Segretario della Camera del Lavoro della Spezia
Membro del Direttivo Nazionale FNLE
Compagne e compagni,
nell’aprire questo convegno seminariale sulla privatizzazione dell’ENEL, non posso che partire da alcune riflessioni sulla sciagurata politica portata avanti nel Paese contro i lavoratori e le masse popolari.
Sono ormai parecchi anni che anche i Governi del nostro Paese hanno messo al centro del loro impegno la privatizzazione del sistema industriale, di proprietà diretta o indiretta dello Stato, Regioni e Comuni.
Questa filosofia, forte di una campagna ben orchestrata dal padronato italiano, nel momento in cui gli scandali partivano dai boiardi di stato per entrare direttamente nei partiti (specialmente DC e PSI) e viceversa, è stata utilizzata per spostare gran parte delle forze politiche, sociali e quindi dell’opinione comune sull’idea che il pubblico, fonte di corruzione, sprechi ed inefficienza, andava privatizzato.
In sostanza vi è stata tutta un’elaborazione anche teorica che gettava le basi di un ambizioso progetto del capitalismo italiano, per il proprio rafforzamento e l’acquisizione della propria capacità competitiva; una filosofia che contiene però le ragioni del suo fallimento, dal momento che tutto è finalizzato a fare cassetta, a speculare per accumulare fondi e capitali, svuotando lo Stato del suo ruolo centrale programmatore di sviluppo del mercato.
Il concetto di libero mercato in mano ai privati così come viene affermato e messo in atto nel nostro Paese già mostra segnali evidenti di pericoloso autoritarismo: poteri forti a chi ha in mano la finanza e decide sulla collettività, minando i principi della democrazia a livello tanto economico quanto politico.
Senza un ruolo programmatore dello Stato in uno sviluppo possibile, senza la funzione, il peso che allo Stato vengono attribuiti dalla Costituzione Italiana, non può esistere un’economia compatibile con gli interessi della collettività.
Da questa considerazione a mio parer occorre partire per comprendere che sono i veri grandi poteri economici ad avere chiamato tutti alla competizione, sapendo che le regole del gioco le dettano loro stessi.
Quello che sta avvenendo anche in Europa è la fortissima spinta liberista, in pieno svolgimento e in coerenza con la pretesa degli Stati Uniti di imporre il proprio predominio; così come viene assunta l’impostazione della centralità della Bundesbank che ha dettato la politica di Maastricht.
Le privatizzazioni sono dunque la conseguenza
di una politica liberista che chiede in sostanza meno Stato, con meno regole
per le "forze vive", quelle che sfuggono già con l’evasione, con
un rafforzamento ulteriore dei profitti a danno dei salari e che facendo
circolare ovunque i capitali, hanno bisogno di forme di lavoro sempre più
"flessibili", precarizzate e senza regole.
IL LIBERISMO - LE PRIVATIZZAZIONI
Essere Sindacato prima, Alternativa Sindacale poi hanno sempre manifestato la propria opposizione alla privatizzazione dell’ENEL, come sulle aziende municipalizzate ed altri beni della collettività. Il limite purtroppo avuto è che dalle giuste analisi fatte non sono scaturite azioni concrete di mobilitazione.
Non è il caso di entrare nel merito di questi problemi, certo è che anche per i limiti della sinistra sindacale oggi i lavoratori hanno da fare i conti con uno strumento di cui poco si parla, ma che io ritengo veramente illiberale e tutto "liberista": la legge antisciopero "146". Di fronte a quella legge di parecchi anni fa, pochi compresero che era una scure antidemocratica che sarebbe servita ad uccidere la resistenza, che anche le avanguardie - che nel passato avevano osato opporsi e trascinato il movimento per molti anni - erano, come dire, "ingabbiate" e non gli rimaneva che "urlare la propria rabbia". Vi sembrerà un discorso arretrato, ma io credo che dovremmo fare una forte riflessione e rilanciare la battaglia contro la 146.
Sia chiaro, con questo non voglio nascondere e giustificare i miei e i nostri limiti ed errori, anzi si tratta di capire perché le nostre giuste ragioni si fermano una volta elaborate e perché la FLAEI - UILSP e la stessa maggioranza della FNLE dormono sonni tranquilli. E oggi non possiamo che registrare che le nostre idee hanno difficoltà a camminare; certo la questione si colloca in un contesto nazionale ed internazionale molto diverso da quello del passato.
