LAVORO SOCIETA’ – Cambiare rotta - AREA PROGRAMMATICA IN CGIL

 

Assemblea nazionale
Roma, 13-14 settembre 2002

Relazione di Paola Agnello Modica -   Segreteria naz. CGIL

“ IL LAVORO FONDAMENTO DELLA SOCIETA’ ”


Care compagne e cari compagni,

dopo il XIV Congresso abbiamo riconfermato l’Area programmatico congressuale di LAVORO SOCIETA’ – cambiare rotta e oggi svolgiamo la prima Assemblea nazionale con gli obiettivi ben sintetizzati dal titolo “IL LAVORO FONDAMENTO DELLA SOCIETA’ – Per una alternativa al neoliberismo, Diritti uguali per tutti i lavoratori e le lavoratrici, Più salario e garanzie sociali, Difendere, rinnovare, estendere lo stato sociale.”

Quello passato è stato un anno intenso, mentre svolgevamo il congresso su due mozioni, con tutto l’impegno e la fatica che questo richiede alle compagne e ai compagni che sono minoranza in un’organizzazione, abbiamo avuto la capacità non solo di raccogliere i voti ma di porre le basi per uno spostamento di linea su alcune delle questioni fondamentali conquistando una conclusione unitaria del congresso.
Questa conclusione unitaria ha costituito un valore aggiunto di unità e determinazione che ha permesso alla CGIL di costruire mobilitazioni, lotte e scioperi, che hanno visto non solo una straordinaria partecipazione (la manifestazione del 23 marzo resterà indimenticabile) ma anche una bellissima novità, elemento di grande speranza: i giovani, tanti tantissimi ragazze e ragazzi studenti o lavoratori, molti precari, tutti con la voglia di un mondo migliore, di giustizia sociale, di solidarietà, di rispetto dell’ambiente, di democrazia. Tutti insieme a noi determinati e pacifici.


PACE
Così come la CGIL ha detto NO al terrorismo, NO all’attacco all’Afghanistan, deve dire NO a un possibile attacco all’IRAQ,  NO a ogni forma di guerra e di violenza, che sia attraverso il terrorismo o la guerra praticata dagli stati, siano essi gli Stati Uniti o Israele o sotto l’egida dell’ONU o... non importa chi.
La pace è stato non casualmente uno dei punti basilari della nostra identità di Area. La pace intesa non solo come assenza di guerra ma anche come condizioni di giustizia sociale.
Non condividiamo questa forma di lotta al terrorismo, siamo abituati alla coscienza critica e ad analizzare le situazioni reali. Sappiamo – e la guerra del Golfo ce lo ha drammaticamente dimostrato così come i Balcani – che in campo ci sono interessi enormi: gli interessi dell’economia liberista globalizzata, cioè delle multinazionali, in primis quelle proprietarie delle fonti energetiche fossili e dell’industria bellica. Non a caso la Exxon è la prima multinazionale al mondo, con un valore aggiunto superiore al PIL del Pakistan e la ENRON è legata all’elezione di Bush. Non a caso l’ONU dimostra una marcata debolezza ed è del tutto evidente la sua dipendenza dalle lobby economiche, da ultimo dieci giorni fa nel fallito vertice di Johannesburg. Non a caso questi interessi sono assecondati dai governi liberisti di molti paesi occidentali, sotto la guida-regia degli Stati Uniti – che hanno l’esigenza di mantenere la primazia planetaria dopo la caduta del muro - e con l’Italia cavalier servente.

