XIV° CONGRESSO CGIL

Documento Congressuale

Lavoro Società

Cambiare rotta

 

  1. Premessa

  2. 1.1 Alle iscritte e agli iscritti della CGIL

  3. Introduzione

2.1 Gli anni '90; un bilancio sociale negativo
2.2 Contrastare la globalizzazione liberista
2.3 La CGIL ripudia la guerra
2.4 CGIL; la necessità di una svolta
2.5 Un nuovo modello di sviluppo

3. Una nuova piattaforma per la CGIL

3.1 Occupazione e lavoro

3.1.1 Per la piena occupazione e per lo sviluppo del Sud
3.1.2 Combattere la precarietà e ricostruire i diritti del lavoro
3.1.3 Diritti e dignità per gli immigrati
3.1.4 Riprendere il controllo del tempo e dell'organizzazione del lavoro
3.1.5 Garantire la salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro

3.2 Salari, orario e redditi

3.2.1 Redistribuire la ricchezza
3.2.2 Superare l'accordo del 23 Luglio 1993
3.2.3 Ridurre l'orario di lavoro
3.2.4 Riformare il sistema fiscale
3.2.5 Rinnovare la contrattazione

3.3 Lo Stato Sociale

3.3.1 Rinnovare ed estendere lo Stato Sociale
3.3.2 Stato Sociale e Federalismo Fiscale
3.3.3 La riforma degli "Ammortizzatori Sociali"
3.3.4 La previdenza
3.3.5 L'Assistenza Sociale
3.3.6 La Sanità
3.3.7 L'integrazione socio-sanitaria
3.3.8 Garantire la condizione sociale degli anziani
3.3.9 I Servizi Pubblici

3.4 Scuola, Università, Ricerca, Formazione

3.4.1 Considerazioni generali
3.4.2 Scuola
3.4.3 Università e ricerca
3.4.4 Formazione

3.5 Democrazia sociale e sindacale

3.5.1 Garantire il diritto di sciopero
3.5.2Conquistare le legge sulla rappresentanza

3.6 Per una riforma democratica e pluralista della CGIL

3.6.1 Le motivazioni
3.6.2 Un processo da accelerare
3.6.3 Democrazia di mandato
3.6.4 Democrazia di organizzazione
3.6.5 Le nuove Camere del lavoro

3.7 Per una riforma democratica dello Stato

3.8 Per un'Europa Sociale


1. PREMESSA

1.1 Alle iscritte e agli iscritti della CGIL

Con questo documento avanziamo una proposta di svolta radicale con le scelte realizzate in questi anni dalla CGIL.

Le idee, le scelte, che stanno alla base di questa proposta, sono il frutto di lavoro comune tra coloro che in questi anni hanno posto l’esigenza di un forte rinnovamento delle politiche del sindacato attraverso una capacità autonoma d’elaborazione della CGIL.

Il bilancio sociale degli anni novanta è negativo: è da questa considerazione che partiamo per mettere in campo un progetto innovativo sia rispetto alle politiche sia al modello democratico di sindacato che ai suoi gruppi dirigenti.

Alle lavoratrici ed ai lavoratori chiediamo una scelta di campo, un sostegno e una partecipazione diretta a questo progetto; un loro impegno diretto alla direzione politica del sindacato.

Alla base del Congresso vi sono due documenti, due scelte sindacali diverse: tutto ciò è utile, è importante che il Congresso si svolga in maniera chiara, che siano sottoposte alle iscritte e agli iscritti le reali scelte in campo e che su di esse si sia chiamati a decidere.

Il Congresso è chiamato ad una scelta di fondo: se dobbiamo continuare con le politiche sindacali di questi anni o se invece, come noi proponiamo, sia messa in campo una discontinuità, una proposta innovativa, una autentica svolta delle posizioni generali della CGIL.

Solo le lavoratrici e i lavoratori, le pensionate ed i pensionati, le disoccupate ed i disoccupati iscritti alla CGIL, hanno il potere di decidere, con il loro voto congressuale, le politiche generali del sindacato.

Assumere questa decisone è oggi una necessità, fare questa scelta è un’urgenza per l’ insieme della Cgil.

Il nostro obiettivo primo è quello di rinnovare, cambiare la politica del sindacato, sia nei suoi contenuti sia nelle modalità con cui viene applicata, e contemporaneamente promuovere una nuova generazione di dirigenti sindacali a partire dai luoghi di lavoro riducendo contemporaneamente il peso degli apparati.

Per realizzare tale obiettivo saranno determinanti i consensi delle iscritte e degli iscritti.

Solo così si rafforza la democrazia nel sindacato, si contrastano nei fatti i processi di burocratizzazione e si riconoscono e si valorizzano i pluralismi oggi presenti.

Quando sono in campo proposte programmatiche diverse il loro confronto deve sempre di più diventare un metodo "normale" per sviluppare la democrazia nella Cgil.

Il consolidamento dell’unità della CGIL non può che essere il risultato di questo processo democratico.

L’esercizio del pluralismo e del confronto delle posizioni è l’esatto contrario della logica della divisione, anzi è proprio attraverso lo sviluppo massimo del confronto democratico e pluralistico che si costruiscono gli antidoti ad ogni pericolo di divisione e di rottura.

Anche per tale ragione vanno battute le logiche oggi presenti di tipo maggioritario, che spesso sono il derivato di una subalternità esterna alla organizzazione, assumendo invece la scelta unitaria, del rispetto del pluralismo, che riconosca pienamente le diversità congressuali.

Allo stesso modo va invertita la tendenza alla centralizzazione delle decisioni e al prevalere del consenso gerarchico rispetto ai contenuti.

Questo è il terzo congresso della Cgil che si svolge sulla base di più documenti congressuali; ci auguriamo che il Congresso possa arricchire la proposta politica del sindacato e allargare la sua rappresentanza sociale, noi opereremo in tal senso.

 

2. INTRODUZIONE

2.1 Gli anni '90; un bilancio sociale negativo

In questi anni le lavoratrici ed i lavoratori italiani hanno visto peggiorare i loro redditi, i loro diritti, le loro condizioni sociali e di vita, il loro peso e riconoscimento nella società.
Negli anni '90 si è operata una gigantesca opera di risanamento del debito pubblico; si tratta di circa 600.000 miliardi tra tagli alle spese e maggiori entrate.
Questa serie di manovre economiche non è stata distribuita equamente tra le varie classi e ceti sociali, la gran parte del peso è gravata sui lavoratori e sui ceti meno abbienti attraverso una riduzione delle prestazioni sociali, l'aumento delle tariffe, l'aumento della pressione fiscale sui redditi da lavoro, i tagli alle pensioni, ecc.
Le rendite finanziarie ed i profitti non sono stati toccati mentre i redditi da lavoro dipendente si sono ridotti passando dal 92' ad oggi dal 46% al 41% del PIL.
I meccanismi di politica dei redditi previsti dall'accordo del 23 di Luglio '93 e della sua pratica applicazione (tetto di aumento basato sull'inflazione programmata e non su quella reale hanno fatto si che i salari non riuscissero neppure a recuperare l'inflazione in tal modo tutti gli incrementi di produttività, pagati pesantemente dai lavoratori con ristrutturazioni e licenziamenti, sono finiti in profitto per il padronato.
Gli anni '90 ci consegnano una situazione dell'occupazione deteriorata con un tasso di disoccupazione (11,4%) tra i più alti in Europa, con una crescita del lavoro nero, dei rapporti di lavoro atipici e dei parasubordinati; la stragrande maggioranza dei nuovi rapporti di lavoro sono di tipo precario.
La precarietà tende a divenire condizione generale dei lavoratori e delle lavoratrici; non solo per i giovani che entrano nel mondo del lavoro ed in generale trovano soltanto contratti a termine, part-time, posizioni parasubordinate, lavoro interinale, ecc..ma anche coloro i quali lavorano da tempo in situazioni "garantite" sono sottoposti a processi di riorganizzazione, di modifica di orari, di flessibilità, che introducono, anche per loro, una condizione di precarietà ed incertezza. Infortuni sul lavoro, morti e malattie professionali continuano a rimanere molto elevati nel nostro paese ( non dissimili dai valori di inizio secolo) che è il quarto in Europa per infortuni mortali.
Il divario di sviluppo, accresciutosi negli anni '90, tra il Centro-Nord del paese ed il Mezzogiorno vede un tasso di disoccupazione doppio (22%) e per i giovani assolutamente intollerabile (56,6% tra 15 e 24 anni di età).
Negli anni '90, con l'affermarsi delle politiche neoliberiste, si sviluppa un attacco allo stato sociale, un processo di sua privatizzazione ed aziendalizzazione, la messa in discussione di diritti ormai ritenuti una irreversibile conquista di civiltà, una enorme crescita delle diseguaglianze, giustificate ed incentivate come stimolo dello sviluppo, e la tendenza al ritorno ad uno stato sociale minimo, come sussidio ai poveri.
Basta ricordare la "riforma" Dini del 1995 che ha introdotto il sistema contributivo e non solo ha ridotto le prestazioni ma ha messo in moto un meccanismo che mette a rischio, nel prossimo futuro, la pensione per gli oggi circa 5 milioni di lavoratori tra stagionali, part-time, tempo determinato e parasubordinati.
La condizione delle lavoratrici e delle pensionate è peggiorata; l'aumento dei lavori precari ed atipici è avvenuto principalmente a loro danno e i tagli ai servizi sociali presuppongono che, di nuovo, sia la famiglia, cioè le donne, a fornire gratuitamente assistenza ai bambini, malati, anziani, ecc. Oggi c'è il rischio che le donne paghino duramente la lotta per la loro libertà, anche per il riproporsi di attacchi oscurantisti sull'aborto e sulla sessualità.
Si sono privatizzati servizi strategici, spesso con la motivazione della loro inefficienza. Ma invece che affermare la necessità di una nuova efficienza sociale del pubblico, se ne scompongono le funzioni. La parte ricca viene affidata al mercato, quella più povera resta in mani pubbliche. In questo modo non si risolve affatto il problema dell’efficienza e dell’efficacia dei servizi sociali, né diminuisce la spesa sociale complessiva, ma si esentano dai costi della solidarietà sociale tutte le classi più abbienti.La crisi economica, sociale e politica che ha investito l'Italia agli inizi degli anni '90 ha prodotto profonde modificazioni; questi cambiamenti hanno avuto un segno sociale negativo.

