RELAZIONE

All'assemblea delle RSU del 22 aprile 1999 alla Camera del Lavoro di Milano, tenuta da Zerlotti Caterina della RSU Cooperativa Consumatori di Reggio Emilia a nome delle 50 RSU promotrici dell'assemblea

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50 RSU, 600 adesioni di delegate e delegati di luogo di lavoro e numerosi sindacalisti di varie regioni d'Italia promuovono questa assemblea nazionale.

La relazione con cui apriamo questa assemblea non vuole essere esaustiva.

Più che altro vogliamo introdurre una discussione che, partendo dai contenuti dell’appello "contro la guerra" possa permettere a questa assemblea di concludersi anche con proposte di iniziativa e mobilitazione.

Abbiamo oggi l’urgenza di discutere ma anche di favorire, sostenere, coordinare quello che come lavoratori e lavoratrici, come delegate e delegati sindacali, come RSU possiamo e dobbiamo fare per fermare questa guerra.

Abbiamo l’urgenza di discutere, di avere luoghi e momenti di discussione e di valutazione collettiva anche dentro al sindacato.

Una carenza che non ha giustificazioni di fronte a questa guerra. Una carenza che da tempo denunciamo anche sulle questioni della vita e della democrazia interna al sindacato, sulla costruzione delle piattaforme rivendicative, sulla valutazione e sul consenso agli accordi nazionali.

Abbiamo denunciato questo anche in occasione del recente accordo sul nuovo "Patto sociale" . Un'accordo neocorporativo, che definisce le linee rivendicative per i prossimi anni che incideranno pesantemente sul salario, sulle forme della prestazione e dell'occupazione, firmato senza neppure discutere e chiedere il mandato ed il consenso dei lavoratori.

Questione che ci riporta subito alla legge sulla rappresentanza e sulla democrazia sindacale, che abbiamo conquistato con un referendum e che oggi è in discussione in Parlamento.

Non c'è tempo oggi per discutere di questo. Abbiamo da discutere della guerra. Ma diciamo che non accetteremo mai una legge che non preveda l'esigibilità di una consultazione vincolante, non solo per gli accordi aziendali, ma anche per gli accordi nazionali di categoria e confederali.

Abbiamo voluto organizzare noi, RSU, questa assemblea nazionale delle delegate e dei delegati, perché il mondo del lavoro non rimanga muto ma faccia sentire tutta la sua voce, tutto il suo desiderio di pace, tutta la rabbia per questa inutile ed assurda guerra.

Il nostro appello è un’appello di pace che indica però l’urgenza e la necessità che questa pace non sia solo declamata, auspicata. Il nostro Appello è anche e soprattutto una piattaforma di lotta per la pace, perché come tutte le cose, anche la pace va conquistata.

  • E’ un’appello che chiede l’immediata cessazione dei bombardamenti, come condizione per ridare la parola alla politica e ruolo alle istituzioni internazionali che dovrebbero rappresentarla.
  • E’ un’appello che chiede a CGIL CISL UIL di proclamare lo sciopero generale per fermare la guerra e per chiedere il ripristino del diritto internazionale e dei diritti civili ed umanitari, a partire dalla sospensione di qualsiasi persecuzione etnica e dalla cessazione dei bombardamenti e delle sofferenze che colpiscono le popolazioni tutte.
  • E’ un’appello che chiede a CGIL CISL UIL di farsi espressione di una piattaforma per la pace che ha, tra i suoi punti indispensabili, la richiesta che il Governo Italiano si dissoci subito da ogni sostegno e partecipazione a questa guerra, prima che sia troppo tardi.

E’ il minimo che si possa fare per cercare di fermare questa guerra.

Su questi obiettivi abbiamo raccolto numerose adesion, obiettivi analoghi a quelli che vengono oggi sempre più manifestati da un movimento per la pace che coinvolge giovani, studenti, docenti, associazioni e movimenti di diverse estrazioni culturali.

