Una nuova strategia contrattuale per la Cgil

L'attuale e difficile congiuntura impone al sindacato, ed in particolare alla Cgil, la costruzione di una strategia definita e su questa l'innesto di un nuovo grande movimento di lotta. Dopo la grande manifestazione della Cgil del 23 marzo, dopo lo sciopero generale unitario e i diversi scioperi di territoriali e di categoria indetti dalla Cgil, come risposta al duro scontro messo in atto dal governo, con il supporto delle forze più retrive di Confindustria, è sempre più impellente la ricerca di una nuova strategia della Cgil che superi il breve periodo.
Finito il  lungo decennio concertativo, avviato con l'accordo del luglio '92 e conclusosi con l'esclusione della Cgil dai tavoli negoziali del governo, è giunto il momento di dire definitivamente ed irrevocabilmente basta alla strategia fondata sul patto di concertazione triangolare "governo - imprese - sindacati".

Certamente il primo obiettivo è di tenere duro e vincere la guerra di posizione rispetto alla difesa dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, raggiungendo gli obiettivi prefissati dalla Cgil con la raccolta dei cinque milioni di firme a difesa dei diritti acquisiti e per l'estensione di questi ai lavoratori oggi esclusi da tali tutele.
Rimane comunque valido e pregnante il referendum promosso da Rifondazione Comunista, che non crea a mio avviso alcun contrasto con la strategia referendaria della Cgil, anzi deve essere visto come un ulteriore contributo teso a rafforzare la mobilitazione e la coesione del blocco sociale che oggi contrasta la linea di attacco ai diritti del mondo del lavoro portata avanti da governo e padronato.

Ma la difesa pur necessaria ed indispensabile dei diritti acquisiti e la loro estensione non è sufficiente a rompere il disegno reazionario oggi portato avanti con lucida razionalità dalle forze della conservazione. Una strategia basata solo sulla resistenza ha il fiato corto e alla lunga non tiene il passo rispetto alla politica di destrutturazione dei diritti e di accordi separati che purtroppo vede una parte del movimento sindacale accettare il patto neocorporativo proposto dal governo. E' questo un patto in cui il sindacato assume sempre più i connotati di mediatore istituzionale, come lo furono i sindacati nella Camera delle corporazioni fascista. Il conflitto sociale che è alla base della dialettica democratica, in questa ottica viene ad essere cancellato progressivamente, sia per via legislativa che attraverso la sanzione morale, anche con l'uso strumentale dei messaggi inviati tramite i mass media, in cui lo sciopero è sempre dipinto soltanto come fonte di disagio per i cittadini, mentre i diritti cancellati e la  necessita di retribuzioni adeguate paiono questioni superflue.

Per rispondere a questa strategia di progressiva emarginazione ed inglobamento istituzionale del sindacato, occorre aprire un grande confronto nel mondo del lavoro, tra i disoccupati, tra i pensionati, ovvero con tutte le forze della società che oggi sono sottoposte all'aggressione del capitale nelle sue diverse componenti economiche e politiche.

In questo contesto la Cgil appare debole, perché al di là delle manifestazioni in piazza e del ruolo carismatico assunto dal segretario uscente Sergio Cofferati, non si vede una strategia innovativa. Ad acuire le contraddizioni interne alla Cgil, sono poi le recenti affermazioni di Cofferati in merito alla situazione politica della sinistra, che contengono elementi di rottura a sinistra, proprio nel momento in cui sarebbe necessaria una strategia delle sinistre alternativa all'Ulivo, tesa ad unificare le sinistre nella lotta contro le politiche della destra economica e politica. E' qui che esce di nuovo il vero volto del moderato Cofferati, che non rompe affatto con la strategia fallimentare del riformismo dell'Ulivo e anzi ribadisce la validità e la continuità con quella concertazione che tanti danni ha procurato ai lavoratori ed ai pensionati in questi ultimi anni.

Ritornando alla crisi della Cgil dobbiamo ammettere che non c'è stata né in fase congressuale, né post congressuale, una serrata autocritica sugli anni della concertazione. E' stato rimosso il termine concertazione dal lessico sindacale, ma nei fatti non è stato rimosso dal DNA politico del nucleo dirigente e di parte dei quadri sindacali.

Benché il XIV congresso della Cgil sia da poco alle nostre spalle, dobbiamo ammettere con franchezza che proprio in quel congresso non si è discusso, né della strategia sindacale di lungo respiro, né della contrattazione, né di come adeguarla all'innovazione produttiva e alle nuove figure professionali. I pochi che hanno tentato di ragionare, anche da posizioni profondamente differenti, sulla strategia da mettere in campo (penso ad esempio al compianto Guarino, da parte riformista, e a Danini per la sinistra sindacale) non hanno trovato risposte alle loro domande, alle loro denunce.

 La sinistra della Cgil fino allora identificata unitariamente nell'area di "Lavoro società" è stata risucchiata da questa logica di "difesa dell'esistente" e di autodifesa dell'organizzazione, facendo sì che la sua autonomia progettuale e propositiva sia di fatto scomparsa dal dibattito sindacale.
Per fare fronte a questo deficit di analisi e di proposta è invece necessario rilanciare con forza il ruolo contrattuale della Cgil, sia nei luoghi di lavoro che nei territori. Occorre una vera e propria "campagna d'autunno" che veda il sindacato assumere con forza il ruolo di organizzatore capillare del conflitto, utilizzando la sua vasta rete di insediamento territoriale sia tra i lavoratori che tra i pensionati.

Occorre saldare il movimento di lotta per la difesa dei diritti dei lavoratori a quello per la nuova occupazione e per la difesa dello stato sociale. La strategia della destra non punta infatti solo a colpire i diritti e a ridurre lo strumento della contrattazione, ma anche a ridurre al minimo lo stato sociale attraverso la privatizzazione in atto di vasti settori dello stato sociale, con l'utilizzo della mutualità sanitaria e della previdenza integrativa,  che incidono sui salari reali come prelievo aggiuntivo. 
In materia di spesa sanitaria e di servizi sociali il governo utilizza inoltre la leva del federalismo per scaricare sulle regioni e sugli enti locali l'onere dell'intervento pubblico superstite, costringendoli a introdurre ticket, addizionali, tasse di scopo, che vanno a colpire ulteriormente i salari e le pensioni in aggiunta al prelievo fiscale già operato a livello centrale.

Per battere questa politica il sindacato deve ricominciare davvero a contrattare a tutti i livelli dal salario, alla pensione ai servizi. Solo rimettendo in moto la macchina contrattuale nei posti di lavoro e nei territori potremo ricostruire le condizioni, anche per una ricomposizione di un blocco sociale che veda alleati lavoratori, disoccupati, pensionati. Questa è la battaglia d'autunno che ci attende.

 

Bruno Pierozzi  Spi-Cgil nazionale