2.2 Contrastare globalizzazione liberista

La globalizzazione liberista che ha governato il mondo in questi anni ha promesso sviluppo per tutti e ha prodotto disastri sociali per la grande maggioranza della popolazione mondiale. I ricchi sono diventati più ricchi ovunque ed i poveri più poveri. Negli stessi paesi più ricchi ed industrialmente più avanzati aumentano velocemente le diseguaglianze. Le rendite finanziarie e i profitti di impresa accrescono la loro fetta della torta, i salari , le pensioni, i diritti dello stato sociale la diminuiscono.
Il movimento sindacale deve porsi in contrasto attivo con questa globalizzazione per dire, come a Seattle, che prima vengono le persone i loro diritti e loro bisogni e poi le imprese. Prima viene l’ambiente e il territorio, poi il mercato. Il movimento sindacale deve superare ogni subalternità rispetto alla globalizzazione e trovare la forza e l’orgoglio di ricominciare a chiamare le cose con il loro nome: l’ingiustizia come ingiustizia, la scandalosa crescita di pochi come scandalo, la tutela dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori come priorità in ogni caso e dappertutto.

2.3 La CGIL ripudia la guerra

La guerra torna ad essere lo strumento crescente della soluzione dei conflitti; l'emergere degli USA come unica potenza planetaria non corrisponde ad un ordinamento condiviso a livello planetario. Anzi lo svuotamento del ruolo dell'ONU e la sua sostituzione con la NATO indica la pericolosa tendenza ad imporre con le armi un modello politico, economico e sociale ispirato dagli USA. Il modello europeo fatto di Stato Sociale, di diritti del lavoro individuali e collettivi, di pluralismo politico e sociale, di ruolo dello Stato nell'economia e nella redistribuzione dei redditi rappresenta, ancorché in crisi, una proposta alternativa a quella del liberismo di marca USA.
Questo modello è il frutto di circa due secoli di lotte del movimento dei lavoratori e delle forze politiche e sociali di sinistra. Dopo due guerre mondiali svoltesi nel cuore dell'Europa, il movimento dei lavoratori ed il sindacato ha ormai acquisito che l'uso della guerra per la soluzione dei confitti si volge sempre e comunque contro le conquiste sociali e del lavoro.
Per questo è particolarmente grave lo strappo operato con l'appoggio dato dalla CGIL, con la formula della "contingente necessità", all'intervento NATO contro la Serbia.
Con questo XIV° Congresso la CGIL recupera la coerenza con le proprie radici storiche ripristinando nel proprio Statuto la formulazione: "La CGIL ripudia la guerracome strumento di soluzione dei conflitti"

2.4 CGIL; la necessità di una svolta

La scelta del movimento sindacale italiano e della CGIL di reggere all’offensiva liberista con la concertazione, la moderazione rivendicativa, la contrattazione guidata da patti centralizzati, la politica dei redditi fondata sul contenimento di salari non ha prodotto risultati efficaci; anche il fatto che abbia consentito sinora al movimento sindacale del nostro paese di evitare quell’emarginazione che hanno subito i sindacati di altri paesi non vale più come dimostrano le scelte della Confindustria.
Questa linea ha prodotto una perdita di autonomia del sindacato e della CGIL dal padronato e dal quadro politico che non ha precedenti; a questa perdita di autonomia è anche in parte imputabile la crisi della democrazia sindacale e la rottura dell'unità.
Il recupero dell'autonomia non può che partire da un nuovo progetto che operi una svolta complessiva sul terreno degli indirizzi generali di politica economica e sociale, sulle scelte contrattuali sul salario, sullo stato sociale, sui diritti dei lavoratori, sul mercato del lavoro, sulle condizioni e modalità della prestazione lavorativa.
Una nuova piattaforma che operi una discontinuità con le politiche concertative e dei patti sociali.

2.5 Per un diverso e sostenibile modello di sviluppo economico e sociale

Gli anni '90 hanno visto l'affermarsi del liberismo cioè di quell'insieme di politiche economiche e sociali volte ad affermare il cosiddetto "libero mercato" e dunque la priorità per l'impresa e le attività economiche a perseguire il profitto senza alcun vincolo pubblico o sociale che ha comportato, di conseguenza, oltre che l'inizio del tentativo di smantellamento dello Stato sociale, la privatizzazione dei servizi pubblici e la liquidazione della presenza dello Stato nell'economia.

Fino alla recente istituzione dell'Euro che ha fissato in maniera rigida i cambi delle monete europee, il sistema economico italiano ha utilizzato la svalutazione della lira per competere, in termini di costo, sui mercati internazionali.

Questo vantaggio è ora finito ed il sistema delle imprese intende continuare questa politica di competizione sul basso costo delle merci premendo per abbassare sempre di più il costo del lavoro.

Dopo un decennio di queste politiche il nostro paese si trova nella situazione di avere il PIL pro capite inferiore a tutti i paesi industrializzati, il tasso di disoccupazione più alto nell'OCSE, una spesa per ricerca che colloca il Mezzogiorno all'ultimo posto nell'OCSE.

Queste politiche di centralità del profitto e di eliminazione di qualsiasi vincolo si riperquotono evidentemente sull'ambiente e sulla qualità della vita.

La modificazione progressiva del clima con l'accentuarsi degli eventi catastrofici, la pericolosità progressiva dei cibi, il degrado del territorio, l'inquinamento e l'invivibilità delle grandi città mostrano, come era prevedibile, che non è stato sufficiente eliminare le lavorazioni più nocive ed inquinanti spostandole nei paesi più arretrati.

Questi anni '90 non ci consegnano solo un bilancio sociale negativo ma anche una situazione economica ed industriale in logoramento ed un deterioramento ambientale che inizia ad incidere sui fondamenti dell'insediamento umano.

3. UNA NUOVA PIATTAFORMA PER LA CGIL

3.1 Occupazione e Lavoro

3.1.1Per la piena occupazione e per lo sviluppo del Sud

La piena occupazione è un obiettivo raggiungibile se verso di esso convergono adeguate scelte economiche, sociali e politiche.

La CGIL si pone l'obiettivo della piena occupazione.

Gli anni '90 ci consegnano una situazione dell'occupazione deteriorata con un tasso di disoccupazione (11,4%) tra i più alti in Europa, con una crescita del lavoro nero, dei rapporti di lavoro atipici e dei parasubordinati; la stragrande maggioranza dei nuovi rapporti di lavoro sono di tipo precario.

Ma la questione fondamentale contro la quale qualsiasi strategia per l'occupazione è destinata ad infrangersi è il divario di sviluppo, accresciutosi negli anni '90, tra il Centro-Nord del paese ed il Mezzogiorno che determina in queste regioni un tasso di disoccupazione doppio (22%) e per i giovani assolutamente intollerabile (56,6% tra 15 e 24 anni di età) mentre nel Nord-Est siamo praticamente alla piena occupazione (4,6%)

Di conseguenza la CGIL pone il recupero del divario di sviluppo del Mezzogiorno come questione centrale della propria strategia per la piena occupazione.

Le politiche fin quì perseguite di rendere appetibile per il capitale privato investire nel mezzogiorno utilizzando essenzialmente politiche di riduzione del costo del lavoro e di aumento della flessibilità (contratti d'area, sgravi fiscali e contributivi) non hanno dato risultati apprezzabili; anche gli strumenti per l'emersione del lavoro nero si sono dimostrati inefficaci.

Solo attraverso un consistente intervento pubblico in infrastrutture, nelle aree urbanizzate, per il risanamento dell'ambiente e del territorio, sul sistema di credito, per favorire processi di industrializzazione e trasferimenti di imprese dalle aree sature del Nord, di un progetto di politica industriale relativo all'intero paese, solo con la lotta alla criminalità organizzata ed all'usura è possibile affrontare il recupero del divario del Mezzogiorno.

