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Finanziaria 2007: Nulla di nuovo sul fronte occidentale Non possiamo certo dire che che nessuno se lo aspettava ma è ormai chiaro che la linea di politica economica e finanziaria del Governo prodi non rappresenta quella svolta coraggiosa che in molti auspicavano. A ridurla all'osso (vedremo poi i dettagli quando questi saranno resi pubblici) possiamo affermare che la finanziaria 2007, mirata a ridurre il debito ed a dragare risorse da destinare alle imprese, ruota attorno ai seguenti cardini.
Ragionando in termini prettamente sindacali questo è un impianto assolutamente da rigettare. Una operazione di cassa (molto simile a quelle del governo precedente) per rastrellare risorse facilmente reperibili (nelle tasche dei soliti ignoti) per finanziare sia la riduzione di un debito (che non è certo responsabilità di questi) e per finanziare quella riduzione del carico fiscale a favore delle imprese che, liberate da oneri che loro chiamano "impropri", darebbero così vita a quel circolo virtuoso di investimenti che porteranno l'economia Italiana al passo con le migliori economie europee. Una favola a cui non crede nessuno. Si continua a dimenticare che la crisi dell'economia Italiana non è certo causata dalla bassa produttività, dalla scarsa flessibilità (ormai diventata sistema) o dal costo del lavoro, ma bensì dalla scelta del capitalismo italiano di rinchiudersi (ormai da anni) in una politica economica di basso profilo (di rapina) basata essenzialmente sulla riduzione dei costi occupazionali e salariali. Non sarà certo regalando alle imprese ulteriori flussi di risorse (che le imprese vedono semmai come risparmi per rimpinguare i profitti) che aumenteranno gli investimenti. Ma per fare questo regalo (visto che ogni promessa è debito) servono comunque risorse che non si trovano facilmente se non nelle tasche dei lavoratori che tanto già in questi anni hanno dato senza ricevere nulla in cambio. Ma ovviamente questo rastrellamento di risorse deve essere motivato degnamente .... non si può andare per strada a dire "o la borsa o la vita!". Così si parla del buco lasciato dal governo precedente (la stessa motivazione usata da Berlusconi per la sua prima finanziaria), fino al rispetto degli obiettivi Europei (che nessun paese sta in realtà rispettando). Ma quando le argomentazioni devono scendere nel dettaglio delle cose, si tocca l'assurdo.
Così è che, parlando di pensioni, Padoa Schioppa ha dichiarato che 'il sistema pensionistico è caratterizzato da forti squilibri non solo finanziari. Crea una situazione in cui il patto tra le generazioni è gravemente a rischio perché ci sarà una proporzione sempre minore di giovani che sostengono i vecchi''. "Nel futuro - ha chiosato il ministro - la pensione dei giovani rischia di essere un peso insostenibile. Questa è un'iniquita' enorme''. E bravo Schioppa, in poche parole è riuscito a sintetizzare una buona parte delle critiche da molti sollevate al tempo della controriforma Dini, ed al tempo dell'introduzione della legge 30 (l'aumento della precarietà porta alla riduzione della base contributiva), ma ne trae la conclusione opposta. La pensione non è una voce della spesa dello stato, è salario dei lavoratori, salario accantonato per pagare le pensioni ma che in realtà viene utilizzato per finanziare gli interventi assistenziali dello stato (vecchiaia, invalidità, cassa integrazione, ecc) che dovrebbero invece essere finanziati dalla fiscalità generale. E' risaputo (lo dicono i bilanci Inps) che se si guarda solo al fondo lavoratori dipendenti questo è in attivo, ed è risaputo che i problemi che il fondo deve affrontare riguardano semmai il versante delle entrate messe oggi in crisi non già dalle esose richieste dei lavoratori e dei pensionati ma dall'aumento esponenziale della precarietà del lavoro e dalle riduzioni contributive regalate in questi anni alle imprese. Se Padoa Schioppa, ed il Governo Prodi volessero veramente salvare le pensioni e rinsaldare il patto generazionale, dovrebbero agire in ben altre direzioni, come ad esempio consolidare l'occupazione precaria (a partire dall'abolizione della legge 30) rendendola stabile (quindi concretamente solida dal punto di vista contributivo), dovrebbero inoltre separare nettamente la gestione dei fondi pensioni dalla gestione delle spese assistenziali (promessa già fatta da Dini ma ancora sostanzialmente inattuata), dovrebbero inoltre smetterla continuare a regalare alle imprese sconti contributivi. Dovrebbero in pratica rendere stabile il sistema delle entrate che sostiene il sistema previdenziale pubblico. In realtà Schioppa ed il Governo Prodi dimostrano ben altri obiettivi, come ad esempio lo sviluppo della pensione privata integrativa (che costa molto di più di quella Inps e rende meno, ma fa tanto bene ai privati che le gestiscono ed al mercato borsistico in cui questi soldi sono obbligati a nuotare per esistere). Per loro il fondo pensioni Inps è solo una fonte di risorse in cui pescare a piene mani per finanziare altre operazioni di cassa e di spesa. Così è per questa finanziaria.
