Intervento di GIACOMO BERNI Segretario Generale FNLE

al seminario Promosso da "Alternativa Sindacale FNLE"
 
 
 
 

I relatori ricordavano nei loro interventi come negli ultimi anni le esigenze dell’economia, dalla globalizzazione dei mercati alle politiche monetarie, abbiano dettato le regole della politica. Ne e’ testimonianza la questione del risanamento del debito pubblico italiano che ha condizionato e continuerà’ a condizionare per molto tempo le scelte del Governo, anche quelle apparentemente distanti dai temi di politica economica. La prevalenza delle esigenze economiche su quelle politiche ha caratterizzato, sin dalla prima fase avviata con le proposte parlamentari del 1990, il processo di privatizzazione delle imprese pubbliche che e’ stato concepito come uno strumento per combattere il debito pubblico piu’ che per avviare nuove politiche industriali.

La Fnle, come ricorderete, si espresse subito polemicamente contro questa impostazione che scontava il difetto di una mancanza di progetto di riorganizzazione del settore energetico, in particolare del riassetto del sistema elettrico italiano e non considerava la necessita’, secondo noi prioritaria, di un progetto di politica industriale che fosse agganciato alla necessita’ di forti investimenti per la riorganizzazione delle infrastrutture energetiche indispensabili per mettere il paese in grado di competere a livello internazionale, di ridurre le distanze Nord-Sud e contribuire per questa via al rilancio occupazionale.

Senza di ciò l’intero progetto di privatizzazione si sarebbe rivelato come una operazione inadeguata rispetto alle stesse esigenze del debito pubblico, con il grave rischio di una destrutturazione del sistema a solo vantaggio di alcuni gruppi finanziari ed industriali. Infatti, risulta molto piu’ redditizia al paese una azienda efficiente che oltre a garantire un servizio universale a costi accessibili consegna, al netto delle imposte, consistenti utili di bilancio a fine anno allo Stato.

Dopo di ciò e’ seguita una fase breve in cui sono emerse esigenze politiche espresse attorno alla problematica della democrazia economica: in buona sostanza "deviando" dall’originaria motivazione si privatizzava per esigenze di modernizzazione dell’economia e quindi per introdurre la concorrenza nei settori monopolistici e per rivitalizzare l’asfittico mercato azionario italiano.

Questo intendimento e’ stato supportato dalle leggi emanate in questi ultimi anni e dall’indirizzo voluto dall’Unione Europea attorno alla creazione del mercato unico dell’energia elettrica: ricordiamo la legge 474/94 che ha introdotto tra l’altro la "golden share", la legge 481/95 che ha istituito l’Autorita’ di controllo e regolazione per il gas e l’elettricita’ e infine, la direttiva UE del 12/96 sul mercato elettrico.

Anche su questo terreno la nostra posizione e’ stata puntuale e di merito, noi abbiamo sottolineato la necessita’ di rendere evidenti al mercato i vincoli operativi e le eventuali incompatibilita’ del nuovo assetto privatistico del settore elettrico con le esigenze di tutela degli interessi generali del paese, per cui dovevano essere ridefinite le modalita’ di programmazione e sicurezza strategica per gli approvvigionamenti energetici, le garanzie per lo sviluppo e la sicurezza del sistema elettrico, la fornitura delle prestazioni e del prodotto con elevata qualita’ ed economicita’. In parole povere tutte quelle prerogative attribuibili alla missione del servizio pubblico ed al monopolio naturale come e’ nei settori del trasporto e della distribiuzione.

Oltre a cio’, per rispondere in modo adeguato alle esigenze di garanzia e rispetto degli interessi generali la Fnle individuava nella Spa a controllo pubblico e nella istituzione nel Consiglio di Sorveglianza al fianco del Consiglio di Amministrazione gli strumenti piu’ idonei a questo scopo.