La CGIL propone che si definisca un piano nazionale per l'occupazione e lo sviluppo del Mezzogiorno le cui linee direttrici debbono essere :

Queste politiche potranno funzionare se inserite all'interno di un contesto di un diverso sviluppo economico del paese non certo in una situazione di stagnazione; ciò significa che deve essere operata una scelta nuova di politica economica.

La CGIL ritiene che è chiusa la fase del risanamento finanziario in cui tutte le risorse venivano destinate al ripianamento del debito pubblico ed alla ricostruzione dei margini di profitto delle imprese mentre deve aprirsi una nuova fase caratterizzata da politiche di sviluppo e di incremento della domanda interna sostenendo i consumi popolari .

La CGIL è impegnata in tutte le sue strutture a contrastare tutte le politiche contrattuali che, nel Mezzogiorno, nelle altre realtà con alta disoccupazione, tra i giovani ed i nuovi assunti, intendano stabilire condizioni salariali e normative inferiori rispetto a quelle normalmente pattuite.

3.1.2 Combattere la precarietà e ricostruire i diritti del lavoro

La precarietà tende a divenire condizione generale dei lavoratori e delle lavoratrici; non solo per i giovani che entrano nel mondo del lavoro ed in generale trovano soltanto contratti a termine, part-time, posizioni parasubordinate, lavoro interinale, ecc..ma anche coloro i quali lavorano da tempo in situazioni "garantite" sono sottoposti a processi di riorganizzazione, di modifica di orari, di flessibilità che introducono, anche per loro, una condizione di precarietà ed incertezza.

Il predominio delle esigenze del "libero mercato" e la sottomissione dei lavoratori alle sue esigenze è uno degli elementi fondamentali della globalizzazione liberista.

Il padronato italiano si è schierato già da tempo su posizioni oltranziste perseguendo l'obiettivo della cancellazione di garanzie e diritti; con il Referendum sull'art.18 dello Statuto dei Lavoratori ha tentato di ottenere la libertà di licenziare e, nonostante la sconfitta, continua a perseguire l'obiettivo del contratto individuale e del controllo unilaterale della prestazione lavorativa.

E' fuor di dubbio che i mutamenti avvenuti nella struttura economico-industriale e nei processi lavorativi cosi come l'emergere di nuovi lavori impongono l'introduzione di alcuni elementi di flessibilità.

Ciò che oggi possiamo constatare con assoluta certezza è che la ampia molteplicità e la eccessiva "apertura" degli strumenti messi in campo nel mercato del lavoro hanno portato ad una sua progressiva deregolazione generale mentre le flessibilità introdotte stanno determinando una gestione puramente padronale della prestazione lavorativa.

La CGIL intende contrastare e modificare questa situazione di precarietà crescente e flessibilità selvaggia

A questi punti vanno poi aggiunti due nuovi vincoli generali a tutela dei lavoratori più precari:

Ridurre drasticamente gli elementi di precarietà è necessario ma non sufficiente; i diritti undividuali e collettivi tipici del rapporto di lavoro dipendente vanno estesi, in forme appropriate, al lavoro parasubordinato e alle collaborazioni temporanee.

La CGIL, comunque, è contraria a qualsivoglia abbassamento delle tutele per il Mezzogiorni e/o per le piccole aziende.

La CGIL è assolutamente contraria a che si instaurino, anche nelle pieghe di carrenze legislative, rapporti di lavoro quali il "lavoro a chiamata" o similari

3.1.3 Diritti e dignità per gli immigrati

L’immigrazione rappresenta un fenomeno inarrestabile nella società contemporanea. Questo processo che è mosso da spinte di natura economica, sociale e politica deve essere governato secondo una logica di accoglienza e integrazione.
La CGIL in primo luogo mantiene saldo il proprio orientamento internazionalista per l’unità delle lavoratrici e dei lavoratori di tutti i paesi., contrapponendosi sul piano culturale, sociale e rivendicativo a tutti i tentativi di far leva sulla xenofobia e sulle difficoltà sociali per discriminare e contrapporre i lavoratori sulla base della loro appartenenza nazionale religiosa o di genere.

Per gli immigrati nel nostro paese, al fine di prevenire l’insorgere di tensioni e di risolvere quelle esistenti è necessario battersi per una politica dei diritti, a partire dal diritto al lavoro per tutte e tutti, contro ogni discriminazione salariale e normativa tra lavoratori italiani e stranieri.

Per questo la CGIL rivendica:

La CGIL si batte per la chiusura dei Centri di permanenza temporanea, che sono lesivi dei diritti costituzionali, inutili e costosi e per la fine della politica del respingimento forzoso alle frontiere, che va invece sostituita da una intensificazione della lotta contro il racket delle braccia e per la repressione del lavoro nero e della evasione contributiva e fiscale.

Al fine di mettere in risalto la scelta strategica a favore di una società multietnica e dell’accoglienza, la CGIL si impegna a valorizzare e promuovere nelle proprie fila, una leva di delegati e dirigenti sindacali immigrati, secondo le migliori tradizioni del movimento operaio internazionale, contrastando anche al proprio interno la xenofobia, il razzismo, l’integralismo ed ogni altra causa di divisione tra i lavoratori. La CGIL considera una visibile partecipazione dei temi e degli stessi lavoratori immigrati al suo XIV Congresso un significativo contributo a tutta la società italiana.

3.1.4 Riprendere il controllo del tempo e dell'organizzazione del lavoro

Il passaggio da un sistema rigido ad uno flessibile nella produzione manifatturiera, nei servizi alla produzione, nei trasporti, ecc., ha sconvolto e reso in parte inefficaci i tradizionali strumenti di controllo dell'orario e della organizzazione del lavoro; su questo si è innestata una azione del padronato volta a rendere in generale la prestazione lavorativa subordinata in tutto e per tutto alle esigenze aziendali.

Oggi non si può non constatare che le aperture alla flessibilità nelle leggi e nei contratti sono state troppo ampie e prive di efficaci meccanismi di controllo sociale e sindacale; il padronato persegue con determinazione l'obiettivo del controllo unilaterale della prestazione lavorativa fino la punto di tentare, come insegna il tentativo di introdurre il lavoro a chiamata alla Zanussi, di ottenere dai lavoratori livelli di sottomissione alle esigenze aziendali non solo sindacalmente ma anche socialmente inaccettabili.

Di fronte a questa situazione la CGIL intende ripristinare un controllo degli orari, dei tempi e dell'organizzazione del lavoro promuovendo le necessarie modifiche legislative ma soprattutto operando una svolta nella contrattazione volta a ricostruire vincoli e garanzie che impediscano una flessibilità generalizzata ed unilaterale.

C'è bisogno di una "legge quadro" che riordini l'intera materia degli orari di lavoro mettendo fine al susseguirsi di provvedimenti legislativi (Straordinari, Lavoro Notturno, Part Time) che, a parte la discutibilità di alcuni aspetti ed impostazioni, producono una situazione di confusione normativa nella quale il Padronato trova spazi per far saltare garanzie (durata massima giornaliera, tetti per gli straordinari, ee.) individuali e collettive.

Il recepimento delle Direttive Europee su queste materie non può divenire l'occasione per compiere comunque operazioni di liberalizzazione.

La CGIL, nella contrattazione, non accetterà neppure di prendere in considerazione l'introduzione di meccanismi di flessibilità originati solo da volontà di ridurre il costo del lavoro

L'introduzione di meccanismi di flessibilità deve comunque trovare un limite invalicabile nei limiti massimi (orario massimo giornaliero, settimanale, riposo settimanale, ecc..) posti a salvaguardia della salute psicofisica e della vita sociale del lavoratore che debbono essere mantenuti e rafforzati.

In ogni caso l'introduzione di meccanismi di flessibilità deve avere il vincolo della contrattazione e dell'accordo in sede aziendale; la CGIL, intendendo risolvere per altra via l'emergenza salariale ormai presente tra i lavoratori, è contraria ad una monetizzazione generalizzata delle flessibilità privilegiando un meccanismo di reciprocità in termini di riduzione degli orari, di compensazione degli straordinari e di autogestione e autodeterminazione dei tempi di lavoro.

In questo senso i meccanismi di conto ore individuale debbono evere l'obiettivo dell'abbattimento totale degli straordinari, non prevedere monetizzazioni, garantire al massimo la scelta del lavoratore nelle modalità di recupero.

Il meccanismo del conto ore individuale deve essere reso cogente per legge a partire da un determinato valore di straordinari effettuati.

Va impegnata tutta l'attività rivendicativa nel ricostruire il controllo dei lavoratori sull'organizzazione del lavoro, a partire dalla difesa e dalla riconquista delle pause, dalla contrattazione dei tempi e dei ritmi di lavoro, dallla definizione degli organici e dei rimpiazzi

3.1.5 Garantire la salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro

Infortuni sul lavoro, morti e malattie professionali continuano a rimanere molto elevati nel nostro paese ( non dissimili dai valori di inizio secolo) che è il quarto in Europa per infortuni mortali.

Nonostante che la ristrutturazione dell'apparato industriale e produttivo ha eliminato o spostato all'estero alcuni dei processi storicamente più nocivi.