E noi è a questo movimento per la pace che guardiamo. Il mondo del lavoro, con i suoi obiettivi di pace, solidarietà e fratellanza può e deve diventare un interlocutore ed un soggettoimportante di questo movimento.

E noi, qui, oggi, siamo una parte importante del mondo del lavoro che esprime quella cultura di pace e di convivenza democratica, che nel nostro paese, ha forti e robuste radici culturali, sociali e storiche, che oggi può e deve contribuire a fermare questa catastrofe facendo sentire la voce del dissenso verso l’Inutile e pericoloso atto di forza.

E’ stato sgradevole per molti di noi, sentire e vivere sulla nostra pelle le polemiche che questa guerra ha aperto anche dentro al mondo sindacale. E’ sgradevole sentirsi dire, da chi non ha condiviso il nostro appello che questa nostra iniziativa avrebbe solo rafforzato Milosevic, che noi saremmo in sostanza dei filo-Serbi.

Paradossalmente la stessa sgradevole osservazione potrebbe essere valida anche per il suo contrario. Ma non saremo certo noi a dire che chi non condivide la richiesta a CGIL CILS UIL perché si faccia uno sciopero generale è allora e conseguentemente un filo-Nato o un guerrafondaio.

Insomma!, a chi troppo frettolosamente ha voluto liquidare la sua divergenza col contenuto del nostro appello con affermazioni assolutamente non azzeccate, ci limitiamo a dire che noi non stiamo con Milosevic, perchè mai siamo stati con Milosevic, ma non stiamo neppure con la Nato. Che noi siamo per la pace e per una soluzione pacifica delle controversie e siamo contro la guerra come strumento per dirimerle.

Noi non crediamo che Milosevic stia facendo la guerra per il bene della popolazione Serba, ma non siamo neppure convinti che la Nato abbia dichiarato guerra per il bene delle popolazioni Kosovare.

La decisione assunta dalla NATO, l’utilizzo di misure diverse verso la Serbia rispetto ad altri orrori e diritti altrove negati, alimenta il sospetto che le profonde ragioni di questa guerra siano in realtà più orientate a ridisegnare ed affermare i rapporti politici e di forza a livello internazionale.

I motivi umanitari c’entrano poco con questa guerra. Siamo convinti che in gioco ci siano ben altre cose. C’è in gioco uno scontro per l’egemonia politica, economica e territoriale. Alla egemonia perseguita da Milosevic con la pulizia etnica si appaia, senza alcuna giustificazione, la voglia di egemonia perseguita dalla Nato con le bombe.

La stessa egemonia che, in forme diverse, politiche ed economiche, l’occidente ha perseguito con il disfacimento della ex Jugoslavia e con la costruzione di una sua divisione su base etnica realizzata utilizzando e cavalcando le forti pressioni nazionalistiche.

Senza nessuna concessione verso il nazionalismo etnico, senza alcuna indulgenza verso il Governo Serbo e le sue gravissime responsabilità, affermiamo che la NATO non ha titolo per intervenire e che anzi il suo intervento è un’ulteriore colpo all’ONU come sede per affrontare e risolvere i conflitti, ed al processo di unificazione ed autonomia dell’Europa.

Non giustifichiamo in alcun modo, anzi condanniamo le persecuzioni, i nazionalismi e le pulizie etniche da qualsiasi parte essi arrivino, ma la guerra è uno strumento distruttivo che non risolve ma anzi amplia tutti i problemi a partire dalle drammatiche sofferenze a cui sono sottoposte le popolazioni tutte.

