Relazione introduttiva di Fontanelli

Segreteria Naz. FNLE
 
 

IL CASO ENEL



I grandi processi di cambiamento e di ristrutturazione delle realtà economiche che stanno intervenendo su scala planetaria, sono in continua evoluzione.

 Al posto di quanto auspicato dalle forze riformatrici e di sinistra, relativamente ad una nuova divisione internazionale del lavoro, supportata da un diverso ordine economico internazionale, per determinare un equilibrio ed uno sviluppo più compatibile ed equo tra i vari Paesi e continenti, sta affermandosi una competizione, un concetto di integrazione e di libero mercato, senza regole, guidati dall'ideologia neo-liberale che praticamente, risulta oggi dominante.

 Tutto ciò sta producendo, assieme a processi di mobilità e concentrazioni finanziarie ed economiche, sensibili accentuazioni di già gravi ingiustizie, squilibri territoriali, destabilizzazioni e la rimessa in discussione - anziché la loro estensione - di tutele e diritti fondamentali.

Non rientra nel dibattito odierno l'approfondimento di tali questioni che comunque rivelano un gravissimo ritardo di elaborazione e di iniziativa dell'insieme delle forze riformatrici, e però lo stesso processo di trasformazione dell’ENEL e della sua privatizzazione (ma non solo dell’ENEL) discende da quei processi e non da altro, per cui - ed a prescindere da una seria e rigorosa analisi dell’Industria elettrica italiana e del significato dell’ENEL dalla sua nascita ad oggi - l’imperativo è di cancellare ogni presenza dello Stato in economia, anche in attività strategiche e nei servizi primari e quindi, anche dalle imprese elettriche pubbliche.

E’ stato ripetutamente ed ossessivamente detto, nel corso di questi anni, che il nostro Paese è attanagliato da una gravissima situazione economica e finanziaria e da una ridotta produttività nella pubblica amministrazione che pesano molto negativamente anche per i processi in atto di mondializzazione ed integrazione europea.

Da qui l'esigenza, ineludibile, di una politica economica sostenuta da significativi processi di modernizzazione del Paese.

Per la verità l'esigenza di modernizzare le strutture del Paese, così come per dotarsi di una politica economica che recuperi strutturalmente perdite di competitività in settori strategici del nostro apparato produttivo, non è mai stata dal sindacato interdetta; tutt'altro, è stata invece rivendicata, assieme a scelte per sviluppare il lavoro e l'occupazione, nonché per mantenere un fondamentale sistema pubblico di protezione sociale.

Così come, per quanto ci riguarda più da vicino, non ci siamo mai opposti alla necessità di raggiungere una maggiore efficienza dei sistemi a rete e quindi, pure dell’ENEL; lo testimoniano le molteplici analisi e denunce sulle distorsioni funzionali e organizzative, sugli sprechi e parassitismi presenti, assieme a proposte per porvi rimedio.

E non è assolutamente vero che per conseguire lo scopo, la scelta obbligata sia quella del cambiamento genetico dell’ENEL e della sua privatizzazione.

Il grande dibattito, l'elaborazione di proposte concrete e l'iniziativa sviluppata dalla Fnle agli inizi degli anni '90 per contrastare l'ipotesi della privatizzazione e per rendere massimamente efficiente ed efficace il servizio elettrico, sono fatti non cancellabili.

Proponemmo pure come poter positivamente superare la posizione di monopolio nella produzione di energia elettrica, trovando un giusto equilibro tra la presenza del pubblico e del privato che determinasse i massimi benefici del sistema; così come sulla necessità e possibilità di diversificazioni produttive e presenze costruttive e di esercizio esterne, anche dai confini nazionali.

Furono, sempre dalla FNLE, ben rilevate con dati analitici le ragioni e motivazioni tecniche, economiche e pure politiche che non riprendo per ragioni di tempo e che do' comunque per scontato nella conoscenza dei compagni che supportavano la nostra idea sui vantaggi e la bontà nel garantire il governo pubblico a sistemi complessi come quello dell’ENEL.

Pertanto mi sento di confermare che la privatizzazione dell’ENEL rappresenta un grave errore di politica economica ed industriale che non vedo supportata da rigorose analisi tecnico ed economiche.

E' poi un fatto che le altre OO.SS. di categoria, forse per insipienza culturale, così come le confederazioni e la nostra CGIL (per non parlare dei partiti di sinistra) non si sono spese a sufficienza nel dibattito e nella iniziativa sviluppata essenzialmente dalla FNLE.

Sta di fatto che la strada che considero sbagliata è già stata intrapresa con conseguenti atti politici e legislativi, per cui non credo senz'altro, né realistico, né producente, la riproposizione di obiettivi che considero fuorvianti e che oggettivamente non potrebbero avere sbocco. Non è mia intenzione fare demagogia né usare nei ragionamenti paraventi ideologici o massimalisti.

Può servire in prospettiva in un disegno di lungo respiro continuare a denunciarne limiti e contraddizioni, ma bisogna anche capire e decidere se ora questi atti legislativi pongono vincoli non derogabili o rappresentano barriere insormontabili al raggiungimento delle nostre finalità.

