Assemblea nazionale del Coordinamento delle delegate e dei delegati RSU
Relazione introduttiva di Giacinto Botti a nome del Coordinamento nazionale delle delegate e dei delegati RSU
PREMESSA
La scelta di convocare quest'assemblea nazionale, aperta alle forze politiche e sociali, alla sinistra sindacale e ai movimenti, è maturata con diversi passaggi e discussioni dei delegati e delle delegate del Coordinamento nazionale dopo la firma del "Patto sociale" che ha determinato elementi di novità, che meritano una ridefinizione della nostra linea e dei nostri obiettivi.
Sapevamo delle difficoltà nel dare visibilità a quest'iniziativa, e del momento non particolarmente "esaltante" sul fronte politico – sindacale. Anche dei problemi che come delegati avremmo affrontato per partecipare a quest'assemblea.
Abbiamo, comunque, deciso di convocarla.
Questa assemblea è occasione per un confronto positivo sul lavoro svolto. Dovrebbe essere, soprattutto, un'opportunità per il rilancio del ruolo e la funzione del coordinamento, sulla base dei suoi elementi fondativi.
Giungiamo a questa assemblea nazionale, dopo l’ultima avvenuta a Milano del 18 Aprile 97.
In quella occasione, nella relazione
e nelle conclusioni avevamo articolato, precisato e individuato gli elementi
portanti della nostra analisi e iniziativa generale. L'analisi si è
rivelata giusta, mentre le nostre iniziative le abbiamo, coerentemente,
sostenute nei luoghi di lavoro, nelle organizzazioni sindacali e nel dibattito
politico. Quella relazione e conclusione, e la documentazione di questi
mesi, integrano e completano questa introduzione ai lavori. Una relazione
fatta con la scelta di affrontare, principalmente, le questioni di merito,
perciò del fare concreto del coordinamento nell’attuale contesto
politico e sindacale.
UNA SITUAZIONE A NOI SFAVOREVOLE
Chi vive la condizione di lavoratore dipendente, e in più si è assunto l’impegno di delegato sindacale, sa quanto sia difficile e contraddittoria la situazione nei luoghi di lavoro.
Assistiamo ad un continuo arretramento sul piano delle condizioni lavorative, misuriamo quanto la cultura dominante faccia breccia nella mente dei lavoratori. Subiamo il ricatto e il condizionamento di una ideologia di mercato che vuole imporci scelte che mettono in discussione diritti e conquiste decennali. Il neoliberismo ha una forza egemonica, straordinaria, perché si presenta come fatto ineluttabile, una scienza dell'economia e della società.
Siamo dentro ad un grande processo di trasformazione che ci impone di ritrovarci, di ripensare come dare senso e nuova forza alla nostra scelta di militanti sindacali di sinistra eletti/e dai lavoratori.
Abbiamo il bisogno di sfuggire all’omologazione dilagante, che toglie il diritto di pensare e il coraggio di sperimentare altre strade. Dobbiamo farlo, ma con la consapevolezza di misurarci con la frantumazione e le trasformazioni avvenute nei nostri luoghi di lavoro, con buon senso e concretezza.
Il riferimento ideologico non può
farci dimenticare che per cambiare la realtà non si può andare
più il là di quel che consente oggi la classe di riferimento.
IL NOSTRO RILANCIO E LA NOSTRA RICOLLOCAZIONE
In questi anni abbiamo svolto un lavoro incredibile, non sempre valorizzato o riconosciuto.
Dopo le mobilitazioni contro il taglio delle pensioni, abbiamo continuato a sviluppare iniziative, confronti, raccolta di firme e fornito preziose documentazioni e strumenti di lavoro a migliaia di delegati.
Forti del ruolo di movimento che sviluppa iniziativa a partire dalle contraddizioni aperte, e di delegati che si organizzano e agiscono con maggior autonomia, ma non in estraneità o prevenuta contrapposizione con le sigle sindacali, siamo riusciti a catalizzare attorno alle nostre iniziative un consenso che andava ben oltre alle nostra reale rappresentanza. Siamo stati partecipi, o direttamente promotori, a tutte le iniziative di movimento. Abbiamo partecipato alle manifestazioni europee, promosso assemblee, presidi, marce per le 35 ore come quella di Lodi, manifestazioni di piazza, da Bologna, a Firenze sino a Treviso.
Siamo stati promotori di piattaforme, di appelli e petizioni, abbiamo realizzato un questionario - inchiesta che ha coinvolto oltre 1700 lavoratori di oltre 40 luoghi di lavoro.
Abbiamo realizzato un sito Internet che è ormai un utile e frequentato strumento di informazione e documentazione, con quasi 1000 collegamenti mensili ed in crescita costante e un bollettino "la cassetta degli attrezzi".
Il Coordinamento è un patrimonio di esperienza, di strumentazione e di relazioni che nessuno può ragionevolmente chiederci di considerare superato. La scomparsa di questa risorsa sarebbe una perdita anche per la sinistra sindacale, in particolare per Alternativa sindacale che ha contribuito al suo sviluppo e alla riuscita delle iniziative, ricevendo in cambio dai delegati un apporto, consensi e adesioni fondamentali.
Questo non vuol dire che nel Coordinamento non ci siano stati limiti e stati commessi degli errori.
Proprio perché siamo in una fase di arretramento e di non presenza di un movimento operaio all’attacco, sappiamo di dover sfuggire dall’idea di autosufficienza, dalla sopravvalutazione delle nostre capacità di rappresentanza e di mobilitazione. Sappiamo che non dobbiamo commettere l’errore di trasformare il Coordinamento in un intergruppo, o in luogo in cui ci si divide per collocazione politica o sindacale. Dobbiamo saper parlare a tutti, lavoratori e delegati, che facciano riferimento al PRC, al PdCI, ai DS, ad altri partiti o a nessun partito. Non siamo, e non vogliamo divenire una struttura alternativa o sostitutiva a quella sindacale.