GLOBALIZZAZIONE
 I guasti e i drammi provocati dall’economia liberista e globalizzata, dal mito del mercato come strumento “naturalmente” regolatore e parametro delle relazioni economiche e sociali fanno parte da tempo delle nostre analisi e sono alla base della nostra elaborazione. Basti quindi ricordare solo che il 14% della popolazione mondiale è denutrita, che l’1% della popolazione mondiale più ricca (50 milioni) ha un reddito equivalente al 43% della popolazione mondiale (ben oltre 2 miliardi) e che negli ultimi 10 anni le polarizzazioni sono cresciute, come è cresciuto il peso del valore aggiunto delle multinazionali sul PIL mondiale (da 3,5 a 4,2%).
 L’economia liberista è entrata in una fase di pesante crisi. La finanziarizzazione, la bolla borsistica della new-economy, la non corrispondenza tra economia di carta e economia reale sono insieme cause e sintomi della stagnazione tendente alla recessione. Situazione che è sotto gli occhi di tutti, tranne quelli dei sempre sorridenti B&B (non mi riferisco a Brigitte Bardot, ma a Bush e Berlusconi che domani si incontrano, cui si aggiunge la B di Blair quando si tratta di guerra).
I costi di questa crisi si vorrebbero far pagare ai soliti noti: lavoratori, contadini, donne, paesi del terzo mondo, anziani non più sfruttabili, immigrati, giovani di famiglie povere. Ma molti di questi soggetti in questi anni hanno ricominciato a riprendersi la voce. Penso ai movimenti dei Sem Terra, ai no-global, agli appuntamenti di Porto Alegre e a quello del Social Forum Europeo cui parteciperemo a novembre a Firenze, agli operai coreani, alle organizzazioni sindacali che si stanno risvegliando in Gran Bretagna, in Spagna, alla CGIL in Italia e che pur tra contraddizioni e specificità si pongono il problema di un diverso governo dell’economia mondiale e locale, della povertà, dell’ambiente, dei diritti umani e sociali, della democrazia.
Ci si ripone cioè il problema di come le persone, la collettività, la politica possano e debbano avere il primato sull’economia e sul mercato. Sta iniziando a divenire coscienza comune che WTO, FMI, BCE sono gli strumenti della finanza, cioè dei padroni, e che l’ONU necessita di una robusta riforma.