Peraltro, parte di questi atti intervenuti, modificano le impostazioni più oltranziste sostenute dal fronte privatizzatore e colgono pure alcune importanti prerogative poste dal sindacato.

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Il panorama dell'industria elettrica in Italia è organizzato, a seguito di atti legislativi risalenti al 1962, in una grande azienda di dimensioni nazionali: l’ENEL, che fornisce circa l'80% della produzione complessiva e l'85% dei consumi finali; da una serie di imprese municipalizzate che operano in grandi città come Roma, Milano e Torino e contribuiscono per circa il 6% della produzione e dei consumi; da altri produttori industriali che contribuiscono per il 17% della produzione e circa il 10% dei consumi.

L'Azienda ENEL e le imprese municipalizzate sono destinatarie di diritti esclusivi, mentre gli altri produttori coprono la loro domanda e cedono le eccedenze ENEL.

In questo quadro è giusto rilevare e tenere sempre presente, alcune importanti caratteristiche presenti nel sistema energetico italiano come:

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 La produzione indipendente, resa possibile con la Legge 9/91 ha di fatto liberalizzato la produzione da fonti rinnovabili ed assimilate ed in particolare favorendo la cogenerazione (produzione combinata di energia elettrica e calore).

L'ENEL rimane comunque responsabile della pianificazione del sistema elettrico e della sicurezza della fornitura.

I prezzi di cessione vengono calcolati in rapporto ai costi evitati ENEL (investimenti, esercizio e combustibili) e, per i primi 8 anni di esercizio, prevedono un meccanismo di particolare incentivazione.

E' interessante rilevare i principi ispiratori della Legge ed i vantaggi che dovevano discendere in termini di risparmio di combustibili, stimolando le imprese ad utilizzare al massimo il calore residuo; di riduzione dell'inquinamento; di minori perdite nella trasmissione dell'elettricità, in quanto si accorcerebbero le distanze tra produzione e consumo, ed infine - non certo per importanza - per stimolare e sviluppare l'utilizzo di fonti rinnovabili di energia.

Però a seguito della Legge 9/91 e del successivo provvedimento del CIP (29/4/92) si è assistito ad un crescendo abnorme di progetti da parte dei produttori indipendenti: i progetti già accettati prevedono la costruzione entro il 2000 di impianti per circa 8 mila MW conseguentemente la quota di produzione dipendente passerà dall'attuale 17% a circa il 30% nel 2000.

Tutto questo perché si è ingenerata una vera e propria distorsione dello spirito della Legge, dove molto poco si è determinato per le energie rinnovabili; in molti casi la produzione di elettricità è divenuta produzione primaria ed utilizzando il metano; ed i produttori privati avendo garanzia di vendita dell'elettricità prodotta, di giorno e/o di notte all’ENEL, ed a prezzi assurdi, circa 20 lire per Kwh. maggiore di quella acquistata quando necessita dall’ENEL, operano con inusitati margini di profitto e senza alcun rischio di impresa.

Così gli utenti si trovano a pagare l'apporto dei privati alla produzione di elettricità, tramite il fondo del sovrapprezzo termico e della cassa conguaglio per il settore elettrico.

Non credo sia una forzatura considerare quanto detto come una cartina tornasole per quanto possa avvenire con la privatizzazione dell’ENEL, cui ovviamente le risorse finanziarie investite pretendendo conseguenti e sempre più alte redditività, comporterebbero inevitabilmente consistenti aumenti del prezzo di elettricità.

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L’ENEL come sappiamo è stata trasformata in S.p.A. dal luglio del '92 come primo adempimento per la sua privatizzazione. Nel dicembre dello stesso anno, a seguito dei pareri di Camera e Senato, il governo approva i criteri della privatizzazione, dichiarando altresì di non poter affidare la responsabilità del settore ad un'azienda privata e indicando inoltre la necessità di prevedere un'autorità di controllo nel settore dei servizi.

Il dibattito aperto sulle privatizzazioni tra le forze politiche, economiche e sociali non risulta decollare, o quanto meno elevarsi nel profilo e nella qualità.

Prevale nel dibattito generale l'attenzione sulle degenerazioni della presenza dello Stato nelle aziende pubbliche; per ridurne e/o eliminarne la presenza diretta dello stesso in tutte le branche della economia e dei servizi; sul possibile contributo del ricavato delle vendite per ridurre il deficit pubblico; e su come introdurre la concorrenza in tutti i processi e modi possibili.

Su questo ultimo aspetto e più in generale sulla liberalizzazione e il superamento di branche di attività e settori economici che operano in economia protetta, il dibattito assume una dimensione sovranazionale.

Pur senza presunzioni ritengo che i maggiori contributi al dibattito nonché per le conseguenti decisioni legislative siano stati formulati dalla Fnle e dalla CGIL.

Nel luglio del 94 viene approvata la Legge 474 sulle modalità di privatizzazione dei servizi pubblici. Nell'ottobre dello stesso anno viene approvato il primo piano del comitato dei tre ministri: Gnutti, Dini, Pagliarini.

Tale piano risulta un maldestro tentativo di frazionare l’ENEL ed il suo patrimonio impiantistico fra più operatori, non solo per la produzione, ma anche per la distribuzione.