Le argomentazioni in materia di tagli alla spesa sociale (scuola e sanità) e di tagli all'amministrazione pubblica sono più banali. Come succede da almeno 20 anni a questa parte si tratterebbe di ridurre gli spechi liberando così risorse aggiuntive per altri interventi di primaria necessità. A questo punto si tratta di intenderci sulla parola "spreco". Finchè si trattava (per dirne una) di togliere l'autista e l'auto blu al direttore dell'ASL potevamo intenderci, ma ormai(e da diversi anni) non è più così. La sanità, a furia di riduzioni, è allo sfascio. Per fare una qualsiasi visita, ad esempio una TAC, si aspettano mesi, per una domanda di invalidità se ne aspettano almeno due, il personale è meno che al lumicino. Si sono chiusi ospedali, case di riposo, strutture assistenziali decentrate e tutto, si diceva, per ridurre gli sprechi e razionalizzare il sistema.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti. La
sanità pubblica è allo stremo come capacità di risposta all'utenza,
ma la spesa sanitaria è ovunque aumentata grazie allo sviluppo della
sanità privata che vive con i sovenzionamenti pubblici (convenzioni)
e può crescere ancora grazie alla sempre più ridotta presenza della
risposta pubblica, mentre di contro i costi per l'utenza (tikets ed
altro) sono progressivamente aumentati. Con i nuovi tagli che la
finanziaria promette in materia di sanità si continua di fatto sulla
stessa strada. Eppure l'istruzione è quel settore per cui tutti, in campagna elettorale, si sono sbracciati per rivendicarne la centralità e la necessità di rilancio. A conti fatti si può affermare (aspettiamo però con vivida preoccupazione di vedere anche le altre determinazioni particolari che saranno precisate con la stesura finale della proposta di legge finanziaria) che questa finanziaria è proprio quel lacrime e sangue che temevamo. Non è il nostro un discorso non solo quantitativo ma anche qualitativo e di denuncia su una politica che non sembra fare altro che rimanere al palo di paradigmi tipici del pensiero liberista. Tagliare sul pubblico per dare spazio al profitto privato .... in sostanza ... nulla di nuovo sul fronte occidentale. Rimane da vedere ora la risposta sindacale. Ad oggi possiamo registrare una posizione confederale abbastanza preoccupata e contrariata in merito a questi contenuti della finanziaria. E ciò è bene .... ma non basta. Tutte le critiche (almeno quelle uscite finora) appaiono bloccate esclusivamente attorno a questioni di equità e moralità delle scelte proposte e non mettono in discussione l'impianto generale che sostiene queste scelte. Troppi sono ancora i discorsi lasciati a metà senza conclusione apparente. C'è genericità sulla legge 30 (abrogarla o semplicemente emendarla), sulle pensioni (si dichiara la contrarietà all'innalzamento dell'età pensionabile ma si sostiene e si auspica il trasferimento del TFR alle pensioni integrative già dal 2007, di fatto privilegiando lo sviluppo di queste invece che la messa in campo di una vera battaglia per il rilancio della pensione pubblica), sulla riduzione del cuneo fiscale (si tratta sulla distribuzione di una parte di questo a favore dei lavoratori, senza porsi il problema che un dirottamento così massiccio di risorse a favore delle imprese di fatto comporterà un minore introito strutturale per finanziare la spesa sociale e sostenere i fondi previdenziali pubblici). C'è quindi una bella battaglia da fare anche dentro ai sindacati per evitare di trovarci risucchiati in quella logica concertativa che fino ad ieri tutti si sbracciavano di dimostrare essere stata superata (su questo si è giocato il congresso Cgil e lo scioglimento di Lavoro e Società nella nuova maggioranza) ma che invece rischia ora di ripresentarsi come uno sbocco assai più preoccupante di prima. Per ora, oltre al sindacalismo di base, solo la rete 28 aprile in Cgil ha preso con chiarezza posizione contro questa finanziaria. L'appuntamento quindi, già a partire dalla già convocata assemblea del 9 settembre alla Camera del Lavoro di Milano, è quello di partecipare alle prossime iniziative organizzate dalla rete in tutte le regioni, per vedere se si riesce a mettere in campo un punto di vista diverso, capace cioè di condizionare il dibattito sindacale verso una vera proposta alternativa e, se necessario, alla messa in campo di una vertenzialità concreta in difesa dello stato sociale e delle pensioni. 1 settembre 2006 Coordinamento RSU
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