  1. Con questa guerra il Nazionalismo di Milosevic trova ragioni e giustificazioni per intensificare la sua "pulizia etnica".
  2. Con i bombardamenti si sta distruggendo una intera economia, si distruggono posti di lavoro, si produce nuova miseria, si compromette l’ambiente di un territorio vastissimo che va oltre al teatro delle operazioni di guerra, si condannano intere popolazioni a nuove migrazioni a nuove e ben più pericolose divisioni.
  3. Con questa guerra sono state messe a tacere le voci del dissenso al regime di Milosevic. Voci del dissenso e della democrazia Serba abbandonate dalla guerra della Nato che sceglie di sostenere le frange più estremiste del nazionalismo etnico, armando e finanziando l'UCK. Si è preferito dare interlocuzione, invece che ad esponenti democratici come Rugova, a quello stesso UCK che solo fino a due anni fa veniva considerato dall’occidente al pari di una organizzazione terroristica per gli eccidi perpetrati contro le popolazioni serbe in nome della grande Albania, e che ora è sollevato alla dignità di esercito di liberazione.
  4. Questa guerra, per come è condotta, per gli obiettivi di egemonia economia e territoriale di cui è portatrice, rafforza le ideologie Nazionaliste e le contrapposizioni etniche, ed è portatrice di nuove tensioni, di nuove e più profonde divisioni, di una pericolosa e ben più estesa destabilizzazione dell'area dei Balcani.
  5. Questa guerra distrugge e nega le regole del diritto internazionale, offende la nostra Costituzione, propone scenari inaccettabili per la stessa democrazia.

Noi sentiamo forte ed urgente la necessità che queste prospettive e voci di guerra vengano messe a tacere. Lo dobbiamo ai popoli a cui va riconsegnato il diritto di decidere in piena democrazia e libertà. Non sappiamo e non vogliamo arrogarci il diritto di proporre quale sbocco politico dare alle controversie aperte, se bisogna parlare di autonomia del Kosovo o quan’altro.

Quello che noi auspichiamo è che la parola venga riconsegnata alle popolazioni e che a loro sia consegnato e garantito il diritto di decidere del loro futuro e delle forme su cui organizzarlo. Che siano loro a decidere.

Lo chiediamo a Milosevic ma lo chiediamo anche alla Nato che con il dispositivo di Rambouillet non ha certo favorito la ricerca di una soluzione. Semmai, come d’altronde confermato da dichiarazioni di esponenti illustri tra quanti, compreso il nostro ministro Dini, erano presenti a Rambouillet quel dispositivo era più che altro una vera e propria richiesta di eliminazione dell’autonomia della Serbia.

Un vero e proprio Ultimatum che nessun paese sovrano avrebbe mai potuto accettare.

Se qualcosa va ulteriormente condannato di questa guerra è proprio questo. La cancellazione di ogni partecipazione, di ogni libertà di decidere per se di intere popolazioni che vengono invece risucchiate, dimenticate o strumentalmente usate a seconda degli interessi di quei poteri forti che pretendono di decidere ormai tutto su questa terra. Dalla guerra alla pace, dalla vita alla morte.

Questo ci porta oggi a ricordare ed a esprimere una convinta e profonda solidarietà, a quelle emarginazioni, a tutte quelle popolazioni a cui sono negati i più elementari diritti per colpa del dittatore di turno o per colpa degli intervento o dei silenzi di quelle potenze che si sono autoproclamate gendarmi del mondo intero.

Oggi il nostro pensiero è rivolto alle popolazioni Albanesi del Kosovo, alle popolazioni colpite dai bombardamenti, ai lavoratori Serbi colpiti nel loro diritto al salario ed al lavoro, ma anche al popolo Irakeno colpito ancora oggi dalle bombe e da un'embargo economico sempre più inacettabile, al popolo Kurdo, dimenticato e umiliato, sottoposto ad una "pulizia etnica" uguale e brutale come quella che Milosevic conduce oggi nei confronti degli albanesi del kosovo.

Essere contro questa guerra è anche essere contro al nuovo ordine mondiale che i mutati rapporti di forza internazionali stanno cercando di ridefinire a favore di poche nazioni (le più industrializzate). Un nuovo ordine mondiale che straccia le regole internazionali, le stesse costituzioni nazionali e che umilia quella stessa autodeterminazione dei popoli con cui ammanta le sue bandiere per giustificare azioni ed atti di forza che producono esattamente il contrario. Nuova subordinazione dei paesi poveri a quelli ricchi, meno democrazia, più guerre.

