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Del documento di
programmazione economica e finanziaria (DPEF)
presentato dal Governo Prodi tutto si può dire
(visti i commenti entusiastici e positivi delle
diverse forse della coalizione governativa) ma non
che non sia un piano "lacrime e sangue" unicamente
orientato dalle compatibilità
imposte dall'europa.
In termini numerici si parla
di un piano (vedremo poi la legge finanziaria) da 35
miliardi di euro unicamente orientato
all'abbattimento del debito pubblico. Un obiettivo
non da poco che può essere realizzato solo
accumulando per diversi anni consistenti avanzi
primari e che il DPEF indica come raggiungibile
attraverso:
- L'abbattimento della
spesa pubblica (con riduzione dell'attuale 6%
sul PIL della spesa per la sanità, e del 5% sul
PIL delle spese correnti).
- L'innalzamento dell'età
pensionabile (ma qualcuno già parla anche di
riduzione dei rendimenti) per ottenere risparmi
sulla previdenza pubblica (salario differito
accantonato dai lavoratori nel corso della loro
vita) per liberare risorse per finanziare
l'assistenza (quella che dovrebbe invece essere
sostenuta dalla fiscalità generale).
- Il sostegno alla
previdenza integrativa, necessaria per procedere
allo smantellamento della previdenza pubblica
- Un rallentamento delle
dinamiche contrattuali per i lavoratori del
pubblico impiego.
Obiettivi generali (che dovranno
essere definiti nella prossima finanziaria e nei
decreti allegati) ma che già danno il senso delle
scelte effettuate.
Di sicuro, nel DPEF presentato,
c'è solo un numero, quello del 2% di inflazione
programmata (quando si sà che l'inflazione già
viaggia sul 2,4%) che sottintende l'imposizione di
un lungo periodo di moderazione salariale.
Già così si capisce come i
principali finanziatori dell'operazione di
risanamento finanziario e di sostegno alle imprese, saranno ancora una volta i
lavoratori ed i pensionati.
Si è fatta la scelta di non
aumentare il prelievo fiscale sui redditi da
capitale e sulle rendite, anche se tale scelta viene
adulcorata con le solite proposizioni di battaglia
all'evasione ed elusione fiscale e previdenziale, cosa questa che
sarà bene verificare nelle prossime concrete
determinazioni.
Su tutto questo pesa inoltre come
un macigno la promessa fatta da Prodi agli
industriali di riduzione del cuneo fiscale. Un
salasso non indifferente per le casse pubbliche che
dovranno subire una massiccia riduzione di entrate
visto che l'obiettivo dichiarato e quello di
abbassare nei prossimi anni il costo del lavoro dal
45,4% al 37%.
Chi finanzierà questa
operazione, e chi subirà l'aumento dei costi nei
servizi pubblici, sanitari e di assistenza, la loro
riduzione qualitativa e quantitativa, conseguenza
inevitabile dei minori introiti in tema di
fiscalità, se non ancora una volta i lavoratori ed i
pensionati ?
In sintesi c'è da prendere atto
(come già altri hanno avuto modo di sottolineare)
che le indicazioni presenti nel DPEF non si
discostano dallo scenario di "moderazione concertata
della contrattazione salariale" e di
"compartecipazione" alla spesa sociale (tickets
sanitari, addizionali regionali e comunali,
allungamento dell'età pensionabile con riduzione del
coefficiente di calcolo sulle pensioni) tipico del
"liberismo temperato" in ogni modo preoccupato di
risanare un debito causato più che altro dalle
enormi spese sostenute per finanziare l'impresa e di
finanziare quella "riduzione del cuneo" che piace
tanto a Confindustria.
Così è che le tendenze del nuovo
liberismo (così detto temperato) non si annunciano
sostanzialmente diverse da quelle che abbiamo
combattuto negli anni precedenti.
-
Il salario diretto sarà
sempre più ridotto ad un semplice assegno di
sussistenza (sempre più impossibilitato anche
solo a recuperare l'inflazione reale, della
produttività e ricchezza prodotte non parliamo)
-
Il salario indiretto sarà
sempre più autofinanziato (con l'aumento dei
tikets e con l'aumento delle tasse comunali,
regionali ecc)
-
il salario differito, con la
riduzione della pensione pubblica e lo sviluppo
di quella integrativa (privata o contrattuale
poco o nulla cambia) sarà sempre più un
investimento finanziario in fondi pensione tutt'altro
che remunerativi e soggetto alle speculazioni di
borsa.