ITALIA
Anche in Europa e in Italia occorre prendere coscienza che aver assecondato – e addirittura facilitato e promosso – i processi di liberalizzazione e privatizzazione ha contribuito, sia nell’economia che nell’idea diffusa di società, allo strapotere della finanza e delle multinazionali e alla limitazione dei concreti spazi di intervento democratico (e per chi la ama, di sovranità nazionale).
Devono farlo innanzi tutto i partiti della sinistra, che in larga misura negli anni passati e in parte ancora oggi, hanno intrioettato l’idea del primato e della positività del libero mercato e della competizione, abbandonando via via i legami di classe e il riferimento al mondo del lavoro, quello composto da chi effettivamente produce la ricchezza – altrui-: le lavoratrici e i lavoratori.
E’ nel tempo scemata l’idea della rappresentazione e della rappresentanza del mondo del lavoro. Conosciamo bene la bilateralità tanto cara ad altre organizzazioni sindacali, al Governo e alla Confindustria, ma la pervasività va oltre.
Nell’era del mercato e dell’immagine si vorrebbe far sparire chi lavora (o ha lavorato o vorrebbe lavorare) per trasformarci tutti solo in clienti consumatori.
Per farlo questo governo sta intervenendo pesantemente sulla costituzione materiale per giungere anche a quella formale, accentuando pesantemente i caratteri di divisione territoriale già  introdotti dal precedente governo e ricodificando i fondamenti della convivenza civile, introducendo tra i diritti fondamentali dell’uomo: oltre alla vita, la proprietà privata! Non l’acqua, non la sanità, ma proprio la proprietà privata, come è nella costituzione americana.
La democrazia è a rischio: dai fatti di Genova al presidenzialismo, dalla Bossi-Fini agli attacchi all’autonomia della magistratura, dalle leggi pro domo sua alla concentrazione e controllo dell’informazione, dall’uso strumentale del terrorismo per additare di violenza ogni movimento di lotta - e quindi noi - all’idea ossessiva di sicurezza e quindi di militarizzazione, con riduzione degli spazi di democrazia come dimostrano le richieste poliziesche delle liste degli scioperanti o degli iscritti alla CGIL.
Anche nei confronti delle donne sono tanti i tentativi di rimandarle a casa e comunque “rimetterle un po’ al loro posto” e il rischio di pesante arretramento è ben visibile: dal familismo imposto e sostitutivo di molti servizi sociali, all’annunciato libro bianco su welfare e famiglia, al part-time sponsorizzato per noi donne, alla normazione della procreazione medicalmente assistita, all’attacco all’autodeterminazione delle donne e alla 194, alla riduzione dei diritti che minaccia soprattutto le donne nel mondo del lavoro e mantiene le schiere di precarie e non garantite in quell’alveo, alla dequalificazione dei lavori di cura. Si pensi anche solo all’orribile termine di “badanti” per indicare donne che svolgono una sfruttata e delicatissima funzione umana (assistere, aiutare, curare chi soffre) in sostituzione dei servizi pubblici a domicilio.
Il centro-destra è riuscito ad instillare in molti cittadini italiani una illusoria  speranza di ricchezza (divenuta valore assoluto), che ha incentivato pericolosissimi processi di egoismo sociale, di cui esempi lampanti sono il leghismo, la xenofobia, il mito della piccola e piccolissima impresa, l’idea del fai-da-te nel lavoro, nella previdenza, nella sanità.
L’economia italiana, impostata sulla competizione sui costi (in primis quelli del lavoro, cioè salari diretti e differiti, diritti e prevenzione) sta progressivamente pagando prezzi sulla scena internazionale. Dipendiamo dall’estero per molte materie prime e paghiamo cara la dipendenza energetica; siamo l’unico Paese europeo ad aver ridotto la spesa (in % sul PIL) pubblica e privata per ricerca negli ultimi 15 anni; i differenziali nord-sud permangono, e nonostante scenda il tasso di disoccupazione, questo resta oltre il doppio (18,8%) della media nazionale; le multinazionali hanno acquistato gran parte dei maggiori gruppi agro-alimentari italiani; l’ultima grande industria – la FIAT- è nelle condizioni conosciute; i colossi pubblici dell’energia e della chimica sono passati in mano ai privati; i processi di privatizzazione dei servizi  ne peggiorano la qualità e ne stanno facendo lievitare i costi in termini di tariffe; la finanziarizzazione ha avuto un peso notevolissimo, spostando ingenti capitali non solo dalla produzione alle borse, ma dall’Italia ai circuiti internazionali; siamo sotto la media europea per spesa sociale, con tassi ridicoli per disoccupazione, casa, giovani come ben illustrato nelle nostre Tesi congressuali; nel Patto separato è previsto che la spesa sociale nel 2003 sarà come nel 2001, con un taglio reale di quasi 4 punti; aumentano i lavoratori (di norma lavoratrici) poveri, modificando la composizione della povertà che è cresciuta anche in Italia; l’economia e il lavoro sommerso rasentano un quarto del totale (ma ora ci penseranno le Commissioni bilaterali a farlo emergere!); l’idea di intervento pubblico in economia appare ai più una bestemmia (mentre persino gli USA lo hanno fatto dopo l’11 settembre), tranne faraoniche e in genere deleterie opere pubbliche (vedi il ponte sullo stretto) in realtà da pagare con la svendita del patrimonio pubblico ai privati, con effetti devastanti sull’ambiente e il territorio.
