Relazione di Ierardi
IL CASO dell’AEM di Milano :
Il vento liberista del mercato mondiale, che sta ridisegnando i rapporti di forza tra i vari paesi, ha investito da anni anche il settore energetico, e più in generale i servizi a rete: tutti i mercati nazionali sono coinvolti e tutti i precedenti equilibri, basati in gran parte da decenni su aziende monopolistiche sono modificati.
La spinta alla "liberalizzazione" del mercato è controbilanciata da resistenze più o meno forti dell’assetto precedente, e i risultati presentano una gamma assai ampia di gradazione "liberistica", che in Europa parte dal sostanziale mantenimento del monopolio dell’EDF francese per arrivare allo "spezzatino" elettrico inglese.
In Italia questa generale tendenza alla "liberalizzazione", che comporta riassetto del settore e privatizzazioni, ha visto in questi anni frenate e accelerazioni, condizionate dallo scontro tra i vari corposi interessi coinvolti e dalle convulsioni politiche nazionali e locali, che non hanno ancora trovato un punto di equilibrio; è oggi aperto lo scontro sul recepimento della recente direttiva dell’Unione Europea, e all’interno della stessa maggioranza governativa si confrontano posizioni assai diverse, e diverse "sensibilità" collegate anche alle diverse "aspirazioni" aziendali e locali.
Quale sarà il futuro nel dettaglio, lo stiamo vedendo e sarà necessario seguirlo passo passo. E’ importante però segnalare fin da subito che il perdurare dello scontro fa proseguire i tentativi di indirizzare l’opinione e la forza dei lavoratori verso l’appoggio ai diversi interessi che si confrontano, impedendo allo stesso tempo una conoscenza non mistificata dei fatti.
Ciò richiama la necessità di fare chiarezza su quanto realmente sta avvenendo, anche sotto il profilo ideologico.
DESTRA PROGRESSISTA O SINISTRA CONSERVATRICE?
Una vecchia immagine che le formazioni politiche italiane fino a poco tempo presentavano di se stesse dipingeva la sinistra come partigiana della proprietà pubblica e dello stato sociale; la destra, invece, come liberista e privatizzatrice.
Guardando la Milano di un paio di anni fa in effetti poteva ancora sembrare che le cose stessero così, ma seguendo le vicende dell’ultimo periodo, e allargando il campo di osservazione ad altre città, ci rendiamo rapidamente conto che quella vecchia immagine non corrisponde alla realtà: Torino, Genova, Bologna, Roma, Trieste, e ultimamente anche Brescia e Vicenza sono solo alcune delle città in cui le amministrazioni progressiste hanno realizzato o si stanno avviando a realizzare la privatizzazione delle loro municipalizzate.
L’evidente comunanza di intenti su una questione così importante tra forze politiche, altrimenti sempre attente ad apparire il più possibile diverse nella lite elettorale, deve essere spiegata, da un lato con le tendenze generali accennate poc’anzi, accelerate dalle scadenze di Maastricht, dall’altro con gli specifici problemi della "finanza locale".
Salta all’occhio la coincidenza delle soluzioni adottate dai Comuni con quelle, analoghe, dello Stato, per risolvere lo stesso problema; circostanza che getta luce su una realtà non molto pubblicizzata, ma importante: ad un enorme debito pubblico statale si debbono aggiungere una miriade di piccoli e grandi debiti comunali.
Scopriamo così che le finalità, espresse da tutte le amministrazioni, si riducono sempre a due obiettivi principali: il primo è di ripianare, nei limiti del possibile, i bilanci comunali oberati di debiti; aspetto questo poco sensibile alle ideologie, il secondo si propone di valorizzare l’investimento capitalistico comunale, adeguando quindi le Aziende all’inasprimento della concorrenza nei settori dove tradizionalmente si è sviluppato l’intervento della municipalizzazione ( luce gas acqua e altri servizi )
A proposito del secondo obiettivo si può osservare come decenni
di mistificazioni ideologiche sul valore "sociale" delle municipalizzazioni
e delle nazionalizzazioni, non abbiano scalfito la sostanza capitalistica
di queste realtà, sostanza che ora viene crudamente alla luce con
tutte le sue specifiche contraddizioni, compresa quella che presto costringerà
ex aziende comunali a contendere ferocemente spazi di mercato ad altre
aziende ex-comunali ed ex-statali ( che sono stati e saranno oggetto di
vari interventi legislativi, vedi ad es. la legge 142/90 sugli Enti Locali).
IL CASO AEM Milano.