Le forme accentuate di flessibilità e di intensificazione dei ritmi di lavoro sono tra le nuove cause di infortunio; in particolare la pressione all'abbassamento del costo del lavoro si traduce in riduzione delle tutele antinfortunistiche e di prevenzione.

La salute dei lavoratori è parimenti minacciata non solo dal permanere delle "vecchie" nocività, dal permanere del lavoro nero, ma dall'insorgere di nuove e più sottili forme di attacco alla salute connesse con le nuove tecnologie informatiche, chimiche e dell'organizzazione flessibile del lavoro.

La CGIL oltre ad esigere che siano colmate le inadempienze normative e nella vigilanza intende, per propria parte, recuperare il ritardo determinatosi nella contrattazione di questi ultimi anni che ha, praticamente, ignorato la questione

In particolare va ripristinato un controllo sugli appalti, contrattuale ed ispettivo

Vanno eletti ovunque gli RLS e dedicate al loro coordinamento maggiori risorse ed energie.

La CGIL rivendica che le Regioni diano piena funzionalità ai propri servizi di vigilanza e che l'INAIL riconosca le nuove malattie professionali

La battaglia per la prevenzione, per un ambiente più salubre deve riunificare la lotta alle nocività del lavoro con la rivendicazione di una salvaguardia generale dell'ambiente.

Non è possibile difendere la salute sul posto di lavoro e, nel contempo, lasciare che i danni ambientali, prodotti da questo tipo di sviluppo, si diffondano e si aggravino.

La CGIL deve riprendere una lotta per l'ambiente in senso generale; il riuso, il riciclo, il recupero e, in genere, le attività "ambientalmente dolci" producono lavoro stabile in attività ad alta intensità di manodopera.

Non so tratta solo di imporre minor inquinamento quanto di perseguire un modello di sviluppo che minimizzi l'irreversibilità ed i costi dei danni ambientali.

 3.2 Orari, salari e redditi

3.2.1 Redistribuire la ricchezza

Negli anni '90 si è operata una gigantesca opera di risanamento del debito pubblico; si tratta di circa 600.000 miliardi tra tagli alle spese e maggiori entrate.

Questa serie di manovre economiche non è stata distribuita equamente tra le varie classi e ceti sociali, la gran parte del peso è gravata sui lavoratori e sui ceti meno abbienti attraverso una riduzione delle prestazioni sociali, l'aumento delle tariffe, l'aumento della pressione fiscale sui redditi da lavoro, i tagli alle pensioni, ecc.

Le rendite finanziarie ed i profitti non sono stati toccati mentre i redditi da lavoro dipendente si sono ridotti passando dal 92' ad oggi dal 46% al 41% del PIL.

Nonostante che le politiche economiche di ispirazione neoliberista applicate nel nostro paese determinino, ora che siamo entrati in una fase di sviluppo, tassi di crescita nettamente inferiori a quelli medi del resto d'Europa, in Italia siamo in una fase di incremento della ricchezza.

Va sanata l'ingiustizia sociale che ha caratterizzato gli anni '90 redistribuendo la ricchezza verso il lavoro, i pensionati, i disoccupati ed i ceti meno abbienti.

Ciò significa operare una svolta nelle politiche economiche e sociali a partire da:

Va da se che condizione essenziale è che si determinino tassi di sviluppo sostenuti; a questo proposito è essenziale che il sistema economico industriale del nostro paese si avvii a superare il modello di competizione di costo (cioè sul costo del lavoro) in direzione di un modello che punti alla qualità.

3.2.2 Superare l'accordo del 23 Luglio del 1993

I meccanismi di politica dei redditi previsti dall'accordo del 23 di Luglio '93 e della sua pratica applicazione (tetto di aumento basato sull'inflazione programmata e non su quella reale, premi aziendali sempre più sottoposti alle strategie aziendali) hanno determinato che i salari non riuscissero neppure a recuperare completamente l'inflazione.

In tal modo tutti gli incrementi di produttività, pagati pesantemente dai lavoratori con ristrutturazioni e licenziamenti, sono finiti in profitto per il padronato.

Per arrestare questo meccanismo, anche solo per impedire che, d'ora in avanti, i redditi da lavoro continuino a perdete quote rispetto agli altri redditi è necessario che essi si incrementino, per lo meno, nello stesso modo in cui aumenta la ricchezza del paese (PIL).

Per questo la CGIL intende superare i meccanismi di centralizzazione e di tettii salariali presenti nell'accordo del 23 Luglio 1993( tetto di incremento per i salari al massimo pari all'inflazione) così come i vincoli che legano la retribuzione alla strategia di profitto dell'impresa (espressione anch'essi dell'impianto del 23 Luglio), restituendo piena autonomia alla contrattazione

La CGIL pone l'obiettivo di recuperare nei due livelli della contrattazione oltre l'inflazione reale una quota aggiuntiva di salario legata, all'aumento del PIL reale.

Si tratta di una indicazione generale che va declinata nelle categorie e nello loro storia salariale di questo decennio non escludendo la possibilità di perseguire incrementi salariali che vadano oltre quanto indicato per recuperare parte di quanto perso in questo decennio.

Questo soprattutto perché il vuoto lasciato in questi anni dalla politica rivendicativa del sindacato è stato riempito dalla politica unilaterale delle imprese che ha ridefinito premi e compensi alla professionalità e alla condizione di lavoro. Il sindacato deve tornare ad essere autorità salariale per tutte le categorie e le mansioni e questo è realizzabile solo da una politica rivendicativa d'attacco.

A tal fine va rafforzato il ruolo del contratto nazionale nella redistribuzione della ricchezza, rapportando le richieste salariali all'inflazione reale e ad una quota dell'incremento reale del PIL. La contrattazione aziendale dovrà redistribuire le ulteriori quote di produttività contrattando la retribuzione professionale e l'organizzazione del lavoro, superando il legame dei salari con gli indici del bilancio aziendale.

3.2.3 Ridurre l'orario di lavoro

Va ripresa con forza una politica di redistribuzione del lavoro attraverso la riduzione dell'orario di lavoro.

Dopo che il progetto di legge sulla riduzione d'orario si è insabbiato in parlamento, si è affermata una riorganizzazione degli orari determinata dalle scelte e dalle esigenze padronali.

La diffusione dei contratti a termine, l'uso del part-time come scelta imposta ai lavoratori dalle esigenze padronali, gli orari ridotti con riduzione di salario, sono espressione di questa tendenza.

La Cgil esprime un giudizio critico sul proprio operato complessivo su questa materia, a causa del mancato perseguimento dell'obiettivo, assunto al 13 ° congresso, delle 35 ore settimanali.

La CGIL decide con il suo XIV° Congresso di riprendere l'azione per la riduzione generalizzata dell'orario a 35 e a 32 ore settimanali ore sia( nei termini di inserire tale obiettivo nei prossimi contratti) nelle vertenze contrattuali sia riaprendo il confronto con il Governo e nel parlamento sulla legge.

Tale obiettivo richiede un deciso ripensamento delle politiche sindacali riguardo la flessibilità dell'orario, l'uso dei contratti atipici, degli orari ridotti, dei contratti di solidarietà.

L'obiettivo concreto è quello di realizzare entro 4 anni la riduzione dell'orario a 35 per le lavoratrici ed i lavoratori con le più tradizionali turnazioni giornaliere e a 32 ore per coloro che operano in turni avvicendati, di notte, in condizioni di particolare disagio. Analogamente tutti i lavoratori coinvolti in programmi formativi dovranno usufruire delle 32 ore, dedicando un giorno almeno interamente alla formazione.

L'obiettivo strategico della nuova fase rivendicativa sull'orario deve essere quello di giungere alla settimana lavorativa di 32 ore pagate 40, con un massimo di quattro giorni di lavoro a settimana, per tutte le lavoratrici ed i lavoratori.

Vanno inoltre utilizzate a favore delle lavoratrici e dei lavoratori tutte le grandi possibilità che oggi le tecnologie offrono sui tempi di lavoro, rivendicando tempi scelti, orari elastici, periodi sabbatici retribuiti.

Lo straordinario va combattuto alla radice, sia con una diversa politica salariale, sia con misure di legge restrittive e vincoli contrattuali rigidi,

Le politiche di sostegno all'occupazione dovranno privilegiare le situazioni dove si effettueranno riduzioni dell'orario mentre va superata la politica degli sgravi contributivi per l'evidente impatto negativo sulla previdenza mentre gli incentivi fiscali alle assunzioni vanno collegati rigidamente all'instaurazione di rapporti di lavoro a tempo indeterminato.

La riduzione dell’orario di lavoro va finalizzata, anche, per la creazione di nuovi posti di lavoro attraverso la redistribuzione e riorganizzazione degli orari, e, all’opportunità di nuovi lavori in attività sociali e culturali in relazione ai bisogni del tempo liberato dal lavoro.
E’ una risposta al dramma della disoccupazione che si presenta come destino ineluttabile alle giovani generazioni, specialmente nel Mezzogiorno

Le 35 ore e le 32 vanno coniugate con una riorganizzazione degli orari che consenta tipologie di orario rispettose delle esigenze di vita, individuali e sociali in direzione di un tempo di lavoro scelto.