Ci si potrebbe chiedere a giusta ragione: ma perché è partita la lotta contro la privatizzazione delle ferrovie e delle poste e non per l’ENEL (anche loro hanno l’obbligo della legge 146)?
Il discorso è complesso, ma vorrei fare un paio di considerazioni. La prima è che per la privatizzazione dell’ENEL, l’impostazione del Governo Prodi oggi, Dini ieri, è stata portata avanti con gradualità, con apparente disponibilità e con una strategia intelligente , proprio perché un metodo diverso, "d’urto" avrebbe avuto come conseguenza la lotta, come per le ferrovie.
Così si è partiti dalla DCO ed ai centri di ricerca, perché mettere le mani sulle alte professionalità e gli alti costi conseguenti, serviva quasi a dimostrare che Testa e Tatò volessero intervenire a eliminare gli sprechi per un miglior funzionamento. Poi si è intervenuti nelle infrastrutture; poi, forti di consulenze esterne, si è entrati nelle viscere dell’organizzazione ENEL per distruggere e non ricostruire mai più un’azienda elettrica unica.
Di questo meglio di me parlerà il compagno Fontanelli, io ho voluto ricordare che nella mia analisi c’è consapevolezza della continuità tra mercato libero dell’Europa e politica del Governo Prodi, che ha scelto per l’ENEL un presidente "buonista", sprovveduto, e un direttore conosciuto per essere un distruttore di aziende pubbliche. Un bracconiere del potere pubblico, che trova consensi e considerazione in mezzo alla "buona borghesia", perché svende a vantaggio di questa, dopo aver piegato i lavoratori e aver distrutto i loro diritti.
Non vorrei dimenticare altri nostri limiti, ma ciò che io ritengo drammatico e grave è che sull’ENEL è mancata sostanzialmente una posizione del Sindacato Confederale. Che non è entrato nella battaglia contro la privatizzazione, e questo la dice lunga.
Perciò chiedo al compagno Scarpa di rivolgere al Segretario Confederale, compagno Patta, e a tutta Alternativa Sindacale, di mettere in piedi un’iniziativa a carattere nazionale, elaborando una piattaforma di Alternativa Sindacale su tutte le privatizzazioni in atto nel nostro Paese.
Manca sicuramente un vero movimento di lotta e quello che è più grave, a mio modo di vedere, è che i poteri economici e politici attraverso campagne per creare consenso, sono stati in grado, purtroppo, di convincere non soltanto le forze moderate, ma anche forze anticapitalistiche e, attraverso progetti ben orchestrati, sono riusciti a cambiare senso alle parole, a orientare le posizioni anche di larghi strati della popolazione.
Il "liberismo" appare una parola con un bel significato, ma purtroppo non è che il contrario della libertà, anzi libera il capitalismo dalle timide regole a cui dovrebbe sottostare, mentre toglie completamente la libertà ai lavoratori.
Così da un lato si tagliano salari e pensioni, si promette lavoro ai giovani e si dice che bisogna combattere i privilegi, ma chi predica la lotta ai privilegi è lui che accresce i propri e quelli della propria classe; e da quando si sono inventati altri due concetti: "bisogna entrare in Europa" e "liberare il mercato unico", i profitti sono aumentati ovunque. Una politica sciagurata che di fatto ha impoverito i poveri e ha fatto aumentare di un milione il numero di disoccupati.
Compagni, interroghiamoci, ma perché, mentre le finanziarie riducono le già deboli condizioni della vita dei lavoratori e della povera gente, si esaltano anche da parte della sinistra i risultati raggiunti? Non penso sia soltanto irresponsabilità e falsità o malafede, c’è stata una svolta culturale profonda in una società che si fonda ormai su "valori" che spero non siano quelli che abbiamo qua noi.
I lavoratori, secondo quella filosofia, dovrebbero entrare in competizione, perché non esistono principi, certezze: competere per affermare le proprie condizioni ed esigenze e, attorno all’individuo, le esigenze della società. Una società dei forti, dove i deboli non debbono esser di peso e gravare sui bilanci e sui valori dei forti.