Comunque, se pur in maniera molto diversa dalle devastanti scelte approntate dai ministri citati e contestate per la verità non solo da parte sindacale, ma pure da diversi economisti ed esperti della materia, tutti i governi succedutisi, hanno confermato la volontà di privatizzare l’ENEL.

Nel novembre '95 viene approvata dal Parlamento la legge che istituisce la Autorità di regolazione per l'energia elettrica ed il gas.

Sempre nello stesso mese il comitato dei ministri per le privatizzazioni, approva il documento "linee fondamentali per la privatizzazione dell’ENEL S.p.A. e la riforma del settore elettrico nazionale", ove sono indicati, tra l'altro, gli indirizzi per il collocamento delle azioni dell’ENEL e i cambiamenti che dovrà gradualmente subire l'assetto della società.

Nel dicembre del 95 viene sottoscritta il ministero dell'industria e l’ENEL la convenzione di concessione che definisce i diritti e gli obblighi dello Stato e dell’ENEL.

Tali atti risultano coerenti alla bozza di direttiva europea sulla liberalizzazione ed il mercato della elettricità e tengono pure conto di quanto sostenuto con forza dal sindacato.

La legge 481/95.

Con tale legge si costituisce l'Authority in cui si prevede: il mantenimento per l'amministrazione centrale della titolarità delle linee di indirizzo nel campo dei servizi di pubblica utilità e demanda interamente la gestione amministrativa dei rapporti con le imprese ad autorità indipendenti.

Lo stato quindi si fa regolatore, cessando di essere produttore ed erogatore di servizi, in vista delle privatizzazioni. Viene fissato inoltre le "regole del gioco" ed individua un soggetto professionale autonomo ed indipendente cui demanda la funzione di arbitro della situazione.

Gli obiettivi della legge possono così riassumersi:

La Legge sottolinea inoltre che nei servizi di pubblica utilità il Governo deve definire i criteri e le modalità del processo di privatizzazione.

La Legge prevede, ovviamente, tutti i poteri e le funzioni dell'Autorità, compreso l'esercizio di funzioni consultive e di segnalazioni al Governo sulle materie del settore di propria competenza.

La riformulazione delle funzioni e competenze nel settore energetico (elettricità e gas) comporta la loro attribuzione alla autorità di regolazione che veniva prima esercitata da organi statali e da altri enti amministratori.

Inoltre è previsto che si determini un rapporto proficuo tra l'Autorità, le OO.SS. e le Organizzazioni dei consumatori, per la determinazione delle tariffe. Per le tariffe elettriche si ribadisce che dovranno essere uguali su tutto il territorio azionale.

Infine la Legge dispone l'obbligo della separazione contabile da attuarsi entro il termine di 2 anni, attraverso contabilità separate per Produzione, Trasmissione e Distribuzione come fosse gestite da imprese diverse. allo scopo di aumentare la trasparenza ed eliminare le sovvenzioni incrociate.

Convenzione di concessione delle attività elettrica all'ENEL S.p.A. e documento approvato dal Comitato dei Ministri per le privatizzazioni (28/11/95 e 28/12/95).

La convenzione è strutturata in modo da rendere praticabile la vendita del primo pacchetto di azioni ENEL e contemporaneamente per sviluppare le iniziative per recepire la direttiva europea sul mercato dell'elettricità (approvata dal Parlamento Europeo nel dicembre '96) e rendere operativo il riassetto del settore elettrico.

E' importante rilevare che l'articolato attribuisce all’ENEL la concessione unica del servizio. Va però tenuto presente che il 15 aprile del 96 le maggiori aziende elettriche e degli enti locali hanno presentato al TAR del Lazio il ricorso per impugnare la concessione sottoscritta tra il Ministero e l’ENEL.

Comunque il nuovo disciplinare di concessione all'ENEL S.p.A. è un atto significativo che in qualche modo recupera il pressappochismo con cui il governo Amato decretò la privatizzazione dell’ENEL e quindi l'Azienda avendo riconosciute le necessarie certezze è impegnata a dotarsi di una precisa strategia industriale e al rilancio degli investimenti.

Il disciplinare della concessione all’ENEL, in previsione del definitivo assetto del sistema, si limita a regolare l'esercizio delle sole attività di Trasporto, Trasformazione, Distribuzione e vendita dell'energia elettrica e non include il Settore della Produzione.

Mentre il documento approvato dal Comitato dei Ministri per le privatizzazioni prevederà l'obbligo per l’ENEL, in tempi prefissati, della separazione delle attività di produzione in una distinta forma societaria, di proprietà sempre dell'ENEL S.p.A., aperta alle decisioni che interverranno in sede comunitaria, ed ora possiamo affermare, nella legislazione italiana.

Il quadro di liberalizzazione e di nuova regolamentazione del settore è sostanzialmente coerente con le prospettive di evoluzione del mercato europeo, in un sistema di reciprocità tra i vari Paesi.

Nel modello proposto la concorrenza avverrà:

Chiaramente, eravamo e rimaniamo molto contrari al previsto scorporo del settore della Produzione ed alla costituzione di una società separata, seppur sempre controllare dall’ENEL S.p.A.