Il tempo, ed il tempo di lavoro, va analizzato in tutte le sue dimensioni: l’attenzione, la fatica, l’intensità sono anch’esse misure del tempo.

Le ore non sono tutte uguali, specie quelle della notte, esse vanno considerate anche in funzione dell’intero tempo delle donne, ivi compreso quello della riproduzione sociale.

Le 35 e le 32 ore debbono rappresentare un’occasione di redistribuzione tra i sessi del tempo della cura e della riproduzione sociale: lavoro svolto in Italia più che in altri paesi, quasi esclusivamente dalle donne, così come dimostrano le statistiche ufficiali. Ridistribuzione che aiuta a superare la divisione dei ruoli e la contrapposizione pubblico-privato e a ricostruire relazioni più ricche e più libere tra i sessi.

3.2.4 Riformare il sistema fiscale

Il sistema fiscale italiano è strutturalmente iniquo in quanto ricava gran parte delle sue entrate dal reddito dei lavoratori e dei pensionati; in questi ultimi anni i caratteri di iniquità si sono accentuati anche per l'effetto progressivo che l'eliminazione del fiscal-drag ha prodotto sull'Ipef.

Le entrate per imposte dirette (Irpef, Irpeg, Ilor, ecc..) sono coperte in larga parte dal gettito Irpef che, come noto, è coperto in larghissima misura dai lavoratori.

Il gettito dell'IRPEF che copriva negli anni '90 circa il 60% delle imposte dirette è balzato nel 1999 al 68,4% con un incremento tra 98 e 99 di 22.000 miliardi.

Anche per quanto riguarda le imposte indirette, che sono coperte in gran parte dall'IVA e dalle tasse sui carburanti, si può ritenere che la parte maggiore derivi dai lavoratori e dai ceti popolari.

L'ingiustizia del sistema è evidente in particolare relativamente al fatto che l'unica imposta realmente progressiva è l'Irpef.

La CGIL di conseguenza assume come indirizzo generale l'obiettivo di una riforma strutturale del sistema fiscale italiano indirizzata e riequilibrare la pressione fiscale in modo più equo tra redditi da lavoro ed altri redditi.

Ciò significa che il criterio di progressività deve essere applicato a tutti i redditi a partire dall'IRPEG; oltre alla progressività, va innalzato il prelievo che oggi si basa su una aliquota fissa del 12% al valore medio del 20%.

Per quanto riguarda l'Irpef va ripristinata la restituzione del fiscal-drag e vanno modificate le aliquote per spostare il peso del prelievo dai redditi medio-bassi a quelli medio alti.

Va rivisto il meccanismo dell'IRAP sia perché da un gettito complessivo inferiore ai contributi sanitari che ha sostituito sia perché si configura come tassa sullìoccupazione, dal momento che favorisce chi ha meno occupati rispetto al capitale investito.

Va pianificata la lotta all'evasione fiscale e contributiva, con l'obiettivo di portare nei primi anni di vigore dell'Euro il livello dell'Italia a quello della media dei paesi Europei, oggi da noi l'evasione è doppia. Questa pianificazione richiede anche interventi coordinati, potenziamenti e finalizzazione di organici e politiche di assunzioni mirate in tutti i settori interessati della Pubblica amministrazione.

In ogni caso la pressione fiscale complessiva è in linea, anzi inferiore, alla media europea; il vero problema è che a fronte delle tasse pagate i lavoratori ed i pensionati non riscontrano un corrispettivo di servizi e di prestazioni fornite dallo Stato.

Le risorse crescenti fornite dal sistema fiscale sono andate dal '92 ad oggi, in parte prevalente, a ripianare il debito pubblico mentre il sistema delle imprese ha fruito di sostegni tra i più alti del mondo occidentale; oggi questa situazione non può più permanere e nuove risorse vanno destinate ad ampliare e rafforzare lo Stato Sociale.

Rispetto alla proposta della destra economica e sociale di ridurre la pressione fiscale e, di conseguenza, le prestazioni dello stato Sociale, la CGIL invece ritiene che le entrate fiscali non debbano diminuire e che nuove e maggiori risorse debbano essere destinate alla spesa sociale

La efficacia delle politiche economiche nazionali e, di conseguenza, anche di quelle sociali è oggi messa in discussione dai processi di globalizzazione finanziaria e di circolazione libera di gigantesche quantità di capitali mosse dalle multinazionali finanziarie che perseguono la pura valorizzazione dei capitali al di fuori di ogni rapporto con la economia reale.

Per questo è ormai tempo di considerare l’ipotesi di una tassa sulle transazioni finanziarie pure, cioè non riguardanti operazioni di scambio di beni e servizi, dello 0,01% al fine di recuperare risorse aggiuntive da destinare agli investimenti e al finanziamento dello Stato Sociale.

3.2.5 Rinnovare la contrattazione

Per la CGIL il ruolo del contratto collettivo nazionale è fondamentale come elemento oggettivo di unità e solidarietà tra i lavoratori; nel contratto nazionale debbono continuare ad essere definite le scelte e le quantità fondamentali riguardo ai principali temi della contrattazione quali il salario, l'orario, la normativa e l'organizzazione del lavoro.

La funzione del contratto nazionale è oggi messa in discussione non solo dal Padronato che vuole limitare ed impedire a tutti i livelli la contrattazione e dalla CISL che è orientata a spostare il peso della contrattazione a livello regionale ed aziendale ma, soprattutto, dalla perdita di rappresentanza del contratto nazionale sia nei termini di contenuti che di rispondenza alla nuova articolazione dei processi lavorativi ed all'incremento della presenza di rapporti di lavoro "atipici".

E' evidente come in una situazione di bassa inflazione le politiche salariali se mantenute all'interno dell'accordo del 23 Luglio, determinano quantità assolutamente modeste determinando una perdita di funzione salariale del contratto nazionale; la CGIL, nei prossimi contratti avanzerà rivendicazioni salariali legate all'incremento del PIL nominale

Negli ultimi anni la contrattazione collettiva nazionale, ma ancor più quella di secondo livello, ha assunto, su molte materie, la caratteristica di "patto in deroga" subendo l'iniziativa del padronato volta a forzare in peggio tutte le nuove normative di legge (straordinari, part time, flessibilità degli orari, ecc..).

La CGIL, prendendo atto di questa situazione opererà con decisione per riqualificare la contrattazione nella direzione di ottenere negli accordi condizioni migliori rispetto ai minimi previsti dalle normative di legge.

Nei contratti nazionali sono stati introdotte su numerose materie, in particolare sulla flessibilità, formulazioni troppo vaghe con troppo ampi rimandi alla contrattazione aziendale o, addirittura, con eccessive aperture ad opzioni unilaterali del padronato senza il vincolo dell'accordo in sede aziendale.

La CGIL nei prossimi contratti nazionali opererà per reintrodurre precise determinazioni e vincoli ostativi alla possibile contrattazione "in peius" che si dovesse determinare al secondo livello su materie fondamentali

In molte medie e grandi aziende e anche in alcuni settori si è determinata la presenza di più contratti di lavoro nella stessa unità produttiva oppure la scelta del Padronato di applicare, tra i più possibili, il contratto di lavoro più conveniente per il datore di lavoro.

La CGIL intende risolvere tale situazione da un lato ricomponendo nello stesso contratto nazionale (o in apposito accordo di omogeneizzazione) le filiere produttive e dall'altro a livello di contrattazione di secondo livello presentando piattaforme e realizzando accordi che rappresentino la totalità dei lavoratori pur se formalmente facenti riferimento a contratti nazionali diversi.

Si pone il problema di tutte quelle aziende in cui non è presente la contrattazione di 2° livello. Sono in campo ipotesi di generalizzazione della contrattazione territoriale allargando anche alla piccola industria l’esperienza dell’artigianato. Fatto salvo l’attuale meccanismo esistente per l'artigianato che ha garantito una parziale copertura di questo settore, non è utile allargare l’area della contrattazione territoriale.

Va invece allargata la contrattazione aziendale, in particolare nelle piccole aziende che hanno una totale autonomia produttiva, e collegate le piccole aziende che fanno parte integrante del processo produttivo di aziende medie e grandi con la contrattazione integrativa delle aziende "madri".

3.3 LO STATO SOCIALE

3.3.1 Rinnovare ed estendere lo Stato Sociale

Lo stato sociale è il punto di approdo di una evoluzione dei rapporti sociali, frutto di secoli di lotte dei lavoratori fino all'affermarsi, anche se parziale, dello Stato Sociale a vocazione universalistica, che assegna alla spesa pubblica compiti redistributivi e di equità sociale.

Conquiste sociali che a partire da quelle basate sul lavoro, a base mutualistica e poi contributiva, quali la previdenza, la sanità mutualistica, il sostegno sociale ai lavoratori (oggi chiamato "ammortizzatori sociali"), si sono man mano allargate in direzione di diritti universali quali l'istruzione, il sistema sanitario pubblico e l'assistenza fino al tentativo di introdurre nuovi diritti sociali quali la casa, la mobilità, la cultura, al tempo libero, ecc...