Siamo una struttura autorganizzata di delegati e di delegate che esprimono riserve e critiche all’attuale linea sindacale sia delle confederazioni sia dei piccoli sindacati.
Possiamo avere un importante ruolo e una significativa funzione in futuro se riusciremo ad essere lo strumento riconosciuto da un numero sempre più grande di delegati e di delegate.
Se riusciremo a rafforzare l’organizzazione a rete del Coordinamento, mantenendo un'autonomia del fare e del pensare costruita sulla partecipazione e nel dibattito democratico. Se continueremo ad essere luogo di ricerca, di confronto e di sintesi su cose concrete e non ideologiche. Se rafforzeremo un gruppo dirigente costituito dai delegati rappresentativi e dirigenti nei luoghi di lavoro, con la partecipazione e sostegno di quei dirigenti sindacali disponibili al rafforzamento di questa struttura di base, perché ne percepiscono il ruolo e la necessità nella attuale situazione sindacale. Se lavoreremo ad un passo da quello che è oggi il livello di coscienza dei lavoratori e della loro frammentazione, per individuare lotte ed obiettivi che abbiano il loro insostituibile apporto e consenso.
Noi tutti dobbiamo utilizzare questo incontro per confrontarci sulla primaria necessità di rilanciare l’iniziativa sindacale nei luoghi di lavoro e nella società su degli obiettivi precisi.
Vorremmo affermare il primato dell’iniziativa
sociale e dell’azione diretta dei lavoratori e dei delegati, per costringere
la politica a fare i conti con i problemi e i bisogni del mondo del lavoro
e della disoccupazione, del nord e del sud.
IL CONTESTO
Il rallentamento della crescita in tutta Europa a seguito delle crisi finanziarie del sud-est asiatico, della Russia e dell'America latina aggrava ulteriormente i problemi. E ancora più in Italia dove resta ancora irrisolto il problema di un assetto industriale "arretrato", basato su una specializzazione in attività di trasformazione a basso valore aggiunto, arretratezza tecnologica, bassa qualificazione della mano d'opera, carenza di ricerca, ecc. L'integrazione europea ormai irreversibile pone l'esigenza di un indirizzo politico che almeno limiti lo strapotere delle multinazionali, definendo politiche industriali, evitando privatizzazioni che depauperano il patrimonio tecnologico e produttivo (telecomunicazioni, ENEL, ecc.). Altrimenti il "sistema Italia" sarebbe relegato al ruolo di insieme di "aree speciali" basate sui bassi salari, che si confrontano non con il "centro" dell'Europa ma con la concorrenza dei paesi dell'est. Le nostre proposte di politica sindacale sugli assetti contrattuali, sulla difesa dei diritti, sullo sviluppo dei consumi, sul rilancio e riqualificazione della scuola pubblica, ecc. non hanno un significato meramente sindacale, ma anche il senso di una proposta politica generale.
Per fare questo è necessaria una politica sindacale europea ed il Forum "Europa sociale" è uno strumento utile per caratterizzare a sinistra l'iniziativa sindacale e per recuperarne i limiti ed i ritardi.
Con questa impostazione abbiamo partecipato alla manifestazione di Amsterdam e dobbiamo partecipare a quella di Colonia prevista per Giugno.
Ma non possiamo limitarci a partecipare a qualche manifestazione.
Per fine giugno ogni Paese europeo deve definire un piano per l'occupazione: questa è un'occasione straordinaria per sviluppare una elaborazione ed una mobilitazione che condizioni i governi più o meno socialdemocratici europei col nostro ambizioso progetto di un nuovo sistema economico e sociale alternativo al liberismo dominante, recuperando il meglio della tradizione della sinistra sull'intervento programmatorio dello Stato, sulle politiche sociali, industriali, ecc.
Inoltre dobbiamo costruire una nostra
iniziativa di coordinamento dei delegati a livello europeo a partire
dai nostri delegati presenti nei Comitati aziendali europei.
IL NUOVO QUADRO POLITICO
L’instabilità, la frantumazione e la precarietà del quadro politico e dell’attuale Governo sono evidenti. Il nuovo Governo D’Alema, formatosi dopo la crisi del Governo Prodi, senza la verifica di un nuovo mandato elettorale, risente delle mediazioni e dei condizionamenti di forze politiche ed economiche non propriamente vicine al mondo del lavoro e ai problemi dei lavoratori.
Anche il contrasto aperto con le organizzazioni sindacali ci dice che sarà più complicato realizzare le leggi sulla riduzione dell’orario, sulla rappresentanza o avviare soluzioni avanzate su questioni di rilevanza sociale favorevoli al mondo del lavoro.
La necessità di recuperare problemi e ritardi storici non giustifica le dichiarazioni del Presidente del Consiglio e le (mancate) iniziative dell’Esecutivo sui problemi del lavoro.
Alle organizzazioni sindacali, a tutti noi, si pone il problema centrale dell’autonomia, che non è estraneità, del fare e del pensare rispetto al quadro politico e ai partiti.
Sentiamo il pericolo di un Governo di centrosinistra che alimenta un distacco da quel mondo del lavoro che si aspettava e si aspetta politiche "diverse" e innovative rispetto al passato.
Percepiamo come l’eccessivo gioco di palazzo, il troppo politicismo di questi mesi, abbia contribuito ad allontanare i lavoratori dalla politica attiva e dalla partecipazione.