Non pare questa una scelta obbligata e non si vedono quali vantaggi possano derivarne sia per l'Azienda che più in generale per il Paese, se non una grave concessione, alla quale si pensa già ai passi successivi, a forti interessi economici, finanziari e di potere che questa branca così importante di attività offre.

Comunque, per la verità, il documento del Comitato dei Ministri per le privatizzazioni non modifica la struttura unitaria dell’ENEL, e conferma il modello dell'acquirente unico. Crediamo che questo sia stato reso possibile anche per quanto evidenziato dal sindacato nonché per i risultati di grande rilievo conseguiti dall'assetto strutturale dell’ENEL verticalmente integrato e alle sue dimensioni.

La direttiva Europea per il mercato dell'energia

Tale direttiva, alla quale devono attenersi gli Stati della comunità, regola il mercato unico dell'Energia e dopo una complessa e vera e propria trattativa tra i Governi, adotta soluzioni che vanno verso una più ampia liberalizzazione del mercato dell'energia elettrica in Europa.

In estrema sintesi la direttiva prevede:

L'intesa raggiunta in sede comunitaria sulle caratteristiche che assumerà il futuro mercato dell'energia, pone ad ogni Stato nazionale problemi diversi a secondo dei sistemi elettrici attualmente esistenti, determinando la necessità di una loro riorganizzazione.

L'equilibrio trovato con la Direttiva Europea, pur presentando elementi che non convincono affatto, come ad esempio la possibilità data ai grandi utenti di scegliersi il fornitore (il che può determinare sia ricadute penalizzanti in specifiche aree geografiche del Paese come nel Sud, sia in prospettiva per i problemi relativi alla necessaria pianificazione del sistema elettrico se dovesse venir meno l'acquirente unico); è positivo il fatto che venga demandato agli Stati membri la facoltà di adottare modelli organizzativi adatti alle diverse e specifiche situazioni presenti.

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Come abbiamo visto la legislazione già coglie in larga parte questa direttiva, ipotizzando di conseguenza per il sistema elettrico italiano:
 
 

La nuova situazione prevede il definitivo superamento del monopolio naturale e la concorrenza si farà più forte, e determinerà il bisogno di ridefinire un nuovo e più qualificato rapporto con gli utenti/clienti finali, e il mantenimento di quelli eleggibili che come abbiamo visto, potranno scegliersi direttamente il fornitore. Occorre altresì evitare che particolari trattamenti per mantenersi i clienti eleggibili non si scarichino negativamente su quelli obbligati.

Tutto questo però oggi è a rischio per le decisioni politiche e legislative che saranno assunte a seguito delle risultanze dei lavori della Commissione Ministeriale presieduta dall'On. Carpi, istituita nel settembre '96, allo scopo di redigere proposte per il completo recepimento della direttiva europea e per elaborare proposte di legge di modifica delle norme esistenti e alla loro coerenza per rendere possibile il definitivo riassetto del settore.

Sulle risultanze di questo lavoro e sugli obiettivi sindacali che ritengo vadano sostenuti con la massima determinazione, dirò qualcosa più avanti.

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Adesso mi affretto ad effettuare talune considerazioni sul nuovo modello organizzativo definito dall’ENEL, per tener conto delle decisioni assunte in sede legislativa.

Cercherò comunque di evitare il rischio, per quanto possibile, di ripetizioni sul modello organizzativo in discussione e con quali funzioni si caratterizza.

Per le dovute considerazioni credo saggio - quanto meno - esprimere le nostre riserve, ed anche contrarietà, dalle propagandistiche "strombazzature" dell'attuale vertice aziendale per andare più al merito delle questioni e nodi da sciogliere.

Che il nuovo assetto sia di per se portatore di una maggiore efficienza ed efficacia, di una più alta qualità del servizio fornito e magari del mantenimento - pur i con i necessari riequilibri professionali - dei livelli occupazionali, è davvero tutto da dimostrare.

Così come altri principi ispiratori del nuovo assetto, come il riequilibro della situazione patrimoniale e finanziaria; la riduzione dei costi e la massimazione della redditività, comportano il rischio reale (anche valutando il documento sugli orientamenti di gestione per il 1997 inviato dall'Amministratore delegato Tatò alle varie Direzioni Aziendali) che vengono perseguiti mortificando lo sviluppo dell'azienda, la propria politica industriale e di ricerca, con sensibili tagli all'occupazione e forti lievitazioni delle bollette.

Tutte cose contro le quali non possiamo che esprimere la nostra più netta contrarietà.

Inoltre non è né convincente, né condivisibile il comportamento aziendale che non supporta le proprie determinazioni sui cambiamenti dell'O.d.L. con una disamina analitica dei dati gestionali e rilevando cosa non ha funzionato e perché, eventualmente, si è rilevato uno scostamento dai risultati attesi.

Di più; a fronte della necessità di una seria e rigorosa riflessione critica sull'operato del vecchio management, abbiamo assistito (purtroppo passivamente) a riconferme, collocazioni e promozioni dirigenziali, davvero scandalose.