-
Il lavoro (l'occupazione)
sarà sempre più precario (invece di un lavoro
grazie al quale potersi organizzare il proprio
futuro, tanti lavoretti occasionali e temporanei
in assenza di sicurezza) e subordinato alle
leggi del supermarket per cui solo la merce
giovane e fresca, che costa poco, sarà
utilizzata fino a che le convenienze lo
giustificheranno e comunque per il solo tempo
utile all'impresa.
I fautori della concertazione
sono oggettivamente imbarazzati. Sanno benissimo che
le scelte economiche e le tipologie di intervento
proposti in questo DPEF portano con se un ulteriore
e pesante attacco alla sfera dei diritti ed alle
condizioni di vita di milioni di lavoratori. Già
alle politiche di Berlusconi di nuovi interventi
sull'allungamento dell'età pensionabile, e di
ulteriori tagli alla spesa sociale avevano dovuto
contrapporre un secco rifiuto. Oggi balbettano la
loro soddisfazione di aver alzato di 0,2 punti
l'inflazione programmata (sapendo già che anche con
il 2% si decide una effettiva riduzione del
salario), si dichiarano preoccupati ed attenti per i
nuovi interventi sulle pensioni o per la riduzione
della spesa sociale, plaudono alla decisione di
riduzione del cuneo fiscale senza sapere con che
cosa questo sarà finanziato.
Questa incertezza sindacale è
preoccupante perchè denota l'assenza di coerenza
rivendicativa rispetto alle parole d'ordine tenute
in piedi fino a pochi mesi fa e perchè dimostra la
scarsa autonomia della burocrazia sindacale dal
quadro politico del "Governo amico".
Proprio questa situazione
dimostra ulteriormente la crisi definitiva di ogni
velleità concertativa. Se concertazione sarà, sarà
per moderare le pretese dei lavoratori, per
convincerli a nuovi e più pesanti sacrifici, e per
dare a loro l'impressione di compartecipare alla
salvezza di una ipotesi liberista che non sa
rastrellare risorse se non dalle tasche dei
lavoratori.
I sindacati sono oggi chiamati
ad una verifica importante e definitiva.
Rappresentare i lavoratori ed i loro bisogni
(qualsiasi sia il governo) o farsi risucchiare nella
falsa razionalità concertativa che di razionale ha
solo che deve sostenere il Governo ed il rilancio
dell'economia (che poi vuol dire sostegno dei
profitti e delle rendite).
Diamo pure la colpa agli anni
del Governo Berlusconi, quando parliamo di
indebitamento pubblico, ma non dimentichiamoci che
una grandissima responsabilità dello sfascio
economico sta anche nella debolezza e nell'assenza
di progetto da parte del Capitalismo nostrano che ha
saputo fino ad ora fare soldi solo grazie al
contenimento dei costi salariali ed occupazionali.
Lo stesso capitalismo che anche oggi è a battere
cassa al nuovo Governo.
A parte il sindacalismo di base
e, in Cgil, la sola Rete 28 aprile, nessuno sta
mettendo in campo analisi critiche e proposte
diverse da quanto prospettato con questo DPEF.
Lavoro e Società (dopo il karakiri congressuale) è
ormai estinta (da qualche debole segno di vita solo
quando si parla di posti e di apparati). La nuova
maggioranza della Cgil è tutta impegnata a
dimostrare la sua responsabilità (in cambio di un
riconoscimento formale del metodo concertativo).
Cisl e Uil balbettano più di tutti, passando da
dichiarazioni di fuoco e moderatissime prese d'atto,
quasi a voler rivendicare una rinnovata autonomia
dal Governo, quasi a voler far dimenticare la loro
opportunistica subordinazione al precedente Governo
(Patto per l'Italia e altre facezie come gli accordi
separati).
Ancora una volta manca una
piattaforma. Manca la volontà di andare dai
lavoratori per ascoltarli ed insieme a loro decidere
le risposte da dare e le richieste da avanzare.
E questa è la questione urgente
che abbiamo di fronte, tornare a far contare i
lavoratori.
27 luglio 2006
Coordinamento
RSU
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