LAVORO SOCIETA’ - Cambiare Rotta
Area programmatica congressuale della CGIL

 

             ASSEMBLEA NAZIONALE

                      Roma 4-5 Marzo 2004

 

 

Relazione introduttiva a cura di Paola Agnello Modica

 

            Care compagne e cari compagni,

dal settembre 2002 – quando abbiamo tenuto la precedente Assemblea nazionale dell’Area Programmatica Congressuale LAVORO SOCIETA’ – cambiare rotta – ci siamo visti moltissime volte. Sto pensando alle riunioni, alle assemblee, alle iniziative varie, agli scioperi, alle manifestazioni; anzi a volte eravamo talmente tanti che non siamo neppure riusciti a salutarci perché era impossibile individuarci nella moltitudine di giovani, donne, lavoratori che lottano insieme a noi.

            Dall’Assemblea di Parma della Confindustria, poi dalla vittoria elettorale del centro-destra e subitanea presentazione del Libro Bianco sul lavoro seguita dalle altre nefaste norme ben conosciute, fino a oggi è stato un continuo susseguirsi di impegni di mobilitazioni e di lotta che hanno visto la CGIL impegnata, fin dal Congresso, per contrastare l’impostazione liberista, nel nostro Paese e nel mondo.

La globalizzazione neoliberista concepisce il mondo e le relazioni come se tutto dipendesse e fosse finalizzato al denaro e al suo strumento, il mercato. In ciò sta la corsa all’iperproduttivismo, all’iperconsumismo, alla competitività sempre più aggressiva, che coinvolge aziende, stati, individui, in una guerra di tutti contro tutti.

Gli ultimi anni hanno visto un attacco sistematico ai lavoratori e lavoratrici e alle loro condizioni, così come allo stato sociale, un aumento forte e continuo delle distanze tra ricchi e poveri, non solo a livello internazionale, ma anche all’interno dei singoli paesi, il tutto in una concezione (insostenibile) di crescita illimitata con la rapina indiscriminata della natura.

Negli ultimi vent’anni, mentre in Occidente il consumismo cresceva vertiginosamente, in Africa i consumi medi sono diminuiti del 20%. Oggi un quinto della popolazione del mondo, quella occidentale, consuma tre quarti delle risorse. Sono milioni i bambini, le donne, gli uomini morti per fame, sete, inquinamento, lavoro. Il 14% della popolazione mondiale è denutrita, l’1% della popolazione mondiale più ricca (50 milioni) ha un reddito equivalente al 43% (pare salito addirittura al 57%) della popolazione mondiale (ben oltre 2 miliardi). Negli ultimi 10 anni le polarizzazioni sono cresciute, come è cresciuto il peso del valore aggiunto delle multinazionali sul PIL mondiale (da 3,5 a 4,2%). Alcune stime ci dicono che solo i profughi per cause ambientali aumenteranno a decine di milioni nei prossimi anni e addirittura il Pentagono fa previsioni ambientali drammatiche entro il 2010. E a causa delle risorse -in primis quelle energetiche- si scatenano guerre, addirittura preventive, cause non solo di distruzioni e sofferenze, ma anche di nuove violenze.

La guerra è diventata ormai lo strumento permanente con cui vengono affrontate le crisi provocate dall’attuale modello di sviluppo. Gli USA sono al centro di questo processo che si maschera dietro l’ideologia del “libero mercato” e della “esportazione armata della democrazia”.
La crisi di tutte le organizzazioni multilaterali, a cominciare dall’ONU, è infatti legata a questa accelerazione unipolare che risponde, in modo regressivo, ad  una crisi progressiva del liberismo che non riesce, come aveva promesso, a garantire sviluppo e progresso. Né del resto potrebbe garantirli ed è ormai a molti evidente che non si tratta di una condizione infinita e ineluttabile, senza alternative storiche.

Per questo l’obiettivo della pace fondata su un diverso ordine mondiale diviene contemporaneamente lotta per una alternativa al liberismo e viceversa.

 

 

 

Pace

Siamo ormai a tutti gli effetti un paese che partecipa ad una occupazione militare di un altro paese. Il ritiro dei militari italiani dalla missione in Iraq è il primo ineludibile passaggio verso il rispetto della Costituzione e del sentire della maggioranza degli italiani.

