25 Maggio 2000 Assemblea generale della Confindustria
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Signore, autorità, cari colleghi e amici, intendo dare inizio al mio mandato chiedendovi di essere partecipi di una grande speranza che vorrei condividere con voi, con tutte le componenti attive della società italiana, con i giovani che aspettano risposte per il loro futuro. La speranza di diventare finalmente un Paese che sa valorizzare le sue enormi potenzialità, le sue straordinarie risorse umane, la sua capacità di lavoro, il suo ricco, ineguagliabile patrimonio di imprenditorialità. La speranza di aprire una nuova stagione che consenta allItalia di riprendere velocità sulla via dello sviluppo. Che metta le nostre imprese in condizione di competere da protagoniste sui mercati di tutto il mondo. Che offra ai nostri giovani prospettive affidabili di lavoro, di crescita, di benessere individuale e collettivo. I o so, noi imprenditori sappiamo, tutto il Paese deve sapere che questa non è solo una speranza. E una preziosa opportunità che abbiamo a portata di mano e che dobbiamo riuscire a cogliere nei tempi stretti che ci impone il calendario della congiuntura internazionale.UNOPPORTUNITA DA COGLIERE Siamo in un momento particolarmente favorevole. Leconomia americana continua a marciare a ritmi sostenuti. Le crisi dellEst asiatico e dellAmerica Latina sono state più brevi e meno gravi di quanto si temesse: e oggi quelle economie registrano una vivace ripresa. Anche lEuropa sta accelerando il passo. Ovunque la forza innovativa delle tecnologie digitali, limpatto della "new economy" sta rimescolando tutte le carte, tutti gli assetti del mercato mondiale. Si aprono spazi e orizzonti inimmaginabili solo pochi anni fa. Il contesto macroeconomico internazionale è dunque molto incoraggiante. E anche la nostra economia presenta aspetti positivi. LItalia sembra avere agganciato questo nuovo ciclo espansivo. Ma tutto dipende dalla nostra capacità di renderci conto, di convincerci veramente che non cè più tempo da perdere nellaffrontare i problemi di sistema che da anni, ormai decenni, rendono sempre precaria la situazione italiana. Di fronte alle opportunità di questo momento, possiamo scegliere tra due comportamenti. O ci accontentiamo dei piccoli miglioramenti che ci regala landamento della congiuntura e ci illudiamo che tutti i nostri problemi siano ormai risolti, che le cose fatte siano sufficienti e non sia più necessario fare altro. Oppure ci decidiamo a fare quelle riforme strutturali che sono le sole in grado di trasformare una ripresa ciclica in un percorso di sviluppo solido e duraturo. E ci decidiamo a farlo subito, adesso, nella consapevolezza che queste riforme possono e debbono essere fatte proprio nei momenti favorevoli del ciclo, che peraltro non durano in eterno. Non dobbiamo ripetere lerrore già commesso altre volte, per esempio nella seconda metà degli anni 80, quando ci lasciammo sfuggire loccasione che anche allora si era presentata. Anche allora il quadro internazionale e interno offriva molte opportunità. Prevalse però lillusione che bastasse farsi trascinare dai fattori congiunturali senza intervenire sui nodi che comunque rendevano fragile e poco competitiva leconomia italiana. E mentre noi, in quegli anni, stavamo a misurare in centimetri la distanza con la Gran Bretagna, le altre grandi democrazie industriali, tra cui proprio la Gran Bretagna, iniziavano le profonde riforme che hanno consentito loro di crescere molto più di noi, economicamente e socialmente. Abbiamo poi pagato quella illusione con la crisi finanziaria scoppiata nel 92, con la conseguente necessità di fare ricorso a dure politiche di aggiustamento che hanno marginalizzato le imprese italiane, con lulteriore accumulo di ritardi strutturali. E stiamo ancora pagando tutto questo con bassa competitività, poca crescita, alta disoccupazione. Quindici anni dopo non possiamo permetterci di ripercorrere la stessa strada. Se anche oggi si continua a dire che tutto ciò che era da fare è già stato fatto, e si scatena la gara per presentare i conti allincasso, allora anche questoccasione andrà perduta e possiamo facilmente prevedere dove si andrà a finire. Senza decisioni serie e tempestive, questo momento pur così favorevole rischia di trasformarsi in un intervallo tra due crisi. La prima è quella che abbiamo dovuto affrontare allinizio degli anni 90 e che ha bloccato leconomia italiana per tutto il decennio fino ad oggi. La prossima è quella verso la quale andremo ineluttabilmente se lasciamo le cose come stanno. Oggi sta passando di nuovo, su un binario più lontano, a un ritmo più veloce, con un predellino più stretto, quel treno che perdemmo quindici anni fa. E questa volta dobbiamo essere capaci di fare uno scatto per saltare su quel treno. E dobbiamo farlo tutti. Siamo ben consapevoli delle difficoltà. Una società attraversata da frammentazioni, corporativismi, crescenti disuguaglianze. Un assetto istituzionale obsoleto. Un quadro politico instabile. Un sistema produttivo con troppe contraddizioni. Un mondo del lavoro con troppe rigidità. Siamo anche consapevoli che in questa fase lagenda dei partiti è oggi più affollata di preoccupazioni elettorali che non di progetti di riforma. Ma noi imprenditori, che ci battiamo ogni giorno sulle frontiere della competizione internazionale, sappiamo che non cè tempo da perdere. Troppe riforme, avviate nel corso degli anni novanta, sono rimaste incompiute. Troppe riforme sono ancora da avviare. Certo, passi avanti ne abbiamo fatti. Abbiamo abbattuto linflazione. Abbiamo ridotto il disavanzo pubblico. Siamo entrati nelleuro. Abbiamo imboccato la strada delle privatizzazioni. Abbiamo cominciato a modernizzare il sistema bancario e il mercato dei capitali. Tutto questo è positivo. Sta di fatto però che ciò che abbiamo realizzato è comunque meno di quanto sono riusciti a realizzare gli altri. E così continuiamo a perdere competitività, continuiamo a crescere meno degli altri. A questo non vogliamo e non possiamo rassegnarci. Non vogliamo e non possiamo rassegnarci ad essere il Paese europeo che nelle classifiche delle democrazie industriali figura agli ultimi posti su quasi tutti gli indicatori economici e sociali: infrastrutture, ricerca scientifica, innovazione, occupazione, formazione, equilibri territoriali, qualità delle leggi, rendimento della pubblica amministrazione, tempi della giustizia. E poiché non vogliamo rassegnarci, intendiamo dare il nostro contributo di idee e di azioni concrete alla soluzione