Fatte queste rilevazioni, non mi sento di dire che non è condivisibile, nelle sue grandi linee, il modello in discussione, caratterizzato da una struttura centrale "Corporate"; dalle tre Divisioni di Produzione, Trasmissione e Distribuzione; e da strutture di Servizio Tecnico-Gestionali; tutte caratterizzate da proprie contabilità e amministrate come sarebbero tenute a fare se le attività fossero svolte da imprese distinte, nonché da conseguenti responsabilità sui risultati perseguiti da ciascuna Unità.

A questo, si afferma che la nuova organizzazione comporterà il superamento di ridondanze organizzative, livelli di coordinamento ed un effettivo decentramento decisionale operativo sul territorio, assieme ad una necessaria e maggiore trasparenza nei rapporti interni, regolati nella logica del fornitore-cliente.

Questo nuovo modello e impostazione organizzativa sconvolgerà il vecchio assetto strutturale, l'o.d.l. e avrà riflessi molto rilevanti sul personale.

A ben vedere pure le nostre elaborazioni che risalgono molto indietro nel tempo e via via aggiornate, non si discostano molto da quanto sinora detto.

Viceversa rilevo che molte affermazioni e cose importanti scritte nei documenti, oggetto di confronto con le OO.SS., non trovano coerenza negli atti e scelte concrete adottate dal vertice aziendale.

Sommariamente nel merito rilevo che le strutture centrali (Corporate/Divisioni) che dovevano essere caratterizzate da "snellezza" e focalizzate a particolari funzioni e attività di rapporti e relazioni esterne, indirizzo, coordinamento e controllo e demandando il restante dei compiti, con conseguenti responsabilità, in un'ottica di reale decentramento, alle Direzioni territoriali ed alle Unità operative, paiono in realtà, veri e propri ministeri; con assetti strutturali elefantiaci e con funzioni più proprie delle Direzioni e Staff territoriali.

Credo necessario ribadire e sollecitare un ripensamento del vertice aziendale che il decentramento deve essere effettivo, attribuendo alle Direzioni territoriali reali poteri, responsabilità, funzioni e risorse, e determinando uno snellimento reale delle Direzioni centrali.

Inoltre il necessario decentramento che si ripropone come una esigenza ineludibile dovrà comportare da subito, assieme a nuove responsabilità gestionali, maggiori capacità di spesa, nonché - anche in conseguenza del giusto superamento di molte posizioni di coordinamento - di riconoscere adeguate procure e deleghe per i responsabili di Unità di Staff e Operative.

Altri rilievi di riflessione critica, sono relativi al merito di funzioni operative assegnate alle Staff presenti nell'area tecnica delle Direzioni territoriali, come nella Trasmissione, che sarebbero meglio allocate nelle Unità operative.

Infine non si coglie dai documenti aziendali il necessario potenziamento di funzioni, strutture e risorse che il nuovo modello impone, delle Unità Operative: centrali termoelettriche, Nuclei idroelettrici, Zone di distribuzione; così come al posto delle necessarie implementazioni per particolari Unità di Manutenzione e di Esercizio, sembra rilevarsi un negativo impoverimento. Anche per quanto concerne la costituzione delle strutture di servizio Tecnico-Gestionali, non credo debba esserci una opposizione sulla filosofia organizzativa e sui principi che li hanno determinati. Cosa assolutamente diversa sarebbe la prospettiva di una loro socetarizzazione eseguita a priori e magari affidata in mano ai privati. E’ a tutti noto come le attuali strutture di questi servizi, l’attuale dimensionamento, nonché e non per ultimo la forte deregolamentazione presente nel mercato esterno, nazionale e soprattutto internazionale porterebbe ad una inevitabile disfatta strategica, professionale, normativa.

Tuttavia, oltre ad evitare il reale pericolo di creare inutili doppioni organizzativi e di frantumazione di un significativo patrimonio professionale di avanguardia, la scelta ipotizzata può consentire, tra l'altro, rilevanti economie di scala, opportunità di mirate partecipazioni e valorizzazioni esterne.

Credo altresì positiva, oltreché coerente al recepimento delle direttive, la completa responsabilità assegnata dei risultati economici.

Nei fatti però, pare rilevare, nonostante l'esplicitazione delle singole missioni, una non propensione allo sviluppo di tali servizi, con precise strategie industriali ed investimenti necessari a valorizzare sui mercati la notevole esperienza e professionalità.

Ad esempio per le Telecomunicazioni, capovolgendo le priorità indicate nella missione, si costituisce una Direzione con funzioni tutte rivolte all'esterno e prevedendo per le attività interne un ulteriore taglio drastico degli investimenti per il '97 (meno 46%).

Quindi è fondato, oltreché legittimo, il sospetto che la soluzione data per le attività e gli assetti organizzativi dei servizi tecnico- gestionali, sia del tutto provvisorio. E' del tutto probabile che la correlazione con i clienti interni si renda sempre più evanescente fino ad un suo futuro superamento, e quella esterna eccetto il reale interessamento per la Telefonia, permangono tutte le incertezze che derivano anche dalla insufficienza di politiche di sviluppo e di investimento.

In effetti l'esigenza di un preciso progetto di sviluppo industriale e di rilancio della "nuova " ENEL S.p.A., congiuntamente ad una maggiore presenza sui mercati esterni, valorizzando il grande patrimonio di risorse e di know-how presenti, e con la diversificazione di attività per cogliere nuove opportunità di business, rimane a tutt'oggi senza risposte convincenti.

