| Per un federalismo cooperativo e solidale: testo integrale (21/2/2001) |
Riproduciamo di seguito il testo integrale del documento approvato dalla Segreteria nazionale della Cgil.
sommario
1.La necessità di un solido impianto federale
2.I principi del federalismo solidale
3.Gli assi portanti di una seria riforma federale
4.Le prospettive della riforma costituzionale
5.Federalismo e unità europea
6.Gli statuti regionali
1. La necessità di un solido impianto federale
Nel corso dell'ultimo decennio, il tema federalista è stato variamente evocato e
agitato, quando non piegato a fini strumentali e a contingenti interessi politici. Quel
tema in realtà non è stato compiutamente elaborato e declinato secondo un modello
coerente.
Anche l'occasione di confronto più impegnata e significativa, rappresentata dai lavori
della Commissione Bicamerale presieduta dall'on. Massimo D'Alema, al di là delle ragioni
complessive che hanno determinato il fallimento di quel tentativo, ha costituito, dal
punto di vista di una seria formulazione della riforma federalista, un appuntamento
mancato.
E' così accaduto che dietro la parola "federalismo" si siano potuti nascondere
i più vari e contraddittori disegni: per un verso, strategie mirate alla disarticolazione
dello Stato unitario, di segno secessionista o caratterizzate da chiuse impostazioni
localistiche, oppure dirette a usare la leva cosiddetta "federalista" per fare
altro, ovvero per promuovere politiche iper-liberiste finalizzate a mettere in discussione
lo stesso catalogo dei diritti sociali fondamentali; per l'altro verso, accezioni
riduttive che hanno interpretato la scelta federalista come mero decentramento
amministrativo, o la hanno diluita in un caleidoscopio di formule incoerenti.
A questa commedia degli equivoci si deve porre fine, dipanando le nebbie e formulando
proposte chiare. E' necessario quindi individuare con grande nettezza i principi
costitutivi e gli assi strategici di una seria e solida riforma federale della repubblica.
E' necessario aver chiaro il punto di approdo del processo di cambiamento istituzionale
che si è messo in moto, finora, in modo confuso e oscillante e che è stato pesantemente
condizionato e strumentalizzato dalle esigenze tattiche e contingenti della lotta
politica.
La continua sovrapposizione del piano politico e del piano istituzionale, a cui ancora
assistiamo in questa convulsa vigilia di campagna elettorale, impedisce di aprire una vera
fase costituente e ci espone al rischio di una conflittualità politica generalizzata che
investe le stesse istituzioni dello Stato. Intendiamo per "fase costituente"
tutto il lavoro necessario per ridisegnare l'assetto delle istituzioni politiche, nel
rispetto rigoroso dei principi fondamentali della nostra Costituzione. Restiamo per questo
contrari all'ipotesi di una Assemblea Costituente, che segnerebbe un momento pericoloso di
rottura dell'ordinamento istituzionale. Ma è fuori dubbio che un processo coraggioso di
riforma va avviato, secondo le procedure di revisione che la stessa Costituzione prevede.
Occorre dunque chiarire i principi generali e costruire un modello coerente di
organizzazione dello Stato a cui finalizzare tutti i passaggi intermedi che si rendono
necessari. Il dibattito istituzionale, oggi condizionato dai tatticismi della politica, va
ricondotto sul terreno delle idee e dei principi fondamentali, aprendo il più ampio
confronto di opinioni e di proposte in tutta la società nazionale.
2. I principi fondamentali del federalismo
solidale
I principi fondamentali di una riforma in senso federale della Repubblica italiana
possono essere così riassunti:
2.1. Il federalismo è un modo per
riformare lo Stato-nazione, non per dissolverlo.