Mi sbaglio se affermo che ad oggi i maggiori benefici previsti dall’espansione produttiva sono quelli che si sono verificati, nella competizione e nella concorrenza fra Paesi e Regioni, nella riduzione dei costi di transazione. Ma la conseguenza della competizione e della stessa rivalità economica è stata soltanto un peggioramento complessivo delle condizioni del nostro Paese e della stessa Europa. Sia l’Europa che il nostro Paese hanno bisogno di una politica economica di rilancio, ma portano invece avanti una politica finanziaria che per essere competitiva ha bisogno di comprimere al basso, nella mancanza di rispetto per le regole.
Io sono convinto che parlando di liberismo si definisce e si capisce meglio la politica del Governo e il tipo di privatizzazione che si vuole fare. I protagonisti della competizione di mercato sono gli imprenditori, che sono chiamati in causa per sviluppare le loro capacità tecnologiche ed organizzative, ma che franano nei loro obiettivi se non sono supportati da aiuti finanziari ed appoggi politici. Sappiamo tutti che nel mercato internazionale europeo o globale che sia, la posizione di competizione dei padroni risulta vincente se è sostenuta da fattori esterni alla singola impresa.
Il sistema produttivo nazionale nel suo complesso assume forza nel suo livello competitivo in rapporto a un insieme di fattori: il tessuto culturale, la comunicazione, la spinta nazionalista, i fattori di produzione, le risorse umane e ambientali, le infrastrutture, le caratteristiche del mercato e le sue regole, le politiche industriali, ma soprattutto i comportamenti dei lavoratori, il grado di subordinazione e di rinuncia alle conquiste e ai diritti, ma anche la loro competizione con altri lavoratori, di altre aziende, di altre regioni, sino alle sfide nazionali.
Partendo da queste considerazioni si comprendono meglio le ragioni che spingono alla liberalizzazione ed alla privatizzazione dell’ENEL. Nella cultura liberista che dicevo non è concepibile mettere a competere le aziende pubbliche, quasi che non fosse possibile metterle alla prova nella concorrenza con le imprese private. Nel liberismo non esiste proprio, "per teorema", l’efficienza di un’azienda pubblica, e così ciò che è pubblico deve sparire purché vinca il privato.
Così quando il Ministro dell’Industria Bersani dice che bisogna liberalizzare il settore elettrico privatizzandolo non afferma altro che il privato deve assorbire il pubblico, il meglio di ciò che è pubblico. La verità è che i privati non avrebbero mai accettato la competizione con un’azienda pubblica, perché avrebbero dovuto confrontarsi con un patrimonio di grande sviluppo tecnologico, con capacità, professionalità, competenze di un’azienda pubblica che in trentacinque anni non soltanto ha fornito energia al Paese ed è stata determinante per il suo sviluppo, ma è diventata una delle più grandi aziende dl mondo. Che ha persino pagato danni, come quelli del Vajont o altri (che non avevano nulla a che vedere con l’ENEL), che non soltanto ha portato energia elettrica dovunque, anche nelle zone più remote del nostro Paese, ma ha tenuto basse le tariffe.
Se poi pensiamo che i partiti di potere, i boiardi di Stato, hanno creato lì le loro fortune e adesso dopo Tangentopoli non lo potrebbero più fare, si capisce bene perché vi è quasi odio verso l’ENEL, nel senso che non ci sono più ragioni economiche o politiche per loro vantaggiose, e allora restano le ragioni ideologiche e la devozione del nostro Paese ai grandi potentati economici privati.
La legge sull’autority per l’energia elettrica e il gas, la direttiva europea sul mercato interno dell’energia elettrica non sono ancora definite. Certamente l’apertura del mercato elettrico in Europa farà capire meglio la vera politica di liberalizzazione dei sistemi energetici: se questa verrà attuata in un’effettiva concorrenza tra le potenze energetiche a livello europeo, le conseguenze saranno drammatiche per il settore elettrico del nostro Paese.
Non soltanto ci sarà incertezza sulla programmazione di lungo periodo, sul ruolo del servizio pubblico essenziale, sulla sicurezza degli approvvigionamenti, sulla tutela dei consumatori e dell’ambiente. Ma l’ordine del grande padre europeo è non soltanto privatizzare, ma distruggere, per non rendere l’industria elettrica italiana competitiva in Europa. La liberalizzazione porterà inevitabilmente allo spezzettamento dell’ENEL, in primo luogo perché se l’ENEL rimanesse pubblica con la stessa forza economica e tecnica, metterebbe in discussione l’egemonia della Germania e della Francia.