Negli anni '90, con l'affermarsi delle politiche neoliberiste, si sviluppa un attacco allo stato sociale, un processo di sua privatizzazione ed aziendalizzazione, la messa in discussione di diritti ormai ritenuti una irreversibile conquista di civiltà, una enorme crescita delle diseguaglianze, giustificate ed incentivate come stimolo dello sviluppo, ed il ritorno ad uno stato sociale minimo, come sussidio ai poveri.

Da un lato il blocco della spesa sociale che ha portato i livelli italiani al di sotto della media europea dall'altro il permanere del lavoro nero, l'alto tassi di disoccupazione, l'incremento massiccio dei lavori precari ed atipici e la politica delle decontribuzioni minano lo Stato Sociale sia sotto l'aspetto contributivo sia sotto quello delle risorse pubbliche da impiegare.

Corrispondentemente si determinano nuovi problemi ed esigenze quali quelli di rispondere alla precarietà, alla elevata disoccupazione, all'invecchiamento della popolazione, alla difesa e consolidamento dei "vecchi" istituti che vanno riattualizzati per rispondere efficacemente alla situazione odierna.

La CGIL si propone quindi di consolidare ed estendere lo Stato Sociale a partire dalle risorse ponendo l'obiettivo di incrementare la spesa sociale di un punto di PIL annuo fino a raggiungere la media europea; parimenti la CGIL è impegnata a superare le politiche di decontribuzione.

La CGIL propone un modello di Stato Sociale basato sui seguenti principi:

Una struttura dello Stato sociale che mantenga:

Per una serie di prestazioni sociali a carattere assistenziale di sostegno al reddito a base fiscale, la CGIL propone l'individuazione di un valore sociale minimo di riferimento (da rivalutare annualmente sulla base dell'inflazione, dell'incremento del PIL, su considerazioni sociali generali) su cui basare i valori di tali prestazioni.

Per l'accesso alle prestazioni sanitarie ed assistenziali esiste attualmente una pluralità di strumenti, differenziati per argomento e per soglie e criteri: l'Ise (redditometro) e l'Ises (sanitometro), con una proliferazione di adempimenti burocratici che rendono difficoltoso l'accesso alla prestazione gratuita anche per chi ne ha diritto.

Risulta dunque opportuno unificare tutto in un solo strumento, con una soglia unica nazionale omogenea per tutte le prestazioni e limitare gli adempimenti ai soli redditi più elevati ed alle categorie a rischio di evasione, attraverso una autocertificazione.

3.3.2 Stato Sociale e Federalismo fiscale

Le ricadute del federalismo fiscale sullo Stato Sociale sono uno degli aspetti più pericolosi del processo in atto verso il Federalismo.

Già la scelta di affidare il finanziamento delle politiche sociali e sanitarie a totale carico delle regioni e degli enti locali appare assolutamente discutibile in quanto destinata ad amplificare la differenziazione delle prestazioni sociosanitarie tra regioni ricche e povere del Paese, specie in assenza di forti meccanismi finanziari perequativi.

Inoltre la prevista cancellazione della destinazione d'uso per le risorse che vengono decentrate alle regioni in tema di Sanità e di Assistenza apre la porta alla differenziazione delle prestazioni sociali tra le varie regioni e ad un uso strumentale e politico, svincolato dalle necessità delle popolazioni, di tali risorse da parte dei governi regionali.

Per questo la CGIL si pronuncia per il mantenimento del fondo nazionale nella sanità e nell'assistenza sociale; parimenti, per il mantenimento delle destinazioni d'uso.

La riforma della riscossione, con la soppressione delle anticipazioni agli Enti Locali da parte delle società concessionarie, e l'apertura a nuovi soggetti che non offrono sufficienti garanzie strutturali, rischia da un lato di determinare una caduta delle entrate che si ripercuoterebbe immediatamente sulla dimensione della spesa assistenziale, e dall'altro di consentire il ritorno nel settore di quelle infiltrazioni mafiose che l'avevano un tempo caratterizzato. Inoltre la fiscalità locale rischia di divenire un fattore aggiuntivo e non sostitutivo della fiscalità generale, con il conseguente aumento della pressione fiscale complessiva.

3.3.3 La riforma degli "Ammortizzatori Sociali"

I cosiddetti "ammortizzatori sociali" cioè quell'insieme di istituti (CIG, CIGS, Indennità di disoccupazione,ecc...) che debbono sostenere il lavoratore che si trova in difficoltà economiche a causa di licenziamento, di crisi aziendali, ecc. debbono divenire parte integrante dello stato sociale.

In Italia questi istituti sono stati e sono di livello inferiore al resto dell'Europa; sia per i livelli di erogazioni che per copertura solo parziale del mondo del lavoro.

Una riforma è urgente e necessaria in particolare perchè l'aumento dei rapporti di lavoro atipici e la crescente precarietà rendono sociamente necessario operare per una opportuna copertura di questi soggetti.

Va da se che riforma che affronti efficacemente i problemi non può essere fatta a "costo zero" ma deve vedere un incremento di risorse.

La CGIL propone che i nuovi "ammortizzatori sociali" siano basati su tre strumenti:

Il sistema va generalizzato a tutto il lavoro dipendente; le soluzioni adottate per via contrattuale dai settori all'oggi privi dell'istituto non sono soddisfacenti.

La soluzione più edeguata è quella dell'estensione dell'attuale sistema a contribuzione obbligatoria.

Un meccanismo intermedio può definirsi per le aziende artigiane dove esistono forme di copertura dei periodi di sospensione della produzione di fonte contrattuale, mantenendo tale sistema purché si adegui ai criteri esistenti per il sistema pubblico garantendo a tutti i lavoratori del settore il meccanismo di copertura esistente.

Dovrebbe sostituire l'attuale assegno di disoccupazione e la mobilità

Sarebbe percepito, in caso di licenziamento, da tutti i lavoratori in proporzione sia nella durata che nell'ammontare, al periodo di lavoro svolto; in ogni caso gli importi iniziali dovrebbero essere nettamente superiori al 40% della retribuzione stabilito nell'accordo del 23 Luglio '93

Esso sarebbe finanziato contributivamente e soggetto a contribuzione che sarebbe garantita fiscalmente.

Si tratta di un nuovo istituto a carico della fiscalità generale da corrispondere per un certo periodo a tutti i cittadini inoccupati tra i 16 anni ed i 25 in cambio della verificata disponibilità all'avviamento al lavoro che dovrebbe comprendere anche stages, lavori di pubblica utilità, corsi di formazione professionale

L'assegno dovrebbe essere di importo collegato al valore sociale minimo.

La CGIL ritiene non più utilizzabile lo strumento dei prepensionamenti; in particolare la CGIL ritiene necessario promuove le opportune modifiche normative affinchè il suo utilizzo venga reso impossibile in caso di aziende che hanno una situazione di bilancio positiva e che contemporaneamente ai prepensionamenti intendono effettuare assunzioni.

3.3.4 La previdenza

La CGIL ritiene che con la "riforma" Dini del 1995 il sistema previdenziale italiano è in grado di mantenere un proprio equilibrio e, di conseguenza non necessitano nuovi interventi strutturali quali, ad esempio, l'estensione a tutti del contributivo.

Si pongono invece problemi di adeguamento relativamente alle ingiustizie che la riforma del 1995 ha introdotto, con l'allungamento degli anni di lavoro per gli operai e per chi compie mansioni pesanti, con il contributivo che metterà a rischio pensionistico gli attuali 5 milioni di lavoratori tra stagionali, part-time, tempo determinato e parasubordinati.

La precedente riforma del 92 aveva a sua volta particolarmente colpito i lavoratori e soprattutto le lavoratrici anziani con insufficiente contribuzione. A tutte queste ingiustizie va posto immediato rimedio

Già oggi esiste un problema sociale di prima grandezza relativo ad oltre un milione e mezzo di pensionati INPS al di sotto delle 500.0000 lire. (mentre sono oltre 6 milioni quelli che percepiscono valori inferiori al milione)

Inoltre su alcuni determinanti aspetti la riforma Dini non è stata attuata: netta separazione tra Previdenza ed Assistenza che, all'oggi è solo di tipo contabile, ripianamento dei deficit strutturali dei Fondi Speciali che invece vengono progressivamente accollati all'INPS

La CGIL ritiene che per garantire la stabilità e l'equilibrio dei conti previdenziali , sul versante delle entrate, occorre realizzare:

Sul versante delle prestazioni è necessario:

Va mantenuto il potere d’acquisto delle pensioni attraverso un meccanismo più efficace di indicizzazione, agganciando la rivalutazione alla media fra l’attuale meccanismo (che non è in grado di coprire l’effettiva perdita di potere d’acquisto) e l'incremento del Pil.

Premesso che la CGIL ritiene che la previdenza pubblica debba continuare ad essere l'aspetto nettamente prevalente dei trattamenti pensionistici è innegabile che con la riforma Dini per coloro i quali si trovano nella condizione di un sistema completamente contributivo, in particolare per i giovani assunti, si pongono problemi rilevanti sulla scarsità dei trattamenti che il sistema prevede.

