Contributo per il Seminario FNLE Impruneta 20-21/2/97

Vigotti Giancarlo - Direttivo Regionale Piemonte
 
 

LE MOTIVAZIONI DEI NAZIONALIZZATORI.

Nella primavera del 1960 ad un convegno sulla nazionalizzazione dell’industria elettrica indetto da attivisti della sinistra riformista e "liberal" aderenti al partito radicale del tempo e agli Amici del "Mondo" quali L. Piccardi, M. Pannunzio, E. Rossi, E. Scalfari, partecipò anche a Lino Rubilotti Segretario Generale della FIDAE a cui e intitolato il Centro che ci ospita.

Questa compagine aveva identificato alcuni punti di critica al sistema elettrico privato del tempo:

- Le varie società elettriche, articolate in 3-4 gruppi apparentemente indipendenti, operavano come un unico trust, la presenza di aziende controllate dall' IRI e delle AEM non altera il quadro.

- I sovrapprofitti elettrici favorivano la penetrazione azionistica dei gruppi elettrici in altre industrie

- Il trust elettrico formava delle alleanze con le imprese siderurgiche e strumentali costituendo una forza politica rilevantissima nel paese e predominante nella Confindustria e nella comunità scientifica.

- I "baroni" premevano sul Governo per mantenere tariffe favorevoli e mano libera nei bilanci , utilizzando l'arma dell'astensione dagli investimenti se questi non fossero stati ben remunerati.

- Le tariffe avevano caratteristiche tipicamente monopolistiche , discriminatorie tra i vari gruppi di utenze , danneggiavano gli utenti domestici, la piccola e media impresa, mentre c’erano tariffe favorevoli ai grandi gruppi alleati e sfavorevoli ai concorrenti.

La pattuglia dei riformatori del tempo riteneva che occorresse nazionalizzare la proprietà della industria elettrica in nome non di misure socialistiche bensì liberistiche, dato che un ulteriore sviluppo economico capitalistico non sarebbe stato possibile senza grandi investimenti e tariffe basse.

Nella relazione introduttiva Eugenio Scalfari tracciava le tappe delle nazionalizzazioni in Inghilterra, Francia , USA mettendo in luce gli aspetti positivi di quelle esperienze: le tariffe più basse e meno differenziate, l’ incremento della potenza installata e dell'energia prodotta ben più alte che in Italia, le tariffe salite molto meno della media dei prezzi all' ingrosso significavano che i miglioramenti tecnologici erano andati a vantaggio dell'utenza (un price-cap ante litteram !) a differenza dell'Italia dove avevano ingrossato i profitti monopolistici.

Dato che in GB nel ‘26, negli USA nel ‘20, in Francia nel ‘47 i "baroni" avevano sempre contrapposto la sufficienza di un organismo di controllo (l’ authority nuovamente ante litteram) alla nazionalizzazione, la mozione conclusiva del convegno rilevava la provata insufficienza dei sistemi di pubblico controllo sulle aziende private e auspicava una immediata e integrale nazionalizzazione.

Infatti durante il dibattito per la nazionalizzazione i "baroni" italiani sostennero la sufficienza del CIP per difendere i consumatori; a loro parziale appoggio una parte dei dirigenti e padroni di acune grandi industrie italiane sostenne che si poteva raggiungere gli stessi risultati della nazionalizzazione costituendo un nuovo organismo di controllo sulla industria elettrica.

COSA PERSEGUIRE OGGI .

Ci sono evidenti paralleli tra i privatizzatori di oggi e i difensori della "iniziativa privata" di ieri, ma da quello su detto occorre sottolineare :

- Le nazionalizzazioni sono funzionali allo sviluppo capitalistico, nascono da scontri tra frazioni borghesi che per evitare di essere strozzate affidano allo Stato, come super partes, la gestione di risorse cruciali .

- L’utenza industriale è fin troppo evidente che è interessata a tariffe basse dell’energia , che è una materia prima, anche se ciò andasse a scapito dei profitti dell’industria produttrice.

