessato rispetto agli altri da essa gestiti e la inutilizzabilità della lavoratrice licenziata in altra occupazione all'interno dell'impresa (Cass. 8/9/99, n. 9551, in Riv. It. Dir. Lav. 2000, pag. 517, con nota di Marra, Sul licenziamento della lavoratrice madre per cessazione di attività (ma non dell'azienda) )

F. Trasferimento

  1. La lavoratrice madre può legittimamente opporsi a un trasferimento disposto per la soppressione della posizione lavorativa avvenuta nel periodo di astensione dal lavoro per maternità; non è, quindi, legittima la reazione del datore di lavoro che proceda a licenziamento con la motivazione dell’inutilizzabilità della lavoratrice presso la sede originaria a seguito del disposto trasferimento, con conseguente reintegrazione nel posto precedentemente occupato (Pret. Milano 7/11/96, est. Peragallo, in D&L 1997, 325, nota Pirelli, In tema di trasferimento della lavoratrice madre)
  2. In caso di mutamento della zona di lavoro affidata alla lavoratrice madre, il carattere discriminatorio della decisione del datore di lavoro può desumersi dalla coincidenza temporale del mutamento di zona con l'assenza per maternità della lavoratrice e dal conseguente peggioramento delle condizioni lavorative tale da impedire alla lavoratrice l'adempimento dei suoi doveri di madre (Pret. Milano 24/6/95, est. Frattin, in D&L 1995, 970)