Sarebbe un errore sottovalutare le trasformazioni avvenute tra i lavoratori sul piano della cultura, in merito al voto e all’adesione alle formazioni di sinistra. Una sinistra che, anche nella sua articolazione, non ha saputo valorizzare il patrimonio di intelligenza e creatività delle masse lavoratrici e per sembrare moderna e realista si allontana dalla propria storia e dalle sue radici. Non esiste più uno "zoccolo duro", una identificazione automatica ed aprioristica tra lavoratore dipendente e sinistra. I partiti di sinistra hanno sottovalutato il disagio, le speranze e le delusioni di una classe lavoratrice che si sente esclusa, neppure rappresentata, dall’attuale politica, fatta di troppi professionisti e politici che nulla sanno del mondo del lavoro.
Tuttavia dobbiamo saper utilizzare le opportunità che comunque questo quadro politico ci offre senza pregiudiziali di appartenenza ma mettendo sempre al centro il merito. Anche perché siamo in presenza di una destra politica ed economica che resta forte e pericolosa e che determinerebbe un peggioramento radicale per la classe lavoratrice se dovesse riconquistare il governo del Paese.
La sinistra politica e sindacale dovrebbe ripensare i modi e le forme
del fare politica se non vuole subire una sconfitta con il contributo della
"sua" classe storica di riferimento.
IL REFERENDUM ANTIPROPORZIONALE
Disaffezione e astensionismo dalla politica e dal voto coinvolgono un numero sempre maggiore di lavoratori, l'insofferenza e la delusione verso l’attuale modo di fare e concepire la politica sono palpabili in ogni settore del lavoro dipendente.
Questo è un grande problema sociale di rilevanza democratica!
Il Referendum antidemocratico rivolto contro la quota proporzionale, che si caratterizza per gli elementi populisti e qualunquisti contro la funzione democratica fondamentale dei partiti, avrà un assenso di massa, proprio tra quei lavoratori che dovrebbero essere un argine alle soluzioni autoritarie e al restringimento dei diritti democratici.
L’uninominale non ridarà credibilità alla politica, non farà ridurre il crescente assenteismo elettorale, non restituirà ai cittadini il potere di decidere e di contare, non ridarà ai lavoratori il diritto di essere direttamente rappresentati nel Parlamento, anzi si amplierà la tendenza alla selezione di un personale parlamentare tra un ristretto gruppo di "leaders", di notabili e di professionisti al servizio degli interessi forti.
Coerentemente al nostro impegno per l’ottenimento di una legge sulla democrazia e per l’elezione delle RSU attraverso un voto libero e a sistema proporzionale, dovremo impegnarci anche nel confronto politico e nel voto referendario, portando il dibattito nei luoghi di lavoro e aderendo alle varie iniziative e ai comitati per il NO di ogni città.
Questa battaglia è coerente con la nostra strategia di controllo
sociale e politico del processo di accumulazione privata contenuta nei
principi fondamentali e negli istituti economici e sociali della prima
parte della nostra Costituzione.
UNA REALTA’ CHE DOBBIAMO CAMBIARE
Questo è un paese dove il lavoro è già destrutturato, la mobilità, la precarietà e la flessibilità sono già ampiamente presenti nei luoghi di lavoro.
La liberalizzazione della prestazione lavorativa si è materializzata fortemente con il "pacchetto Treu".
Sono ridisegnati istituti come i contratti di formazione lavoro, le assunzioni a termine, stagionali e precarie, mentre il lavoro interinale ha assunto forma legale.
Avevamo giustamente giudicato pericoloso il pacchetto Treu sul piano dei diritti al lavoro e nel lavoro, per la rottura tra diverse figure di lavoratori e per l’impatto negativo sulla contrattazione.
Nelle aziende avanzano i processi di esternalizzazione, di frantumazione, di decentramento produttivo. La fabbrica madre decentra, ponendosi al centro di una struttura a rete, verso realtà con condizioni di lavoro peggiorate, con spazi di libertà ristretti e diritti quasi inesistenti. Cioè si sviluppano quelle realtà dove si vorrebbe dare la libertà di licenziamento togliendo i diritti ai lavoratori.
Ribadiamo che non c’è nesso tra crescita economica e flessibilità, tra la riduzione del costo del lavoro e l’occupazione, tra la "spalmatura" o la riduzione dei diritti e la capacità di competere delle imprese italiane nel mercato internazionale e la competizione globale. Il vero nesso che esiste tra la flessibilità e la precarietà sono le morti sul lavoro e lo sfruttamento dei lavoratori, che finiscono persino di sparire come persone e cittadini di questo civile e moderno Paese. Un paese che si avvia verso una società che si sviluppa con il regime dei mercati e del pensiero liberista, con le sue idee di darwinismo sociale che generano razzismo e xenofobia.
Per questo partecipiamo alla manifestazione nazionale indetta da
Cgil-Cisl-Uil il giorno 13 febbraio a Milano.
IL NUOVO PATTO SOCIALE
Il 2 Febbraio senza neppure aver svolto formali assemblee Cgil-Cisl-Uil hanno firmato, insieme con il Governo e varie associazioni padronali, il nuovo "Patto sociale".
Questo modello concertativo centralizzato tende a ridurre la partecipazione e perciò la stessa democrazia, lasciando spazio per l’avanzare di pratiche autoritarie nei luoghi di lavoro come nella società.
Non a caso il nuovo patto si è realizzato nella complessiva indifferenza dei lavoratori e dei delegati, solo in parte giustificata dalla mancanza di pratica democratica e di una piattaforma del sindacato. In generale, però, siamo in presenza di una sottovalutazione di ciò che rappresenta questo nuovo accordo centralizzato sia per quanto attiene il contenuto, sia per il consolidamento di una linea di politica sindacale fortemente propensa all’istituzionalizzazione del sindacato, di subordinazione ai vincoli dell’impresa e alla cultura del mercato.