La previdenza complementare non è la soluzione generale del problema in quanto solo una quantità consistente di versamenti ( tutto il TFR più percentuali nettamente superiori a quelle attualmente versate da lavoratori e datori agli attuali fondi) e per un periodo continuativo di durata similare a quello della previdenza obbligatoria può fornire prestazioni di qualche efficacia.

Per i lavoratori con bassi salari e per quelli precari e con rapporti di lavoro atipico si presenta lo stesso problema della previdenza obbligatoria: è ormai chiaro che la previdenza integrativa non riuscirà a raggiungere la stragrande maggioranza dei lavoratori dei settori dove il lavoro è più precario, in particolare nei servizi, ma anche in diverse categorie dell’industria. Si pone quindi il problema di come affrontare la situazione di tutti quei lavoratori, a tutto contributivo, che avranno diritto ad una pensione significativamente più bassa del salario, ancorché più alta del minimo.

Per questi lavoratori, in particolare per i giovani che per lunghi periodi si trovano in condizioni di bassi salari, va eliminata qualsiasi forma di decontribuzione ed anzi studiate forme di incremento della massa contributiva.

Questo anche in vista dell’assalto che è in corso di preparazione da parte delle varie forme di previdenza integrativa cosiddetta aperta, che è l'obiettivo cui punta, ormai chiaramente, il padronato e delle forme di previdenza integrativa regionalizzata di ispirazione federalista/secessionista su cui stanno già emergendo delle proposte.

Si pone inoltre il problema della solidarietà; non è sostenibile la differenza di importo che si verrebbe a creare fra uomini e donne, a sfavore di queste ultime, a causa del meccanismo di calcolo basato sulla speranza di vita.

In ogni caso la CGIL ritiene che:

In presenza di un aumento della durata della vita media, al fine di evitare fenomeni di esclusione sociale, è necessario favorire un avviamento graduale alla pensione attraverso un accesso al tempo parziale senza alcuna penalizzazione previdenziale, compensando la differenza contributiva attraverso un intervento pubblico finanziato fiscalmente.

3.3.5 L'Assistenza sociale

Dopo oltre cinquant’anni il Parlamento ha varato la nuova disciplina dell’assistenza, come diritto all’inclusione sociale, in applicazione dell’art. 38 della Costituzione sul diritto all’assistenza, innovando la normativa finora esistente che risaliva alla legge Crispi del 1890, improntata alla carità per i poveri.

Ma la legge approvata non è soddisfacente in particolare per quanto riguarda l'esiguità delle risorse, il ruolo eccessivo del privato, la destinazione delle risorse alle regioni senza destinazione d'uso.

La CGIL ritiene dunque necessario che vengano apportate sostanziali modifiche a partire dal mantenimento del fondo nazionale di perequazione, risultando evidente su questa materia che le regioni "povere" dovranno fare fronte a necessità di assistenza maggiore di quelle "ricche".

Nello specifico le maggiori carenze riguardano:

Al fine di migliorare i contenuti della legge, oltre quanto già osservato, occorre prevedere:

3.3.6 La Sanità

Il diritto alla salute, inteso non solo come cura ma come promozione attiva del benessere psicofisico, attraverso la prevenzione, cura e riabilitazione, è un elemento fondamentale di egualitarismo e solidarietà, un fattore strategico per la qualità della vita, dell'ambiente, dello sviluppo economico e sociale.

Occorre difendere il carattere pubblico della sanità in quanto una forte presenza privata (come avviene negli Usa) non assicura risultati soddisfacenti in termini economici e di servizio, moltiplicando la spesa e peggiorando la situazione sanitaria.

La CGIL ritiene che l'accordo Stato-Regioni raggiunto in Agosto 2000 che prevede la scomparsa del Fondo Sanitario Nazionale e l'eliminazione della destinazione d'uso sia un dato negativo da recuperare

Egualmente negativi per la CGIL sono i referendum regionali promossi in alcune regioni del Nord per assegnare la totalità delle competenze in materia sanitaria alle Regioni; in tal modo cadrebbero anche i vincoli nazionali riguardo agli standard delle prestazioni e al carattere principalmente pubblico della Sanità.

C'è da aggiungere, e non è elemento secondario, che la prospettiva della totale regionalizzazione della Sanità vanificherebbe il Contratto Nazionale per gli operatori del settore.

Inoltre:

3.3.7 L'integrazione socio-sanitaria

Una efficace promozione del benessere psicofisico esige un approccio sociosanitario integrato, che consenta uno stretto raccordo fra servizi sanitari ed assistenziali, per unificare l'intero ciclo delle prestazioni, superando l'attuale separatezza amministrativa, che ha consegnato la gestione delle Asl alle regioni e dell'assistenza ai comuni.

Risulta in tal senso centrale il ruolo dei Distretti sociosanitari che consentono un governo unitario del sistema, e la promozione del benessere, con interventi integrati, continuativi e globali: prevenzione, cura, riabilitazione, reinserimento sociale. In particolare l'azione dei distretti consente:

3.3.8 Garantire la condizione sociale degli anziani

In una società equilibrata gli anziani sono una risorsa. Il progressivo invecchiamento della popolazione, che deriva dall'aumento della durata della vita media a fronte del miglioramento delle condizioni sanitarie e di vita (che è un fatto positivo e non una iattura sociale), per cui già oggi circa un quinto della popolazione è costituito da anziani, è una sfida che richiede la costruzione di un nuovo modello di relazioni sociali, capace di garantire l'inclusione degli anziani.

Oggi invece la condizione di anziano frequentemente comporta crescenti problemi di emarginazione sociale e culturale e di precarietà delle condizioni di salute.

La CGIL rivendica:

Per il conseguimento di tali obiettivi è indispensabile intervenire, oltre che sui terreni previdenziale e sociosanitario, anche su di una serie di altri terreni specifici, al fine di:

3.3.9 I Servizi Pubblici

La privatizzazione in corso dei Servizi Pubblici è una delle più grandi operazioni sociali, politiche e finanziarie del nostro Paese, che si inserisce pienamente nell'idea liberista di affidare al mercato, e quindi a dei soggetti privati, anche il soddisfacimento dei bisogni collettivi.

Centrale, in questa direzione, è la possibile modifica costituzionale con l'inserimento del concetto di "sussidiarietà" dei privati per lo svolgimento di attività di interesse generale. Modifica già anticipata nel disegno di legge sull'assistenza, dove addirittura viene previsto che i soggetti privati, ancorchè no-profit, partecipino alla programmazione dei servizi che poi potrebbero essere loro affidati.

Il costo dei servizi pubblici, in particolare quelli alla persona, è in gran parte costo del lavoro; sotto questo aspetto la valorizzazione del cosiddetto "terzo Settore" è pericolosa basti pensare anche solo al settore della cooperazione o del volontariato, dove le condizioni di chi vi opera sono spesso drammatiche: applicazione di contratti collettivi di lavoro inferiori sia sul piano normativo che economico, spesso lavoro nero, inesistenza delle tutele antinfortunistiche, minor tutela previdenziale (emblematici sono i soci lavoratori di cooperative).

L'esternalizzazione dei servizi pubblici locali, che diverrà obbligo con l'approvazione del collegato alla Finanziaria 1999, di Energia non elettrica, Gas, Acqua, Rifiuti e Trasporti pubblici locali, con il meccanismo della gara al massimo ribasso sta determinando problemi occupazionali, concorrenza basata sulla riduzione del costo del lavoro piuttosto che sulla qualità dei prodotti.

Con l'esternalizzazione aumentano le tariffe e scompaiono le fasce sociali.

In particolare non è ammissibile che vengano esternalizzati servizi quali gli asili nido e l'assistenza domiciliare che per loro natura non possono essere gestiti con logiche aziendalistiche.

3.4. Scuola, Università, Ricerca

3.4.1 Considerazioni generali

L'evoluzione storica del sistema formativo mette in luce un intreccio profondo tra i istruzione generale e formazione professionale e tra questi e l'evoluzione della società.

Nei primi anni '60, con l'istituzione della Scuola Media Unica, si supera la separazione dei percorsi formativi, che confinava i ceti sociali più deboli in una formazione scolastica espressamente finalizzata all'inserimento, precoce e dequalificato, nel mondo del lavoro, riservando in via quasi esclusiva ai figli delle classi dominanti il raggiungimento dei livelli più alti di istruzione.

Si afferma così una idea alta di attuazione del dettato costituzionale e, contemporaneamente, prende forma un progetto di innalzamento del livello culturale di tutti i cittadini che accompagni la crescita economica del paese, ponendo le basi per la scolarizzazione di massa degli anni successivi che farà della scuola un importante strumento di promozione sociale e di crescita civile.

Gli anni '90 rappresentano per la scuola una fase di involuzione corrispondentemente all'accentuarsi della pressione per fare della formazione elemento importante e funzionale alle esigenze del mercato e delle sue trasformazioni in particolare in direzione della precarietà e della flessibilità.

Si appanna così progressivamente il ruolo costituzionale della scuola di formazione del cittadino come soggetto sociale.

Occorre perciò che nella Cgil si ridefiniscano i parametri teorici con cui affrontare tali importanti questioni:

3.4.2 Scuola

La legge di parità che introduce il sistema formativo integrato tra pubblico e privato apre, nei fatti, la strada alla privatizzazione dell'intera formazione pubblica.