L’introduzione di una democrazia economica che sia anche espressione dello sviluppo di un azionariato diffuso in un mercato che ne e’ praticamente privo ci ha fatto proporre la forma della public-company per l’azienda Enel.

Le scelte emerse piu’ volte di spezzare l’integrazione verticale dell’Enel in assenza di un disegno di riassetto del sistema elettrico hanno ragioni diverse.

Il primo tentativo in tal senso, quello di Gnutti, si caratterizzava anche su un altro terreno, piu’ politico, che ricalcava l’impostazione secessionista di favorire le divisioni Nord-Sud.

La scelta successiva operata dall’allora Ministro Clo’ ha avuto il pregio di recuperare una visione di integrazione del sistema elettrico e di legarlo finalmente ad un disegno di politica industriale del settore che era stato fino a quel momento assente dal dibattito e dalle scelte di Governo.

Il documento della Commissione Carpi ha aperto una fase nuova, caratterizzata in modo negativo, per l’ipotesi di riordino del sistema elettrico in esso contenuta.

L’intento della commissione insediata dal MICA di promuovere la liberalizzazione del mercato e la concorrenza e’ attuato in modo tale da stravolgere le condizioni dettate dalla direttiva europea. Il documento non si limita e recepire la direttiva creando i due mercati paralleli previsti (quello degli utenti idonei e quello degli utenti vincolati) ma ne ipotizza addirittura quattro (utenti idoeni, utenti vincolanti, produttori di energia rinnovabile ed assimilata, mercato elettrico all’ingrosso) e procede allo smembramento dell’Enel in piu’ parti sia nel settore della produzione che della distribuzione.

Una ipotesi del genere non e’ da noi accettata per le conseguenze che si determinerebbero in termini di costi aggiuntivi per il governo del sistema e per i riflessi negativi che avrebbero sul futuro degli investimenti. E’ dal 1992 (Decreto Amato che istituisce la Spa per la successiva privatizzazione) che l’Enel nell’attesa di essere quotata in bosa riduce gli investimenti per aumentare l’utile di impresa ed essere appetibile nell’immediato ai futuri investitori.

Ma questa ipotesi riapre anche la questione della caduta della qualita’ del servizio nelle aree non remunerative specie al Sud che nell’ipotesi di spezzatino vedrebbero ridotte le loro capacita’ di investimento.

Insomma, ce n’e’ abbastanza per ritenere il documento Carpi non rispondente alle esigenze del sistema elettrico ed in contrasto con i contenuti della missione di interesse generale che vengono ad esso attribuiti dalle leggi italiane vigenti e che sono confermati anche dalla direttiva, quali: la sicurezza di approvvigionamento delle fonti primarie; la composizione del mix di tecnologie del parco centrali del paese; l’obbligo e la garanzia di fornitura per alcune attivita’ produttive e di servizio per le quali occorre anche l’obbligo della potenza di riserva; la definizione del limite di dipendenza estera del settore elettrico; il perseguimento di fini di coesione economica e sociale del paese.

La questione dell’assetto del sistema elettrico, cosi’ come emerge dal documento, rappresenta un nodo politico cruciale per il futuro economico del paese ed e’ costituito da due problemi distinti: quello dell’assetto del mercato elettrico i cui confini e le cui regole sono individuate dalla direttiva europea e quello proprio della privatizzazione dell’Enel che va inquadrato nelle scelte di politica economica che il governo fara’ o ha gia’ fatto.

In tal senso, data la dimensione della questione e dato l’impatto che essa puo’ determinare sulla efficienza del sistema e sull’assetto del mercato azionario, essa travalica i confini della categoria per assumere una dimensione generale che investe gli interessi del paese. Ne consegue l’urgenza di un impegno confederale e di una interlocuzione diretta con il Governo e con il Parlamento oltre che naturalmene con i cittadini e le imprese.