- L'utenza degli usi domestici è divisa tra lavoratori e pensionati salariati e gli "altri"; tariffe basse che incidono sul costo della vita, permettendo grossi risparmi agli industriali in termini di minori aumenti salariali (sia con la vecchia scala mobile che con l’inflazione programmata) e molti piccoli risparmi ai piccoli borghesi in termini di non esborso; questo fu possibile perché la perdita fu scaricata sull' ENEL in quanto parte del deficit pubblico, che ora però si vorrebbe risanare tagliando o flessibilizzando pensioni e salari quindi a totale carico dei salariati.

I nostri obiettivi :

- Dobbiamo difendere l'unico vero vantaggio strutturale che i lavoratori elettrici hanno avuto dalla nazionalizzazione ovvero la formazione di una grande azienda , contrattualmente e sindacalmente omogenea che l'UNBUNDLING prima e la commissione Carpi poi vogliono mettere in discussione.

- Dobbiamo informare l' utenza dei rischi insiti nel piano di privatizzazione del sistema elettrico : l’ inadeguatezza delle authority al controllo vero delle tariffe e dei bilanci, il patrimonio pubblico svenduto sotto costo, gli interventi di ripristino del servizio che saranno limitati da valutazioni di convenienza immediata, gli investimenti centellinati e solo se remunerativi;

fatto questo però nel merito dovranno intervenire le associazioni degli utenti e i partiti politici dei cittadini; per quel che ci riguarda dobbiamo chiaramente dire che non rinunceremo a difendere gli interessi dei lavoratori del settore e le loro condizioni di lavoro, di salario, di orario e a rivendicare la riappropiazione dei benefici della maggior produttività espressa dal nostro lavoro in termini di riduzione di orario .

- Dobbiamo agire affinché non ci siano più lavoratori che producono, trasmettono, distribuiscono e operano nei servizi collaterali che non siano regolati dai contratti del comparto elettrico; dobbiamo fermare la spirale ribassista che le controparti vogliono accelerare.
 
 

LE MOTIVAZIONI PER LA DIFESA DEI LAVORATORI
 
 

Penetrazione elettrica e consumo pro-capite.

Gli elettrici non sono in via d'estinzione, perché la penetrazione elettrica è ancora bassa così pure il consumo procapite, che è il fattore determinante per la produttività di un sistema elettrico .

Importazioni e confronti internazionali .

L'Italia é il paese più deficitario della UE in materia di produzione elettrica, l'importazione è una scelta economica , l'energia importata potrebbe essere prodotta anche oggi in Italia ma in centrali tecnicamente obsolete e quindi a costi più alti .

Francia, Svizzera e Austria i paesi che esportano in Italia hanno una forte produzione idroelettrica, i loro impianti "girano" circa 3.300 ore annue mentre quelli italiani 2.400 ore ; viceversa gli impianti termici producono una frazione del loro prodotto mentre in Italia "girano" per 4.100 ore annue bruciando combustibili pregiati, in Francia e Svizzera girano per circa 1.600 ore, in Austria per 2.600 . La concorrenzialità degli altri paesi europei (anche GB e D) è data dall' utilizzo massiccio del nucleare e del carbone, cose che a noi "l'opinione pubblica", che coincide con l' utenza, proibisce di fare perché non "ecologicamente corretto", fermo restando poi pretendere lo stesso le performances degli altri sistemi elettrici !

Confronti nazionali .

Dal '91 al '95 c'è stato un incremento di energia venduta dall' ENEL di circa 17,4 Twh di cui 2,3 Twh coperti con ulteriori acquisti dall'estero e 9,7 Twh con acquisti aggiuntivi dai produttori nazionali e il resto, circa 5,4 Twh , con aumento di produzione propria .

Ciò indica un cambiamento nei rapporti reciproci tra i produttori nazionali dovuti alle modifiche legislative, a sostituzione e a nuovi impianti .

Nell' idroelettrico ENEL continua ad avere impianti che vengono usati per coprire le punta (1.900 ore annue), mentre gli Autoproduttori e Altri "girano" più di 4.000 ore annue.

Nel termico l' ENEL ha diminuito l'utilizzo degli impianti mentre gli Autoproduttori hanno superato l' ENEL , per il duplice effetto di legislazione favorevole e nuovi impianti e tecnologie.

Le AEM hanno ridotto nella media nazionale compensando l'incremento dell' idrico.