della crisi italiana. Lo faremo, come sempre, a viso aperto, nel più rigoroso rispetto dei ruoli istituzionali e delle opinioni altrui. Come Confindustria e come sistema delle imprese, sapremo assumerci le nostre responsabilità e fare la nostra parte senza pensare di avere la ricetta per risolvere tutti i problemi, senza pretendere di avere sempre ragione e anzi, se del caso, pronti a fare autocritica. Ma pretenderemo che si dia ascolto alle ragioni delle imprese, così come avviene in tutte le grandi democrazie. Confindustria è rigorosamente apartitica: e tale voglio che rimanga. Solo così essa può rappresentare gli interessi reali delle imprese, quali che siano gli orientamenti politici dei singoli imprenditori e il colore del governo. Confindustria non si schiererà mai a favore o contro un governo per pregiudiziali politiche, ma di volta in volta ne valuterà lazione sulla base dei fatti concreti. Questo però non può significare indifferenza nei riguardi della politica, specie quando la politica è bloccata e stenta perfino a garantire lordinaria amministrazione. Tanto più che non di semplice ordinaria amministrazione, ma di radicali riforme hanno bisogno le imprese, le famiglie, i cittadini, tutta la società italiana. E oggi noi riteniamo doveroso dire ad alta voce ciò che del resto è evidente. Cioè che il primo compito della politica rimane quello di riformare se stessa. Mi riferisco ai meccanismi istituzionali, che debbono innanzitutto garantire stabilità di governo ed efficienza della pubblica amministrazione. E mi riferisco anche alle forme di raccolta ed aggregazione del consenso, che debbono basarsi su un confronto di progetti strategici anziché sulla rincorsa di singoli, particolari interessi. Anzitutto da questo, da una riforma complessiva del sistema politico-istituzionale, dipende la possibilità di trasformare quella nostra grande speranza, quella grande occasione che si profila sullorizzonte del nuovo secolo, in una concreta realtà di sviluppo, di benessere, di giustizia sociale, di progresso civile. IL CONTESTO INTERNAZIONALE E LEUROPA Laccelerazione dei processi di globalizzazione e lirrompere delle nuove tecnologie digitali sono i fattori cruciali che sorreggono lattuale fase di sviluppo e di aumento del benessere a livello mondiale. Sono al tempo stesso, per le nostre imprese, grandi sfide e fonti di grandi opportunità. Tra il 1990 e il 1999 il commercio internazionale di beni è cresciuto del 60 per cento, 20 punti più del prodotto lordo mondiale. Gli investimenti delle imprese realizzati fuori dei confini delle nazioni di origine hanno fatto un balzo addirittura del 280 per cento. La globalizzazione comporta maggiore creazione di ricchezza, riduzione di costi, aumento della qualità per i consumatori, accresciute possibilità di affacciarsi allo sviluppo per milioni di persone che ne erano escluse. E inoltre avvicinamento alle regole della democrazia di sistemi a lungo dominati da dispotismi politici e religiosi. Certo, la crescente interdipendenza tra le nazioni e tra i sistemi economici crea anche nuovi problemi: ambiente, protezione del consumatore, controllo delle posizioni dominanti a livello globale. E genera il rischio che crisi finanziarie, come per esempio quelle che hanno colpito negli ultimi anni il Far East, il Brasile e la Russia, si ripercuotano a catena su tutta leconomia mondiale. Ma non è per paura di questi nuovi problemi che possiamo pensare di fermare il processo di globalizzazione. Si pone invece la questione di governarla, la questione di chi e come possa farlo, con quali poteri, con quali regole. La globalizzazione è un processo ineludibile e irreversibile. Per molti aspetti è già una realtà che sta determinando fondamentali riassetti del potere economico e finanziario mondiale. Per le imprese ciò significa una straordinaria accelerazione della pressione competitiva, della velocità con cui debbono adeguarsi al cambiamento. Lintroduzione delle nuove tecnologie digitali ci impone sfide analoghe e forse ancor più radicali. Stiamo attraversando una fase di salto tecnologico paragonabile alle grandi rivoluzioni industriali del passato: il telaio, la macchina a vapore, lelettricità. Una rivoluzione che non riguarda un unico settore, ma pervade lintera società. Non cè quindi contrapposizione tra vecchia e nuova economia: la prima si rinnova e trova occasioni di sviluppo grazie alla seconda. La globalizzazione da un lato e le tecnologie digitali dallaltro stanno completamente ridisegnando i rapporti tra produttori e consumatori. Tutti sono più vicini, tutto è più veloce, ogni cosa è di migliore qualità e costa meno. Per di più, la nuova economia offre grandi prospettive per le aree deboli, quelle che si trovano più lontane dal circuito dove avviene lo sviluppo. E quindi chiaro che, di fronte allincalzare della globalizzazione e della new economy, giocare in difesa vuol dire condannarsi ad essere marginalizzati. Questo scenario richiede una società più aperta, più mobile, con una maggiore capacità di investire sulle risorse umane, dove lelemento forte sarà sempre più la conoscenza. Sono questi i fattori che hanno dato slancio negli Stati Uniti alla nuova economia. Che hanno reso possibile la più lunga espansione degli ultimi 50 anni, che hanno consentito di eliminare pressoché totalmente il problema della disoccupazione. Ormai da tempo le previsioni sulleconomia americana vengono puntualmente smentite e sistematicamente riviste al rialzo. Per lanno in corso siamo ormai al 5 per cento, un tasso di crescita che le grandi economie occidentali non conoscevano dagli anni 60. Se il nostro Paese fosse cresciuto allo stesso ritmo tenuto dalleconomia americana lungo tutto il corso degli anni 90, oggi il nostro reddito nazionale sarebbe del 19 per cento più elevato. In cifra assoluta, il sistema Paese disporrebbe di quasi 400 mila miliardi in più ogni anno, che avrebbero consentito di migliorare il benessere, pareggiare il bilancio pubblico, ridurre la pressione fiscale, dotarsi di quelle infrastrutture che sono essenziali anche per la qualità della convivenza civile. E ci saremmo lasciati alle spalle i problemi della disoccupazione e del Mezzogiorno. Ma il confronto può essere fatto anche con altri paesi, più simili a noi per storia, cultura. Se, per esempio, negli anni 90 fossimo cresciuti allo stesso ritmo della Spagna o della Gran Bretagna, disporremmo oggi di risorse aggiuntive pari ad oltre 150 mila miliardi lanno. Ecco perché la priorità va data al rilancio della competitività che crea lo sviluppo. Ecco