Le osservazioni fatte spiegano molto dei presupposti della vicenda dell’AEM di Milano che è senz’altro utile approfondire maggiormente.
Parto dando alcuni dati che possono dare oltre che le dimensioni anche
l’andamento raffrontando i dati del quinquennio 95 90 :
| Valori in Milardi di £. |
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() equiparazione al valore 95 k=1,2798
Possiamo collocare l’inizio della vicenda nella seconda metà degli anni ‘80, quando si manifestò la carenza di capitali necessari ad un nuovo ciclo di investimenti, indispensabile per mantenere ed accrescere la posizione della Municipalizzata sul mercato dell’energia, milanese e hinterland, lombardo (Valdisotto - Crema - Cremona ) , ma in parte anche internazionale, seppur con qualche contraddizione (caso Argentina).
La situazione fortemente debitoria del bilancio comunale di Milano rendeva infatti già allora difficoltoso per il Comune stesso finanziare adeguatamente le proprie iniziative imprenditoriali. Per l’AEM nasceva quindi il bisogno di rendersi indipendente nella ricerca di finanziamenti, possibilità che le era negata dal suo stato giuridico, tecnicamente definito "non economico".
Questa fame di capitali si combinava con quella di autonomia gestionale, giudicata necessaria per cogliere le condizioni favorevoli all’espansione delle attività. Ciò si intrecciava con altri fattori, quali la polemica contro lo stato monopolista del settore energetico, i cambiamenti intervenuti nel quadro legislativo; infine il minor costo del capitale derivante da vendita di azioni, rispetto a quello obbligazionario o da mutui, facendo quindi pendere la bilancia a favore della Società per Azioni.
1986: L’ass. all’economato Bruno Falconieri e il direttore dell’AEM Augusto Scacchi denunciano come critica la situazione che vede l’azienda impossibilitata ad accendere mutui in proprio a causa del suo stato giuridico di impresa non economica; altra difficoltà è rappresentata dall’obbligo cui è sottoposta di versare al comune, o accantonare, utile, interessi sul capitale e quote di ammortamento. Tutto questo rende incerto lo sviluppo dell’impresa.
1987: Dalla fine del 1986 è in carica il sindaco Paolo Pillitteri, il quale è a capo di una giunta pentapartitica dalla composizione molto simile a quella presieduta da Tognoli.
1988: Nuova giunta Pillitteri con PCI, PSI, Verdi e DP. L’ass. al bilancio Camagni, presenta il nuovo regolamento comunale per le municipalizzate: aumenta l’autonomia da Palazzo Marino delle aziende, che possono, tra l’altro, ricorrere direttamente al mercato finanziario.
1989: Si comincia a trovare traccia del dibattito sulla privatizzazione AEM sulla stampa. Il presidente dell’AEM Giacomo Properzi, afferma che questa non è una scelta che compete alla dirigenza dell’azienda ma alla giunta comunale. Alfredo Mosini, ass. all’economato, dichiara che l’AEM lavora già agilmente e ancor meglio sarà in futuro se verrà cambiato il quadro legislativo di riferimento.
1990: viene approvata dal parlamento la legge n°142 sugli enti locali; essa dà ai comuni la possibilità di dare stato giuridico economico alle proprie imprese anche attraverso la forma di SpA.
3/1991: A. Scacchi ritiene necessario aumentare l’investimento elettrico e le dimensioni territoriali, oltre all’apertura a partecipazioni azionarie in altre imprese per introdursi in nuovi mercati.
4/1991: Nuova giunta Pillitteri con PSI, PSDI, PDS, PRI, Verdi
e Pensionati.
5/1991: Abolizione dell’obbligo di versamento al comune delle quote di ammortamento: questa regola aumenta l’autonomia finanziaria dell’AEM, ma il nuovo presidente Antonio Duva non la ritiene sufficiente e annuncia che sarà presentata al comune la proposta di privatizzazione.
9/1991: Il segr. regionale UIL Lombardia Walter Galbusera
propone di distribuire azioni delle municipalizzate ai dipendenti.
10/1991: Presidente e direttore AEM ribadiscono la necessità di una nuova ondata di investimenti. Chiedono la riduzione dei trasferimenti finanziari dall’AEM al comune e la celere trasformazione in SpA o azienda speciale.
7/1992: Seconda giunta Borghini: Guido Artom ass. al bilancio, Tiziano Treu ass. agli affari istituzionali : sono incaricati di elaborare un piano di privatizzazione delle aziende comunali.