L’Italia continua a rimanere il paese europeo con il più alto debito pubblico, la cui riduzione è stata fatta pagare alla classe lavoratrice, includendovi pensionati e disoccupati (do you remember 23 luglio?), con un indebitamento sul PIL dello 0,5% nel 2000 cresciuto all’1,4% nel 2001. Il PIL stenta a crescere e, secondo l’ISTAT “il rallentamento della crescita è stato determinato principalmente dalla progressiva perdita di dinamismo della domanda interna”. La crescita delle esportazioni di beni e servizi è crollata da un aumento del 12% nel 2000 a uno scarso 1% nel 2001. Gli infortuni sono aumentati dal 98 al 2001 superando il milione l’anno (da 997.914 a 1.029.925) con l’incremento sostanzialmente a carico delle donne, e quelli mortali, pure cresciuti, sono arrivati a quota 1.452 nel 2001. Il tasso di disoccupazione è sceso all’ancora alto 9,5% -contro l’8,3% della media europea -, ma è del 13% per le donne e addirittura del 51% per i giovani del mezzogiorno.  I dipendenti full-time a tempo indeterminato erano nel gennaio 1993 il 65,1% del totale degli occupati (autonomi e dipendenti), scendendo al 61,5% nel gennaio 2002. Il tasso di occupazione, secondo Eurostat, è, seppur leggermente cresciuto negli ultimi anni, il più basso tra tutti i paesi dell’Unione europea e di quelli candidati a entrarvi (con il 54,5% a fronte del 75,9% della Danimarca). Anche il tasso di occupazione femminile ci vede all’ultimo posto, seppur cresciuto più di quello maschile (si attesta attorno al  40% contro il ben oltre 70% dei paesi nordici). Circa il 18% delle donne lavorano a tempo – e quindi salario e pensione - parziale, mentre il totale degli atipici, comprese le collaborazioni coordinate, è stimato dall’ISTAT nel 23% degli occupati nell’industria e nei servizi privati. Anche nel settore pubblico l’aticipità e le collaborazioni stanno fortemente crescendo. Tra il 1996 e il 2000 le posizioni standard tra i dipendenti sono cresciute dell’1%, mentre quelle atipiche del 40,5%, cioè quasi due milioni di unità. Il finto lavoro autonomo delle collaborazioni è unico nello scenario europeo.
“Una flessibilizzazione spinta del mercato del lavoro”, conferma l’ISTAT, anche se noi preferiamo chiamarla per quello che è “precarizzazione spinta”.
In tale quadro Governo e Confindustria presentano ricette in parte obsolete e in parte devastanti sul piano sociale: competizione internazionale attraverso non la ricerca e l’innovazione ma con la riduzione del costo del lavoro con il contenimento dei salari diretti e differiti, la riduzione dei diritti e delle tutele: basta citare l’art. 18 e la cessione del ramo d’azienda, l’interinale a vita (staff leasing), la liberalizzazione del caporalato, il lavoro a chiamata, il primato del contratto individuale su quello collettivo e sulle leggi, la riduzione delle tutele negli appalti, l’intenzione di manomettere ulteriormente il diritto di sciopero, la revisione della 626 con la netta riduzione delle sanzioni, cioè dell’efficacia; l’uso spregiudicato e ignobile degli immigrati come “usa e getta”; uno stravolgimento – incostituzionale e senza pari in nessun Paese – del sistema fiscale che toglierà ai poveri per dare ai ricchi e che, tagliando le risorse per lo stato sociale, lo farà arretrare pesantemente, cui va aggiunta la rigidità sul patto di stabilità interno e i superpoteri al ministro dell’economia; tante promesse al Mezzogiorno ma nessun nuovo investimento, anzi con il taglio del credito d’imposta per i nuovi assunti; la svendita ai privati del patrimonio pubblico, in parte per ora frenata grazie agli interventi internazionali sui beni culturali; la privatizzazione sostanziale di servizi essenziali quali la scuola, accompagnata dalla censura sui libri di storia e la sanità, impostata come merce, prodotto da vendere; un’ulteriore stangata al sistema previdenziale pubblico con il taglio di 3-5 punti di contribuzione; la delega sull’ambiente che rimette in discussione le conquiste degli ultimi decenni su parchi, rifiuti, acque, valutazione impatto ambientale, ecc..