La verifica, dell’accordo del 23 Luglio, doveva servire a rimettere al centro del confronto il recupero del potere d’acquisto dei salari, e politiche attive per l’occupazione; elementi necessari per difendere il CCNL e il sistema contrattuale dai rischi del procedere di uno svuotamento che abbiamo registrato, causato dai vincoli e dai limiti imposti dal patto del 23 Luglio 93.
Il nuovo Patto segna una pericolosa continuità, con politiche che rendono il lavoro e i lavoratori vincolati alle culture, ai bisogni dell’impresa e del mercato.
Seppure Confindustria non abbia ottenuto formalmente la cancellazione del CCNL e dei diritti primari dei lavoratori, è sbagliato pensare di trovarci di fronte ad un accordo con poca consistenza, che non avrà ricadute negative sul nostro intervento nei luoghi di lavoro.
Non si può parlare di accordo equo.
Il primo effetto che porta con se l’accordo è il consolidamento di una teoria che si trasforma in cultura: per affrontare il mercato "globale", per reggere la concorrenza si deve accettare la riduzione del salario e dei diritti. Si insedia una tendenza, aiutata anche da analisi di settori di sinistra politica e sindacale, che porta a credere che una lotta di fabbrica o di categoria sia priva di valore e di prospettiva generale.
Le politiche per l’occupazione sono demandate alla sola iniziativa di capitale, senza, peraltro, nessuna verifica sulla finalità di impiego delle ingenti risorse che il Patto trasferisce alle imprese che, a regime, arriveranno a 15.000 miliardi annui.
Non si accenna neppure ad un intervento sulla riduzione e controllo degli orari.
Il positivo mantenimento dei due livelli di contrattazione, come verifichiamo concretamente, è una petizione di principio. L’efficacia e la tenuta del CCNL e dei contratti aziendali si complica con l’introduzione di vincoli rivendicativi salariali con riferimento all’inflazione europea (più bassa di quella italiana).
Non a caso Confindustria utilizza questi elementi per rendere concreti, attraverso le categorie, gli obiettivi non raggiunti nel Patto.
Valutiamo, anche, con preoccupazione la degenerazione corporativa che il Patto rappresenta, perché tende a subordinare a sé tutti i comportamenti sociali e le iniziative rivendicative.
Questo comporta un'accelerazione dei processi di centralizzazione di decisioni che mettono ai margini il ruolo e la funzione delle RSU, rendendo superflui il peso e l’importanza dei lavoratori nella vita sindacale.
Non siamo preoccupati di un Patto che condiziona il Parlamento, riducendone
la presunta autonomia e neutralità, come dichiara la destra. L’elemento
dirimente sono i contenuti concertati, che attribuiscono al Governo e alle
parti sociali un ruolo di direzione dell’economia e delle scelte sociali
funzionali ad una politica di stampo liberista.
DIRITTI E PRECARIETA’: UN ATTACCO
PREVEDIBILE
Le strutture centrali europee come il Fondo monetario e la Banca mondiale hanno continuano a dettare ai Governi le solite ricette per affrontare i problemi legati al mancato sviluppo economico e alla "fastidiosa" presenza di circa 20 milioni di disoccupati: flessibilità, precarietà, smantellamento dei diritti, riduzione dello stato sociale con una morbosa attenzione verso il nostro "anomalo" sistema previdenziale.
Sappiamo che le ricette proposte non risolvono né attenuano problemi occupazionali.
Sono proposte – imposizioni, tese a favorire il continuo spostamento dei rapporti di forza e rafforzare un impianto culturale dal lavoro al padronato, funzionali alla concretizzazione dell’idea liberista della società.
Le ultime esternazioni del presidente del consiglio D’Alema in merito al contratto nazionale, sui diritti nei luoghi di lavoro e più in generale sulle questioni che attengono al mondo del lavoro, rispondono al richiamo di queste strutture.
Possiamo affermare che sono dichiarazioni preoccupanti!
Dichiarazioni che vanno nella precisa direzione di attacco al movimento dei lavoratori e ai diritti generali. Queste posizioni non sono state travisate dai giornalisti. Sono fatte con logica e con un preciso scopo.
Dichiarare, dopo aver sottoscritto il Patto, che le regole sindacali impacciano le piccole aziende, che lo Statuto dei lavoratori appartiene a quei "lacci e laccioli" che frenano lo sviluppo e che il Contratto nazionale è superato nei fatti, significa andare nella precisa direzione di attacco al movimento dei lavoratori e al ruolo e alla funzione del sindacato generale.
Significa aver deciso che gli interessi "generali" e del padronato non sono compatibili con quelli della classe lavoratrice. Significa arrendersi a chi vorrebbe ridurre il Paese e la società ad un'azienda, il lavoro a merce e l’uomo a semplice strumento di produzione.
Mai come oggi è richiesta al sindacato confederale una forte autonomia dal Governo e dalle forze politiche, con una linea generale non subalterna alle logiche d’impresa.
Lo scontro tra il sindacato, in particolare la Cgil, e le posizioni
del presidente del Consiglio è confortante, ma non ci tranquillizza.
Vogliamo verificare concretamente se siamo in presenza dell’ennesimo scontro
di propaganda. Vogliamo capire come si rende concreta la difesa dei diritti
nei luoghi di lavoro, con quali politiche si contrasta la continua ed incalzante
richiesta del padronato italiano di precarietà, flessibilità
e riduzione delle tutele.