Essere contro questa guerra ci porta a considerare l’urgenza del che fare, subito, per fermarla.

Come delegate e delegati RSU riteniamo urgente una forte mobilitazione del mondo del lavoro per la cessazione immediata di questa guerra senza sbocco e per una soluzione pacifica e duratura, basata sui principi di fratellanza fra i popoli e di convivenza tra etnie e culture differenti.

Chiediamo l'immediata sospensione dei bombardamenti quale passaggio utile per riavviare la trattativa, per ridare voce alla politica ed alla diplomazia.

Stiamo chiedendo questo dall'inizio di questa inutile ed assurda guerra. Come RSU abbiamo aderito a moltissime iniziative, molti di noi hanno partecipato alle grandi manifestazioni del 3 e del 10 aprile a Roma, molti di noi erano ad Aviano, a Gioia del Colle, a S.damiano, davanti ai cancelli di molte basi nato. Eravamo anche a Bari alla manifestazione di CGIL CISL UIL

Ma la guerra continua, i paesi coinvolti hanno deciso che deve continuare, ed assume ormai dinamiche che la portano verso un pericolosissimo allargamento del conflitto, verso una carneficina inimmaginabile, verso l'attacco di terra ed il coinvolgimento delle nazioni confinanti.

Oggi non è più sufficiente chiedere la fine della guerra

Oggi dobbiamo cominciare a lottare per questo

Per questo chiediamo al Sindacato confederale di esercitare la propria autonomia, mobilitandosi subito, prima che sia troppo tardi, per riaffermare il rifiuto della guerra come strumento per risolvere le controversie internazionali.

E' insufficiente fermarsi ai contenuti ed alle parole d'ordine della pure importante manifestazione sindacale di Bari. Necessario ed urgente è, soprattutto oggi, che Cgil Cisl Uil proclamino uno sciopero generale per fermare la guerra, per chiedere l'immediata cessazione dei bombardamenti, Il ripristino delle regole internazionali, il ritorno in campo di un ruolo negoziale e regolatore da parte dell'ONU, Il rispetto dell'articolo 11 della Costituzione Italiana.

Ma per fermare la guerra dobbiamo sconfiggere la pericolosa ed inaccettabile cultura della "contingente necessità". Una cultura diffusa, sostenuta da un'informazione sempre meno obiettiva, una cultura fortemente presente anche nella posizione dei gruppi dirigenti del movimento sindacale Europeo appiattita sulle posizioni dei rispettivi governi.

Lavorare per portare il sindacato Italiano ad una maggiore autonomia dal quadro politico, a proclamare anche una giornata di lotta con sciopero generale è quindi essenziale anche per favorire lo sviluppo della mobilitazione in tutta Europa e fermare la guerra.

700 sindacalisti della Germania hanno aderito ad un’appello che sostiene le stesse cose che stiamo sostenendo noi con il nostro appello e con la nostra assemblea di oggi.

C’è diffuso dissenso tra le file di molti sindacati tedeschi ed aumentano (basta guardare i messaggi via Internet) le dichiarazioni contrarie alla guerra lanciate da lavoratori e delegati sindacali in Europa per l’immediata cessazione dei bombardamenti.

Sappiamo che proporre e fare uno sciopero generale non è come bere un bicchiere d’acqua.

La proposta di sciopero generale è una proposta forte, alla quale, a parte le numerose adesioni all’appello anche di sindacalisti, non abbiamo avuto risposta da CGIL CISL UIL.

Ma fino a quando si potrà aspettare, prima di fare veramente qualcosa ?

La tragedia è sotto gli occhi di tutti ed i fatti dimostrano un fortissimo rischio di degenerazione, di allargamento del conflitto verso forme che lo renderanno irreversibile e di difficile soluzione.

L’urgenza è nelle cose ed a questa urgenza dobbiamo rispondere.