Purtroppo, da una lettura del "documento Tatò", prima ricordato, sugli orientamenti di gestione per il '97, tutte le nostre preoccupazioni sono aggravate.

Per non essere eccessivamente lungo mi limiterò a rilevare che in tale documento si indica di portare ai livelli minimi di obbligo le scorte di combustibile, di individuazione di progetti che assicurino un rapido ritorno (su questo aspetto occorrerebbe aprirle una discussione sulla Geotermia); di minori costi possibili per il mantenimento degli impianti e della loro affidabilità; di rispetto dei tempi (non più anticipazioni) delle normative di tutela ambientale.

Ma quello che pare ancora più grave è quando si afferma la necessità di contenere comunque gli investimenti (pur salvaguardando l'operatività e la qualità del servizio); di ridurre di 2.500 unità nel '97, sopperendo alle necessità operative con la mobilità, di minimizzare i costi del personale nell'ottica di ulteriori contrazioni degli organici per gli anni futuri.

Si indica infine di rielaborare tutti i budget con le indicazioni espresse nel documento.

Dopo ci sono allegate delle tabelle (tempi di realizzazione 1-2 anni) dove mi limito a rilevare alcuni esempi e affermazioni sul personale:

riferimento standard 4 gruppi da 320 MW; si indica per l'esercizio lo sviluppo di 5 linee di turno e l'eliminazione del CTU e affidando al personale di esercizio tutte le attività manutentive. Mentre per la manutenzione si afferma di tendere alla riduzione degli organici affidando, anzi "privilegiando" il ricorso a terzi alla massima flessibilità e riduzione del personale e dei suoi costi anche attraverso una rivisitazione delle normative per la gestione del personale.

Non credo che tali affermazioni abbisognino di molti commenti, se non per rilevare il fatto che ci troviamo dinanzi a decisioni molto gravi e preoccupanti per il futuro della nostra azienda, per le condizioni dei lavoratori, nonché per come questo vertice aziendale considera le relazioni industriali di rapporti con il sindacato. Sono indicazioni, tra l’altro già recepite dalle varie Direzioni, che sconfessano e contraddicono anche quanto dichiarato ed affermato dai vertici aziendali durante il confronto sull’Unbundling, in merito soprattutto ai capitoli :

Giustamente l'insieme del personale, a partire da quello collocato nelle strutture dei servizi tecnico-gestionali, è molto preoccupato del proprio futuro e chiede, assieme a necessarie garanzie e criteri di correttezza e trasparenza nella gestione di spostamenti e mobilità, una superiore capacità di rappresentanza del sindacato.

Credo che da questo punto di vista, pur considerando quanto fatto, in particolare dalla FNLE, ed anche l'insieme delle difficoltà presenti, è necessario un grande sforzo per elevare il nostro profilo anche di proposta e soprattutto di iniziativa e di lotta, coerenti e necessarie per il loro sostenimento.

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Alle esigenze esposte si aggiungono pure le risultanze scaturite dal lavoro della "Commissione Carpi" che riaprono per intero il dibattito sul riassetto del sistema elettrico in Italia e sul futuro della nostra Azienda.

A quanto esposto si aggiungono pure le risultanze scaturite dal lavoro della "Commissione Carpi" che riaprono per intero il dibattito sul riassetto del sistema elettrico in Italia e sul futuro della nostra Azienda.

Il documento conclusivo della Commissione si basa su molteplici analisi e considerazioni, per arrivare a formulare proposte - si afferma, coerenti alla esigenza di liberalizzare il sistema elettrico e alla privatizzazione - che di fatto non rafforzano, come afferma il Presidente dell’ENEL Chicco Testa, bensì destrutturano la più grande azienda elettrica italiana.

In estrema sintesi; si considera giunta a esaurimento la funzione storica assegnata all’ENEL al momento della nazionalizzazione e di conseguenza - nel nuovo contesto economico interno e internazionale - il mantenimento della stessa costituirebbe un freno e un impedimento, anziché uno stimolo allo sviluppo del comparto, impedendo la liberalizzazione del sistema.

Sulla privatizzazione si considera poi assolutamente deleterio sostituire il monopolio pubblico con uno privato; con possibili conseguenze gravi e devastanti sul piano economico e politico, ed inoltre si accrescerebbero gli ostacoli alla liberalizzazione del mercato.

La conclusione è che si prefigura fin da adesso, non solo separazioni societarie, ma anche la creazione di un certo numero di Società: l’ENEL holding che controlla in una prima fase, più società di produzione, di distribuzione e servizi è considerata propedeutica per favorire operazioni di privatizzazione delle stesse Società e perché divengano indipendenti e non più controllate dall’ENEL holding.

Un po' più nel merito, la proposta si basa, come già detto, in una holding ENEL a cui dovrebbero far capo una pluralità di società di produzione, alcune società di servizi e più società di distribuzione, cui si indicano tre possibili soluzioni.

La rete di trasmissione e il dispacciamento dovrebbero essere scorporati dall’ENEL e attribuiti ad un unico soggetto indipendente, inizialmente di proprietà del Tesoro. Per gli impianti Idroelettrici si ipotizza che fintanto il gestore della rete di trasmissione sarà sotto il controllo pubblico, potrebbero essergli conferiti, assieme ad una consistente quota di debiti ENEL, sgravando le altre società da privatizzare (teoria non propria nuova......).