La legge n. 481 del ‘95 che ha sancito l’Autority dell’energia elettrica e del gas, ha sostanzialmente posto termine alla validità della legge sulla nazionalizzazione dell’energia elettrica del 1962, ma anche ai provvedimenti di forte incentivazione dell’energia prodotta per autoconsumo e che faceva obbligo all’ENEL di acquistare.
Ma come non sostenere il valore dell’azienda pubblica dell’energia elettrica, che ha consentito l’equilibrio territoriale delle capacità produttive, il servizio all’utenza, la programmazione del fabbisogno nazionale, in un’ottica di utilità generale, nei termini previsti e disciplinati dall’art. 43 della Costituzione! Una domanda che non mi stanco di ripetere: perché privatizzare, regalando ai privati questa ricchezza nazionale. Penso che nessuna persona di buon senso possa dire che è giusto. Ma le ragioni si sono già in parte viste: impedire che un’azienda pubblica forte possa competere in Europa, accettare la subordinazione a Maastricht, e si potrebbe aggiungere: distruggere un’azienda pubblica, perché è stata una conquista che conteneva elementi di socialismo. Altre motivazioni della privatizzazione dell’ENEL messe in campo da questa o da quella forza politica, dall’uno o dall’altro economista, sono tutte fandonie.
Con sfrontatezza Bersani ha sostenuto in TV che con la liberizzazione e la privatizzazione si animerà l’economia con nuovi protagonisti - come se l’ENEL fosse un corpo in decomposizione - e che farà alzare in piedi se ce ne sarà bisogno, il cittadino utente, che acquisterà consapevolezza dei suoi diritti. Mi chiedo se Bersani si rende conto di ciò che dice; e aggiungo: ma come farà l’utente della Sicilia o di Milano a portare le proprie ragioni magari a Bonn! E certo, quando Bersani dice che liberalizzare senza privatizzare sarebbe una sconfitta: sarebbe la sconfitta dei padroni che lui rappresenta!.
Non ci sarà più un "libero mercato", ma un controllo monopolizzato dai grandi potentati dell’economia (ecco il vero "liberismo") che d’accordo tra di loro non soltanto detteranno legge e ricatteranno gli utenti, ma metteranno in ginocchio anche i governi con scelte e decisioni che diventeranno universali; una dittatura economica a cui tutti: governi, parlamenti, regioni, dovranno sottostare.
L’accordo raggiunto lo scorso giugno sulla direttiva europea che fissa le regole per il funzionamento del mercato interno dell’elettricità è vergognosamente liberista, come lo è tutto l’avvio del riassetto del sistema elettrico europeo. L’accordo di Lussemburgo lancia l’apertura dell’energia alla competizione. Bene, ma quando Tatò si preoccupa che la Francia, che ha deciso di mantenere il monopolio pubblico, sarà un concorrente scomodo e perciò bisogna unire tutte le forze per batterlo, non fa altro che confermare, suo malgrado, ciò che sosteniamo in questa sede: il pubblico è il vero pericolo per il liberismo.
Vedete, compagni, ho insistito molto sul significato del liberismo, perché penso che le vere questioni che avremo davanti nel prossimo futuro saranno su questo fronte. Nella competizione liberista tutto diventerà legittimo. E le "gare" le faranno fare anche ai lavoratori, perché le imprese abbiano minori costi e più profitti. Salteranno i principi della legalità e in una società dove non esistono più regole, la solidarietà non avrà più valore e sarà distrutto il sistema delle tutele e dei diritti. Non ci sarà da stupirsi neppure se anche la sinistra moderata porterà avanti le idee di Berlusconi. Come dicevamo prima, è che per molti ormai non resta altro da fare se non quello che la Bundesbank dice di fare.
E anche qui non si può che constatare
il nostro ritardo in una politica sindacale europea. Sì, il sindacato
deve tornare a volare alto, anche attraverso una forte e combattiva organizzazione
europea.