La CGIL si è schierata con decisione per la pace e contro l’intervento militare in Iraq svolgendo un ruolo da protagonista nel movimento contro la guerra; l’appello ai parlamentari del movimento per la pace italiano, sottoscritto dalla CGIL, per il voto contro il rifinanziamento della missione italiana in Iraq così come la promozione della giornata internazionale del 20 Marzo sono linearmente coerenti con la scelta di campo operata sin dal Congresso di Rimini.

La collocazione della CGIL contro la guerra e per un nuovo ordine mondiale è elemento fondamentale di identità e di autonomia.

Lavoriamo per schierare l’Italia dalla parte della pace, che significa liberarla da ogni condizionamento USA e renderla protagonista di tutti i processi che possano contribuire ad un nuovo ordine mondiale democratico e multipolare ed ad un diverso modello di sviluppo.

L’Europa, per sua tradizione e storia, si trova nella condizione di poter dare un contributo importante all’istaurarsi di un nuovo ordine mondiale.

Novità storica determinante sarebbe la costruzione, per via pacifica, dell’Europa come entità politica, economica e sociale.

Purtroppo oggi non si riesce ad andare oltre la dimensione monetarista del mercato unico e bisogna riconoscere che il Patto di Stabilità non regge di fronte al perdurare della stagnazione economica ed alla necessità, ormai evidente, di nuovi investimenti per sostenere l’economia.

Il fallimento della Conferenza Inter Governativa è la dimostrazione che per andare avanti non basta  un trattato costituzionale (peraltro non condivisibile in molte sue parti); in realtà serve  una vera e propria costituzione che parli ai cittadini più che un accordo tra stati.

Perché l’Europa senza un’anima sociale, un progetto di pace ed un diverso modello di sviluppo, non ha futuro.

 

La situazione in Italia

Il Governo Berlusconi ha costruito il suo successo non solo nella alleanza con i “poteri forti” ma anche nel populismo, nella personalizzazione della politica, in una certa “consonanza” con alcune tendenze emergenti quali la trasformazione dei cittadini in consumatori, quella degli utenti dei servizi in clienti, quella dei lavoratori in collaboratori, sovente precari, delle aziende, e così via…….

L’attacco alla magistratura, il controllo dei media, le modifiche alla Costituzione, le leggi per garantire l’impunità al presidente del Consiglio, l’attacco alla laicità dello Stato (dalla Legge sulla procreazione medicalmente assistita alla riforma della scuola) configurano ormai, senza ombra di dubbio, che non siamo più di fronte ad un classico assetto bipolare di alternanza ma ad un vero e proprio tentativo di sovvertire l’assetto sociale, politico ed istituzionale del nostro paese. Gli interventi del governo di centro-destra vanno ben oltre i singoli temi, già gravi, minano la coesione sociale, destrutturano la società

Il cuore di questo processo  è nel tentativo di rovesciare la concezione ed il ruolo del lavoro nella società.

Come esemplificato dal Libro bianco e, successivamente, dalla legge 30 si vuole sovvertire  la concezione affermatasi, seppure progressivamente, nell’ottocento e nel novecento, secondo la quale il lavoro non è una merce come le altre in quanto riguarda individui ai quali bisogna assicurare condizioni di vita e di lavoro dignitose, che sono titolari di diritti generali come persone e diritti sociali e nel lavoro in quanto lavoratori.

Anche lo Stato Sociale proviene, per un verso, da questa concezione del lavoro.

Rovesciare questa concezione significa considerare il lavoro una merce come le altre, regolata dal mercato in rapporti individuali.

Si passa così da diritti e garanzie individuali e collettive sancite per legge o dalla contrattazione collettiva sindacale al mercato, compreso quello del lavoro; dal soggetto all’oggetto, dal lavoratore alla merce-lavoro; dalla solidarietà collettiva all’individualismo aggressivo.

E’ questa l’essenza della rivoluzione neoliberale in corso.