11/1992: Prima relazione del gruppo di lavoro sulle privatizzazioni, incaricato dall’ass. Artom, guidato da Marco Vitale. Per l’AEM si prevede la vendita del 60% delle azioni e il mantenimento di una quota di controllo del 40%.
12/1992: L’AEM concorre in una gara internazionale per un investimento di 56 miliardi nella distribuzione del gas in Argentina; per A. Scacchi ciò è necessario essendo esaurita la possibilità di espansione nel milanese. Il sindaco Borghini è d’accordo, ma l’affare sfuma a causa delle resistenze all’interno del consiglio comunale che nega l’autorizzazione.
2/1993: A. Scacchi inquisito per tangenti si dimette dalla dirigenza AEM.
3/1993: Il governo del comune di Milano entra in crisi. Viene nominato un commissario.
5/1993: Il presidente dell’AEM Enrico Cerrai e il nuovo facente
funzione direttore Carlo Corti chiedono al commissario governativo straordinario
Claudio Gelati di potere agire come se l’azienda fosse già una SpA
per non ostacolare il suo processo di sviluppo. Permettendole di autofinanziarsi
con utili e interessi sul capitale, essa non sarebbe costretta ad indebitarsi
pesantemente (700-800 miliardi)
6/1993: La Lega conquista Palazzo Marino con la elezione a sindaco di Marco Formentini. La privatizzazione delle municipalizzate ha rappresentato una delle componenti principali della campagna elettorale della Lega. Marco Vitale, già responsabile del gruppo di lavoro sulle privatizzazioni e assessore con la giunta Borghini, diventa superassessore al bilancio, finanze e aziende comunali.
29/9/’93: La giunta comunale approva il progetto di privatizzazione dell’AEM.
11/1993: Si sviluppa la polemica tra Vitale, che vorrebbe mano libera sulle modalità di prosecuzione della privatizzazione (compresa la struttura della vendita delle quote: tetto massimo di possesso 5-6%), e una parte della giunta che preferisce l’approvazione di ogni passo successivo da parte del consiglio comunale.
3/12/’93: Il consiglio comunale delibera il progetto di privatizzazione AEM con cessione del 49% e mantenimento della maggioranza in mano al comune per tre anni. E’ approvato anche l’emendamento che prevede il controllo del consiglio su ogni passo successivo.
1/1994: Rifondazione comunista, PDS e Verdi, ricorrono al TAR contro le nomine delle commissioni amministratrici delle municipalizzate di Milano, a loro dire decise da Formentini attuando una "gestione privatistica del potere". Il CO.RE.CO. sospende la delibera sulla privatizzazione per avere chiarimenti ed elementi integrativi di giudizio Se i ricorsi fossero accolti rappresenterebbero una battuta d’arresto per il processo di privatizzazione. Il TAR respinge il ricorso contro le nomine.
3/1994: Nuova delibera del consiglio comunale che approva le risposte da fornire al CO.RE.CO.
4/1994: Via libera dal CO.RE.CO. che accoglie le precisazioni fornitegli.
6/1994: L’assessore Vitale, eminenza grigia delle privatizzazioni, si dimette a causa dei contrasti che da qualche mese sono emersi tra lui e la giunta, dalla quale viene considerato troppo indipendente e ingovernabile.
6/1994: Marco Tordelli è il nuovo assessore al
bilancio.
12/1994: Il presidente del tribunale di Milano nomina i periti
incaricati di valutare il valore dell’AEM, passo indispensabile per la
futura cessione.
1994: Analizzando i dati di bilancio sugli utili prodotti nel 1994 dalle imprese del settore energetico, si spiegano l’interesse e l’attenzione suscitati dalla possibilità di un futuro investimento in AEM. Eccone alcuni esempi:
EXXON 8.223 miliardi di utili consolidati
In Italia : ENI 3 213 miliardi di utili consolidati
ENEL 2 355 miliardi di utili consolidati
8/5/’95: Viene depositata la perizia giurata sul valore dell’AEM.
30/6/’95: La giunta approva la proposta di delibera riguardante la privatizzazione, da presentare al consiglio comunale.
25/10/’95: La commissione bilancio e tributi approva la "proposta di delibera" così come prevista nel documento "Fasi operative per la costituzione dell’AEM-SPA". Si registra un parziale avvicinamento tra PDS e Lega, ma i contrasti restano ancora molti.
6-5-96: Il consiglio comunale approva la delibera di trasformazione dell’AEM in SpA.
20-11-96: Designato il C.di A. dell’AEM SPA
2-12-96: L’AEM è iscritta alla CCIAA di Milano come AEM SpA.