La riforma federale è necessaria per rendere lo Stato-nazione italiano più adeguato a
svolgere il ruolo di soggetto del processo di integrazione europea e a reggere le sfide
della globalizzazione. Non si tratta quindi di perseguire strategie a vario titolo mirate
ad un sostanziale dissolvimento dello Stato unitario. Al contrario, si tratta di rendere
più efficace la forma dello Stato-nazione, attraverso una coerente ridefinizione della
sua organizzazione interna. Perciò parliamo di un federalismo unitario e solidale,
diretto cioè a rendere più forte ed efficace la struttura e la forma dello Stato
italiano, in rapporto alla costruzione europea e alla nuova dimensione della
mondializzazione.
2.2. Il federalismo serve a rappresentare,
a governare e amministrare meglio.
Le ragioni di fondo di una riforma federale dello Stato risiedono nella necessità di dare
rappresentanza alle diversità in un quadro di unità nazionale e statuale. A cui si
aggiunge che la macchina pubblica e amministrativa di questo paese è ormai fortemente
obsoleta. Basti osservare lo scenario istituzionale. L'Italia è fatta di 8.103 comuni,
108 province, 20 regioni, ciascuno con proprie rappresentanze e propri apparati
amministrativi, di un Parlamento a struttura bicamerale e paritaria, composto da circa
1.000 parlamentari, da una robusta struttura ministeriale, articolata in forti strutture
centrali e in estese ramificazioni sul territorio.
Nella sua forma istituzionale l'Italia è oggi un paese bicefalo, organizzato, per un
verso, sul modello centralista, per l'altro sul modello degli Stati autonomistici. Mentre
il sistema politico e amministrativo resta sostanzialmente centralizzato, sul territorio
si agitano nuove e a volte contraddittorie figure: sindaci e presidenti di province eletti
direttamente e, dopo la legge costituzionale n. 1 del 1999, anche presidenti di regione
eletti direttamente.
Ciascuno di questi soggetti rivendica un proprio primato e una propria autonomia.
L'effetto è una diffusa conflittualità istituzionale. Questa situazione impedisce una
assunzione chiara di responsabilità da parte di ciascun livello di governo e determina
spesso strozzature burocratiche, veti reciproci, paralisi amministrativa.
Questo assetto istituzionale e politico confuso e pletorico è ormai evidentemente
disfunzionale. A ciò si aggiungono anche gli effetti della frammentazione politica, della
crisi dei grandi partiti nazionali e del loro consenso di massa. In assenza di un sistema
politico strutturato, emerge in tutta chiarezza la fragilità del tessuto istituzionale e
amministrativo.
In queste condizioni il rischio è evidente. Se la riforma federale non si traduce in una
forte semplificazione e modernizzazione istituzionale si determinerà una eterogenesi dei
fini. Invece che avere uno Stato più efficiente, articolato in un robusto sistema di
istituzioni nazionali, regionali e locali tra loro integrate, rischieremmo di assistere a
una sorta di balcanizzazione e neo-feudalizzazione dell'assetto istituzionale e sociale.
2.3. Il federalismo è un modo per
coniugare autogoverno e cooperazione ed assicurare una più efficace coesione sociale.
La riforma federale è quindi il modo con cui valorizzare e coniugare, al tempo stesso, le
virtù dell'autogoverno e della cooperazione. Deve essere potenziata la capacità di
autogoverno dei territori. Ma al tempo stesso deve essere garantita, attraverso precisi
meccanismi istituzionali, la cooperazione tra i diversi territori. Ciò è essenziale dal
punto di vista della garanzia dei diritti sociali e di cittadinanza, e in specifico dei
diritti del lavoro. Deve essere chiaro che l'autonomia dei governi territoriali va svolta
entro un ben definito contesto di principi inderogabili, sul piano dei diritti civili,
politici e sociali.
L'universalità dei diritti non può essere messa in discussione. La differenziazione
territoriale riguarda le politiche, gli strumenti, i modelli organizzativi, non i
fondamenti costituzionali dei diritti di cittadinanza, i quali, al contrario, hanno
bisogno, nel nuovo contesto internazionale, di una più forte fondazione a livello
sovranazionale, come si è cominciato a fare con l'elaborazione della carta europea dei
diritti fondamentali.