Uno sguardo sulle condizioni reali ci dice che in Italia importiamo gran parte del cibo che mangiamo; importiamo quasi tutte le materie prime (a partire da quelle energetiche); importiamo il 97% dei brevetti applicativi; abbiamo il mercato del lavoro più “flessibile” cioè più precario; il 39%  della popolazione è semianalfabeta; abbiamo una media di 4 morti ufficiali al giorno per lavoro; moltissimi lavoratori, pensionati, giovani faticano a tirare fine mese ancor più se sono di sesso femminile e/o meridionali; l’economia sommersa, lungi dall’essere intaccata, è incentivata dai condoni e liberalità nella vigilanza; la condizione del Mezzogiorno mantiene, aggravata, la sua drammaticità; i diritti individuali e collettivi sono giornalmente calpestati e ridotti; le pari opportunità, per donne lavoratori classi subalterne stanno saltando, allontanando ancor più l’obbiettivo della parità nei risultati; le donne pagano prezzi maggiori attraverso la precarietà, il familismo sostitutivo dello stato sociale,  l’attacco all’autodeterminazione (vedi legge sulla procreazione medicalmente assistita); il trattamento riservato agli immigrati è difficilmente aggettivabile; le crisi aziendali con annesse riduzioni di personale sono in pesante aumento; quasi la metà dei comuni italiani è a rischio frane e alluvioni;…..

La svendita del patrimonio pubblico, le cartolarizzazioni e, in generale, la finanziarizzazione del mercato stanno producendo un effetto pesante non solo in termini di crescita dei prezzi degli immobili e degli affitti, ma sono anche accompagnati, da un lato, dall’ingresso sul mercato italiano di grandi operatori internazionali (investitori americani, inglesi, spagnoli, francesi, ecc.) e dall’altro dalla creazione di un pesante debito fuori bilancio con la creazione di Patrimonio SpA e Infrastrutture SpA. Ciò mentre gli investimenti produttivi sono fermi.

Interi grandi gruppi industriali sono in crisi (dalla chimica all’auto), a volte con pesantissimi risvolti giudiziari (vedi Parmalat e Cirio).

Le privatizzazioni e le liberalizzazioni, lungi dal produrre i promessi effetti di introdurre efficienza, riduzione dei costi e delle tariffe  per effetto della concorrenza, hanno prodotto nuovi oligopoli e cartelli che hanno aumentato prezzi e tariffe, svenduto al capitale finanziario internazionale interi settori industriali e dei servizi, declinato al profitto le esigenze sociali e ambientali, precipitato il nostro paese alla coda tra quelli europei.

La linea della competizione di costo, centrata sulla riduzione di quello del lavoro, si è rivelata disastrosa.

La crisi, il declino industriale, produttivo ed economico ormai è a tutti evidente e si accompagna a quello dei servizi sociali e delle regole della convivenza civile.

 

Le azioni di contrasto alle politiche governative

Il blocco sociale e di interessi che ha permesso a Berlusconi di vincere le elezioni del 2002 è oggi in difficoltà; questa difficoltà può divenire una vera e propria crisi se le forze sociali e, ancor più quelle politiche di opposizione, scelgono la linea di una alternativa generale piuttosto che politiche di correzione e di “riduzione del danno”.

Le lotte e le mobilitazioni degli ultimi due anni, pur non essendo riuscite a rovesciare la linea del Governo hanno segnato la vita sociale e politica di questo paese, formato alcune generazioni di giovani all’impegno sociale e alla lotta, eroso in maniera consistente il consenso al governo e rallentato importanti provvedimenti (esempi ne sono l’art. 18 e le pensioni).

Sul terreno sindacale il documento conclusivo del XIV° Congresso della CGIL, votato all’unanimità, ha definito una linea che ha permesso alla CGIL di rappresentare il punto più efficace di tenuta e contrasto alle politiche del governo di centro destra.

Ma sul terreno del contrasto alle politiche sociali del Governo ha pesato la scollatura tra lotte sociali e loro rappresentanza politica. Una parte consistente delle opposizioni ha perseguito e persegue ancora oggi una politica moderata neocentrista di cui sono significativi esempi il mancato sostegno alle proposte di legge della CGIL e le attuali posizioni sulle pensioni.

Permane, non risolto, il problema, già individuato nel Congresso di Rimini della rappresentanza politica del mondo del lavoro. 