LA LEGGE SU DEMOCRAZIA E RAPPRESENTANZA SINDACALE
Nel pubblico impiego per la prima volta si è votato per le elezioni delle rappresentanze sindacali.
Questo è stato possibile perché il Referendum abrogativo, voluto dal Movimento dei consigli nel 93 e da una parte del movimento sindacale e delle forze politiche, ha costretto le parti in causa: il governo, i sindacati, l’Aran a raggiungere un accordo trasformato successivamente in legge.
La legge realizzata contiene quasi tutti gli elementi qualificanti che erano alla base delle nostre richieste e rappresenta uno dei pochi successi politici di movimento di questi anni.
Le avvenute elezioni hanno visto una straordinaria partecipazione di circa l’80% degli aventi diritto. I risultati conseguiti hanno ridefinito le reali rappresentanze sindacali, ridimensionato sindacatini corporativi e autonomi, riducendo il peso storico assegnato alla democristiana Cisl. Si sottovalutano ancora i cambiamenti e le possibilità che si sono determinati nel mondo del lavoro pubblico con questa legge. Sessantamila delegati eletti in RSU che avranno pieni poteri di contrattazione potranno portare una ventata di novità costringendo il sindacato al rinnovamento della sua linea e delle sue pratiche. La non elezione delle RSU nel comparto scuola, che deve essere effettuata nell’ambito del luogo di lavoro, è un fatto negativo che non può mettere in discussione il risultato ottenuto per un milione e settecentomila lavoratori e lavoratrici.
Il settore pubblico ha oramai un rapporto di lavoro come il privato. I problemi, le richieste del mondo del lavoro pubblico si intrecciano con quello privato. Dobbiamo ricomporre le divisioni, recuperare un senso comune di appartenenza, allargando le reciproche conoscenze. Dobbiamo farlo già da questa Assemblea e nel lavoro del Coordinamento.
La legge sulla rappresentanza per i privati è ad un pericoloso bivio.
Il 1999 deve essere l’anno della legge sulla rappresentanza e la democrazia nei luoghi di lavoro del settore privato secondo i principi della libertà di voto per tutti i lavoratori, dell’esigibilità dell’elezione della RSU, titolare di contrattazione e di poteri in ogni luogo di lavoro, del diritto di tutti i lavoratori di esprimere voti vincolanti su accordi e contratti.
La Commissione lavoro della Camera ha approvato un testo che il Parlamento dovrà cominciare a discutere.
Abbiamo giudicato i contenuti della legge complessivamente positivi e fortemente innovativi rispetto alla situazione attuale. Una legge che non risolverà tutti i problemi, ma che porta con sé una potenzialità che sta a noi ai delegati, di oggi e di domani, saper autonomamente utilizzare in tutte le sue potenzialità. Potrebbe favorire un processo politico di riforma del sindacato e la ricostruzione di un'unità, rispetto alle mille frammentazioni, dando forza e spazio ai soggetti che determinano la stessa vita e funzione del sindacato: i delegati e le delegate eletti/e direttamente dai lavoratori.
Le nuove e rinnovate RSU possono favorire una rinnovata linea vertenziale e la difesa e lo sviluppo della contrattazione nazionale e di secondo livello, contro le posizioni della Confindustria.
Confindustria non solo ignora la vittoria del Referendum del 95 e non tiene conto delle sentenze della Corte Costituzionale, ma sta premendo sul Governo e sulle forze politiche affinché la legge sia bloccata o fortemente manomessa.
Siccome esiste un nesso inscindibile tra assetti contrattuali e modello di rappresentanza, la Confindustria, in occasione del Patto a sostegno della politica centralizzata, ha ottenuto che il Governo presenti un emendamento alla legge sulla rappresentanza.
Subordinare le RSU alle decisioni assunte nel Patto significa svuotare il loro ruolo e la loro funzione che sarebbero, come vorrebbero settori sindacali, semplici terminali controllati.
Il Coordinamento si era impegnato al sostegno dei Comitati per la
legge e nella raccolta di firme sull’appello ai Presidenti di Camera e
Senato. Nostro obiettivo è riprendere l’iniziativa, affinché
il Parlamento approvi una buona legge.
L'USO POLITICO DEL MERCATO DEL LAVORO
I padroni italiani non sono attrezzati a subire l’urto di un libero mercato senza gli straordinari aiuti ricevuti in questi anni dai vari governi.
Pensano di affrontare, con una visione conservatrice e restrittiva, ma fortemente di classe, l’imperativo della competitività, per scaricare inadempienze e costi sui lavoratori e sulle lavoratrici.
Non abbiamo più nulla da scambiare.
La realtà è che persino i bisogni fisiologici sono condizionati dalla nuova organizzazione del lavoro, mentre procede la "desindacalizzazione" anche in settori di aziende tradizionalmente sindacalizzate e si assiste ad un uso improprio delle cooperative, dei contratti atipici e in affitto, al 60% delle assunzioni a tempo determinato, ai contratti di formazione che non formano nulla, al nuovo apprendistato che è manodopera sfruttata e sottopagata, ecc.
Il peso della deregolamentazione e delle deroghe alle leggi e ai contratti è stato scaricato sui giovani in attesa di un lavoro e sui lavoratori delle aziende meno protette dall’azione sindacale.
Le RSU non sono sempre state in grado di contrastare l’azione padronale nelle aziende! Anche perché sono prive di un aggancio e di un appoggio adeguato, perché le linee politiche – sindacali sono contraddittorie, alla prova dei fatti inefficaci e non sorrette da un progetto alternativo di carattere generale.