perché occorre un salto culturale, che ci consenta davvero di divenire protagonisti di un nuovo scenario mondiale. I l problema riguarda in modo particolare il nostro Paese, ma in larga misura riguarda anche lEuropa. UnEuropa che, per il carico delle sue rigidità economiche e delle sue carenze istituzionali, non riesce ancora a sviluppare una politica di posizionamento competitivo sui mercati globali. La creazione dellUnione Monetaria è stata una svolta fondamentale. Ma il progetto della moneta unica affondava le sue radici e trovava la sua reale ragion dessere, oltre che nelleconomia, in una visione politica dellEuropa, come continente unito, portatore di valori di pace e di benessere. Sta qui la contraddizione con la quale ci troviamo attualmente a fare i conti: una moneta unica che nasce come riflesso di un disegno politico, ma poi è costretta a svilupparsi senza il supporto della politica. Di fronte alla debolezza delleuro e ai conseguenti rischi di inflazione, oggi lEuropa non ha altri strumenti che quelli della politica monetaria: è priva di una vera politica economica. Solo unEuropa politicamente forte potrà essere economicamente credibile, perché più competitiva, più moderna, più innovativa. Solo così sarà capace di meritarsi una valuta forte e stabile sui mercati internazionali. Occorre allEuropa un salto di qualità per affrontare i formidabili problemi che si pongono sullo scenario internazionale, dai negoziati commerciali allimmigrazione, dallemergenza ambientale alla grande e delicata sfida dellallargamento dei suoi confini sia a Est sia a Sud. E occorre che lItalia si dia a questo scopo un ruolo attivo, superando i tradizionali complessi di inferiorità per cui ci accontentiamo di appartenere alleuro e non ci preoccupiamo invece di promuovere unEuropa in grado di affrontare il confronto concorrenziale con le altre grandi aree delleconomia mondiale. In questa prospettiva, a maggior ragione dobbiamo saper rispettare i vincoli del patto di stabilità e dimostrarci un Paese capace di superare le sue vecchie contraddizioni, di sciogliere i suoi vecchi nodi per cogliere appieno le nuove opportunità che si aprono allorizzonte. UN PROBLEMA ITALIANO Per lItalia il patto di stabilità deve quindi continuare a costituire lancora della politica di bilancio. Ma proprio per questo occorre dirsi con franchezza due cose precise: come abbiamo abbattuto il deficit pubblico e che cosa significa davvero un deficit zero. Sul primo tema leggiamo insieme i dati ufficiali del Ministero del Tesoro. Negli ultimi tre anni il deficit pubblico è stato ridotto di 95.000 miliardi, dai 135.000 miliardi del 1996 ai 40.000 miliardi del 1999. Siamo stati aiutati dalla riduzione internazionale dei tassi di interesse che ci ha fatto risparmiare circa 73.000 miliardi di spesa. Nel frattempo, però, la spesa corrente (salari, stipendi, pensioni) ha continuato la sua corsa verso lalto ed è aumentata di 94.000 miliardi, mentre la spesa in conto capitale è aumentata solo di 11.000 miliardi. Ecco la verità: abbiamo aumentato le tasse di 127.000 miliardi non per ridurre il deficit, che in larga parte sarebbe stato abbattuto dalla discesa dei tassi, ma per correre dietro alla spesa. Solo così abbiamo rispettato i vincoli del patto di stabilità. Di fatto abbiamo tappato i buchi del passato riducendo la base della crescita futura ed aumentando il peso dello Stato sulleconomia. Sulla seconda questione deve essere messo in chiaro che il patto di stabilità ci porta ad azzerare il deficit pubblico, ma non azzera affatto la responsabilità della politica di bilancio. Al contrario, è proprio con un deficit zero che la politica economica è chiamata a confrontarsi. E fin troppo facile e irresponsabile promettere, da una parte, aumenti di spesa e, dallaltra, tagli di imposte, lasciando poi che le generazioni future debbano misurarsi col deficit e col debito, scontando la demagogia delloggi. Ecco perché occorre chiedersi quale impatto si produce sul sistema economico quando il peso dello Stato sfiora il 50 per cento del pil, cioè la metà di quanto prodotto ogni anno, anche se il totale delle spese è esattamente pareggiato dal totale delle entrare ed il deficit è zero. Un bilancio pubblico che presenti un perfetto equilibrio tra entrate e spese non è affatto neutrale sul sistema economico. Per avere prospettive di sviluppo e di occupazione, dobbiamo porci lobiettivo di ridurre gradualmente la spesa pubblica e il prelievo fiscale dallattuale 50 per cento del pil ad un target inferiore al 40 per cento. Azzerare il deficit non significa rendere inutile la politica di bilancio. Significa invece che la politica vera è quella che interviene seriamente sul livello e sulla composizione della spesa e del prelievo fiscale. Per rimettere in moto lo sviluppo, va dunque usata con decisione la leva della pressione fiscale e occorre concentrare le risorse sul motore. Occorre cioè ridurre innanzitutto lIrpeg e lIrap sulle imprese e generare così le risorse per ridurre lIrpef sulle famiglie in quantità consistente ed in forma permanente, senza illudere la gente con spruzzatine di sgravi che disperdono le risorse e non risolvono i problemi di nessuno. Ma, per ridurre davvero la pressione fiscale, occorre prima intervenire sulla spesa. E tempo di smetterla con quella soporifera illusione che ci ha bloccato dopo essere entrati nelleuro. Non è una congiuntura favorevole piovuta dal cielo che ci può esonerare dal fare quelle riforme che sole possono rendere solida e duratura la ripresa trasformandola in una vera opportunità di sviluppo. LA SFIDA CHE DOBBIAMO SAPER AFFRONTARE: Confindustria ha proposto nei mesi scorsi un tema, quello della competitività, e un metodo, quello del benchmarking continuo, attorno ai quali costruire un programma di riforme su cui mobilitare e aggregare le energie e i consensi del Paese. Quel tema e quel metodo intendo rilanciarli con tutta la forza di cui saremo capaci. Lo sviluppo economico e produttivo di un Paese è fondamentalmente il risultato di due fattori: la nascita di nuove imprese e la crescita delle imprese che già esistono. I n Italia registriamo lassurda contraddizione di avere il più elevato tasso di imprenditorialità al mondo e il più basso numero di grandi imprese. Disponiamo di eccellenti leader di nicchia. Un solido tessuto di piccole e medie imprese, distretti industriali apprezzati dovunque. Ma sono troppo pochi i giocatori globali. Paesi come lOlanda e la Svizzera ne hanno di più. I n Italia, si è arrivati perfino a ideologizzare il modello del "piccolo è bello", dimenticando che la dimensione non può essere vincolata dalle convenienze normative, ma deve diventare una libera decisione dellimprenditore. Per troppo tempo si è sostenuto che per essere flessibili e competitivi occorresse essere piccoli. Il successo delle nostre piccole imprese ha fatto radicare questo modo di pensare. Oggi però lintegrazione e lintensità della sfida competitiva stanno ridefinendo lassetto dei mercati. Ciò presenta non solo rischi, ma offre anche grandi opportunità, purchè le imprese sappiano acquisire la dimensione adeguata. Come imprenditori, come Confindustria, come Paese dobbiamo impegnarci con determinazione a favorire la crescita delle nostre imprese e a valorizzare il grande potenziale della nostra imprenditorialità e della capacità del lavoro italiano. Ma il sistema produttivo saprà crescere e sarà competitivo se potrà operare allinterno di un sistema politico, economico e istituzionale altrettanto competitivo. Non basta avere fabbriche efficienti, prodotti concorrenziali, tecnologie avanzate, professionalità forti, strategie aggressive se al di fuori dei cancelli dellazienda le diseconomie esterne impongono unaddizionale di costi che ci porta fuori mercato, impoverendo così non solo le imprese, ma tutto il Paese. Malgrado gli sforzi di riforma degli anni novanta, è un dato di fatto che:
Questi sono i dati di fatto, inoppugnabili, ai quali, come italiani e come imprenditori, non vogliamo rassegnarci. Sul terreno della competitività dobbiamo passare da una strategia fondamentalmente difensiva ad una strategia dattacco. Dobbiamo opporci al declino competitivo dellItalia. Dobbiamo invece puntare a collocarci nel gruppo dei paesi di testa. La competitività è la frontiera che segna, con chiarezza, il confine tra chi sta dentro e chi sta fuori dalle dinamiche e dalle accelerazioni dello sviluppo. Una competitività che non è un dato assoluto o astratto, ma si misura in termini di differenziale con le aree più forti. Non possiamo più accettare la logica perdente di misurare i nostri andamenti di oggi con il nostro passato. Il termine di paragone deve essere ciò che fanno ora, e ciò che stanno per fare gli altri sistemi con i quali siamo in concorrenza e, soprattutto, la velocità con cui lo fanno. La valutazione dei progressi sul fronte della competitività deve assumere lo stesso peso politico e istituzionale che ha avuto nel recente passato la valutazione dei progressi sul fronte del risanamento finanziario. LE RIFORME CHE DOBBIAMO SAPER FARE Ma la sfida della competitività non riusciremo mai a vincerla se non sapremo realizzare rapidamente quelle riforme che da troppo tempo rimangono scritte sullagenda delle cose da fare. Questa legislatura si è annunciata come una stagione di rinnovamento. E per la verità diverse cose sono state messe in cantiere. Ma per lo più siamo rimasti in mezzo al guado. Per citarne alcune: la pubblica amministrazione, il decentramento, le privatizzazioni, le liberalizzazioni, i servizi pubblici locali, le pensioni, il mercato del lavoro, la sanità, la scuola, il fisco, il commercio, le professioni. Senza dire della giustizia civile e amministrativa, oltre che penale, che rimane tuttora così lenta e macchinosa da essere diventata un fattore di inciviltà giuridica. Sono tutte riforme progettate, alcune iniziate: ma ci siamo fermati ai primi pilastri di un ponte che rimane sospeso nel vuoto. Sullaltra sponda cè quel Paese moderno e avanzato, più prospero e più giusto, al quale dobbiamo al più presto arrivare per poter competere nel mondo. Allinizio, il costo sociale e politico delle riforme è sempre rilevante. Per questo le mezze riforme non servono a niente. Ed anzi possono essere più dannose che vantaggiose. Suscitano aspettative che non riescono a soddisfare. Provocano tensioni che rendono ancor più difficile portarle a termine. Del resto la modernizzazione non è qualcosa che si realizza a singhiozzo. E tante riforme solo avviate non fanno una modernizzazione avviata, fanno una modernizzazione mancata. Per fare le riforme, occorrono due presupposti essenziali: una ferma determinazione politica e una efficace capacità di realizzarle rapidamente, prima che i veti corporativi e conservatori paralizzino le istanze di innovazione. I veti corporativi scattano ogni volta che si toccano pezzi di società. La determinazione politica viene meno ogni volta che si tratta di uscire dai vecchi pregiudizi ideologici e dalle incrostazioni di interessi che essi hanno generato. Prendiamo ad esempio le liberalizzazioni e le privatizzazioni. I processi di liberalizzazione vanno realizzati rapidamente e completati perché i mercati protetti impongono costi troppo alti al sistema delle imprese ed a tutto il sistema Paese. Sulle privatizzazioni abbiamo fatto tanta cassa, poco mercato e scarsa liberalizzazione. Esiste una evidente correlazione tra protezione dei mercati e potere di veto corporativo. Non è un caso che la conflittualità oggi si accentui proprio per le categorie che operano nei settori in monopolio o comunque protetti e rigidamente regolamentati. I n queste condizioni non si tratta di scegliere tra una riforma e laltra. Non esiste una singola leva che consenta di modernizzare un Paese complesso come il nostro, con il suo carico di vecchi e nuovi problemi. Dobbiamo guardarci dalle discussioni, spesso sterili e semplicistiche, sulle cosiddette priorità. Si tratta di realizzare una vera strategia delle riforme, che tocchi lintero arco delle questioni da risolvere. Per essere realistici, però, occorre anche capire che ci sono riforme che possono e debbono svolgere un ruolo di volano per realizzare lintera strategia. Queste sono: fisco, mercato del lavoro, stato sociale. Fisco I n materia di fisco è tempo di mettere mano con determinazione a una forte riduzione delle aliquote e della pressione complessiva. Per fare questo, occorre avviare davvero quel processo di riduzione della spesa pubblica che era la grande speranza degli anni 90, che era iscritta nei programmi elettorali di tutti i partiti e nelle leggi finanziarie di tutti i governi, ma che non ha avuto luogo. Non possiamo più accettare la logica in base alla quale, poichè non si fa nulla sul fronte della spesa, allora non si può far nulla sul fronte delle tasse. Dobbiamo rovesciare questa logica. Il punto di attacco devono essere le riduzioni della pressione fiscale che sono necessarie per rilanciare la competitività delle imprese. La conseguenza deve essere di contrastare e battere il partito, o meglio i molti partiti della