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Rinculi ed ultimi fuochi dell'ultimo congresso Cgil. Il Compagno Martignoni (esponente di Lscr in Cgil di Varese), in una sua lettera a scoppio ritardato sul Manifesto, manifesta il personale bisogno di precisare il suo punto di vista, ora che, finalmente, il congresso Cgil è finito. Nulla da eccepire sul suo diritto di valutare come una scelta storica e positiva la decisione della cordata Pattiana di puntare tutto su un congresso unitario. Ognuno ha le idee che ha e fa le analisi che più lo convincono. Ne ha tutto il diritto. Altri continueranno a pensare il contrario. Se ragioniamo sulla lettera del compagno Martignoni è solo perchè il suo ragionamento rappresenta, a parere nostro, una utile dimostrazione di quella autoreferenzialità che ormai caratterizza le burocrazie sindacali tutte, comprese quelle che sentono un bisogno tutto loro e soggettivo di continuare ad apparire (più che essere) come forza di cambiamento. Il Compagno Martignoni si lamenta col Manifesto per la sua esplicita posizione critica rispetto ai meccanismi che hanno ridotto questo congresso Cgil ad un "Patto tra cordate". Egli sostiene che è stato un errore demonizzare il Patto precongressuale tra i 12 segretari poichè, secondo lui, "in un'organizzazione confederale e di classe la somma dei delegati non avviene con la logica del liberalismo politico". Si tratta di una frase ostiosa ed indecifrabile nella sua ambiguità (cosa sia il "liberalismo politico" nella nomina dei delegati lo sa solo lui) che comunque lascia intendere chiaramente come, anche secondo lui, le regole semplici e pulite della democrazia (una testa un voto) sono cose che non gli interessano. Che il Patto precongressuale tra i 12 segretari sia infine e comunque cosa positiva e giusta (oltre che di classe come crede lui) sarebbe, secondo il compagno Martignoni, dimostrato dal fatto che infine Lavoro e Società ha mantenuta intatta tutta la sua forza organizzativa. Al Pari di altri che in questi mesi si sono cimentati sullo stesso argomento, anche Martignoni espone e difende così quella originale ed acrobatica teoria per la quale chi ha avuto il 20% dei consensi deve avere meno delegati di chi ne ha ottenuto il 10 %. Che poi Martignoni ritenga ciò una caratteristica rivoluzionaria degna di un presunto "sindacalismo di classe" rappresenta il lato comico del suo ragionamento. Egli sa bene che ad applicare le sue rivoluzionarie teorie Alternativa Sindacale prima e Lavoro e Società poi non sarebbero esistite se non nelle nostre intenzioni. In realtà, e Martignoni lo sa bene, questa originale regola serve solo a mascherare il Patto di alleanza tra due cordate che, prima del congresso, si sono accordate sui nuovi equilibri interni alla Cgil e sulla spartizione dei rispettivi pesi. Se oggi "Lavoro e Società riconferma tutta la sua forza organizzata" ben oltre ai consensi realmente ottenuti, non lo deve certo alla sua posizione congressuale ma solo da una graziosa concessione della cordata maggioritaria, quella di Epifani. Nulla di nuovo quindi, se non il fatto che, a congresso finito, e dopo mesi di polemiche sull'argomento, ormai a scoppio ritardato, e quindi in ritardo, qualcuno abbia sentito ancora la necessità di tornare a fornire ulteriori giustificazioni in merito al pasticcio congressuale.
Le vere motivazioni di questa uscita a scoppio ritardato si individuano però nel proseguo della sua lettera quando dice "In questo senso l'intervento di Gian Paolo Patta ha illustrato le ragioni nobili che hanno determinato un congresso unitario, spaziando dalla situazione internazionale e dal disagio emerso dalle balieau francesi ..... ecc. ecc. ecc." Martignoni ha capito benissimo quindi che in quel nuovo sindacato di classe a cui lui fa riferimento quello che conta, per mantenere le posizioni ed evitare di dover tornare in fabbrica a lavorare, è essere chiaramente al seguito del capo cordata e dimostrare di essere un militante allineato e convinto. Gli argomenti che si usano non contano, l'importante è dimostrare di esserci. In questo senso val bene anche una lettera al Manifesto ad un mese dalla fine del congresso per celebrare le grandi doti e capacità politiche del "capo" e per attaccare chi non è d'accordo con lui, giornali e quant'altro. E' da tempo che notiamo come aumentino gli aderenti alla vecchia organizzazione gerarchica medioevale per cui il potere (la rappresentanza) non viene dal basso ma dall'alto. E' il ritorno trionfante del collaudato sistema dei vassalli e valvassori la cui esistenza deriva direttamente dall'imperatore e dalla sua magnaminità. Celebrare il capo è cosa facile, altra cosa è però l'avere una linea e saper delineare il merito delle cose da fare, e qui è facile arenarsi. Si arena Martignoni quando non riesce ad argomentare le sue asserzioni limitandosi a celebrarle nella figura del "capo", e si arena tutta lavoro e società, la quale ha annunciato di voler ricostituirsi come area programmatica, anche se non si capisce per fare cosa. Costituirsi in area programmatica richiede la messa in campo di un documento, di una piattaforma programmatica che, ovviamente deve essere tale da giustificare questa scelta. Sappiamo che il gruppo dirigente di lavoro e Società è capace di scrivere, ed anche bene, quindi non c'è dubbio che questo documento prima o poi verrà esibito. Il problema sarà però il merito che, ovviamente, vincolati come sono dalla scelta di entrare ormai organicamente nella nuova maggioranza, non dovrà e non potrà discostarsi dalle posizioni della maggioranza. Avremo quindi quasi sicuramente un documento roboante nei toni e nei grandi propositi, ma con dei delicatissimi e raffinatissimi distinguo sulle sole punteggiature. Un documento che verrà comunque presentato come una scelta alta e coraggiosa con tanto di fanfara e passerelle di vips. Se lavoro e società aveva qualcosa di originale e di diverso da dire rispetto alla maggioranza perchè non lo ha fatto nel congresso? Ma, come ricorda Martignoni, Lavoro e Società vanta l'essere andati ad un congresso unitario come una propria vittoria, e da questo congresso ne è comunque uscita indenne (nonostante la vistosa perdita di consensi tra gli iscritti) solo grazie al patto di maggioranza con Epifani ed alla sua confluenza nella nuova maggioranza (sancita nel Patto tra i 12 segretari). Cosa si agita quindi dietro a questa strana pretesa, ora, dopo aver intascato tutto ciò che si poteva intascare, di voler rifare ancora un'area programmatica? In realtà, tutta l'operazione di ricostituire LSCR come area programmatica non ha merito credibile. ha semmai il sapore di una operazione tesa a tutelare gli interessi della cordata e di mantenere in piedi (ovviamente in accordo con Epifani) una azione di disturbo verso le contraddizioni aperte da Rinaldini e dal percorso della Rete 28 Aprile, i quali (chè chè ne pensino Martignoni e gli altri) rappresentano ad oggi l'unica contraddizione a sinistra di un processo di normalizzazione della Cgil a cui anche LSCR ha esplicitamente aderito.