Sull'utilizzo del mercato del lavoro, sulle nuove e vecchie forme di precarietà e di flessibilità, sulla distruzione della legalità nei luoghi di lavoro e sul territorio, sull’attacco allo Statuto dei lavoratori dovremmo fare una inchiesta e rilanciare una vertenza generale contro il degrado e le falsificazioni in atto.
Dobbiamo, insieme alle esperienze realizzate a livello locale e nazionale da alcune associazioni e movimenti, individuare un luogo e una data per realizzare una assemblea - convegno per riproporre al dibattito sindacale e politico le nostre richieste per uscire dall’illegalità e la contrarietà alla precarizzazione dei rapporti di lavoro e alla distruzione dei diritti e dei valori della nostra Costituzione. Ma con una nostra idea di legalità, che sia rispettosa dei diritti e degli interessi dei lavoratori, altrimenti (soprattutto ma non solo al sud) la parola d'ordine di uscire dall'illegalità rischia di tradursi in una semplice legalizzazione di ciò che oggi è illegale (evasione contrattuale, delle norme sulla sicurezza, ecc.)
Una assemblea tra vari soggetti, per trovare un sentire unitario sfuggendo dal pericolo di contrapposizione tra una classe lavoratrice garantita dalla precarietà dell’altra.
Una iniziativa politica per rimarcare la contrarietà all’apertura di un tavolo centrale di trattativa sulla flessibilità e sui diritti sindacali tra governo e parti sociali, come previsto dal Patto di Natale. Un nuovo tavolo concertativo dove il sindacato, come sappiamo, rischia di arrivare senza una piattaforma ed un mandato dei lavoratori e di sancire un nuovo scambio tra diritti universali e il nulla.
La necessità di una riqualificazione del mercato del lavoro richiede un rilancio della scuola pubblica. Siamo quindi contrari al finanziamento pubblico della scuola privata che contrasti i principi costituzionali e quindi aderiamo e partecipiamo alla manifestazione di Bologna del 27 Febbraio.
Dobbiamo stimolare il ruolo delle RSU nell'integrare i lavoratori "atipici" nell'organizzazione del lavoro. In questo senso critichiamo anche la possibile trasformazione del Nidil-Cgil (la struttura rivolta a queste figure) in una "categoria" separata.
Dobbiamo anche intervenire sulla collocazione dei LSU con l'obiettivo
di trasformarli da precariato a lavoro stabile (anche se è improbabile
una assunzione generalizzata nella Pubblica Amministrazione).
LA SALUTE E LA VITA NON SONO MERCI IN VENDITA: SERVE UNA NUOVA LEGGE
Oltre 1300 morti ufficialmente rilevati ogni anno sul lavoro, un milione di infortuni, decine di migliaia menomati irrimediabilmente.
Intorno a questa tragedia umana, dagli immensi costi sociali ed economici circolano idee e valutazioni che brillano per ignoranza e ipocrisia.
La colpa di questa carneficina è del destino, dei lavoratori distratti che non rispettano le norme antinfortunistiche, o peggio che per egoismo preferiscono monetizzare il rischio.
Per noi i primi responsabili sono gli imprenditori grandi, medi e piccoli che ricercano il risparmio, costruiscono le fortune letteralmente sulla pelle dei lavoratori, sfruttando il lavoro nero e sommerso, utilizzando la disponibilità di uomini e donne italiani e di altri paesi, con un bisogno impellente di un reddito per vivere con dignità.
Esistono responsabilità anche nel sindacato. La cultura del mercato ha occupato il posto di quella della civiltà e della prevenzione. La salute in questi anni è stata venduta, monetizzata ampiamente. Il sindacato e le RSU si sono arresi ai ricatti manifestando eccessiva comprensione per le tesi padronali. Siamo in presenza di una deleteria assuefazione e di una rimozione anche all’interno di una sinistra smemorata.
Il Governo deve recuperare i ritardi accumulati, superare leggi contrastanti e ridicole, fatte da chi non è mai entrato in fabbrica.
Il governo deve procedere all’approvazione del testo unicopresentato da Smuraglia.
Un testo che rappresenta una nuova, articolata e più efficace legge sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Una piattaforma per lavorare nella dignità e nella sicurezza è in discussione alla Commissione lavoro del Senato (riorganizzazione di tutte le normative sulla sicurezza) che Confindustria attacca fortemente perché rafforza il concetto di responsabilità dell'azienda committente con un aggravamento delle pene.
Il testo di legge può favorire l’applicazione della 626 dando anche il diritto a delegati, lavoratori e RLS di costituirsi parte civile, nell’eventuale processo penale, in quanto rappresentanti di interessi collettivi e riconosce al delegato della sicurezza le stesse prerogative dei delegati RSU.
Il sindacato dovrebbe porsi l’obiettivo di ottenere un aumento degli
ispettori del lavoro e ritornare ad una nuova rigidità a sostegno
di un semplice principio: la salute non è una merce in vendita.
LA PREVIDENZA DA DIFENDERE
Prepariamoci ad una campagna preventiva contro un nuovo intervento che sarà giustificato con la non tenuta economica del sistema.
La campagna contro il sistema previdenziale e contro le pensioni di anzianità è in corso, anzi non ha mai smesso un attimo.
Prevedibilmente non passerà molto tempo e saremo chiamati alla mobilitazione contro quello che si può definire un attacco preordinato, costruito giorno dopo giorno nei confronti del sistema pensionistico.
Le campagne stampa, dal Corriere al Giornale, sostenute dalla destra, dal Governatore della banca d’Italia e dal FMI si stanno pericolosamente intensificando.