Come dicevo all’inizio questa assemblea vuole rispondere in parte a queste urgenze

Proponiamo quindi che questa assemblea discuta, confronti i tanti e diversi punti di vista, sia aperta a tutti i contributi, ma che definisca anche proposte di iniziativa e mobilitazione successiva.

Già a Massa Carrara si è riusciti a fare uno sciopero generale provinciale. Sappiamo che diversi territori spingono per mobilitazioni e fermate contro la guerra. In tante aziende si sono già realizzate fermate anche solo di un’ora e assemblee.

Queste iniziative locali, piccole o grandi che siano, ma tutte importanti, devono avere uno sbocco generale.

Dobbiamo darci un’obiettivo generale, ambizioso, che in molti possano condividere, dobbiamo coordinarci, incontrarci, organizzarci per dare una dimensione nazionale al nostro ruolo, al ruolo delle RSU, delle delegate e dei delegati.

Dobbiamo costruire a partire dal nostro appello una piattaforma per la pace dove indicare i nostri obiettivi, le decisioni e le coerenze che chiediamo al nostro Governo e su questa piattaforma mobilitarci, volantinandola ovunque, dobbiamo informare i lavoratori, dobbiamo convocare assemblee in tutti i luoghi di lavoro, dobbiamo discutere con tutti e confrontarci con tutti.

Dobbiamo fare uno sforzo per superare la nostra stessa attuale frammentazione di iniziativa e agire, costruire attorno ad una piattaforma per la pace la nostra mobilitazione e chiedere a tutti di partecipare a questa lotta per la pace e contro la guerra.

Molti sindacalisti hanno già aderito a questo appello, ma rilanciamo qui questo appello a tutti quelli che nel sindacato manifestano disagio e posizioni critiche nei confronti della mancanza di iniziativa politica del sindacato confederale, e la cui responsabilità politica a livello nazionale è ben superiore a quella di noi delegate e delegati RSU.

A loro chiediamo di esprimersi sulla richiesta di sciopero generale che siamo qui a discutere e che abbiamo lanciato col nostro appello contro la guerra.

Per troppo tempo siamo stati fermi ad aspettare indicazioni dall’alto, indicazioni che non arrivano.

Per troppo tempo abbiamo solo urlato la nostra voglia di pace, ma la guerra di Milosevic e della Nato continua ancora e distrugge, uccide ogni giorno di più vite umane, il diritto, le regole internazionali, le costituzioni, la stessa democrazia ed il futuro di una intera generazione.

E’ bene quindi che tutti noi viviamo questa assemblea non solo come luogo dove discutere ma anche come un luogo dove decidere il che fare

In conclusione, quindi, illustro alle delegate ed ai delegati presenti le proposte che sono emerse dalla riunione delle RSU del 9 aprile a Bologna quando si decise la convocazione di questa assemblea.

  1. Chiediamo al sindacato Confederale ed a tutto il sindacato nazionale di proclamare subito, prima che sia troppo tardi, uno sciopero generale per l'immediata cessazione dei bombardamenti e per l'immediata dissociazione dell'Italia da questa guerra.
  2. Proponiamo di iniziare da subito a costruire le condizioni affinchè, in caso di attacco di terra in tutti i luoghi di lavoro si realizzi una immediata fermata dal lavoro.
  3. Proponiamo che si costruiscano da subito iniziative e mobilitazioni locali, assemblee in tutti i luoghi di lavoro, che preparino la mobilitazione nazionale contro la guerra.

Lo strumento attorno a cui saldare tutta la nostra iniziativa, come dicevo prima, può essere quella che ho chiamato una nostra piattaforma per la pace. Un documento importante che andrà costruito a partire dal nostro appello e dai contributi di questa assemblea.

Per fare questo dovremo rivederci, programmare nuove riunioni ed incontri perché tutto quello che decideremo potrà realizzarsi solo se ci daremo un minimo di coordinamento, un luogo dove tutti quelli che sono contro questa guerra lavorino assieme, delegate e delegati RSU, sindacalisti.