UN GIUDIZIO SULLA COMMISSIONE CARPI
E’ mia convinzione che il senatore Carpi, nella sua analisi e nelle proposte da lui avanzate sulla privatizzazione dell’ENEL , abbia semplicemente e coerentemente disegnato le linee dell’integrazione europea e portato avanti le indicazioni del Governo Prodi. Non che con questo voglia giustificare Carpi, anzi, alcuni giorni fa alla Spezia, in un pubblico dibattito sulla Centrale ENEL, gli ricordavo come, venendo sia io che lui da molto lontano (prima nella sinistra del PCI, poi in Rifondazione Comunista) lui è entrato poi nel PDS e ha potuto così trasformarsi in un liberista. La verità dunque è che la privatizzazione dell’ENEL da lui concepita sta all’interno di quel liberismo che ha conquistato il senatore Carpi come tantissimi dirigenti importanti della sinistra.
Il sottosegretario Carpi nel consegnare il documento conclusivo dei lavori svolti dalla Commissione consultiva, istituita per individuare i metodi, le procedure, le priorità e le scelte idonee per la liberalizzazione del mercato italiano dell’energia elettrica, con la conseguente concorrenza tra i soggetti produttivi, ha semplicemente trasmesso direttive e logiche contenute nella politica del Governo Prodi. Carpi e la sua commissione con voto unanime sono andati persino oltre le linee dell’Unione Europea per liberalizzare il settore elettrico, anche forti delle posizioni dei tre precedenti governi.
E’ in questo quadro dunque che si colloca la decisione di liberalizzare la produzione e la distribuzione di energia, garantendo ai privati l’accesso alle reti di trasmissione nonché l’importazione e l’esportazione di energia.
Una cosa che fa rimanere sbalorditi è che la prima parte del documento Carpi abbia liquidato con poche battute il ruolo e la storia dell’ENEL. Si è detto in sostanza che, a trentacinque anni dalla legge costitutiva dell’ENEL - il 6 dicembre 1962 -, l’ENEL ha esaurito la sua funzione storica, perché ha realizzato i suoi obiettivi. Lasciatemelo dire, compagni, ma come si fa a trattare una questione così importante, liquidando con la sfrontatezza di queste poche battute il ruolo che ha svolto l’ENEL in questi decenni! L’unica cosa onesta sarebbe stata sostenere che oggi si vuole fare un regalo ulteriore ai privati con questo immenso bene della collettività, scardinando un’azienda pubblica per dimostrare la devozione dell’Italia alle logiche di Maastricht e della grande Germania a cui tutto deve essere sacrificato quando ci viene chiesto.
Cambiare ragioni economiche, dettare nuove regole che stanno fuori della nostra Costituzione, significa voler eliminare passo dietro passo anche la Carta Costituzionale; quindi il Governo attraverso la Commissione Carpi e il suo progetto compie una grave operazione di politica economica, e al tempo stesso istituzionale e di rapporti internazionali proclamando la sua soggezione a Maastricht.
La cosa chiara è che la proposta di Carpi si inserisce nel sistema della concorrenza europea, che nasconde una politica ricattatoria da parte del potere economico: con il sostegno delle banche si agevola o si penalizza, si apre o si chiude la borsa, a seconda che ci si subordini o che ci si contrapponga ai poteri forti della Germania. E come tutti sanno, la competizione avvantaggia in modo chiaro i forti, così l’Italia se vorrà, su basi minime, fare la sua parte, dovrà poter concordare con loro quale ruolo e quali funzioni avere nel sistema gerarchico.
E in questo quadro l’Italia dovrà anche (come del resto si va già configurando) abbassare i costi della manodopera, ridurre ancora il numero degli occupati, i diritti, facendo saltare tutto il sistema di tutela dei lavoratori.
Nel mercato liberalizzato dell’energia sul piano europeo, con l’alta percentuale di produzione di energia nucleare e a carbone (quindi a bassi costi) le nostre centrali a metano o a olio, dunque con alti costi delle fonti primarie e la subordinazione tecnologica, verranno di fatto messe fuori mercato. Se posso osare, direi che in futuro importeremo molta energia e saremo costretti a depotenziare le nostre centrali, subendo così una dipendenza dal resto d’Europa.