Le circa 200.000 pensioni di anzianità previste per l’anno 99 che saranno utilizzate dopo il blocco sono state l'occasione per mettere sotto accusa l’eccessiva spesa previdenziale
Si tende a confondere tra fondo attivo dei lavoratori dipendenti con il deficit delle casse dei commercianti e autonomi. Respingiamo con sdegno la proposta squalificante del presidente della CONFCOMMERCIO Billè e della CONFARTIGIANATO Spalanzani, pronti a discutere del loro bilancio in rosso purché si discuta anche delle pensioni del lavoro dipendente.
Non ci tranquillizzano il Presidente INPS ed i vari ministri che dichiarano la tenuta economica e la spesa sotto controllo per la non attuazione di interventi previsti, come la reale divisione tra assistenza e previdenza, l'inadeguato recupero di risorse per la politica di decontribuzione all’impresa, la diminuzione dell’occupazione stabile ed, in particolare, la presenza dell'evasione conseguente dalla diffusione del lavoro nero e sommerso. Su 11.000 imprese sottoposte ai controlli ispettivi, in ben 8.000 si sono scoperte irregolarità riferite alla presenza di lavoro nero.
Ricordiamo inoltre che ancora oggi nessuno ha definito chi sono i lavoratori che facendo lavori usuranti dovrebbero andare in pensione prima degli altri. Non ci convince il richiamo di Ciampi a "un controllo assiduo alla spesa".
L’inevitabile crescita della spesa nei prossimi anni, se non sarà compensata adeguatamente con interventi mirati, diverrà la forza di chi, da sempre, vuole distruggere il sistema previdenziale pubblico.
I conti, ma soprattutto le manovre politiche in atto devono essere affrontati prima di esserne travolti.
L’intera questione di una nuova revisione dello stato sociale dovrebbe essere esaminata dal Governo, dai sindacati e dal padronato a partire dalla trattativa sulla riforma degli ammortizzatori sociali.
C’è chi pensa di poter eliminare la CIGS, la mobilità e i prepensionamenti senza prospettare altri strumenti collettivi solidali con cui affrontare le crisi e le continue ristrutturazione delle imprese.
I padroni perseguiranno i loro obiettive anche in questa trattativa! Intanto il consigliere economico di Palazzo Chigi, Nicola Rossi, dichiara che occorre trovare una soluzione per "ricollocare" i lavoratori cinquantenni senza ricorrere ai prepensionamenti e alla mobilità.
Sappiamo che questi strumenti, insieme alla Cassa Integrazione sono stati massicciamente e anche strumentalmente usati dalle aziende, che prima espellano forza lavoro "vecchia" e poi chiedono l’eliminazione della pensione di anzianità.
Forte è la contraddizione di un sistema sociale che vorrebbe
dare lavoro ai giovani senza dare una pensione ai lavoratori con oltre
35 anni di contribuzione. In più abbattere la disoccupazione senza
contenere la riduzione di personale nelle grandi e medie aziende intervenendo
sul controllo e la riduzione degli orari.
LA RIDUZIONE D’ORARIO
La legge sulle 35 ore era un atto dovuto per gli impegni assunti dal precedente Governo!
Dal governo D’Alema anche se condizionato e ricattato da forze contrarie, è lecito aspettarsi un atto politicamente forte come quello di approvare una buona legge sulle 35 ore.
Avevamo giudicato la presentazione del Ddl sulle 35 ore un fatto di grande rilevanza politica anche per la costruzione di un Europa sociale.
Sappiamo, però, che gli orari contrattuali sono diminuiti solo teoricamente in questi anni perché quelli effettivi sono aumentati. Questo conferma come una linea contrattuale rivendicativa sugli orari, ed anche su salario e diritti, non può che partire dalla capacità di controllo da parte dei lavoratori e delle RSU dell’organizzazione del lavoro e della sua riorganizzazione in fabbrica e sul territorio.
Solo con la conoscenza e il controllo del ciclo produttivo e dell’organizzazione del lavoro, possiamo affermare una politica sugli orari.
Sulla necessità della riduzione dei tempi e degli orari, sul valore di un obiettivo centrale anche per la ridistribuzione della ricchezza prodotta e elemento di civiltà e di emancipazione degli uomini e delle donne, abbiamo abbondantemente scritto.
Non sono positive le novità intervenute dopo la nostra campagna per sensibilizzare i lavoratori tramite una raccolta di firme sull’appello alle forze politiche e sindacali per modificare il Ddl sulle 35 ore. Infatti, i contratti nazionali sono stati affrontati senza una linea finalizzata alla riduzione degli orari, il nuovo Patto non contiene nessun riferimento alla riduzione di orario (elemento utilizzato dal falco Pininfarina a sostegno del rifiuto dei padroni metalmeccanici verso le parziali richieste di riduzione d’orario nella piattaforma), la legge definisce l’orario straordinario a partire dalla 48° ora.
In più è aumentata la diffidenza e la lontananza dei lavoratori rispetto a questo obiettivo determinata da più fattori: la campagna martellante della Confindustria e delle forze politiche di destra, la contrapposizione tra salario ed orario e il ruolo nefasto di opposizione alla legge avuto dal sindacato. Infine, come evidenziato nel nostro questionario, dalla preoccupazione dei lavoratori che la riduzione non si traduca in occupazione ma in aumento dello sfruttamento e delle ore straordinarie, o nello spostamento del proprio lavoro in altri luoghi.
Malgrado questa difficoltà e questa sfiducia, dobbiamo riprendere l’iniziativa affinché sia approvata la legge: una buona legge, strumento efficace e non solo simbolico.
Riconfermiamo quello che per noi, e anche in parte per la Cgil, sono
gli elementi indispensabili per una buona legge: essere chiara ed esigibile
e finalizzata allo sviluppo della contrattazione, prevedere la riduzione
dell’orario legale a parità di salario per tutte le realtà,
favorire l’abbattimento dello straordinario, definire (come previsto dall’art.