Su questo punto non ci possono essere dubbi e le Confederazioni debbono essere investite dalla grande responsabilita’ di ridisegnare i criteri della riorganizzazione dell’assetto economico italiano a partire dalle reti infrastrutturali e soprattutto da quella elettrica che e’ determinante per il funzionamento delle altre reti. Sta in questa fondamentale ragione l’iniziativa svolta dalla Cgil nel 1996 a Catania e dalla Fnle nel 1997 a Lamezia Terme.

Sull’assetto del mercato elettrico che ha assunto irrevocabilmente una dimensione europea noi diciamo una cosa precisa: siamo per l’applicazione della direttiva che ha previsto l’esistenza di due mercati; uno per gli utenti idonei che possono acquistare l’elettricita’ dove vogliono ed al prezzo piu’ conveniente, l’altro per gli utenti vincolanti che sono riforniti dall’Acquirente Unico. Rispetto a cio’ gli utenti idonei vanno individuati con criteri che non marginalizzano il ruolo dell’Acquirente Unico nei limiti di apertura del mercato stabiliti dalla direttiva e gia’ individuati nel precedente documento Clo’.

Occorre, inoltre, stabilire che i costi del doppio mercato siano posti a carico dei soli clienti idonei e non dei clienti vincolati che non avranno alcun beneficio dalla suddetta concorrenza.

Anche su questo punto il documento Carpi lascia invece intendere il contrario e noi non ci possiamo stare.

La direttiva ha riconosciuto di fatto l’esistenza del monopolio naturale nella trasmissione e nella distribuzione per cui e’ possibile introdurre il mercato solo nella fase di produzione. Secondo noi cio’ e’ possibile attraverso il meccanismo delle aste competitive per adeguare la presenza dei produttori indipendenti alle necessita’ della domanda elettrica dell’Acquirente Unico, fermo restando la facolta’ di produrre elettricita’ per gli utenti idonei, ma secondo le caratteristiche di impianto stabilite dalla programmazione energetica del Governo.

Lo smembramento dell’Enel delineato nel documento Carpi non corrisponde agli interessi generali degli utenti, del tessuto produttivo nazionale ed alle esigenze occupazionali del paese. Prevale nella sua impostazione una volonta’ di privatizzare l’Enel su quella di liberalizzare e riorganizzare il settore elettrico, laddove in una certa misura e’ possibile,ma a condizione che tutti i produttori siano posti nella stessa condizione di partenza superando il sistema degli incentivi previsti dalla normativa vigente.

La rinuncia alla presenza di una grande azienda nazionale in un settore cosi’ strategico e delicato impedisce il mantenimento delle economie di scala in un’ottica di globalizzazione dei mercati e non migliora le prospettive internazionali del settore elettrico italiano che si troverebbe esposto alla penetrazione da parte di grandi operatori esterni. Oltre a cio’ ne risentirebbe anche il valore della stessa privatizzazione che si vorrebbe realizzare, proprio per l’incapacita’ di fornire al mercato finanziario lo spessore necessario di cui ha necessita’ per la sua internazionalizzazione e il suo ampliamento.

Non e’ smembrando l’Enel in tanti bocconi alcuni dei quali potrebbero rivelarsi avvelenati per lo scarso rendimento, che lo Stato potra’ in modo significativo fare cassa per allentare il vincolo del deficit pubblico ed aiutare l’allineamento per Maastricht.

A tal proposito voglio ricordare che la direttive non si occupa della dimensione delle imprese elettriche e considera del tutto compatibile la presenza di imprese verticalmente integrate con il nuovo assetto del mercato assoggettandole al solo obbligo di unbundling.

La nostra posizione sul processo di privatizzazione e’ chiara: a nostro parere e’ essenziale che la dove esistano le condizioni del monopolio naturale e nei settori di attivita’ dove si ravvisano le caratteristiche di strategicita’ del sistema, permangano le condizioni per il controllo pubblico delle imprese che influenzano direttamente questi aspetti del sistema.