Ed ecco la pensata di Carpi: per rendere appetibile l’ENEL alla concorrenza non soltanto va privatizzato, ma bisognerà fare in modo che sia dissestato, precarizzato, così sarà più facile attirare i compratori ed i concorrenti. Siccome l’ENEL è un grande monopolio e gli autoproduttori sono piccoli produttori, che soltanto grazie ai grossi finanziamenti della legge del 1991 hanno potuto svilupparsi, la privatizzazione dell’ENEL dovrà avvenire attraverso la trasformazione in piccole aziende SpA, al fine di realizzare una vera privatizzazione. Per questo il progetto Carpi sostiene che non servirebbe a nulla passare da un monopolio pubblico ad uno privato: in questo caso non ci sarebbe liberalizzazione ne’ competizione, anzi ne soffrirebbe quello che lui chiama pluralismo imprenditoriale.
E bisogna notare come la commissione
Carpi non si limiti a dare degli indirizzi a livello progettuale, ma passa
a un certo punto dalle raccomandazioni alle proposte alle direttive (formulate
da una commissione costituita tutta da uomini dell’area Prodi e imprenditoriale)
che non sarà facile cercare di modificare.
I CONTENUTI DELLA PROPOSTA CARPI
Tutto si basa sul sistema della concorrenza e quando si propone l’A.U. (acquirente unico) per l’acquisto dell’energia prelevata dalla rete di trasmissione, non deve intendersi come limitazione della liberalizzazione del mercato, perché con l’A.U., per seguire i criteri europei, vi sarà la costituzione di un doppio mercato: quello dei clienti "idonei", coloro che possono comprare liberamente l’energia dove vogliono e quello dei clienti vincolati, serviti dall’A.U. E qui emerge chiaramente il concetto liberista, della competizione, dove vengono dettate le leggi del mercato e di volta in volta, per ottenere il massimo guadagno, si scaricano in basso i costi della competizione, visto che non si possono sacrificare i profitti.
L’ambiente e la salute della gente saranno i primi a pagare, dato che la competizione liberista non può permettersi "spese superflue"; e questi costi spetteranno invece alla collettività, sia in termini finanziari che in termini di salute. E se posso permettermi una polemica: vedremo che diranno gli ambientalisti.
Per realizzare la concorrenza nella produzione e la libertà nel mercato, il "progetto Carpi" propone la separazione per l’attività di produzione, di trasmissione e di distribuzione. Privatizzare l’ENEL non servirebbe a nulla; per questo bisogna spezzettarla per rendere innocua la sua forza sia sul mercato nazionale che europeo, lanciando la concorrenza con un doppio mercato.
Il progetto non è quello della separazione societaria, ma della reale separazione in più società; il concetto è quello della costituzione di holding di produzione, trasmissione e distribuzione, incentivando progressive operazioni di privatizzazione per l’inserimento di privati alle condizioni che verranno dettate da loro.
Insisto ancora, compagni, e forse diventerò noioso: parliamo della privatizzazione dell’ENEL, ma davanti a noi c’è la politica "globale" della nuova fase del capitalismo, che non sappiamo dove porterà non solo noi, ma tutta la società.
L’energia è un settore importantissimo per un Paese, per la sua autonomia e il suo sviluppo e così, in questa fase, la finanza, i poteri forti vincono sulla politica dettando le loro regole e sacrificando l’autonomia del Paese. La competizione e la concorrenza sono imposte non dal mercato, ma dal potere finanziario, che dà le regole.
La costituzione dei due mercati paralleli fonda le sue basi nel M.E.I.(mercato elettrico all’ingrosso): la dimostrazione che da un lato si attua il liberismo, la competizione come "lotta al monopolio", poi, quando tutto è smembrato, ecco che torna in campo il vero principio del monopolio finanziario, che fa le regole, unificando il potere privato in un’unica mano.
E l’imbroglio continua quando si parla del doppio mercato, libero e vincolato.
I potenziali clienti vengono divisi in due categorie: "i clienti idonei" (chissà cosa vorrà dire veramente) e quelli "vincolati". Apparentemente si danno le priorità ai clienti vincolati, che dovrebbero avere una tariffa unica nazionale. A quelli che verranno messi nella condizione di idonei è data la libertà di scelta sia per le condizioni di fornitura che per la determinazione del prezzo; e questo punto diventa centrale per capire chiaramente che il liberismo condiziona e vincola i deboli per dare potere ai forti.