Per fortuna che, nelle dinamiche di classe (da non confondere con le dinamiche della burocrazia sindacale) conta la capacità di vedere la contraddizione e di indicare delle risposte, di merito ed operative. Non è quindi (sopratutto vista la fase) questione di punti e virgole, quanto di confronto tra strategie diverse sul come affrontare i limiti attuali della contrattazione (concertazione o no? - patto di legislatura o no ? ecc.) Qualsiasi cosa facciano oggi le burocrazie sindacali, a chiarire l'effettiva situazione ci pensa il concreto scontro tra lavoro e capitale (in questi mesi si arriverà al nodo in materia di modelli contrattuali, di nuove regole sulla rappresentanza, politiche di bilancio dello Stato ecc.) al quale non si può rispondere semplicemente con un documento (bello o brutto che sia) ma con una piattaforma alternativa sostenuta da una prassi e da percorsi aggregativi corrispondenti. E se ciò confliggerà col processo di normalizzazione concertativa e di accodamento all'Ulivo con relativa perdita di indipendenza da parte della Cgil, ciò servirà a rendere ancora più evidente il bisogno forte e diffuso che ancora esiste di una vera sinistra sindacale in Cgil e la fragilità di un'assetto figlio di un accordo tra cordate interne alla Cgil più che del suo brutto congresso.
Per concludere questa nota non si può non rispondere a Martignoni quando declama "le posizioni della Rete 28 Aprile e del populismo demagogico alla G. Cremaschi, tutto interno a quel binomio - massimalismo parolaio e minimalismo contrattuale - che si fonda su una erronea analisi materialistica dei rapporti di forza e del ruolo dell'organizzazione sindacale". Martignoni ci tiene a dimostrare di avere in qualche cassetto della memoria una fraseologia tipica della sinistra scientifica. Peccato che ciò gli torni in mente solo sotto forma di "frasi fatte" di "rappresentazioni ad effetto", invece che come capacità di argomentare le sue asserzioni. Spaventa sopratutto il suo riferirsi alla erronea analisi materialista dei rapporti di forza che in altre parole vuole dire semplicemente .... i lavoratori non lottano, il sindacato è debole, quindi stiamo allineati e coperti senza aprire fronti troppo complicati. In ciò, finendo per dare ragione a quelle forze moderate che proprio a partire dalle stesse preoccupazioni di Martignoni finiscono col chiedere al sindacato maggiore responsabilità e disponibilità concertative. In realtà Martignoni parla di se stesso quando parla di "massimalismo parolaio e minimalismo contrattuale" ed è la sua stessa lettera a dimostrarlo. Parole convintamente pesanti per celebrare le grandi genialità del capo, celebrazione del patto tra i 12 segretari come nuovo modello di elezione della rappresentanza in quello che lui definisce un vero sindacalismo confederale e di classe, vero entusiasmo per la scelta di sostenere il documento unitario al congresso. .... per fare che cosa però non lo dice.
Ci scuserà il compagno Martignoni se abbiamo usato la sua lettera come occasione per i ragionamenti fatti, ma la sua lunga militanza politica e sindacale, la sua presunzione di disporre di strumenti analitici tali da poter scrivere un libro, lo avranno svezzato alla "Polemica" come strumento laico e costruttivo di confronto. In fin dei conti non è a Lui che abbiamo voluto rispondere quanto alla generale, oltre che sua, caduta di capacità critica ed analitica che da anni purtroppo registriamo (anche nella cosìdetta sinistra sindacale) oltre al modo "speculativo" di ragionare, che ormai sembra essere diventato il modello egemone di un pensiero che in fin dei conti si riduce nel saper dire solo ciò che succede e nel non capire perchè succede. 25 marzo 2006 Coordinamento RSU
LETTERA al direttore del Manifesto
In questo senso l'intervento di Gian Paolo Patta ha illustrato le
ragioni
nobili che hanno determinato un congresso unitario, spaziando dalla
situazione internazionale e dal disagio emerso dalle balieau
francesi alla
necessità di un modello contrattuale unico - che tenga insieme
lavoratori
dei settori forti con i lavoratori dei settori deboli- per difendere
con il
contratto nazionale l'unità del paese dai rischi della devolution.
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