spesa. Riconosciamo che alcuni aspetti della riforma Visco (in particolare la DIT, nella sua versione recentemente potenziata) possono comportare una graduale riduzione della pressione sulle imprese. Si sono incentivati gli investimenti e lafflusso di mezzi propri, ma la pressione fiscale, che in realtà va calcolata tenendo conto dellIrap, rimane ad oltre il 50 per cento sui profitti normalmente realizzati nella gestione operativa dellimpresa. E per di più appare oltremodo complessa la valutazione dellimpatto su ciascuna azienda. Le imprese vanno e crescono dove la redditività al netto delle imposte è più alta. Ed è un fatto che i nostri partner europei hanno già ridotto la pressione fiscale o annunciato precisi programmi di riduzione per aumentare il proprio potenziale competitivo. Dobbiamo farlo anche noi. Per questi motivi, diciamo che le risorse che si libereranno, nel quadro dei vincoli europei che il Paese ha sottoscritto, dovranno essere allocate sul versante dello sviluppo. Non si può indulgere alla richiesta di trasformare il cosiddetto dividendo fiscale della ripresa in un mero sostegno dei redditi, ossia in unelargizione utile, forse, a raccogliere un po di consenso elettorale, inutile certamente a sostenere le prospettive del domani. I n una fase come questa, che ormai è già una fase pre-elettorale, è un rischio concreto al quale ci opporremo. Mercato del lavoro Riguardo al mercato del lavoro, è evidente che per aumentare loccupazione occorrono due condizioni: una crescita forte e sostenuta nel tempo, una flessibilità con regole chiare, certe, da non contrattare ogni minuto. Negli ultimi due anni loccupazione in Italia è tornata a crescere dopo un decennio di stagnazione o di riduzione. Complessivamente nel biennio 1998-99 si sono creati 450.000 posti di lavoro, malgrado una crescita economica bassissima. Lattuale maggioranza rivendica il merito di questi risultati attribuendoli alle misure di flessibilità, peraltro modestissime, introdotte negli ultimi anni, per quanto riguarda il lavoro interinale, il part time e i contratti a termine. Cè del vero in questo. Ma allora è necessario porsi due domande, che rivolgiamo in primo luogo al sindacato. Se queste misure, che oggi tutti accettano, fossero state approvate dieci anni fa, come sarebbero state diverse le condizioni di vita e di lavoro, individuali e collettive, di milioni di italiani, di giovani, di donne? E vero o no che non sarebbero stati costretti alla disoccupazione, alla precarietà, al lavoro nero e talvolta perfino allillegalità? E ancora: che cosa succederebbe alloccupazione se davvero si introducesse la flessibilità? Se è bastata qualche modesta misura per creare quasi mezzo milione di occupati in più, non è difficile immaginare cosa accadrebbe se effettivamente si allentassero quei vincoli per cui lItalia continua ad essere uno dei paesi più rigidi nella disciplina dei rapporti di lavoro. Non si tratta di introdurre nessuna giungla. Si tratta invece di stabilire regole flessibili che eliminino la giungla del lavoro nero e tutelino effettivamente tutti i lavoratori. Si tratta di introdurre anche nel nostro Paese quelle regole con le quali operano da anni le imprese dei nostri concorrenti europei. Qui passa la frontiera tra una vecchia politica protezionista ed una moderna politica di equità sociale. Per sua natura, la nuova economia cresce con la flessibilità. E crea milioni di posti di lavoro. Con le vecchie rigidità non cè nuova economia. Deve essere chiaro che continuare ad opporsi alla cultura ed alle regole della flessibilità vuol dire consapevolmente chiudersi rispetto alle formidabili prospettive di sviluppo e di crescita offerte dalle nuove tecnologie. Stato sociale La competitività di un Paese si misura anche in base allefficienza e allequità del suo stato sociale. Il riordino e la modernizzazione del welfare state sono questioni improrogabili. Così comè oggi in Italia, lo stato sociale spreca troppo, non tutela chi deve essere protetto, causa conflitti, grava impropriamente sulle imprese e sui lavoratori di oggi e di domani. Occorre ridefinirne radicalmente struttura, funzionamento, finanziamento. Qui non cè solo linteresse specifico delle imprese che sono appesantite da un carico eccessivo di oneri. E in gioco linteresse generale. LItalia è, al tempo stesso, uno dei paesi con il più rapido invecchiamento della popolazione e il più basso tasso di occupazione. Linvecchiamento della popolazione è una caratteristica di tutti i paesi industriali, ma nel nostro è particolarmente grave per via dei bassissimi tassi di natalità che stiamo registrando. Secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, in Italia lincidenza degli anziani sulla popolazione in età di lavoro, che nel 1990 era pari al 33 per cento, arriverà al 75 per cento entro il 2030 e addirittura al 90 per cento entro il 2050. Sono quindi destinate ad aumentare esponenzialmente le spese previdenziali e sanitarie. Una prospettiva insostenibile, di fronte alla quale è chiaro che la portata riformatrice degli interventi fatti negli anni 90 risulta insufficiente. Il problema sarebbe meno grave se ci fosse il lavoro. Ma il fatto è che il rapporto fra chi lavora e chi potrebbe lavorare, ossia il tasso di occupazione, è ai minimi fra i paesi industriali. In Italia lavora il 51 per cento della popolazione fra i 16 e 65 anni di età. Negli Stati Uniti questo rapporto è al 74 per cento. NellUnione Europa la media è del 61 per cento, con una punta del 71 per cento nel Regno Unito e con Francia e Germania assestate intorno al 61 per cento. In queste condizioni, la verità è quella che ci dicono tutti i giorni gli economisti e le organizzazioni internazionali: rischiamo, in un futuro non tanto remoto, una vera e propria crisi fiscale dello Stato. LItalia è cresciuta e abbiamo raggiunto notevoli livelli di benessere. Ma ogni generazione si sente penalizzata e lo è effettivamente: i giovani che non trovano lavoro, gli anziani che non hanno la sicurezza a cui avrebbero diritto, le persone in età di lavoro che si vedono sottratta dallo Stato quasi la metà della ricchezza che producono. La risultante di queste contraddizioni è che in ogni fase della sua vita il cittadino ha più preoccupazioni che prospettive. Coloro che difendono la situazione attuale, che negano un confronto sullo stato sociale pensando che sia solo un problema contabile per le imprese, difendono la conservazione di un sistema iniquo e insostenibile. Il sistema di convivenza organizzato e gestito dallo Stato, o comunque sotto il