E anche se verranno individuate delle quote dei due mercati, il monopolio degli autoproduttori verrà tutelato ed essi potranno sviluppare la quantità su nuove parti del mercato.
L’individuazione dei clienti cosiddetti idonei o liberi di fatto non è che il riconoscimento di consumatori finali, i quali decidono il superamento della soglia di consumo e sono liberi di definire chi è il loro fornitore e tutte le condizioni di acquisto. Si capisce chiaramente che sarà un volano di manovra per determinare anche la competizione e forme di organizzazione per orientare le scelte dell’una o dell’altra schiera di compratori.
Addirittura è possibile rivendere energia aprendo così di fatto alla borsa dell’energia e creare un mercato speculativo che detterà legge. Il ruolo di supporto lo svolgerà l’A.U., che dovrà subordinarsi alle richieste dei produttori per soddisfare la domanda dei clienti vincolati. Per l’A.U., se posso permettermi un paragone, sarà come per le banche, che sostengono gli interessi dei clienti privilegiati scaricando i costi sulla clientela debole.
l monopolio privato conferma poi la
sua forza quando viene definito il mercato elettrico all’ingrosso (M.E.I.).
La logica non è difficile a comprendersi: tutto deve passare di
lì come in ogni borsa, al M.E.I. possono accedere direttamente soltanto
i soggetti autorizzati che passano attraverso i fornitori i consumi finali.
L’aspetto curioso del M.E.I. è che non potrà avere ne’ guadagni
ne’ perdite. Sarebbe interessante sapere chi gestirà il M.E.I.,
a chi dovrà fare capo, a quale controllo sarà sottoposto.
DIRETTIVA DI GESTIONE DELLA TRASMISSIONE
Il progetto Carpi impone che le linee di trasmissione costituiscano anche il dispacciatore e che l’accesso alla rete nazionale sia assicurato a tutti gli utilizzatori (produttori-consumatori); ma guarda caso tale accesso deve concludersi con un regolamento e con tariffe ufficiali definiti dall’Autority, ma tutto nel quadro della liberalizzazione del settore. Di fatto poi viene sancito che la gestione della rete e la distribuzione deve essere di un’unica società per tutto il Paese; e qui si propone l’imparzialità: deve essere costituita all’interno dell’ENEL- holding, dovrà essere controllata dal Ministero dell’Industria, ma dipende direttamente dal Ministero del Tesoro.
Insomma, privatizzato ciò che
rende, si può lasciare in mano pubblica ciò che non è
remunerativo.
PRODUZIONE D’ENERGIA
La produzione di energia elettrica, sostiene Carpi, dovrà fondarsi sul criterio della liberalizzazione e della libera concorrenza, con autonomia di vendere A.U., stipulando contratti liberi con la clientela libera. Viene concessa piena libertà sia nella costruzione di nuovi impianti, anche senza avere obbligo di contratti. Stupisce questa impostazione soprattutto se pensiamo allo scontro che avviene nel nostro Paese tra esigenze della popolazione e quelle dell’ENEL che tiene bassi gli investimenti per fini ambientali.
Anche se le nuove costruzioni saranno soggette ad autorizzazioni, non viene definito l’ambito territoriale, con conseguenze prevedibili sull’ambiente.
L’altra questione è quella relativa al costo dell’energia prodotta e alla condizione degli impianti italiani. Questi non reggeranno senza protezione dello Stato sul mercato, specie quello internazionale. Così: prima si regaleranno gli impianti di produzione, per poi sostenerli con soldi pubblici per reggere il mercato e la capacità competitiva.
E tutto questo nella solita filosofia: privatizzare i profitti e socializzare le perdite per il mantenimento dei profitti.
Compagni, potrei andare ancora avanti esaminando le ultime pagine del progetto Carpi, ma dovrei riprendere considerazioni fin qui già fatte. La questione secondo me è quella di respingere il progetto, sapendo però che lo scontro deve essere a tutto campo.