 

 

Costruire un’alternativa alle politiche economiche e sociali del Governo

La gravità della situazione richiede che con urgenza sia elaborato un progetto di ricostruzione economica e produttiva (industria, agricoltura, servizi) per una qualità dello sviluppo che sia sostenibile sul piano sociale e ambientale oltre che economico. Non si tratta solamente di costruire una linea di difesa, comunque necessaria, ma di ridisegnare e rinnovare le politiche economico-produttive, sul lavoro e sullo stato sociale.

Un progetto di tale portata non può essere affidato al mercato e al capitale privato ma deve vedere un nuovo intervento pubblico diretto ed indiretto nell’economia. Questo è terreno fondamentale di un intervento pubblico.

Occorre operare per spostare risorse, investimenti, attività ai settori delle produzioni di qualità, delle tecnologie pulite, del ben vivere (salute, riqualificazione urbana, salvaguardia ambientale, …). A tal fine servono politiche fiscali appropriate di sostegno ed incentivi/disincentivi verso questa trasformazione assolutamente necessaria, ma anche capaci di rilanciare occupazione ed innovazione tecnologica. Serve ricordarsi che il pianeta ha limiti e quindi anche la crescita economica, mentre occorre intervenire per la redistribuzione delle risorse naturali ed economiche. Serve, al momento di ogni scelta economica, domandarsi se esista un reale bisogno dell’opera in questione, se non esistano altre più urgenti necessità cui dare risposta prioritaria, se la sua attuazione non comporti ricadute negative. Basti come esempio il tema delle Grandi Opere in Italia.

La prevista Conferenza di Programma della CGIL è occasione da non perdere per fare passi avanti rispetto alle conclusioni del Congresso di Rimini.

 

Salari, redditi e fisco

Il gigantesco trasferimento avutosi in questo ultimo decennio dai redditi da lavoro al profitto e alla rendita è avvenuto anche a causa del meccanismo salariale dell’accordo del 23 Luglio 1993 che prevede al massimo di recuperare l’inflazione consegnando gli aumenti di produttività tutti al profitto; per lo squilibrio del sistema fiscale nel prelievo tra i vari redditi che, oggi, con la riforma  approvata, da squilibrio diviene trasferimento programmato ai ceti medio-alti; per la mancata restituzione del fiscal-drag; per l’accentuarsi di una struttura sociale e di classe del paese che vede permanere ed aumentare il peso dei settori parassitari e della rendita; per la riduzione delle prestazioni dello Stato Sociale e la privatizzazione dei servizi che ha nel contempo liberalizzato le tariffe.

La politica dei redditi del luglio 93 non può essere riproposta: il suo esito negativo è ben conosciuto. Una “nuova politica de redditi” ha senso solo se ridistribuisce redditi verso il lavoro dipendente e se ha senso chiamarla così.

Il riequilibrio della distribuzione dei redditi va perseguito attraverso una adeguata politica salariale, una riforma in senso progressivo del prelievo fiscale, la introduzione di forme di tassazione della rendita -in particolare di quella finanziaria-, il controllo delle tariffe e del costo dei servizi pubblici, così come dei canoni d’affitto, incentivi e disincentivi fiscali mirati.

Continuiamo a rimanere contrari alla riduzione generalizzata delle tasse mentre va realizzato uno spostamento delle pressione fiscale dal lavoro al profitto e alla rendita e all’uso delle risorse naturali. Per questo va ripristinata la progressività del sistema fiscale e reintrodotte tutte quelle misure, quali la tassa di successione, volte e reperire risorse dalla rendita e dai patrimoni finanziari mentre va ripristinata la restituzione del fiscal drag. Bisogna poi ridurre, per la sua odiosità sociale, il prelievo fiscale sulle pensioni più basse.

Siamo di fronte ad una emergenza salariale che va affrontata escludendo da subito manovre volte a ridurre il carico contributivo a vantaggio del salario diretto.

Non è più accettabile l’inflazione programmata o altre stime preventive che abbiano il compito di contenere i salari. Per i contratti nazionali non si può utilizzare la sola produttività di settore che non rende conto della distribuzione della ricchezza. Di conseguenza gli aumenti salariali nei contratti nazionali debbono avere come riferimento il vero andamento dell’inflazione e della ricchezza complessiva del paese con lo scopo di ridistribuire il reddito e incrementare le retribuzioni.