29-1-97: Viene sottoscritto, dopo un anno e mezzo di pressione da
parte della RSU dell’AEM, un Protocollo d’intesa tra la direzione e le
OO.SS. sulle garanzie in merito alla trasformazione, per la verità
un po' scarno e dove per la verità manca completamente il capitolo
sull’occupazione, che istituisce l’Osservatorio come previsto dal CCNL.
Facile quindi prevedere le accanite lotte tra i pretendenti economici, e tra i loro variopinti rappresentanti politici, lotte che si prolungheranno nel tempo.
L’orientamento prevalso nella giunta municipale lo accennavo già prima è quello della creazione di una Public Company con azionisti che possono detenere al massimo lo 0,5% del capitale e uno statuto con regole anti-scalata e il 51% in proprietà del Comune per almeno tre anni. Solo in seguito la partecipazione comunale potrebbe scendere fino al 15-20%, ma sempre con regole statutarie che garantiscano a Palazzo Marino il controllo sugli indirizzi strategici dell’Azienda.
Il mantenimento della maggioranza del capitale permette consistenti vantaggi fiscali per tre anni e ciò viene presentato come la principale motivazione della scelta di questo tipo di percorso, ma essa sembra consigliata anche da una elementare prudenza nell’affrontare le incertezze future, sia in campo politico che economico; oltre che la poca chiarezza circa i rapporti futuri tra SpA degli Enti Locali e SpA dello Stato. La Lega milanese, comunque ha imparato presto a valutare quanto dal controllo dell’AEM possa ritornarle in termini elettorali-clientelari in vista della vicina tornata elettorale amministrativa
SCHIERAMENTI POLITICI E SINDACALI
Gli scontri politici ed economici si sono travasati anche dentro al sindacato con posizioni molto simili a quelle espresse dai vari gruppi politici.
Una prima posizione, all’inizio era decisamente schierata a difesa dello status quo, quasi subito si ricolloca sull’ipotesi dell’Azienda Speciale.
Una seconda posizione si dichiara possibilista sull’ipotesi della SpA, a condizione che sia a controllo pubblico.
Comunque tutte e due le posizioni cercavano un loro spazio politico e gestionale, nel tentativo di accreditarsi come possibili mediatori nel confronto tra azienda e lavoratori, cercando la sponda fra i partiti politici.
Oggi invece sembra facciano a gara ad abbracciare la SpA, un’abbraccio, secondo me insano per un’organizzazione che deve ricordarsi di mettere al primo posto la difesa degli interessi dei lavoratori che rappresenta; e qualche nostro segretario si è accorto del grave ritardo e della superficialità con cui è stato ha affrontato questo tema, non so se sincera o meno ma l’autocritica deve essere poi verificata dai fatti.
In questo panorama c’è chi propone ancora vie illusorie di puro stampo propagandistico-elettorale, quale per esempio il referendum consultivo proposto a Milano principalmente da RdB, evidentemente non ammaestrato dalla degradante esperienza del referendum del 1985 sulla scala mobile. Questa tentazione, apparentemente comoda anche per i lavoratori in quanto assai meno impegnativa di una seria strategia di difesa degli interessi di classe, non ha trovato immune il sindacato : in varie occasioni non sono mancati occhieggiamenti e indulgenze ( e guarda caso girano voci che lo stesso diavoletto stia tentando la UIL a proposito della privatizzazione ENEL ).
Azionariato ai dipendenti
Non è difficile poi prevedere che nel prossimo periodo cresceranno di intensità i canti delle "sirene" tendenti a magnificare le virtù delle azioni ai dipendenti; la questione merita di essere approfondita, specie dopo il rilievo che ha assunto nel dibattito aperto dall’attacco di Fazio sulla "rigidità" dei salari italiani, e ripreso da D’Antoni con l’attacco ai contratti nazionali e l’apologia, appunto, della partecipazione agli utili.
Nel corso della battaglia sulla privatizzazione dell’AEM di Milano a più riprese si è parlato di vendita agevolata di azioni ai dipendenti, da taluni presentata come fattore di progresso sociale, attraverso la quale si realizzerebbe la "democratizzazione" del capitale.
Questa formula, vecchia di decenni, si è diffusa ed è praticata in molti paesi industrializzati. Attraverso di essa è stata raccolta e messa a disposizione dei Consigli di Amministrazione parte del risparmio di generazioni di lavoratori, con il dichiarato intento di superare la divisione tra lavoro salariato e capitale, cosa mai avvenuta.
Si è invece determinato l’aumento dell’asservimento all’interesse aziendale e la divisione tra dipendenti proprietari e non proprietari di azioni. In cambio del precario e marginale vantaggio di alcuni, ha prodotto un indebolimento generalizzato.