controllo della mano pubblica, produce unapparenza di diritti e di tutele e una realtà di esclusione sociale. Cè uneconomia che cambia e apre opportunità. Cè una società che cresce e chiede accesso a queste opportunità. Cè un vecchio modello di welfare che produce esclusione. E a tutti evidente che occorre destinare le risorse alla costruzione di veri percorsi di accesso. La risposta si chiama workfare, liberalizzazione di tutti gli strumenti per favorire lincontro tra domanda ed offerta di lavoro, soprattutto education e conoscenza. Il livello della conoscenza, la possibilità di rinnovarla continuamente è il fattore che decide chi è incluso e chi è escluso. Vale per le imprese. A maggior ragione vale per le persone. LOTTA AL SOMMERSO Solo con un fisco meno esoso, un mercato del lavoro più flessibile, uno stato sociale più moderno e meno costoso potremo affrontare la questione cruciale del lavoro sommerso, che è particolarmente grave nel Mezzogiorno, ma non riguarda affatto solo il Mezzogiorno. La lotta al sommerso è la cartina di tornasole della modernizzazione del Paese, cioè del modello di sviluppo, di società e di convivenza civile che si vuole realizzare. Per questo chiedo alla politica, alle istituzioni e alle forze sociali di unirsi a noi in una campagna per la legalità. La nostra scelta è chiara. Leconomia sommersa non è solo sfruttamento dei lavoratori, non è solo evasione fiscale e concorrenza sleale per le imprese. E anche larea nella quale si sviluppa lintreccio tra malavita e malaeconomia. Rappresenta un fattore inaccettabile di disgregazione della vita civile. Bisogna smetterla con gli atteggiamenti di colpevole indifferenza o, peggio ancora, di compiacenza verso questo fenomeno diffusi trasversalmente nella società italiana. Si continua a dire: meglio sommerso che disoccupato. Ma in realtà, facendo finta di non vedere, si favorisce la crescita dellillegalità, si indeboliscono la competitività e la civiltà del nostro Paese. Per affrontare seriamente il problema dellemersione, dobbiamo saper distinguere fra il sommerso criminale, che va stroncato senza indugi, e il sommerso "per necessità", cioè quelleconomia prevalentemente labour intensive che, se dovesse produrre con le attuali regole e costi fiscali, non riuscirebbe a stare sul mercato. Non si tratta di concedere condoni più o meno generosi e deroghe transitorie, che non sarebbero comunque sufficienti a convincere chi si è totalmente esentato da tasse e contributi. Una efficace politica di emersione deve avere come sbocco costi di produzione e sistemi di regole sostenibili a regime, analoghi a quelli delle grandi democrazie industriali. Il termine di confronto non debbono certo essere i paesi in via di sviluppo. MEZZOGIORNO Laltra questione cruciale che richiede unità di intenti e di sforzi è quella del riequilibrio territoriale ed in particolare del Mezzogiorno. La proposta di Confindustria è nota. Il Sud rappresenta unarea di straordinaria opportunità di crescita, con importanti energie a disposizione e un ceto imprenditoriale che sta dimostrando segni di forte vitalità. I l Mezzogiorno è la risorsa nascosta che va valorizzata ed utilizzata per consentire al nostro Paese di esprimere tutto il suo potenziale umano ed economico. Dobbiamo aumentare in maniera significativa la capacità di attrazione degli investimenti esteri riposizionando il Mezzogiorno su un mercato che in Europa vale oltre 200 miliardi di dollari lanno, sul quale il nostro Paese è da sempre agli ultimi posti. Per far questo, occorre sia valorizzare gli asset competitivi di cui disponiamo, a cominciare dalle risorse umane, sia neutralizzare i gap competitivi che tengono lontani gli investimenti. Bisogna affrontare i problemi del controllo del territorio, delle infrastrutture materiali e immateriali, le questioni del costo e della flessibilità del lavoro, del peso del fisco sui redditi dimpresa. Altrimenti lItalia più forte corre di meno, lItalia più debole perde ancora terreno. La politica per il rilancio del Mezzogiorno è dunque la stessa che occorre per il recupero di competitività di tutto il Paese. Lunica distinzione che va fatta è quella sui tempi. Per tutto il Paese bisogna far presto, per il Mezzogiorno bisognare fare prima. Non è concepibile, sotto il profilo istituzionale, che ancora oggi lo Stato italiano stenti ad adempiere alle sue funzioni fondamentali in una parte rilevante del territorio nazionale. Non è accettabile, sul piano dellequità sociale, che una così larga parte della popolazione italiana debba vivere ai margini del processo di sviluppo. Non è razionale, sotto il profilo della convenienza economica, che un così ingente patrimonio di talenti ed energie rimanga inutilizzato. Autorità, cari colleghi, quello che vi ho illustrato fin qui è un programma minimo sul quale siamo già in grave ritardo. E allora, oggi più che mai, si ripropone un interrogativo di fondo: perché in questo Paese non si riesce a mettere in moto effettivi processi di riforma? Diciamocelo chiaramente. Ogni volta che i governi di questa legislatura, come del resto quelli precedenti, hanno cercato pur timidamente - di fare passi avanti su questo percorso, si sono trovati di fronte allopposizione pregiudiziale del mondo sindacale, o almeno di sue parti consistenti. Gli altolà della Cgil ai governi Prodi, DAlema e Amato sulla flessibilità sono noti a tutti e hanno provocato critiche e discussioni allinterno stesso della maggioranza e disarticolato la tradizionale unità del fronte sindacale, pronto peraltro a ricompattarsi appena si accenna al tema delle pensioni. Ho rispetto per le grandi confederazioni sindacali, per i loro leader, per la loro storia, per il loro impegno in difesa di interessi legittimi. Proprio per questo ritengo giusto dire con chiarezza quello che pensiamo. Come si può negare che quella del sindacato sul welfare e sulla flessibilità sia una posizione obiettivamente conservatrice? Mi meraviglio, ci meravigliamo che il sindacato preferisca irrigidirsi nella tutela di situazioni già sufficientemente protette, anziché preoccuparsi di quelle componenti della società che si trovano veramente in una condizione di debolezza. Mi permetterei di dire che questa è una linea sostanzialmente corporativa, non coerente con il ruolo che, in altri momenti, su altri temi dal terrorismo allinflazione le confederazioni sindacali hanno saputo interpretare. Ma riconosco che ogni forza sociale può legittimamente scegliersi gli interessi che preferisce rappresentare. Ciò che invece non è assolutamente accettabile, sul