Per questa ragione siamo favorevoli alla "Golden share" ed alla formazione di una pubblic company ad azionariato diffuso.

Anche la nostra visione del "Consiglio di sorveglianza" che affianca con compiti diversi il Consiglio di Amministrazione ha lo scopo di rafforzare gli elementi di democrazia economica ed e’ diversa dalla visione della Cisl che attribuisce al sindacato all’interno dei consigli un ruolo di gestore dell’azionariato dei lavoratori. I Consigli per noi esercitano un controllo sull’operato dell’azienda sui temi della politica degli investimenti, del rispetto della missione di servizio pubblico e hanno anche lo scopo di limitare l’influenza dei partiti politici sul sistema delle imprese elettriche. Come si rivede un ruolo di indirizzo e di alto livello che nulla a che fare con la gestione dell’impresa che va affidata a manager competenti fuori le logiche consociative.
 
 

E' in questo quadro che oggi avviene la ristrutturazione dell'ENEL iniziata con i precedenti amministratori e che ha trovato nel nuovo presidente ed amministratore delegato una accelerazione del processo. Per cominciare va detto che tale riassetto, forse il più grande in europa in questo momento, avviene sulla base degli indirizzi contenuti nel documento Clo' e quindi nella riconferma di una azienda unica e verticalmente integrata ancorchè organizzata per divisioni e centri di servizio. Altro dato positivo è che la stessa non avviene dichiarando a priori esuberi strutturali ma la volontà di riaprire il tour over con una nuova e mirata politica di assunzioni per cambiare qualità e dislocazione delle risorse interne. Due fatti importanti di questi tempi accompagnati dalle decisioni di procedere alla sburocratizzazione dell'azienda e decentrando i centri decisionali. La ristrutturazione è appena iniziata e la discussione è tutt'altro che conclusa tanto al centro quanto in periferia quindi è prematuro ogni giudizio ma non possiamo che sottolineare come positivo questa inversione di tendenza rispetto ad un passato dove crescevano le direzioni centrali e compartimentali a scapito delle aree tecnico-operative. Il proseguo della trattativa che per la prima volta vede spostare il baricentro del confronto verso il livello regionale e le RSU dovrà portare alla creazione di strutture adeguate alle esigenze interne ed esterne delle strutture di produzione, trasporto e distribuzione poste sul territorio per soddisfare pienamente le esigenze del sevizio recuperando le aree del paese meno servite. Per fare questo c'è bisogno non del modello unico ma di politiche diseguali che appunto privilegiano obbiettivi di qualità e non solo di economicità e reddittività immediata. E' una sfida anche per il sindacato che deve dimostrare di avere idee e progetti capaci di stare in campo perchè capaci di cogliere bisogni ed esigenze degli utenti, del lavoro e quindi anche dell'impresa. Nel campo dei servizi tecnico gestionali invece la sfida da vincere è quella di renderli più effficaci sul piano interno e collocarli con successo sui mercati esterni in nuovi campi di attività per aumentarne il valore aggiunto e le opportunità di sviluppo. Questo è il punto maggiormente scoperto a tuttoggi che andrà rapidalmente colmato nella discussione ancora da fare con l'azienda e nelle scelte che i vertici dell'ENEL devono compire riconfermando gli impegnei nei campi dell'innovazione e delle ricerca e nel processo di internazionalizzazione allo stato solo annunciato. Purttroppo i primi segali non sono incoraggianti i tagli nella ricerca continuano e gli investimenti calano anzichè aumentare nonostante gli impegni contenuti nel patto per il lavoro contemplati al capitolo energia: 65000 miliardi di investimenti nei prossimi 5 anni. Sarà con questa precisa richiesta che come eletrici saremo il 22 marzo alla grande manifestazione di Roma per chiedere al governo ed alle aziende del settore, ENEL in testa, di ripettare quei patti e di avviare immediatamente i nuovi lavori.