CONTRATTI E FINANZIARIA
Due sono gli ambiti prioritari dei prossimi mesi: i rinnovi contrattuali e l’attività legislativa con la Finanziaria e le deleghe varie e l’applicazione del Patto separato.
“La battaglia della CGIL è netta nella difesa del contratto nazionale di lavoro, strumento fondamentale di tutela e solidarietà per tutte le lavoratrici e i lavoratori, particolarmente necessario e da riconfermare nella nuova dimensione federalista della Repubblica. La CGIL ritiene essenziale una politica rivendicativa per l’aumento del potere d’acquisto delle retribuzioni, dei salari e delle pensioni dei lavoratori e delle lavoratrici. Il congresso conferma il modello contrattuale su due livelli, con funzioni distinte: il livello nazionale di recupero dell’inflazione reale e redistribuzione della produttività di settore e della parte normativa generale, un secondo livello per la contrattazione del salario per obiettivi, della modulazione degli orari, dell’organizzazione del lavoro, della sicurezza, della formazione, ecc.”
Ho letto testualmente un passo del documento finale unitario del congresso, che ora deve tramutarsi in pratica concreta per la confederazione, le categorie, i luoghi di lavoro.  Ciò nella consapevolezza delle difficoltà di relazioni unitarie, con cui vanno sempre ricercate le mediazioni, ma non fino al punto da mettere in discussione i nostri capisaldi. Cioè merito e metodo sono per noi vincolanti.
Tre sono i filoni identificabili: salario, contrasto alla precarizzazione e controllo della prestazione,  democrazia e rapporti sindacali, con una premessa sul modello.
Il modello. Conosciamo bene il contesto e le posizioni altrui: anni di concertazione hanno disabituato a contrattare, anche nei luoghi di lavoro; il modello prioritariamente territoriale della CISL ben illustrato anche nel Libro Bianco e coincidente con le tesi confindustriali; il nuovo Titolo V della Costituzione che già ora affida alla legislazione concorrente delle Regioni la “tutela e sicurezza del lavoro”; la bilateralità (fino al collocamento!) prevista nella delega sul lavoro e nel Patto separato. Con sullo sfondo la personalizzazione dei rapporti di lavoro e la derogabilità delle intese collettive. Risulta quindi essenziale il superamento vero della pratica concertativa e la riconferma dei due livelli contrattuali, con la valorizzazione di quello nazionale e il rilancio della stagione di contrattazione integrativa per il controllo della prestazione lavorativa. Un aiuto all’unità dei lavoratori potrebbe giungere dall’unificazione delle scadenze contrattuali.
Il salario. L’aumento del potere d’acquisto deve tradursi nella richiesta del recupero totale del differenziale tra inflazione reale e programmata già verificatosi, l’entità dell’inflazione reale prevista per il biennio successivo e la redistribuzione della produttività di settore (PIL per il settore pubblico) nel contratto nazionale, lasciando margini alla contrattazione aziendale. Non commento l’1,4% di inflazione programmata per il 2003 perché non lo consideriamo un riferimento contrattuale. Nel quadro del superamento del 23 luglio, andrà inoltre rivisto il meccanismo di computo dell’inflazione reale.
In caso poi di approvazione della delega sul fisco, le nostre richieste non potranno che aumentare.
Contrasto alla precarizzazione e recupero del controllo della prestazione. Innanzi tutto occorre rifiutare di inserire  nei contratti collettivi (nazionali o di secondo livello) o meglio chiedere l’impegno a non utilizzare parti applicative delle nuove norme peggiorative sul mercato del lavoro. Al contrario vanno esaminati i contratti collettivi oggi in vigore per individuare la possibilità di ottenere miglioramenti contrattuali - senza logiche di scambio su altri terreni - rimuovendo anche tutte le aperture unilaterali alla flessibilità della prestazione introdotte con il meccanismo della sussidiarietà contrattuale prevista da molta legislazione del lavoro. Nei contratti dovranno essere rafforzate le norme di controllo sui processi di esternalizzazioni e introdotto un nuovo capitolo sui CCC, secondo quanto già elaborato in linea generale dalla CGIL. E’ necessaria una forte attenzione ai temi della prevenzione e sicurezza, così come a impedire il ridimensionamento del contratto collettivo attraverso l’introduzione di nuovi enti bilaterali o l’estensione di funzioni degli esistenti.