36 dalla Costituzione) l’orario massimo giornaliero e settimanale, mettere
a disposizione risorse certe e meccanismi certi di incentivazione e disincentivazione.
I CONTRATTI NAZIONALI... E QUELLO DEI METALMECCANICI
I contratti nazionali e aziendali non hanno sinora determinato una controtendenza rispetto alle scelte subalterne realizzate a livello nazionale con l’accordo di luglio 93.
I risultati dei contratti nazionali recentemente conclusi (chimici, elettrici, turismo, ecc.) non hanno realizzato una inversione di tendenza, soprattutto da un punto di vista qualitativo, sul salario, sull’orario, sui diritti e sull’organizzazione del lavoro.
Il contratto nazionale per noi deve essere uno strumento fondamentale di ridistribuzione della ricchezza prodotta, ha un valore per la solidarietà e l’unità che riesce ad esprimere attraverso il suo carattere nazionale e generale. Come sappiamo, a differenza del Presidente del Consiglio, il CCNL per circa il 65% dei lavoratori rappresenta l’unica possibilità per migliorare le proprie condizioni di lavoro e di salario.
Le ragioni concrete del perché Confindustria voglia ridimensionare il Contratto nazionale le abbiamo ampiamente analizzate.
Se è ovvio che il CCNL sia considerato come la peste dai padroni, è meno comprensibile che sia considerato superato da D’Alema, ma anche da D’Antoni che (Corriere del 14/1) ritiene che il CCNL debba perdere sempre più i suoi connotati distributivi.
Ma non basta affermare che il CCNL deve essere mantenuto.
La riduzione del suo peso e del suo valore è già avvenuta
grazie alla politica concertativa subordinata alle logiche del mercato
e dell’impresa e alla inflazione programmata. Una politica che, oltre a
non dare i risultati sperati in materia d’occupazione e salario, ha fortemente
ridimensionato il ruolo dei sindacati di categoria.
I METALMECCANICI
Coerentemente alla critica indirizzata verso la politica nazionale del sindacato sancita con il Patto, abbiamo sviluppato proposte e critiche verso l’impianto complessivo delle richieste contrattuali per il rinnovo dei CCNL.
Nel caso dei metalmeccanici la scelta, sostenuta e organizzata da A.S., di votare NO ai contenuti della piattaforma in una consultazione privata di qualsiasi aspetto democratico, ha trovato un ampio consenso di massa.
Il padronato comunque, come era prevedibile, non si accontenta delle contenute richieste e apre uno scontro di carattere politico generale.
Il padronato a sostegno del suo NO utilizza tutte le contraddizioni e i limiti presenti anche nel nuovo patto.
I dirigenti sindacali della categoria non dovrebbero meravigliarsi della rigidità e della volontà di scontro di questi padroni "eversivi". Sono della stessa famiglia che hanno firmato un Patto con il Governo e il Sindacato in cui ottengono molto in cambio di un generico riconoscimento degli assetti contrattuali.
Saremo in prima fila nell’organizzare le iniziative di lotta, insieme ai lavoratori, in particolare a chi ha votato NO, per sconfiggere il disegno del padronato, senza abbandonare la critica nei confronti della politica subalterna e poco coraggiosa del sindacato confederale, che condiziona e subordina le richieste contrattuali riducendo il consenso dei lavoratori.
Per questo è errato affidare alla categoria dei meccanici il ruolo impossibile di misurare i rapporti di forza tra il padronato e il lavoro. O pensare ad una categoria con una forte autonomia e una forza contrattuale che possa sfuggire dalle contraddizioni della politica generale.
L’auspicabile veloce chiusura di questa vertenza deve essere perseguita
senza disponibilità ad un nuovo peggioramento sui diritti, sulle
ore straordinarie, sulle flessibilità e sulla vigenza contrattuale.
CONCLUSIONI
E' attorno a questi obiettivi, praticabili, realizzabili e comprensibili, nella loro importanza e valenza politica e sindacale, che si devono verificare le coerenze, ricercare e si sperimentare sintesi e alleanze, e soprattutto costruire, a partire dai luoghi di lavoro, iniziative per allargare il consenso e le lotte per spostare i rapporti di forza oggi sfavorevoli.
Il nostro impegno avrà questo indirizzo, affinché gli obiettivi definiti non restino solo una indicazione di un ennesimo convegno ma si realizzino.
Alla nuova generazione di delegati del pubblico impiego e dell'impiego privato non possiamo fornire solo una disperante per quanto esatta spiegazione delle sconfitte subite, né solo prospettare una strategia difensiva poco esaltante per quanto utile.
Dobbiamo indicare strumenti e opportunità di attacco, per quanto limitati, locali, occasionali, per diffondere fiducia nelle lotte, per legarci al livello di coscienza della nuova leva di delegati che non si è formata sulle lotte generali.
Perché solo incontrando i limiti della parzialità questi nuovi delegati potranno sviluppare l'esigenza vissuta di un sindacato effettivamente generale.
Delegati e delegate del settore privato e pubblico che possono avere un ruolo di grande autonomia perché sono l’espressione diretta dei bisogni e del sentire dei lavoratori, e di un agire costruito nei luoghi di lavoro ed espressione delle contraddizioni, delle difficoltà e dei limiti della classe lavoratrice.
Sono questi i soggetti che possono rilanciare, ricostruire, l’indispensabile sindacato confederale generale, con forte autonomia progettuale, di massa e democratico, che torni ad essere dei lavoratori e delle lavoratrici.
Noi, il Coordinamento, vogliamo essere parte di questo ambizioso, indispensabile e possibile obiettivo.
Buon lavoro!