3. Gli assi portanti di una seria riforma
federale dello Stato italiano.
Va dunque definito un chiaro impianto strategico, dal punto di vista istituzionale e della
garanzia dei principi fondamentali che fondano la coesione di un nuovo Stato federale.
Autogoverno e cooperazione, autonomia e solidarietà non sono termini da enunciare
genericamente. Sono valori da tradurre in specifici e cogenti meccanismi istituzionali.
In questa prospettiva gli assi portanti del disegno riformatore possono essere riassunti
in quattro indirizzi di fondo.
Il primo indirizzo consiste nell'individuare una precisa connessione tra la ripartizione
delle competenze, legislative e amministrative, tra i diversi livelli istituzionali (Stato
federale, Regioni, Autonomie locali) e i meccanismi di reciproca cooperazione e
codeterminazione.
Nessun riparto di competenze potrà essere in sé esaustivo, se non si chiariscono i
meccanismi attraverso cui i diversi centri di governo cooperano tra loro. Non esiste
materia sulla quale possa tracciarsi una linea divisoria verticale. Basti pensare ai temi
di evidente competenza regionale e locale, quali la sanità, la formazione e le politiche
di sviluppo. Non c'è riparto di competenze che possa risolvere il problema del giusto
rapporto tra autonomia territoriale e garanzia di diritti uguali per tutti i cittadini.
Ciò significa che oltre al tema della ridistribuzione delle competenze, va affrontata
l'esigenza di introdurre forme cogenti di codecisione istituzionale.
Da questo punto di vista l'esperienza più utile a cui ispirarsi è costituita dal modello
tedesco. Occorre incardinare in un ramo del Parlamento le funzioni di rappresentanza e di
garanzia federale. Occorre trasformare una delle due Camere in un verso e proprio Senato
federale, composto in rappresentanza dei territori e investito della funzione di
monitorare e dirigere il processo della riforma federalista e di regolare tutto il
complesso rapporto tra poteri centrali e poteri decentrati. Cruciale è quindi la riforma
federale del Parlamento alla quale occorre affiancare la riforma della Corte
Costituzionale.
Il secondo indirizzo riguarda le questioni fiscali e finanziarie. Anche qui occorre
mettere in sintonia i principi dell'autonomia, della responsabilizzazione di ogni livello
di governo e della cooperazione. Non c'è formula costituzionale che possa risolvere, in
astratto, questo problema. E' chiaro infatti che nella logica del federalismo ogni livello
di governo deve poter disporre di una propria autonomia finanziaria, e che quindi occorre
assicurare il trattenimento di quote rilevanti di risorse fiscali sul territorio,
superando i meccanismi della finanza derivata dal centro.
Al tempo stesso è evidente che vanno affrontati i problemi della perequazione tra aree
forti e deboli del Paese, tra Nord e Sud. La soluzione di tali problemi non può essere
affidata al bricolage del rapporto tra i diversi livelli del governo territoriale. Essa
costituisce una funzione essenziale dello Stato/nazione unitario, che va svolta nelle sedi
istituzionali deputate al coordinamento federale, a partire da quelle attribuite ad una
Camera o Senato federale nelle forme sopra descritte.
Il terzo indirizzo riguarda la riorganizzazione delle istituzioni di governo regionali e
locali. Non può essere che mentre si riforma la struttura dello Stato centrale resti
inalterata l'articolazione delle istituzioni locali, sommando regioni, province e comuni
così come sono oggi e i reciproci corporativismi.
Così come si deve riformare, al centro, lo Stato, allo stesso modo va realizzata una
radicale innovazione dei poteri locali e della stessa maglia amministrativa in periferia.