 

Lavoro – diritti - democrazia

In questa sede credo di poter omettere le analisi da tempo condivise, per riaffermare invece la nostra posizione e impegno sulle cose da fare, a partire dal contrasto netto a ogni aumento della flessibilità del lavoro che si traduca in maggiore precarietà.

Occorre proseguire nell’impegno fino all’abrogazione delle normative approvate sotto il presente governo su part-time, lavoro a termine, orario di lavoro e straordinari che hanno riscritto in senso deregolativo tutte le norme riguardanti la prestazione lavorativa. Sia ripristinando i limiti delle precedenti normative (orario giornaliero, causali limitative all’uso dei contratti a termine, limiti al lavoro straordinario, ecc..) sia  individuandone nuove volte ad innescare un processo di riregolazione della prestazione.

La legge 30 va abrogata in quanto  modifica il rapporto tra legislazione e contratto collettivo e tra questo e il contratto individuale, dilata l’area della precarietà e del lavoro privo di tutele e diritti, privatizza e liberalizza il collocamento, riduce la vigilanza a consulenza  e muta in prospettiva il ruolo e la natura del sindacato.

In particolare vanno previste norme di stabilizzazione dei rapporti atipici e precari nella direzione di ritornare a rendere normale il rapporto di lavoro a tempo indeterminato.

Bisogna superare tutte quelle forme di lavoro che non garantiscono né un reddito sufficiente a vivere né la maturazione di una pensione. In particolare quelle   flessibilità subite e non liberamente scelte. Va superata la figura dei Collaboratori coordinati e continuativi e delle altre forme di lavoro non regolate.Questi rapporti vanno ricondotti al lavoro dipendente o professionale attraverso provvedimenti legislativi e processi di regolazione contrattuale nei vari settori produttivi.

L’introduzione di tutele nel mercato del lavoro non va contrapposta ai diritti nel lavoro: si deve invece ampliare l’area del lavoro tutelato dall’articolo 18 della legge 300.

E’ nel quadro dei diritti e del lavoro che rifiutiamo l’impostazione utilitaristica o peggio come problema di ordine pubblico in materia di immigrazione, e continueremo a batterci contro ogni forma di discriminazione, sia essa legislativa o di fatto.

Va superata la delega sulla Salute e sicurezza nei luoghi di lavoro che dà la supremazia alle esigenze aziendali e riduce sanzioni e controlli, dando invece piena attuazione a quanto previsto dalla 626 e facendola vivere nella contrattazione sulle condizioni di lavoro.

La necessità di una legge che regoli la rappresentanza e la rappresentatività sindacale è divenuta, in particolare dopo la vicenda della firma separata del contratto dei metalmeccanici, una più generale emergenza democratica. Non solo ribadiamo che gli accordi sindacali vanno sottoposti al voto dei lavoratori tramite referendum, ma crediamo che la CGIL debba insistere con forza perché le forze di opposizione si impegno per una legge sulla rappresentanza e la democrazia sindacale.

Gli attacchi al diritto di sciopero vanno respinti, esigendo anzi la maggior praticabilità di questo diritto costituzionale.

Su alcuni importanti terreni è in corso il recupero di un tessuto unitario con CISL e UIL. Si tratta di un dato rilevante, che premia la coerenza di posizioni della CGIL e che va rafforzato, consci che l’unità senza democrazia rischia di essere monca e comunque fragile.

 

 

Ammortizzatori sociali e sostegno al reddito

            Premettendo che è necessario continuare l’elaborazione e le proposte per un diverso modello di sviluppo capace anche di aumentare l’occupazione, ma sapendo che la fase attuale è pesante così come complessa può essere la fase di transizione a un nuovo modello produttivo, è importante far vivere e rilanciare il disegno di legge elaborato dalla CGIL sugli ammortizzatori sociali e il sostegno al reddito.

 

Previdenza
            La delega del governo vuole fare immediatamente cassa -si parla dello 0.7% di PIL a carico del lavoro dipendente - e si propone di ridurre il costo del lavoro e di sostituire in misura significativa la previdenza pubblica con quella privata attraverso il meccanismo della riduzione delle aliquote contributive (solo stralciato dagli attuali provvedimenti); a partire dal 2008 sopprimere le pensioni di anzianità ed aumentare di 5 anni l’età pensionabile.