Democrazia e rapporti sindacali. Dopo la firma separata di CISL e UIL al contratto dei metalmeccanici e poi al Patto per l’Italia e poi all’avviso comune sul sommerso, la questione della democrazia sindacale, in particolare per le piattaforme e la validazione degli accordi, diviene centrale. Riconfermiamo l’obiettivo di una legge sulla rappresentanza per tutto il mondo del lavoro, che imponga un meccanismo certo ed esigibile per la validazione degli accordi.  In ogni caso, a partire dalle discriminanti di fondo appena dette e da stabilire a livello confederale, va percorsa la ricerca di piattaforme unitarie per i rinnovo dei CCNL, da costruire con il pieno coinvolgimento delle lavoratrici e dei lavoratori, sapendo che l’eventuale piattaforma unitaria deve contenere esplicitamente le modalità unitarie per la effettiva consultazione dei lavoratori sull’ipotesi di accordo. E in tal senso va riconfermata la nostra scelta per lo strumento referendario.
Referendum
A proposito di Referendum, salutiamo con soddisfazione il successo della raccolta delle firme al referendum estensivo dell’art. 18 e del 35 cui abbiamo contribuito come Lavoro Società e che riteniamo perfettamente in sintonia con la battaglia di tutta la CGIL per la difesa e l’estensione dei diritti. Giova riprendere dal rapporto ISTAT “nel 2001 l’apparato produttivo italiano mantiene le sue specificità con un elevato numero di imprese attive (oltre 4 milioni, il doppio della Gran Bretagna e ¼ in più della Germania) e la ridotta dimensione numerica, con una media di 3,6 addetti che passa a 8,7 nell’industria contro la media europea di 15” e la decisione del CD CGIL di elaborare un proposta di legge di iniziativa popolare per l’estensione dei diritti nelle aziende minori.
Il Referendum estensivo è, secondo noi, uno strumento che si accompagna alla straordinaria raccolta di 5 milioni di firme “DUE NO, DUE SI” di queste settimane e alla elaborazione e presentazione delle leggi di iniziativa popolare per la collocazione dei rapporti di collaborazione nell’alveo e con i diritti e costi del lavoro dipendente e sugli ammortizzatori sociali. Avremmo preferito poter raccogliere le firme e votare anche contro la delega sul lavoro, ma come sappiamo bene i lavori parlamentari sono stati gestiti in modo tale da farci rinviare tutto di un anno, che per il voto significa tre anni. Quindi quando la Corte ammetterà il referendum, diverrà strumento immediatamente spendibile per bloccare o quantomeno arginare la frana dei diritti che l’ampia maggioranza parlamentare sta per produrre.
Finanziaria
I lavoratori e le lavoratrici dei settori pubblici avranno nella Finanziaria il grosso scoglio delle risorse e quella vertenza ha valore per tutto il mondo del lavoro.
Così come la legge finanziaria nel suo insieme, la seconda priorità di questi mesi insieme alle deleghe, ha valore per tutte e tutti.
La stangata ha raggiunto all’oggi l’imponente cifra di 20 miliardi di euro, cioè circa 40.000 miliardi di vecchie lire, ma la sua consistenza reale andrà vista non solo alla presentazione del testo al parlamento, ma nella sua versione finale approvata. Sempre con il sorriso sulle labbra ci viene detto che sarà di rigore e di sviluppo (???) e che l’ipotesi di concordato fiscale potrà divenire condono fiscale –tombale- se la maggioranza parlamentare deciderà in tal senso.
La parola condono fiscale o edilizio è un insulto ai lavoratori e ai pensionati! E anche agli altri cittadini, non moltissimi ma ci sono, che pagano le tasse. E’ la premiazione dei furbi, categoria che associo ai mascalzoni.
Cassa verrà fatta tagliando ulteriormente i servizi sociali (tanto ci siamo noi donne) e i trasferimenti alla sanità e agli enti locali. Che quindi taglieranno i loro servizi sociali e aumenteranno i tributi locali, con il risultato che ogni servizio costerà di più ai singoli e la pressione fiscale aumenterà, tranne che sulle imprese.
Alle quali viene garantito l’abbassamento delle aliquote e il taglio dei contributi. E nella dialettica interna alla maggioranza parlamentare, è sempre in agguato il blocco delle pensioni di anzianità e il passaggio per tutti al sistema contributivo.
Oggi avete avuto gli atti del nostro seminario su sanità e previdenza, rinvio a quella elaborazione per gli aspetti di merito, limitandomi qui a ricordare che l’incidenza della spesa pensionistica sul PIL sta continuando a decrescere, che i Fondi integrativi hanno perso circa il 4%, che nostre priorità debbono essere coloro che non raggiungeranno mai la soglia della pensione, cioè precari e donne che spesso coincidono.
Le prossime settimane ci diranno se CISL e UIL potranno rimanere indifferenti, se si accontenteranno di una mancia applicativa del patto separato o se, a partire dalla contrarietà al condono fiscale e alla riforma previdenziale, sarà possibile costruire momenti di mobilitazione e lotta comuni.