Le Regioni devono diventare sede di governo di una rete di amministrazioni locali tra loro
integrate. Esse devono quindi trasformarsi da enti di gestione, a loro volta centralisti e
burocratici, in strumenti di governo politico e di indirizzo. Ma questo esige allora di
innovare fortemente la maglia amministrativa comunale, dando vita a unioni e associazioni
intercomunali, e di ripensare il ruolo delle province. Non è pensabile, in altri termini,
che la riforma federale si svolga attraverso una semplice sommatoria delle istituzioni
esistenti, con ulteriore sovraccarico degli apparati amministrativi e burocratici.
Il quarto indirizzo riguarda la necessità di una profonda riforma dell'amministrazione
pubblica, nel senso della semplificazione delle procedure, dell'efficienza, del passaggio
da un'organizzazione formalistica attenta solo al rispetto delle procedure ad
un'organizzazione per progetti, dalla priorità della norma alla priorità del risultato.
La riforma federalista deve quindi portare a compimento l'azione di riforma avviata con le
leggi Bassanini, la quale consiste non solo in uno spostamento del potere decisionale dal
centro alla periferia, ma anche in un diverso indirizzo di tutta l'azione amministrativa,
in un'opera complessa di sburocratizzazione, di snellimento delle procedure, di
modernizzazione e flessibilizzazione degli strumenti organizzativi, per rispondere in modo
più efficace alle nuove domande della società.
4. Le prospettive della riforma costituzionale
Nel quadro di un chiaro e coerente disegno strategico va quindi collocato il tema delle
prospettive a breve termine, nell'incrocio tra possibile riforma costituzionale entro la
presente legislatura, iniziative dei referendum delle regioni del Nord sulla cosiddetta
devolution ed elaborazione dei nuovi statuti regionali.
E' auspicabile che nelle prossime settimane risulti praticabile l'approvazione di una
riforma, pure parziale, del titolo V della Costituzione, in ordine alla rideterminazione
delle competenze, legislative e amministrative, tra Stato, Regioni e Autonomie locali, ad
una corretta definizione del principio di sussidiarietà, alla formulazione dei principi
del federalisno fiscale, alla riduzione dei controlli sulle leggi regionali e sugli atti
amministrativi e alla previsione della possibilità di accedere da parte delle regioni a
forme particolari di autonomia, sul modello spagnolo.
Tale verifica ha un significato dirimente. Infatti se il Parlamento riuscirà ad approvare
una riforma costituzionale-stralcio, ciò consentirebbe di dislocare la c.d. fase
costituente delle regioni, anche attraverso l'autonomia statutaria, in una prospettiva
dinamica: i nuovi statuti regionali sarebbero allora veri e propri progetti di costruzione
dell'autonomia regionale, entro il quadro flessibile ma al tempo stesso rigoroso di una
riforma federale in progress.
Se la riforma costituzionale-stralcio non dovesse invece essere approvata entro questa
legislatura, lo scenario cambierebbe.
I prossimi mesi non vedrebbero lo svolgersi di un confronto tra proposte di merito sul
modo in cui organizzare le funzioni tra i diversi livelli istituzionali, ma piuttosto un
confuso agitarsi di slogan e formule generiche.
Emblematiche sono, in questo senso, le iniziative referendarie sulla cosiddetta devolution
proposte dai governo del Polo delle regioni del Nord. Tali iniziative più che illegittime
appaiono confuse e puramente propagandistiche. Non si chiede infatti ai cittadini di
pronunciarsi su chiare e definite opzioni in ordine ai contenuto del trasferimento di
nuovi poteri alle regioni e al modo in cui tali nuovi poteri devono integrarsi con le
funzioni spettanti allo Stato e agli enti locali.
