La validità delle ragioni che ci hanno portato a sostenere ed organizzare la tornata referendaria sui due referendum (estensione dell’articolo 18 elelettrosmog) rimangono interamente valide.

Sapevamo che sarebbe stata una battaglia in salita la cui riuscita era tutt’altro che scontata. Il 25,6%  del quorum nazionale non ci soddisfa e rappresenta sicuramente una sconfitta.

Il risultato referendario dimostra comunque come forte e convinta sia stata la risposta della parte più sindacalizzata del mondo del lavoro e della parte più cosciente dei movimenti. Il limite che si è incontrato è stato il non essere riusciti a convincere (complice anche un pericoloso oscuramento mediatico) ampi strati di elettorato sulla necessità di questa battaglia i cui contenuti vanno ben al di là del mondo del lavoro e delle tematiche ambientali.

Certo il risultato dimostra anche che la parte più sindacalizzata del mondo del lavoro (quella protagonista delle ultime grandi mobilitazioni generali e contrattuali) non intercetta ancora in modo organico strati vastissimi del lavoro precario che ancora non trova suoi concreti momenti di riscatto, coscienza ed organizzazione. Ha inoltre contribuito non poco il fatto che le reciproche contaminazioni che si sono determinate tra movimenti e mondo del lavoro non si siano estese anche ad un quadro politico (centrosinistra) che assurdamente si è invece schierato per il fallimento di questa battaglia.

Del mancato risultato di questa battaglia le forze moderate del centro sinistra portano una grave responsabilità che è ancor più evidente nella sua tragicità se consideriamo che ora le forze della destra ed il padronato riprenderanno con ancora più arroganza la loro offensiva già avviata contro i diritti e contro il mondo del lavoro. Una offensiva a cui il centro sinistra sembra non saper rispondere combattuto come è tra l’illusoria speranza di un ritorno ad un modello concertativo e la disponibilità a confrontarsi con i nuovi modelli neocorporativi che le politiche liberiste vogliono affermare.

Il risultato va comunque letto attentamente e dimostra come la base di consensi che comunque il Si al referendum ha ottenuto non va assolutamente sottovalutata. Gli 11 milioni di voti per il SI rappresentano infatti i 2/3 della somma dei voti che alle ultime elezioni politiche hanno preso assieme Prc ed Ulivo, così come rappresentano (ad un’altra lettura) il 31% dell’elettorato che ha votato alle ultime elezioni politiche. Non si tratta quindi di un consenso insignificante nell’attuale quadro sociale e politico.

Insieme alle forze che hanno sostenuto il referendum non siamo riusciti a vincere questa battaglia, non siamo riusciti in questa occasione a fermare l’offensiva liberista, ma è bene sottolineare come anche le forze liberiste e del riformismo concertativo non hanno vinto. Semplicemente queste hanno evitato il confronto, puntando tutto sull’astensionismo. I dati parlano chiaro. Se ci fosse stata vera battaglia elettorale l’indicazione del SI avrebbe vinto.

Una vittoria al referendum avrebbe certo favorito la capacità del mondo del lavoro e delle forze progressiste di respingere l’offensiva di Confindustria e Governo sui diritti, sulle pensioni e sulla contrattazione, ed avrebbe sostenuto l’idea di una linea vertenziale e partecipativa nel sindacato e nella società.

Ora abbiamo di fronte gli stessi problemi di prima. L’offensiva del liberismo, già avviata col patto per l’Italia, con la legge 30 e con la delega 848 bis non è stata fermata. Gli 11 milioni di voti che sono scesi in campo a sostegno del SI sono quindi per noi una risorsa preziosa da cui ripartire nella battaglia per i diritti e contro la precarizzazione, sapendo inoltre che anche tra l’elevato numero degli astensionisti in molti non si riconoscono negli obiettivi e nella linea liberista di Confindustria e Governo, in materia di lavoro, di giustizia sociale e di politica economica.

L’aver perso la battaglia referendaria non fa venire a meno la nostra determinazione di contrastare le politiche liberiste ed i modelli neocorporativi con cui si cercano di inglobare le organizzazioni sociali, i bisogni che rappresentano e le contraddizioni di cui sono portatrici.

Uno scenario questo che rende ancora più evidente la necessità di una sinistra sindacale, in Cgil soprattutto, ed un suo più forte coordinamento con il sindacalismo di base.

Soprattutto è quindi indispensabile evitare che i riposizionamenti in Cgil, favoriti anche da una ripresa dell’iniziativa della destra interna, portino ad un disarmo dell’organizzazione verso la ricerca di occasioni di ricostruzione di una unità sindacale con Cisl e Uil sul piano da loro scelto, ossia quello della deriva neocorporativa.

Non dobbiamo sottovalutare come permangano in Cgil, sopratutto sulle politiche contrattuali, posizioni e prassi contrattuali assolutamente non condivisibili, che tra l'altro impantanano l'iniziativa dell'organizzazione in una situazione di "bilico" tra i richiamo alle illusioni concertative e scadimenti sulla deriva neocorporativa

Dopo il voto referendario rimane quindi tutta aperta l’urgenza, per la sinistra sindacale in Cgil di un’ampia discussione con l’obiettivo di ridefinire compiti e strategie contrattuali su cui tenere alta l’iniziativa per impegnare tutta la Cgil verso una definitiva qualificazione di quel “cambio di rotta” che era e rimane l’obiettivo della nostra battaglia congressuale.

Una discussione che non è sufficiente realizzare nella stretta cerchia di un coordinamento nazionale dell'area che ormai spesso dimostra di non avere capacità di rappresentanza delle varie espressioni dell'area, sopratutto delle delegate e dei delegati, da tempo esclusi dalla possibilità di esercitare una verifica ed una possibilità di incidenza sulle scelte degli apparati dell'area programmatica.

Per questo riproponiamo l'urgenza di una assemblea nazionale delle delegate e dei delegati dell'area e di percorsi anche a livello territoriale e categoriale che ne preparino lo svolgimento. Una discussione che deve avere all'ordine del giorno la questione delle politiche contrattuali ma anche delle regole che l'area deve darsi per rilanciare la partecipazione della sua base militante nell'organizzazione e nella gestione dell'area.

 

18 giugno 2003               Il Coordinamento RSU