            Si tratta di una contro-riforma che colpisce in primis le donne, i lavoratori in mobilità, i giovani.

Non è possibile alcuna trattativa all’interno della logica del Governo volta a moderare nei tempi gli effetti dei provvedimenti annunciati. Questa riforma non è accettabile e va respinta così come non è accettabile una logica di scambio che destini i risparmi sulla previdenza ad altri capitoli della spesa sociale che va invece aumentata per raggiungere la media europea.

Si tratta invece di operare una serie di interventi che portino al miglioramento della legge Dini affrontando il grave problema previdenziale delle figure lavorative precarie, intermittenti ed atipiche nonché dei cosiddetti “lavoratori poveri”, garantendo il potere di acquisto degli attuali pensionati, ecc. Anche qui l’elaborazione della nostra Area è approfondita e conosciuta e in parte ripresa nel documento del CD nazionale del 17 dicembre scorso. Mi limito qui a due ulteriori nodi da affrontare: la necessità di riprendere una forte azione ispettiva e repressiva, ma anche approfondire il tema dei lavori usuranti in connessione con la difesa della salute sul lavoro e con il collocamento mirato.

L’obiettivo è per noi  il rafforzamento della previdenza pubblica; perché solo un meccanismo a contribuzione obbligatoria permette di operare solidarietà ed equità e,come sappiamo,la previdenza complementare non è una soluzione per le fasce basse dei lavoratori.

 

Stato sociale, sanità e scuola

            L’attacco allo stato sociale, dura conquista del movimento sindacale e dei movimenti delle donne, sta avvenendo per molte vie: dal taglio dei trasferimenti agli enti locali al federalismo a breve devolution, dal risorgere del familismo alle liberalizzazioni e privatizzazioni dei servizi pubblici (trasporti collettivi, nidi e materne, assistenza agli anziani e ai portatori d’handicap, ecc.).

Sanità e Scuola rappresentano diritti di cittadinanza universali, garantiti dalla Costituzione, che non possono soggiacere esclusivamente ad una logica di mercato. L’assistenza sanitaria e l’istruzione debbono essere garantite a tutti i cittadini su tutto il territorio nazionale indipendentemente dalle condizioni economiche, dal sesso, dalla religione, dalla lingua e dall’etnia.

A tal fine va incrementata la quota di PIL destinata alla spesa sociale e sanitaria.

Le lotte e le manifestazioni partecipatissime di questo periodo mi esimono dall’entrare nel merito della nefasta riforma Moratti.

 

Struttura della Contrattazione

Il Governo vorrebbe modificare la struttura del sistema contrattuale, spostando il baricentro della contrattazione dal livello nazionale a quello aziendale e/o territoriale, lasciando invariato il rinnovo del contratto nazionale di lavoro ogni quattro anni per la parte normativa e salariale ed ogni due anni il riallineamento salariale tra inflazione programmata ed inflazione reale.

Il Governo vuole raggiungere due obiettivi: 1) indebolire il potere contrattuale del sindacato attraverso la individualizzazione dei rapporti di lavoro e svuotando il contratto nazionale, 2) continuare la politica di moderazione salariale degli ultimi dieci anni.

Con il Congresso di Rimini abbiamo apportato una revisione delle nostre politiche contrattuali in tema di salario definendo l’obiettivo dell’aumento delle retribuzioni da perseguirsi attraverso il recupero dell’inflazione reale e la redistribuzione della produttività di settore nel contratto nazionale; da qui dobbiamo partire e continuare con l’obiettivo dell’aumento delle retribuzioni reali.

Purtroppo la contrattazione sviluppata negli ultimi due anni sia a livello nazionale che di secondo livello non ha colto pienamente l’obiettivo. I salari non hanno tenuto il passo con l’aumento del costo della vita, le retribuzioni di fatto hanno registrato una crescita nettamente inferiore a quella della  produttività, il peso relativo del monte retribuzioni sul PIL ha continuato a scendere.