LAVORO SOCIETA’ – cambiare rotta
La CGIL è vissuta nella coscienza comune come la principale forza di opposizione sociale nel nostro Paese. La debolezza mostrata finora dall’opposizione politica ha rischiato di costringere la CGIL a coprire nei fatti i vuoti della politica che deve rapidamente darsi una sterzata, un cambiamento di rotta.
La CGIL deve proseguire a rafforzare la propria autonomia;  ciò non vuol dire essere avulsa dalla politica, bensì deve continuare a confrontarsi con le forze politiche della sinistra perché il lavoro, le lavoratrici e i lavoratori tornino ad essere il proprio fondamento.
La CGIL ha svolto in questi mesi battaglie importanti, sull’impostazione delle conclusioni del XIV Congresso. Un congresso che ha registrato una nostra significativa presenza, che ancor più del risultato percentuale, ha saputo segnare positivamente la nostra organizzazione.
La conclusione unitaria non era un risultato scontato. Ora tocca a tutta la CGIL farlo vivere nella pratica concreta e tocca a noi stimolare l’intera organizzazione perché su punti essenziali quali l’impostazione dei rinnovi contrattuali, la tenuta ed estensione dei diritti e la previdenza non vi siano tentennamenti nè arretramenti. L’inizio della discussione sui contratti ha dato segnali positivi, lavoreremo perché le conclusioni del CD nazionale siano conseguenti.
Abbiamo deciso di confermare la scelta dell’Area Programmatica organizzata subito dopo il congresso, lo riconfermiamo qui oggi. La svolta avvenuta sul terreno della battaglia generale va ora rafforzata e consolidata, a partire dalla prossima fase di contrattazione nazionale.
La costruzione della nostra Area è stato un percorso lungo,  con momenti di dialettica anche vivace che sono serviti a meglio definire i nostri obiettivi, la nostra progettualità, la nostra identità. Non tutti proveniamo dalle stesse esperienze, tutte e tutti ci ritroviamo oggi su un progetto comune e con una pratica comune.
Continueremo nella nostra caratteristica programmatica, con la ricchezza del nostro pluralismo interno.
La nostra presenza si è consolidata nell’organizzazione, si è rotto il tradizionale riconoscimento di una sola presenza testimoniale negli esecutivi, a partire dalla segreteria confederale che dovrebbe essere un segnale per tutta l’organizzazione. Ora, mantenendo la scelta –non è solo un’imposizione statutaria- del pluralismo di genere anche tra noi, si tratta di verificare la capacità dell’intera organizzazione di fare un salto di qualità: applicare il pluralismo nella vita quotidiana dell’organizzazione, nelle sue impostazioni e nella sua pratica. Cioè non più solo un pur importante riconoscimento formale, ma sostanziale.
Mesi intensi e delicati ci attendono: tra due settimane procederemo alla sostituzione del segretario generale (e facciamo i migliori auguri sia a Sergio Cofferati che lascerà l’incarico che a Gugliemo Epifani che lo sostituirà, ringraziandoli anche della loro presenza qui) e definiremo la data dello sciopero generale di ottobre, la cui riuscita dovrà essere significativa per l’intera società italiana. L’inizio di un autunno di lotte che, purtroppo, dovranno saper continuare nel tempo.

Abbiamo iniziato in un modo inusuale, con le canzoni di Ivan Della Mea, domani torneremo alle nostre tradizioni: dopo le conclusioni del nostro coordinatore Gian Paolo Patta, molti di noi, a partire da chi vi parla, parteciperanno alla manifestazione per la democrazia e la giustizia equa.
Vorrei chiudere dicendo che questa Assemblea, che finalmente vede più donne e giovani del passato, è la migliore risposta a qualche rara e malevola speranza che  l’Area programmatica congressuale Lavoro Società-cambiare rotta si sciolga.
Ci siamo, in tanti e continuiamo la nostra bella e utile esperienza.

 

Buon lavoro