piano istituzionale prima ancora che sul piano politico, è che ai veti e ai divieti di una parte sociale si arrenda chi ha come suo dovere dufficio quello di rappresentare gli interessi generali e governare il Paese. Daltra parte, siamo pure consapevoli che la debolezza del governo come istituzione al di là di quella che può essere, di volta in volta, la debolezza di una singola maggioranza o di uno specifico governo è una caratteristica strutturale della democrazia italiana, un suo vizio storico che non si può correggere cambiando semplicemente la legge elettorale. Ma è da più di venti anni che si trascina in questo Paese la questione delle riforme istituzionali, ossia il problema di come, appunto, rafforzare il governo, come rendere più rapidi i processi decisionali, come dare efficienza alla pubblica amministrazione. Ed è da quasi dieci anni che un tipo di sistema politico è andato in crisi e non si è riusciti a costruirne un altro abbastanza solido. In molti avevamo sperato che la lunga transizione italiana fosse giunta ad un approdo, se non sicuro, almeno relativamente stabile. Avevamo sperato che prendesse corpo un sistema effettivamente bipolare. Che cessasse quella pratica di veti incrociati e delegittimazioni reciproche, di compromessi transitori e continui trasformismi, che hanno fatto dellItalia una democrazia incompiuta e uneconomia bloccata. Le vicende di questa legislatura hanno dimostrato che invece, purtroppo, la questione resta ancora aperta. E oggi, allindomani dellultimo referendum elettorale, dobbiamo ribadire che è più che mai urgente uscire da questa interminabile transizione realizzando il prima possibile le riforme di sistema dalle quali dipende il funzionamento di tutta la macchina politica e amministrativa. A coloro che, per questo o quel calcolo di convenienza politica, sembrano volere ancora una volta procrastinare lattuale situazione di paralisi, facciamo notare che, senza una riforma complessiva dello Stato, non potranno esplicare il loro potenziale innovativo neppure le riforme in senso federalista avviate o messe in cantiere durante gli ultimi anni. A proposito di queste riforme, senza entrare qui nel merito, mi limito a ricordare che quella catalogata sotto letichetta del federalismo a rigore, per la verità, un po impropria è per noi imprenditori una scelta positiva se viene attuata in modo da cambiare i rapporti tra chi gestisce il potere politico e chi agisce nella sfera dellautonomia privata. Si tratta di lasciare più ampi spazi alliniziativa dei singoli soggetti individuali e collettivi, di accorciare le distanze tra governanti e governati, di rendere più trasparenti le responsabilità dei pubblici amministratori. Stando attenti che tutto non si risolva, invece, in unulteriore complicazione del sistema politico e amministrativo con sovrapposizioni di ruoli e moltiplicazioni dei centri di spesa. Le riforme in senso federalista comportano il rafforzamento dello Stato unitario e vanno realizzate tenendo debitamente conto dei divari territoriali da compensare e riequilibrare. Non solo e non tanto con i trasferimenti monetari, quanto soprattutto con un energico intervento sui fattori di ritardo. Per quanto riguarda specificamente il cosiddetto federalismo amministrativo peraltro ancora in gran parte allo stato virtuale - va detto che non può comunque esaurire la riforma di quella pubblica amministrazione che per le imprese italiane rappresenta un pesante svantaggio competitivo. La riforma dello Stato è ormai il nodo dei nodi da sciogliere per linteresse del Paese, per la credibilità delle istituzioni, per dare consistenza alla ripresa economica, consolidare lo sviluppo, recuperare equità sociale, assicurare competitività al sistema Italia. E questo il mandato al quale si sono impegnati, già troppe volte, i parlamenti ed i governi che si sono succeduti negli ultimi anni. Adesso bisogna portarlo a compimento. Bisogna uscire dal circolo vizioso per cui la mancanza delle riforme istituzionali rende debole il sistema politico e la debolezza del sistema politico rende impossibili le riforme istituzionali. Il Paese ha bisogno di una politica che sappia riaprire una stagione di progettualità, che sappia offrire lidea di un destino nel quale la società italiana si riconosca. Ed è solo così che la politica può recuperare forza ed autonomia rispetto al condizionamento dei gruppi ed interessi corporativi. I n questa chiave leggiamo la vicenda dei referendum.Siamo stati sempre convinti che questioni complesse, quali la riforma elettorale a quella dello statuto dei lavoratori, vadano risolte con uno strumento ben articolato come può esserlo solo una legge. Constatata però, ripetutamente, limpossibilità di trovare una soluzione legislativa, abbiamo espresso il nostro consenso alle iniziative referendarie in materia. E tuttavia abbiamo continuato ad auspicare un intervento del Parlamento. Ci esortavano ad avere fiducia in questo senso tutti coloro che, nella classe politica e nel sindacato, ci contestavano lappoggio ai referendum. Ora il Parlamento si ritrova di fronte alle sue responsabilità. Dovrà affrontare sia la questione della flessibilità, che rimane inderogabile, sia la questione della legge elettorale, che ormai è allordine del giorno. Ci aspettiamo che alle prossime elezioni i cittadini siano messi in condizione di andare a votare sapendo che potranno con il loro voto scegliere loro stessi da chi farsi governare, essere sicuri che il governo durerà in carica per tutta la legislatura, e che potranno rimandarlo a casa quando, alla fine del suo mandato, risultasse inadempiente o comunque inefficiente. Non spetta a noi entrare nel merito delle soluzioni di ingegneria istituzionale, né tanto meno nei calcoli di ragioneria politica. Ma abbiamo il diritto, anzi il dovere di dire francamente che è giunto il tempo del fare. O maggioranza ed opposizione riescono a trovare un accordo sulla riforma elettorale, oppure bisognerà andare alle elezioni con lattuale sistema, che pure tutti giudicano inadeguato. E chi avrà impedito laccordo dovrà assumersene tutta la responsabilità. Certo è che non si può protrarre ancora a lungo una situazione di incertezza in cui il governo risulta paralizzato e il Paese rimane ostaggio di un dibattito inconcludente. Interesse generale è andare a votare con nuove regole. Farlo con le vecchie regole sarebbe un danno grave. Ma perdere un altro anno e poi votare con queste stesse regole sarebbe ancora peggio. LItalia non può permettersi di sprecare i prossimi dodici mesi. In questa