Si invoca una generica devolution sui cui contenuti gli stessi proponenti dei referendum
hanno opinioni tra loro radicalmente diverse: basti dire che in materia di sicurezza per
alcuni si dovrebbe costituire una polizia regionale, istituendo un corpo aggiuntivo,
mentre altri pensano alla regionalizzazione della polizia di Stato oppure delle polizie
municipali; che in tema di istruzione si va dall'idea peregrina di consentire
l'istituzione di scuole a base regionale, con reclutamento degli insegnanti solo tra i
cittadini residenti, all'idea altrettanto inaccettabile di attribuire alle regioni un
potere legislativo sugli stessi ordinamenti scolastici, con l'effetto di introdurre
sistemi di istruzione differenziati su base territoriale; che in materia di sanità agli
attuali poteri regionali dovrebbe aggiungersi quello di stipulare contratti regionali per
i dipendenti del sistema sanitario alternativi al contratto nazionale di comparto.
In questo modo si alimenta la confusione e si ingannano i cittadini. In particolare va
respinto con forza il tentativo di mettere in discussione, attraverso referendum dal
contenuto vago e puramente evocativo, il catalogo fondamentale dei diritti di cittadinanza
e dei diritti sociali.
La stessa elaborazione dei nuovi statuti regionali, in attuazione dell'autonomia
statutaria prevista dalla legge costituzionale n. 1 del 1999, rischia così di partire con
il piede sbagliato. In nessun modo gli statuti regionali possono essere concepiti come
strumenti di alterazione e rottura dei principi fondamentali su cui si regge la coesione
sociale a scala nazionale.
Essi devono essere costruiti "in armonia con la Costituzione", come stabilisce
appunto la legge cost. n. 1 del 1999.
E' quindi auspicabile che i nuovi statuti possano essere approvati a fronte di un quadro
costituzionale rinnovato, attraverso la modifica, anche parziale, del titolo V della
Costituzione, in maniera da consentire alle regioni di definire l'articolazione delle
proprie competenze anche in termini differenziati. Ma è altrettanto chiaro che gli
statuti si dovranno svolgere all'interno di una cornice omogenea per quanto attiene alla
coerenza con i fondamentali diritti di cittadinanza.
I tempi ristretti da qui alla fine della legislatura impediscono l'attuazione di una
riforma organica che metta mano anche, come sarebbe necessario, alla riforma del
Parlamento, alla ridefinizione dei rapporti Parlamento-Governo, ai nuovi compiti di
garanzia affidati alla Corte Costituzionale. Questo ridisegno complessivo del nostro
ordinamento istituzionale non può che essere affidato alla prossima legislatura. perché
richiede un lavoro approfondito e la ricerca attenta di un equilibrio tra le diverse
esigenze e di una intesa tra tutte le forze politiche.
Ma è necessario che questa legislatura non si chiuda con un nulla di fatto e possa varare
un primo complesso di riforme. In questo senso, condividiamo la scelta di fondo che sta
alla base della presentazione della legge di riforma costituzionale che ha iniziato il suo
iter di verifica nelle due Camere.
Nel merito di questo progetto, condivisibile nella sua ispirazione generale, la CGIL
segnala un punto rilevante di dissenso là dove nelle materie affidate alla
"legislazione concorrente" si inseriscono anche la "tutela e sicurezza del
lavoro" e la "previdenza complementare e integrativa", aprendo così il
varco ad una possibile differenziazione territoriale di questioni che riguardano i diritti
universali di cittadinanza. La salvaguardia dei "principi fondamentali" affidati
alla legislazione nazionale può non essere sufficiente, e si può determinare su questo
terreno un rischioso conflitto di competenze tra Stato e Regioni, mettendo a rischio
l'unitarietà del diritto del lavoro e del sistema contrattuale.
Occorre chiarire che l'autonomia regionale si riferisce alle politiche del lavoro e
dell'occupazione, che ovviamente devono essere funzionali a contesti sociali ed economici
fortemente differenziati, ma non al sistema dei diritti, che deve essere rigidamente
sancito come un vincolo unitario per tutto il territorio nazionale.