Sempre secondo la proposta, la proprietà della rete, potrebbe essere di una società distinta da quella del titolare della gestione.

Il doppio mercato, rappresentato dai clienti vincolati e liberi, nonché dal terzo filone delle fonti rinnovabili e assimilate, ha suggerito alla Commissione di ipotizzare due nuovi soggetti, denominati Acquirente Unico (A.U.) e Mercato Elettrico all'Ingrosso (M.E.I.).

L'A.U., assume il ruolo di soggetto autonomo nazionale, in cui sono presenti il Ministero dell'Industria e l'altro soggetto che esercita la funzione del Trasporto e del Dispacciatore. L'A.U., acquista l'energia tramite gare pubbliche e la rivendica a tutti i clienti vincolati, tramite i rivenditori-distributori.

Il M.E.I. ha la funzione di gestire il mercato dei clienti vincolati e di quelli liberi e quindi, di semplificare la gestione unitaria del sistema. Il gestore è lo stesso della rete di trasmissione e del dispacciatore, scorporati dall’ENEL.

Rilevo, infine, come interessante quanto la Commissione afferma sulle forme rinnovabili e la necessaria revisione degli incentivi. Tra l'altro le fonti rinnovabili vengono considerate come un obiettivo prioritario della politica energetica e ambientale e possono contribuire allo sviluppo, alla occupazione e alla qualità della vita; pertanto devono essere pubblicamente sostenute.

La proposta della Commissione è fortemente sbilanciata dal lato della destrutturazione ENEL e delle privatizzazione, connotata tra l’altro da forti teorie ed ispirazioni ideologiche. Nel contempo cerca in qualche modo di salvaguardare, tramite l’ A.U. e il M.E.I., una possibilità di programmazione e di indirizzo dello stato ed in questa ottica non vedo perché e per quali motivi di merito, non possa essere conferito all’ENEL pubblica il ruolo e le responsabilità dell’A.U. e di titolare del M.EI. .Con una esplicita contraddizione si parla di tariffa unica nazionale, ma si dice appunto almeno al momento di acquisto dalla rete. In tal caso è chiaro che le ipotizzate società di distribuzione avrebbero eventuali e molto reali possibilità di diversificazione della tariffa anche per gli utenti vincolati.

E' convinzione della Commissione che "l'interesse economico generale" indicato dalla U.E. sia meglio perseguibile con la massima concorrenza, indicando però per le costituende società di produzione, una soglia minima di potenza di 10.000 MW, cioè di dimensioni sufficienti a suo parere, per sostenere l'innovazione tecnologica, poter competere anche con le imprese esterne e per affrontare le sfide del mercato internazionale.

La Commissione afferma altresì' che non si potrà impedire ai produttori di controllare società di distribuzione o viceversa.

Anche dal versante del mercato libero, cioè grandi utenti che possono scegliersi il fornitore, la proposta della Commissione afferma che debbano rappresentare almeno il 30-32% dei consumi, escludendo dal computo gli autoproduttori, per poi progressivamente crescere di percentuale. Sempre a tal proposito per considerare grandi utenti si fa riferimento a consumi di 5 Gwh-anno.

Dobbiamo rilevare che non obbligatoriamente si debbono escludere dal computo gli autoproduttori, così come la direttiva U.E. sui consumi dei grandi utenti ci risulta faccia riferimento:

a consumi di 40 Gwh anno pari al 23% per il 1999

a consumi di 20 Gwh anno pari al 29% per il 2000

per scendere a 9 Gwh anno pari a circa il 33% per il 2003.

Infine una ultima annotazione sulle tariffe per i clienti vincolati, ove si afferma esplicitamente che sarà unica nazionalmente, però per quanto concerne il costo dell'energia prelevato dalla rete di trasmissione; ergo, sono uguali le condizioni di cessione per tutti i distributori e non il prezzo finale al cliente!

Concludendo questa parte per poi passare rapidamente a brevissime considerazioni propositive, vorrei sottolineare che nella esposizione - seppur molto lacunosa, per non essere eccessivamente lungo - non ho assolutamente rappresentato in modo distorto o caricaturale la proposta sollevata dalla Commissione.

Vorrei però sgombrare subito il terreno da presunte e non veritiere obbligatorietà di tali conclusioni, per essere coerenti al recepimento della direttiva E.U. sulla liberalizzazione, per la modifica delle leggi esistenti, per renderle coerenti e compatibili alle decisioni assunte e ricordate in questa relazione.

Chiaramente le proposte presentate con il documento conclusivo della Commissione Ministeriale sono molto ingombranti e però riaprono il dibattito, e la polemica, sul possibile e migliore assetto del sistema elettrico italiano.

Il dibattito che si riapre in Parlamento e nel Paese, deve vedere il sindacato ad argomentare e sostenere la bontà delle proprie proposte nell'interesse dell'Italia, del suo apparato produttivo, dei lavoratori e degli utenti.