L' aumento della produzione e dell'utilizzo degli impianti degli Autoproduttori e degli Altri privati pone il problema di organizzare sindacalmente nei contratti elettrici i lavoratori di queste aziende in espansione, in modo da contrastare una rilocazione surrettizia della produzione funzionale oltre che ottenere i vantaggi legislativi anche ad una riduzione del costo della Forza Lavoro.

Dai bilanci ENEL.

Il costo globale dei dipendenti dal '92 al '95, a moneta costante, è sceso al 92,7% , la voce salari, idennità, etc. all' 89,7%; il costo del lavoro pro-capite è salito al 103,4%, ma la voce salari è tornata al livello del ‘92 solo nel ‘95 dopo aver flesso nel '93 e '94, naturalmente si parla di lordo poi c'è da applicare il fiscal drug e i maggiori oneri previdenziali.

Le utenze servite pro-capite sono salite del 14,7%, l' energia prodotta pro-capite del 15,8%, l'energia fatturata del 19,5%; e questo prima che l'UNBUNDLING cominciasse ad agire , nel '96 si è perso circa un altro 6% dei posti di lavoro e quindi la produttività è salita di conseguenza.

Nello stesso periodo le spese pro-capite per acquisto di materiali e apparecchi è scesa all' 81,4%, le spese per lavori e manutenzioni al 74,7 % . Mentre c'è un ulteriore aumento della quantità della energia acquistata da terzi del 21,4% .

Le consistenze del personale sono in rapido declino, dal '92 al '96 si sono persi circa 17.700 posti di lavoro; gli operai hanno continuato a diminuire a ritmo di 2.700 all'anno, dal '93 hanno preso a scendere anche gli impiegati a ritmo di 1.800 all'anno, mentre i quadri hanno continuato a crescere più che compensando il calo dei dirigenti .
 
 

L' UNBUNDLING

Stando allo studio detto "zero-base" ad oggi dovrebbero esserci ancora 12.000 elettrici ENEL in eccedenza, se questo si realizzasse ci sarebbe un ulteriore 13% di aumento di produttività.

Ipotizzando 2.500-3.000 perdite all'anno, con qualche assunzione per limitare l'eccessivo invecchiamento della forza lavoro, ci varrebbero 5-6 anni di travagliata transizione .

Sono colpiti particolarmente gli strati impiegatizi e tecnici delle direzioni centrali e compartimentali e dei servizi tecnico-gestionali (teletrasmissioni, informatica, costruzioni etc.) che da attuali 11.000 circa dovrebbero ridursi a 4.500 (- 6.500, -59%) ; segue la produzione e trasporto in calo da 25.200 a 20.500 (- 4.700, -19%), e quindi la distribuzione da 54.100 a 53.000 (-1.100, -2%)
 
 

LA COMMISSIONE CARPI

La relazione della commissione Carpi prefigura una strategia per il sistema elettrico nazionale che non è in contraddizione con quanto previsto da Clò e che è in via di attuazione dal management attuale,è un prolungamento sulla stessa linea di massimizzare profitti e della produttività del lavoro .

Quello che viene facilitato , dal punto di vista capitalistico è la vendita delle tante S.p.A. ad alcune grandi cordate, mentre rende più difficoltosa l’organizzazione dei lavoratori.
 
 

LE TARIFFE .

Dobbiamo avere il coraggio di affermare che i lavoratori elettrici non accettano di fare i vasi di coccio tra quelli di ferro, sia che essi siano le "regole bronzee" dell’ economia, dei "costi non governabili" dei combustibili, degli interessi sui debiti, delle tasse , degli utili da distribuire agli azionisti da una parte, sia quelli dalle regole demagogiche del "servizio sociale" dall’altra , delle tariffe agevolate ma inquinate da mancati rimborsi per i danni per altro voluti dalla volontà popolare referendaria, o per aumenti approvati pasticciando e poi contestati da organizzazioni di utenti che cercano una facile fama contro i privilegiati che strozzano su un bene indispensabile .

Si corre il rischio che management e "opinione pubblica" interessata e facilona vedano nel salario, nelle normative, nel non retribuire la maggior produttività del lavoro degli elettrici l’unica "variabile governabile" da colpire.