Consideriamo invece positivamente la formulazione del principio di sussidiarietà, che
appare del tutto coerente con l'impianto generale della prima parte della Costituzione, il
quale già definisce sia il carattere originario e di principio delle autonomie
territoriali, sia il valore dell'iniziativa individuale e collettiva dei cittadini per il
perseguimento degli obiettivi di interesse generale. Si tratta infatti di rifuggire sia da
un'impostazione statalistica, che identifica pubblico e statale, sia dalle concezioni
dello "Stato minimo", che affidano essenzialmente al mercato la regolazione dei
rapporti sociali, relegando l'intervento pubblico in un ruolo marginale e residuale,
secondo una logica solo assistenziale. La sussidiarietà non può essere intesa come il
primato del privato, ma come la costruzione di un sistema integrato, nel quale siano
fissati dall'autorità politica gli obiettivi fondamentali, gli ambiti e le materie
riservati ad un intervento pubblico (esempio della Pubblica Istruzione), le modalità e
gli standard a cui il privato deve attenersi superando una logica puramente mercantile ma
ispirandosi a criteri di solidarietà di coesione sociale.
5. Federalismo e unità europea.
La riforma federalista va inquadrata nel contesto europeo. Non può essere la
delimitazione di spazi autarchici e localistici, contro il processo di integrazione
europea, ma una nuova definizione dei livelli di governo, con un duplice processo verso
l'alto, verso la costruzione politica dell'Europa, e verso il basso, verso l'autogoverno
dei territori e delle realtà regionali. A livello europeo è avviato un processo, tuttora
contrastato e incerto, per il superamento dei particolarismi nazionali e per la
costruzione di uno spazio politico e democratico sovranazionale.
La carta dei diritti fondamentali è un primo passo, ancora parziale, che si muove in
questa direzione. In prospettiva si dovrà giungere ad una vera costituzione europea, ma
ora è importante mettere in moto un processo che sarà necessariamente lungo e graduale.
Nel quadro della costruzione dell'Europa politica, occorre valorizzare le autonomie
territoriali, e quindi costruire un sistema federalista che rafforzi le esperienze di
autogoverno. Federalismo ed Europa sono quindi, per noi, le due facce di uno stesso
progetto. Non è accettabile né il federalismo come chiusura localistica, come arcaica
identità etnica, né un governo europeo tecnocratico e centralizzato che non riconosca le
differenze e le diverse tradizioni culturali e politiche che compongono la realtà
complessa dell'Europa.
In questo senso, vanno incoraggiate le relazioni e le collaborazioni tra le diverse
realtà regionali, su scala europea, nel rispetto degli indirizzi di politica estera dei
singoli Stati, ma anche riconoscendo un nuovo possibile dinamismo dell'iniziativa
regionale dentro il nuovo contesto europeo.
L'Europa politica sarà il risultato dei comportamenti e delle iniziative dei diversi
soggetti, istituzionali e sociali, i quali tutti devono cominciare ad agire in una nuova
prospettiva, in un contesto più largo, oltre le tradizionali appartenenze nazionali.
Nell'epoca della globalizzazione è questa l'unica prospettiva che ci può consentire di
non subire passivamente gli effetti del mercato mondiale e di costruire una capacità di
risposta sul piano politico, ricostruendo le sedi e gli strumenti per un governo
democratico dell'economia.
Il federalismo ha senso solo se è aperto a questa dimensione internazionale, altrimenti
assume, come nelle posizioni della Lega o della destra etnica e nazionalistica, un
significato regressivo e anacronistico, e finisce per costruire nuove barriere, per
fissare nuovi confini, là dove invece si tratta di aprirsi ad una nuova dimensione
politica in linea con le trasformazioni oggettive dell'economia e del mercato.
6. Gli statuti regionali.
L'elaborazione degli statuti dovrà svolgersi attraverso un metodo partecipato, con il
coinvolgimento delle forze sociali e del sistema delle autonomie locali. Il compito
fondamentale degli statuti dovrà essere quello di disegnare un nuovo modello di regione,
più funzionale ed efficace, fortemente integrato con il sistema della autonomie locali.
In questo senso, oltre ai temi relativi alla organizzazione interna dell'istituzione
regionale (forma di governo, sistema elettorale, distribuzione di competenze tra Giunte e
Consigli) in particolare tre questioni andranno messe al centro del confronto:
I principi fondamentali non possono che essere coerenti con il dettato
costituzionale, e dovranno tener conto dei nuovi caratteri della nostra società come
società multietnica, assicurando quindi un sistema di diritti di cittadinanza valido per
tutti, senza privilegi di carattere etnico o religioso.
Il principio di sussidiarietà, che è un nodo cruciale, va correttamente declinato, sia
nella sua dimensione verticale, privilegiando il ruolo delle autonomie locali e garantendo
quindi un trasferimento massiccio delle funzioni amministrative e di gestione verso le
Provincie e i Comuni, sia in quella orizzontale, nel senso, come abbiamo prima chiarito,
di una integrazione costruttiva tra iniziativa pubblica e iniziativa dei soggetti sociali.
E' importante che negli statuti regionali sia indicato come metodo di governo quello della
programmazione negoziata, ovvero del confronto sistematico e preventivo con i diversi
soggetti sociali nella definizione degli obiettivi strategici e delle politiche di
sviluppo. Il problema della concertazione, delle sue forme e dei suoi strumenti rientra
nel campo delle scelte politiche e degli accordi tra le parti, e non può essere pertanto
materia di una definizione statutaria.
L'autonomia statutaria, che va presa sul serio come effettiva possibilità di soluzioni
differenziate da regione a regione, esclude di fissare a priori un unico modello. Ma deve
valere un comune criterio ispiratore, che si può riassumere nel concetto di un sistema di
governo fondato sul pluralismo istituzionale, contro ogni ipotesi di centralizzazione del
potere. In questo senso vanno regolati i rapporti tra presidente, giunta e consiglio
regionale, e soprattutto va valorizzato il ruolo autonomo degli Enti locali, anche
istituzionalizzando, come prescrive la stessa legge di riforma costituzionale in
discussione in Parlamento, un Consiglio regionale delle autonomie, che concorra alla
definizione delle politiche regionali e che funzioni come sede istituzionale di raccordo
tra Regione ed Enti locali.
La nuova autonomia statutaria delle Regioni configura un nuovo modello, nel quale dovrà
essere ridefinito il ruolo delle Regioni a statuto speciale, che debbono mantenere una
loro peculiarità, date le ragioni storiche e culturali su cui si è basata la loro
esperienza, ma rischiano oggi di restare chiuse in una dimensione angusta, senza
partecipare, insieme con le altre Regioni, al processo complessivo di riforma dello Stato.
Infine, segnaliamo la nostra preoccupazione per lo schema di decreto in materia di
ordinamento degli uffici territoriali del Governo, il quale tende a potenziare il ruolo
delle Prefetture e a ricondurre alla responsabilità preminente del Ministero degli
interni tutto il coordinamento degli apparati statali sul territorio. Si rischia così di
introdurre una dinamica istituzionale che va nella direzione opposta rispetto a quella del
federalismo. In generale deve valere il principio che lo Stato sul territorio è
rappresentato dalle Regioni e dagli Enti locali. Si dovranno quindi individuare forme di
coordinamento fra governo centrale e poteri locali, evitando di costituire un nuovo regime
prefettizio che finirebbe per essere contraddittorio con la riforma federalista dello
Stato.
La CGIL, nelle diverse realtà regionali, si propone di svolgere una funzione attiva e
dinamica nel processo di elaborazione degli statuti, in un rapporto aperto con le altre
rappresentanze sociali e con la cultura scientifica.
C'è bisogno di una nuova progettualità politica che mobiliti l'intera società, nelle
sue articolazioni, evitando che la discussione e la decisione siano ristrette in un ambito
esclusivamente politico e istituzionale. Il federalismo sarà tanto più forte e incisivo
quanto più sarà fondato sul consenso e sulla partecipazione dei cittadini.