Ribadisco, anche se ne potrei fare a meno che l'azienda di cui si parla, produce beni e servizi cruciali per l'economia e per il vivere civile e che le scelte che si compiranno, avranno conseguenze per decenni sul nostro sistema economico produttivo e sulla stessa organizzazione sociale.

Non credo che dobbiamo sentirci impegnati nella logica di una difesa ad oltranza di condizioni di "fuori mercato". Nonostante ciò credo che la proposta della Commissione debba essere fermamente rifiutata.

Riprendere l'insieme degli argomenti in modo analitico, mi è oggettivamente impossibile per il tempo necessario.

Credo però comunque, tuttora valide ed attuali le questioni relative all'assoluta necessità di una politica industriale del comparto che si proietti in termini di ricerca, progettazione, costruzione, esercizio ecc. in campo europeo e mondiale.

Peraltro nei mercati esteri e soprattutto fuori Europa vi è una domanda di E.E. con fortissimi tassi di crescita e dove è possibile proporci con le risorse e il know-how presenti nell’ENEL.

Considerare inoltre l'opportunità di poter diversificare le attività, cogliendo importanti opportunità presenti, non solo in telefonia, ma pure nell'ambiente ecc.

Per questo c'è anche il bisogno di un progetto di rilancio dell'Azienda, di imporre una inversione alla miope politica di tagli agli investimenti, alla occupazione e alla dispersione di importanti professionalità, formatesi nel corso di lunghi anni.

Peraltro la ricerca e l'innovazione tecnologica debbono continuare ad essere sviluppare dall’ENEL anche come garanzia per assicurarsi una maggiore competitività e futuro.

Le sostanziali dimensioni dell'attuale organizzazione dell’ENEL e la sua gestione integrata delle attività, produce vantaggi insuperabili da ogni altra forma organizzativa; lo rilevano peraltro moltissimi studiosi ed esperti, non sospettabili statalizzatori.

Pertanto, e non tralascio la grande questione dell'approvvigionamento dei combustibili (esiziali per le condizioni del nostro Paese) è essenziale non far coincidere la liberalizzazione e privatizzazione dell’ENEL con le proposte di destrutturazione formulate dalla Commissione.

Occorre che sia confermato quanto siamo riusciti ad incassare nel '95 con l'Authority (che però va resa subito operante) e con la convenzione di concessione unica; della condizione del pubblico servizio; della sua universalità; con la conferma della tariffa unica e il mantenimento dell’ENEL S.p.A. come una grande azienda unitaria, verticalmente integrata.

La liberalizzazione e la concorrenza, a partire dalla produzione, può determinarsi con il doppio e triplo mercato (clienti vincolati - liberi - fonti rinnovabili e assimilate), con le gare di asta per la nuova potenza e per le sostituzioni (è possibile prevedere un tetto alla produzione ENEL?) e la non discriminazione nell'accesso alle reti di trasporto. Tra l’altro risulta dagli atti che nella Commissione si è espressa anche una altra posizione, rimasta minoritaria, secondo la quale l’apertura alla concorrenza nella produzione..... la possibile crescita di nuovi soggetti produttori, può realizzarsi anche mantenendo l’unitarietà della produzione ENEL.

Peraltro anche nella distribuzione, fermo restando che un più ampio ragionamento può effettuarsi per lo sviluppo necessario delle municipalizzate, c'è la possibilità di confronto sul grado di efficienza tramite le funzioni dell'Authority, costruendo meccanismi di stimolo che suppliscano a funzioni assolte altrimenti dal mercato.

Ribadisco in conclusione che la privatizzazione dell’ENEL S.p.A. oltre a configurare una nuova Azienda con le caratteristiche descritte, mantenga poteri speciali, riservati allo Stato, proprio perché l'elettricità costituisce un bene e un servizio strategico primario per le politiche della convivenza civile e della economia.

Tali poteri speciali possono riconoscersi con il mantenimento della maggioranza azionaria o in subordine tramite azioni privilegiate (Golden-share) e con un azionariato diffuso.

Per concludere, do per scontato altre questioni come l'acquirente unico e la tariffa unica nazionale con sistemi di equilibrio tra la necessità di riconoscere redditività agli investimenti e la salvaguardia dei clienti/utenti. La tariffa unica dovrà continuare ad essere progressiva, salvaguardando la fascia sociale già notevolmente ridotta.

Sono convinto che soluzioni diverse, al di là delle parole, non farebbero gli interessi, né del Paese e del suo apparato produttivo, né dei cittadini e non sarebbero in grado di dare risposte positive alle cose prime dette e all'occupazione.

E' certo però che sono in campo non solo, o non tanto, filosofie economiche ed organizzative diverse, bensì più propriamente uno scontro di interessi molto corposi.

Tutto quanto detto, ovviamente portato a sintesi nel dibattito sindacale, deve poi essere tradotto in iniziative di dibattito e di mobilitazione nella categoria, tra le forze politiche e sociali presenti nella società.

Per quanto ci riguarda, anche come area sindacale alternativa, dobbiamo partecipare con impegno a questa battaglia sia di idee che di lotta, senza la presunzione della ragione ma convinti di portare una visione, anche alternativa, che affronti e risolva le problematiche sotto elencate almeno con pari dignità di altre questioni: