Roma, 30 luglio 2004

 

Mi è stato chiesto se voglio partecipare, o perlomeno avallare,

al presunto linciaggio morale a cui il compagno Gianpaolo Patta

sarebbe sottoposto da qualche giorno. Chi mi conosce sa quanto

sia visceralmente e culturalmente contrario ad ogni linciaggio,

perfino degli avversari, figuriamoci di un compagno con il quale

ho condiviso più di venti anni di battaglie politiche nella CGIL.

Sarebbe un po’ come liquidare la parte più significativa della mia

attività politico-sindacale.

Non solo: a Patta, così come non ho mai nascosto i miei più o

meno rilevanti dissensi politici, ho anche pubblicamente riconosciuto

i meriti e i successi, come la tenace lotta contro gli accordi

di luglio, l’aver liquidato la pratica delle componenti di

partito nascosta sotto l’unanimismo di facciata e l’aver stipulato

l’accordo quadro sulle RSU nel pubblico impiego, che, nonostante i

suoi limiti (insiti in qualunque accordo tra le parti), costituisce

un punto di riferimento prezioso nella definizione di un sistema

generale di riconoscimento della rappresentatività.

Tutto ciò però non può nascondere che in questi ultimi giorni

ho assistito, prima con stupore e poi con irritazione, al rischio

di mettere in crisi in poche battute (con dichiarazioni ai giornali,

perlomeno avventate e non smentite) le speranze che la FIOM

(con le sue lotte e con il suo congresso) aveva suscitato in tutte

e tutti noi che da anni ci battiamo per una CGIL democratica e di

classe. La speranza cioè di un salto di qualità in quella battaglia,

attraverso la creazione di una sinergia tra una corrente orizzontale

di sinistra sindacale, presente in tutte le categorie e

in tutti i territori, e la maggioranza di una categoria (e che categoria!)

che, seppure con percorsi diversi, ma finalmente convergenti,

dicevano basta agli accordi di luglio, alla moderazione

sindacale e alla paura del conflitto.

Questa irritazione e questa inquietudine peraltro l’avevo vissuta

anche quando Patta, concludendo l’assemblea nazionale

dell’area a Roma il 5 marzo scorso, aveva dedicato non poco spazio

di quel discorso (in altri punti largamente condivisibile) a prendere

le distanze dalla FIOM e dal suo documento congressuale di

maggioranza, quasi che la riflessione di quella categoria venisse

a disturbare le articolazioni consolidate nella CGIL e non fosse,

come invece è, un contributo preziosissimo alla nostra lotta.

Non ho nessuna tentazione incensatoria, neanche per la FIOM,

che come tutto non è esente da condizionamenti né da errori (vedi

l’accordo per le aziende artigiane metalmeccaniche stipulato qualche

giorno fa o la espulsione degli undici compagni della Piag-

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gio). Ma, le scelte della FIOM costituiscono comunque un salto di

qualità perché, trattandosi di una categoria tutta intera, non limitano

la critica alla concertazione alle prese di posizione, ma

indicano con le lotte e gli scioperi la traccia di un percorso utile

per tutta la CGIL e per tutto il sindacato.

Se la FIOM non riesce a stipulare da due bienni un contratto

unitario è anche perché molte altre categorie della CGIL (compresa

quella del sottoscritto) hanno detto, con gli atti e qualche volta

anche con le parole, che ad aver ragione nel metodo e nella sostanza

sono state la FIM e la UILM. E’ questo il problema della

CGIL e dei lavoratori ed è questo ciò che dai massimi esponenti

dell’area mi aspetto venga detto e ripetuto ad ogni piè sospinto.

Il fatto che sulla stampa e nella CGIL si parli tanto del problema

dei metalmeccanici e poco o niente del problema delle altre

categorie contribuisce ad alimentare nel mondo sindacale il fantasma

della FIOM e ad evidenziarne l’isolamento. Il fatto che il coordinatore

nazionale della sinistra sindacale partecipi a questo

coro, seppure con posizioni sue, non contrasta ma rischia di favorire

quell’isolamento.

E’ questo ciò che oggi mi ha fatto dire a Gianpaolo che dissento

fortemente dalle sue più recenti prese di posizione in merito

alla FIOM, che mi sembrano andare in senso contrario a quella

sinergia tra FIOM e sinistra sindacale che occorrerebbe perseguire.

Quanto all’autonomia, Patta sa quanto io ci tenga. Ma sa anche

quanto io possa soffrire politicamente per la conventio ad excludendum

che in alcune realtà esiste nei confronti delle compagne e

dei compagni del PRC che pagano nella CGIL l’ostracismo della loro

militanza politica e, a volte, nel partito pagano quella della loro

scelta sindacale.

 

Fabrizio Burattini

Segretario generale della FILTEA CGIL di Roma