A questo bisogna aggiungere l’esperienza vissuta da migliaia di lavoratori azionisti trascinati nella rovina dai crolli delle borse o dai fallimenti delle società. Anche i dati sulle principali privatizzazioni italiane degli ultimi anni, riportati dal Corriere della sera del 23/11/95, non sono tali da suscitare particolari entusiasmi neanche nei più convinti sostenitori della causa dell’azionariato ai dipendenti.
inserire tabella CdS
L’INIZIATIVA SINDACALE A DIFESA DEGLI INTERESSI DEI LAVORATORI
All’interno di questo scenario sindacale segnato da molti fattori di approssimazione e di subalternità, la RSU ha cercato di indicare, e di percorrere, la strada di una difesa degli interessi dei lavoratori che costruisse un argine, il più possibile robusto, di garanzie sulle condizioni salariali e normative di carattere aziendale e sui livelli occupazionali.
Come RSU dell’AEM di Milano nel dicembre 95, abbiamo ottenuto, dopo diversi presidi davanti a palazzo Marino, in concomitanza con le sedute consiliari, un incontro con il sindaco di Milano nel quale abbiamo riproposto tutte le preoccupazioni e i dubbi sul futuro dell’azienda e dei lavoratori, presentando una nostra proposta assunta da CGIL-CISL-UIL Milano.
Il sindaco Formentini e l’assessore Tordelli accettarono parzialmente il documento da noi predisposto con il quale si sintetizzavano in particolare le nostre richieste relativamente alle regole di garanzia e stato giuridico economico e normativo del personale dipendente odierno e futuro, rimandando il tutto ad un protocollo da farsi tra le parti in sede aziendali.
Questo protocollo ha visto la luce solo a gennaio 97 dopo un anno di continue pressioni da parte dell’RSU, ed è valutabile come un primo argine, che definirei sottile: un punto di partenza, senz’altro, più che di arrivo, un minimo indispensabile, da cui ripartire per consolidare nei prossimi mesi le posizioni, a partire dalla conferma degli accordi aziendali e dalla definizione del premio di risultato.
Dev’essere peraltro ben chiaro che queste scadenze potranno essere affrontate con successo se riusciremo a far capire di più ai lavoratori la necessità di accrescere la capacità di mobilitazione, a partire da una serie di vertenze specifiche, e se questa battaglia sarà capace di proiettarsi sul dibattito nazionale della categoria.
SUI CONTRATTI NAZIONALI
Per concludere sono dunque necessarie alcune considerazioni sulla contrattazione nazionale, che ha avuto nell’ultimo anno e mezzo il rinnovo sia del settore elettrico che di quello gas.
Questi rinnovi sono stati caratterizzati dalle regole imposte dall’accordo del luglio 1993 sulla politica dei redditi, di cui abbiamo visto fino in fondo i frutti velenosi nel settore metalmeccanico: il ruolo del contratto nazionale è sempre più svuotato, fino ad essere in questi giorni apertamente messo in discussione.
Non ci entusiasma certo, in cambio, la esaltazione della contrattazione aziendale, nella quale per avere poco si dovrà concedere molto in termini di produttività e di normative e che darà luogo a differenze e divisioni, con trattamenti che diverranno sempre più diversi in ogni azienda.
( vedi premio di risultato e rivisitazione degli accordi aziendali).
Questa impostazione darebbe come risultato negativo il ripristino ed il rafforzamento di vecchie divisioni aziendali, tra tecnici, operai, impiegati, vecchi e nuovi assunti.
Bisogna quindi contrapporrle il nostro impegno per riconquistare una più efficace contrattazione nazionale di categoria, che deve basarsi su obiettivi chiari e semplici, per contrastare da una parte l’aumento incontrollato della flessibilità, della produttività, della mobilità, della discrezionalità sulle carriere, in generale quindi sulla gestione del personale, e dall’altra la continua diminuzione degli addetti e del salario reale.
Questi obiettivi si devono collocare all’interno di una strategia sindacale che faccia del contratto unico dell’energia un baluardo agli effetti dirompenti che le privatizzazioni produrranno, con le ristrutturazioni già in atto.
E non è certo obiettivo di poco conto se guarda caso le categorie che, oggi, hanno un unico contratto, con le privatizzazioni se lo vedono messo in discussione; vedi il caso FF.SS..
Attenzione però che già da tempo si parla di questo obiettivo, ma nei fatti nessuno di chi ne ha la responsabilità gli da le gambe per camminare.