fase della congiuntura internazionale restare fermi significherebbe precipitare indietro. UNALLEANZA PER LA MODERNIZZAZIONE Qualcuno potrebbe obiettare, a questo punto, che le imprese e la Confindustria chiedono, pretendono troppe cose. A questeventuale obiezione, potremmo rispondere: scusate se, anche noi, vogliamo un Paese normale. Ma lasciamo che rispondano i numeri: siamo al 30.mo posto al mondo per quantità di investimenti esteri. Siamo agli ultimi posti in Europa per competitività. In realtà, noi pretendiamo soltanto che la politica sia allaltezza del suo ruolo creando le condizioni per cui fare impresa in Italia diventi paragonabile al fare impresa negli altri paesi industrializzati. Il resto tocca alle forze sociali. E noi, come imprenditori e come Confindustria, siamo pronti a fare la nostra parte. I mpegnate in una competizione a tutto campo, oggi le nostre imprese stanno assorbendo, con gravi difficoltà, le forti spinte concorrenziali che lintegrazione globale ha accelerato. Ci portiamo sulle spalle il peso di tutte le inefficienze e di tutti i costi di sistema. Stiamo difendendo a fatica le nostre quote di mercato.Ma questo non basta e, soprattutto, non basta al Paese. Con coraggio e con determinazione, dobbiamo fare di più. Dobbiamo investire di più, dobbiamo fare più innovazione e più ricerca, più formazione per valorizzare al meglio le risorse umane. Dobbiamo non solo saper vendere ma anche saper produrre allestero consolidando così il nostro tasso di internazionalizzazione. Dobbiamo impegnarci a far crescere le imprese per renderle più forti, più dinamiche, più aggressive. Dobbiamo imparare a superare una visione strettamente familiare dellimpresa che è stata ed è certamente un punto di forza, ma non deve diventare un limite del capitalismo italiano. Come abbiamo fondati motivi dorgoglio per ciò che abbiamo fatto e facciamo per le nostre aziende, così dobbiamo essere consapevoli delle nostre responsabilità rispetto allo sviluppo sociale e civile del Paese. Noi imprenditori abbiamo fiducia. Ma dobbiamo trasmettere questa fiducia al Paese, che continua a discutere su come ripartire la ricchezza che cè e non coglie, anzi spreca, le occasioni per produrne di nuova. Tocca a noi aprire la strada che porta a un più diffuso benessere, a una crescita più vera. E per questo che Confindustria, nel rappresentare i legittimi interessi delle imprese, si impegna al tempo stesso a promuovere un Paese più moderno e più civile, un mercato con regole più chiare, trasparenti e rispettate da tutti, una più diffusa legalità, una maggiore cultura della responsabilità. Per quanto riguarda i rapporti con le altre forze sociali, voglio mettere in chiaro un punto. Noi riteniamo utile, importante, il metodo del confronto con il sindacato. Crediamo che il conflitto fine a se stesso non serva a niente e a nessuno. Non abbiamo perciò nessuna intenzione di accantonare il metodo della concertazione come tale. Ma occorre intendersi. La concertazione non è un obiettivo. E piuttosto uno strumento da utilizzare per riuscire tutti insieme, governo e parti sociali, ad imprimere al processo di modernizzazione e di recupero di competitività unincisività ed una velocità maggiori di quelle che ciascuno, nella propria autonomia, riuscirebbe ad imprimere. In ogni caso non potremo accettare una concertazione dove, prima ancora di sedersi al tavolo, qualcuno ponga pregiudiziali e fissi un elenco di tabù. Così come non avrebbe senso una concertazione che si riducesse ad essere la sede di scambi corporativi, anziché un luogo di confronto sulle grandi scelte da fare nella prospettiva dello sviluppo. In passato, diciamo pure in altri tempi, ho creduto nella forza innovativa di quello che allora chiamavamo "patto dei produttori". Ci sorreggeva la convinzione che tutte le forze produttive, al di là delle distinzioni di ruolo e delle rispettive convenienze, si potessero riconoscere in una larga piattaforma di interessi comuni, dato che tutte quante dovevano misurarsi col mercato, le sue dinamiche, i suoi imperativi di efficienza e competitività. Credo tuttora che non fosse, nelle condizioni di quei tempi, unidea sbagliata. Credo che contenga tuttora un nucleo di verità. Cè una differenza di fondo tra chi è esposto ai venti della competizione e chi se ne può stare al riparo, come i ceti burocratici, parassitari, clientelari. Ma la novità è che oggi la dinamica del cambiamento e dellinnovazione, da sempre intrinseca al sistema produttivo, ha assunto una tale portata e una tale velocità da rimettere in discussione non solo i rapporti tra i ceti ma lassetto complessivo della società, il suo modo di essere. E tra le stesse forze produttive cè chi accetta la sfida, mettendosi in grado di competere ai nuovi livelli, e chi tende a rinchiudersi in un atteggiamento difensivo, cercando di proteggersi secondo la vecchia logica e condannandosi così a finire perlomeno emarginato. Si tratta allora di raccogliere insieme, non in un blocco sociale, ma in unalleanza di cultura e di comportamenti, coloro che nelle varie articolazioni delleconomia e della società si rendono conto che la modernizzazione del sistema e del proprio stesso modo di essere e di agire non è una scelta facoltativa ma unesigenza che non si può eludere e neppure rinviare. In questo senso riteniamo che oggi sia necessaria una "alleanza per la modernizzazione" e su questo terreno chiediamo alle altre forze sociali di schierarsi apertamente, di decidere insomma da che parte vogliono stare. In primo luogo ai sindacati noi diciamo che siamo pronti a confrontarci con quanti tra loro intendono gestire in una reale prospettiva di sviluppo gli interessi che legittimamente rappresentano. Certo, lobiettivo della modernizzazione si raggiunge più facilmente se ci lavoriamo tutti insieme. Ma dobbiamo uscire dalla logica per cui, se non siamo tutti a farlo, non lo può fare nessuno. Noi siamo convinti che il nostro Paese, pur con tutto il carico dei suoi ritardi e delle sue contraddizioni, ha in se stesso, nel suo corpo vivo, risorse ed energie sufficienti per costruire unItalia più ricca e più giusta, più generosa con chi ha bisogno, più promettente per i suoi giovani. Come Presidente della Confindustria, vi assicuro che, se verranno messe in condizione di poter sprigionare tutta la loro forza, le imprese italiane sapranno dare un contributo decisivo a realizzare quella grande speranza di sviluppo e di progresso che è alla nostra portata. Possiamo farlo. Dobbiamo farlo.
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