Nel sostenere che la liberalizzazione e la privatizzazione dell’ENEL vanno a soddisfare l’interesse generale, Ciampi e lo stesso Prodi non soltanto compiono una forzatura di tipo ideologico e un atto di soggezione ai potentati bancari, ma contraddicono l’obiettivo dell’interesse generale, se si pensa alle vere questioni che Carpi non dice chiaramente, ma velatamente annuncia: che saranno caricati sulle tariffe dell’utenza i costi aggiuntivi derivanti dall’introduzione del nuovo modello organizzativo del sistema elettrico.
L’altra questione di non poco conto è quella del ruolo, del valore complessivo dell’azienda ENEL. Non si parla chiaro, tutto viene rinviato, ma già da tempo nei grandi gruppi finanziari nazionali ed internazionali, stanno valutando come entrare nella speculazione della svendita di pezzi o di scampoli dell’ENEL.
Un’ultima considerazione di carattere generale: ma dopo aver privatizzato e liberalizzato il mercato dell’energia elettrica, a chi verrà demandata la ridefinizione della politica di programmazione energetica, sia nel rispetto delle leggi ambientali che nel quadro della politica industriale complessiva del Paese? Pensano i "Soloni" che la liberalizzazione, il mercato delle imprese che operano nel settore destabilizzandolo diventerà competitivo con gli altri Paesi?
Detto questo, compagni, sapendo che il compagno Fontanelli presenterà un rapporto sui problemi e gli effetti derivanti dalla ristrutturazione dell’ENEL, vorrei attirare l’attenzione vostra su una questione a me cara, che mi rafforza nelle ragioni che ho detto prima.
Compagni, ma cosa sta succedendo nei posti di lavoro? Sbaglio se dico che, al di là del contratto nazionale che verrà applicato e rispettato, dentro le nostre aziende si sta destabilizzando, nell’ottica della privatizzazione, tutta la forza lavoro?
La "liberalizzazione" dei diritti contrattuali dei lavoratori elettrici parte dalla ristrutturazione per arrivare a ridisegnare un’azienda totalmente diversa da quella concepita fino ad oggi. Non si tratta, come si dice, di "tagliare i rami secchi", personale in esubero di compartimenti. In questi ultimi anni si è "disboscato" dappertutto, dal settore delle costruzioni alla produzione, alla distribuzione, precostituendo una gestione dei tre settori fondamentali dell’ENEL e mirando a dimostrare come per la sanità, i trasporti, la scuola, che il pubblico ha fallito.
Non è una forzatura se dico che oggi in un’azienda pubblica che produce utile, con grande progettualità e professionalità com’è appunto l’ENEL - che potrebbe essere, all’interno dell’Europa, fortemente competitiva - si è cercato di tagliare, demolire, destabilizzare, proprio in funzione della privatizzazione.
Appalti sfrenati e senza regole, con un mercato del lavoro dove non si rispettano non soltanto i contratti di lavoro, ma neppure le leggi dello Stato; l’abbandono di impianti di produzione delle linee, delle cabine e quant’altro, non sono che emanazione diretta di quella politica a cui mi riferivo: dimostrare che l’ENEL non è più affidabile come azienda pubblica, non dà garanzie ne’ di efficienza, ne’ di sicurezza, ne’ di sviluppo e che la via obbligata è quella della privatizzazione.
Spetterà all’altra relazione fare il punto sulla situazione all’interno dell’ENEL; sarebbe infatti limitativo non avere una visone chiara su tutta la problematica degli appalti: un problema nostro e confederale.
Io vorrei concludere con una breve considerazione che riguarda i compagni della sinistra sindacale; penso che l’esperienza fatta da noi dentro la nostra categoria sia, pur nei limiti che dicevo, di non poco conto. A quei compagni che hanno risentimenti personali con il sindacato, rispondo con molta serenità che di nemici, qui dentro la FNLE non ve ne sono: ci possono essere posizioni diverse e a volte lontane, però non è tempo di conflitti tra di noi, senza vedere i nemici che sono fuori (e sono tanti).
Ai compagni della maggioranza non dico altro se non che bisogna recuperare i ritardi di analisi, di iniziativa e di lotta, che il veto posto nell’elezione del compagno della segreteria per l’area di alternativa va superato e la questione deve essere definitivamente chiusa.
Compagni, il lavoro da fare è
molto: nella lotta - è nella competizione, qui sì, del sapere
e dell’impegno - che si fanno gli interessi del sindacato e dei lavoratori
tutti.