Il contratto separato dei metalmeccanici, il travagliato accordo dei autoferrotranviari e l’infinita storia dell’artigianato sono il segno evidente che stiamo attraversando un passaggio critico per il sistema delle relazioni industriali.

Come Lavoro Società riconfermiamo l’impostazione del congresso della CGIL di Rimini sulle politiche contrattuali, impegnandoci a sviluppare, entro aprile, una nostra proposta per contribuire alla discussione in CGIL.

 

Consolidare ed approfondire la linea del XIV° Congresso

La lotta volta a contrastare le modifiche all’art.18 dello Statuto dei Lavoratori, il giudizio negativo sul “Libro Bianco” tradottosi poi nell’opposizione alla legge 30, l’opposizione ai provvedimenti in tema di sanità, scuola, sicurezza sul lavoro, ambiente, pensioni, fisco hanno radici nella conclusione unitaria del XIV° Congresso.

Il fallimento del Patto per l’Italia e del compromesso sociale con il Governo che esso conteneva ha permesso il recupero di un terreno di contrasto unitario alle politiche del governo, in particolare sulle pensioni e per un ribaltamento delle priorità. Significativo è il percorso unitario che si apre con l’Assemblea unitaria nazionale dei quadri e dei delegati di mercoledì prossimo, il 10 marzo.

Il Referendum sull’estensione dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori, pur non raggiungendo il quorum, ha consolidato un vastissimo consenso sociale all’azione della CGIL.

Di fronte all’emergere da parte di un gruppo di dirigenti (cosiddetti “49”) della richiesta di cambiare la linea di Rimini, Lavoro Società-Cambiare Rotta ritiene invece che la linea definita nel XIV° Congresso si è rivelata una mediazione efficace e va consolidata ed approfondita superando alcuni dei limiti presenti nel documento conclusivo.

E’ opportuno che questa posizione di continuità con la linea del Congresso, che non è solo della nostra Area Programmatica, si esprima pubblicamente nell’organizzazione.

Il gruppo dei “49”, accanto alla richiesta del cambio della linea, propone di fatto di reintrodurre negli assetti della CGIL le correnti di partito.

Lavoro società – cambiare rotta ritiene invece che l’assetto per aree programmatiche vada mantenuto e consolidato perché è strumento fondamentale dell’autonomia della CGIL.

 

 

Lavoro Società – cambiare rotta

Lavoro Società – cambiare rotta, area programmatica congressuale della CGIL, organizza un mandato che le iscritte e gli iscritti hanno conferito, con il loro consenso alla mozione congressuale, affinché i contenuti di quel documento fossero portati avanti nell’organizzazione.

A quel mandato continueremo ad attenerci, con la capacità di ricercare costantemente l’unità dell’organizzazione su contenuti i più avanzati possibili, non espungendo però dall’orizzonte l’esercizio della critica e della differenziazione qualora le circostanze ed il rispetto sostanziale di quel mandato lo richiedessero. Come ad es. abbiamo fatto sul contratto degli autoferrotramvieri.

Da ultimo, il governo unitario dell’organizzazione, conseguente alla conclusione unitaria del congresso, non è ancora raggiunto. Permane nell’organizzazione, per Lavoro Società, una chiusura all’accesso a ruoli di direzione generale mentre ciò non è dato per quei compagni che, oggi, si pongono all’opposizione della linea del congresso di Rimini.

 

 

Per concludere: so di non aver parlato di tutto, nonostante la non brevità.

Me ne scuso, essendo certa che le compagne e i compagni integreranno al meglio la nostra discussione con i loro interventi.

Un particolare rilievo assumerà il contributo che vorrà dare al dibattito il segretario generale Guglielmo Epifani.

Buon lavoro. E’ un augurio di cui abbiamo bisogno tutti e tutte perché le prossime settimane e mesi ci vedranno ancora fortemente impegnati e mobilitati. Il 10 sarà indetto lo sciopero generale da effettuare entro marzo, il 20 ci troveremo tutti a manifestare per la pace, ci sono scioperi e mobilitazioni indetti da Categorie e territori, poi c’è il 25 aprile, il 1° maggio,…

Come si suol dire, al lavoro e alla lotta, per la pace e la giustizia sociale.