Lo stesso decentramento da fatto di democrazia rischia di trasformarsi in discriminazione sia nel caso dell'autonomia scolastica che nel caso della regionalizzazione.

In questo quadro anche l'elemento importante della professionalità dei docenti diventa incomprensibile e confuso in assenza di riferimenti sociali.

C'è bisogno di nuovo progetto che riaffermi il carattere eminentemente pubblico e laico della scuola e sappia operare un sintesi felice tra la formazione del cittadino come soggetto sociale e la trasmissione di saperi connessi con il mondo del lavoro.

Parimenti va riaffermato il diritto allo studio di fronte all'emergere di nuovi elementi di selezione economica.

Solo così è possibile riguadagnare il consenso sociale ad una politica qualificata di riforme, di cui la scuola ha urgente necessità.

La riforma dei cicli va sottoposta a verifica e a revisione alla luce delle valutazioni diffuse tra insegnanti, studenti e famiglie.

Va rivendicata una risposta positiva a richieste riguardanti misure strutturali di carattere pedagogico, professionale e sindacale indispensabili a garantirne il carattere democratico, qualitativo e condiviso.

Sul piano pedagogico va ribadita la generalizzazione della scuola pubblica dell’infanzia e, conseguentemente, la sua piena cittadinanza nella scuola riformata con l’inserimento del suo ultimo anno nell’obbligo, il carattere educativo e non istruttivo del ciclo di base, il carattere orientativo e fortemente unitario del primo biennio della secondaria.

Sul piano qualitativo va garantito il coinvolgimento delle scuole nella definizione dei curricoli e nel monitoraggio delle sperimentazioni in atto, la salvaguardia delle competenze professionali in relazione alle diverse fasce di età, la formazione in servizio mediante periodi sabbatici e con priorità per i processi di riconversione e specializzazione.

Bisogna affermare l'innalzamento a 18 anni dell'obbligo scolastico, per evitare il rinascere di antiche discriminazioni tra istruzione ed avviamento al lavoro, che rischia di ripristinare antiche discriminazioni tra istruzione ed avviamento al lavoro. Tutte e tutti devono poter frequentare la scuola pubblica dell'obbligo fino al compimento della maggiore età, al fine di poter possedere una formazione di base critica, che li metta in grado di muoversi nell'attuale società.

Per una politica di questo tipo occorre cambiare: non più il primato dell’organizzazione, dei profili professionali, della professionalità astratta, ma il primato della relazione educativa, dei bisogni formativi, del progetto di scuola e di società.

Trasformare questi presupposti in rivendicazioni concrete, vuol dire, prima di tutto:

3.4.3 Università e ricerca

Università

La riduzione in percentuale sul P.I.L. della spesa per l’istruzione e la ricerca ha spostato il baricentro della formazione in direzione della privatizzazione. Il fatto che questo processo di contenimento dei finanziamenti si sia svolto parallelamente al riconoscimento dell’autonomia universitaria ne fornisce una chiave d’interpretazione.

Nata come tentativo di superare l’eccessivo centralismo ministeriale e di garantire il diritto allo studio, l’autonomia ha in gran parte fallito i suoi obiettivi. La spinta alla competizione ha finito col privilegiare le università con dimensioni e possibilità maggiori, consolidando una gerarchia cui corrisponde un ineguale valore dei titoli di studio rilasciati.

La riduzione della spesa ha determinato che i singoli Atenei si sono visti costretti a rivalersi delle minori entrate sugli studenti, aumentando il livello delle tasse d’iscrizione e i contributi.

La selezione, che in questo modo si viene ad instaurare, ha una natura apertamente classista. Essa mette in discussione una delle conquiste del movimento studentesco del ‘69, l’università di massa.

Oltre che nell’ambito dell’attacco al diritto allo studio, la tendenza a ricostruire un’università di élite si esplica nella pratica del numero chiuso: i sostenitori della limitazione degli accessi traggono i loro argomenti da due osservazioni: quella della mancanza di sbocchi sul mercato del lavoro per i laureati.

Ma le statistiche ci dicono anche un’altra cosa: l’Italia continua ad essere, tra i Paesi europei, ad uno degli ultimi posti per percentuale di laureati sul complesso della popolazione.

C'è inoltre il problema della qualità degli studi universitari.

La riforma, avviata dal ministro Berlinguer e portata avanti da Zecchino, non risponde alla richiesta di una più elevata qualificazione dei curricoli ma piuttosto alla richiesta del privato di impadronirsi dell’alta formazione.

Sul versante del lavoro e dei lavoratori si assiste ad un ampliamento immotivato di nuove tipologie di lavoro flessibile e di collaborazioni coordinate e continuative.

Ricerca

L’incidenza sul PIL della spesa per ricerca e sviluppo in Italia rimane di gran lunga inferiore rispetto ai principali Paesi industrializzati; si registra un picco negli anni ‘90-’93 (da 1,32 a 1,26%) seguito da una immediata riduzione che ha mantenuto cumunque il valore sotto la metà degli altri Paesi (Francia, Germania, Regno Unito, Giappone e Stati Uniti) le cui percentuali variano in quegli anni da 2,3 a 2,6% e si sono mantenute su quei livelli. Per il 1999 la percentuale globale in Italia dell’incidenza della spesa per R&S era prevista del 1,18%.

La conseguenza è che il numero di numero di pubblicazioni scientifiche percentualmente è di gran lunga più basso di quello degli altri Paesi, il numero di brevetti prodotti e la sua incidenza percentuale è irrisoria, il numero degli addetti è al di sotto dei dati degli altri Paesi.

Le otto Stazioni sperimentali dell’industria sono diventate enti pubblici economici (un regalo all’impresa!), l’ISTAT sta assumendo la configurazione tipica di un ministero, senza la presenza di un organo di governo che salvaguardi l’attività di ricerca che vi si svolge, l’ISS e l’ISPESL sono in balia del ministro della Sanità che predilige la loro natura di "organi tecnici" del ministero rispetto alla loro vocazione di ricerca nell’ambito della sanità e della prevenzione e sicurezza.

Le proposte principali:

Dal punto di vista organizzativo e statutario la Confederazione deve darsi strumenti che rendano le scelte politiche alla portata degli iscritti, superando l’attuale organizzazione della Federazione per le politiche formative, che espropria le categorie del dibattito e delle iniziative politiche. Al proposito è opportuno una organizzazione confederale dipartimentale.

3.4.4 La formazione

Se è vero. infatti, che risponde ad una esigenza condivisibile l'obiettivo di garantire e tutti i giovani, anche a coloro che scelgono di non proseguire negli studi, una formazione qualificata, è forte il rischio che si riproponga, perfino con maggiore forza, una discriminazione, inevitabilmente di segno classista, tra un percorso formativo di serie A, quello scolastico, ed uno di serie B, relativo alla formazione professionale o, peggio, all’apprendistato.

E’ in ogni caso necessario conferire una valenza nuova alla formazione, non appiattita sulla formazione professionale e sui contratti di apprendistato attualmente in vigore. Occorre, quindi, che la formazione sia indirizzata anche alla costruzione di un sapere critico e all’acquisizione di conoscenze teoriche e tecniche, accanto a quelle pratiche. Una buona formazione, anche sul piano culturale, può consentire ai lavoratori di meglio difendersi dai pericoli della flessibilità/precarietà.

Si tratta perciò di rivendicare uno spazio della formazione autonomo e svincolato dalle leggi del mercato del lavoro per sottrarre i lavoratori giovani alla subordinazione di una occupazione precaria e atipica, contrapponendo regole forti alle esigenze di profitto delle imprese. Si pensi, ad esempio, a cosa può significare l’adempimento dell’obbligo formativo nell’ambito dei rapporti di apprendistato nella complicata realtà di questi rapporti, speso mal retribuiti ed occasione di vessazioni di vario tipo.

Molto può essere fatto per contrastare le tendenze più negative sia sul piano legislativo, sia sul terreno contrattuale. Occorre tuttavia battersi per ripristinare una priorità del governo pubblico anche in tema di formazione, individuando le modalità che lo possano garantire (definizione di standard qualitativi per i progetti formativi, valutazione dei soggetti pubblici dei progetti, convenzioni) e puntando ad un forte ruolo dello Stato nella determinazione degli indirizzi e delle politiche generali, nel cui quadro deve muoversi l’iniziativa delle Regioni.

Non va poi dimenticata l’arretratezza strutturale del sistema della formazione professionale italiana che accanto ai pochi casi di buon funzionamento presenta elementi perfino al limite della legalità e che comunque registra forti differenze tra le varie regioni. Ciò rende improcrastinabile una radicale riforma del settore che stabilisca, tra l’altro, criteri rigidi per l’accreditamento delle strutture erogatrici dell’offerta formativa e che subordini al possesso dei requisiti richiesti la possibilità di accesso ai finanziamenti pubblici.

Solo a queste condizioni sarà possibile sviluppare una efficace oltre che indispensabile collaborazione tra sistema di istruzione e sistema della formazione professionale che rompa la logica del ghetto e, allo stesso tempo, ricollochi la formazione per il lavoro nel quadro più generale della formazione del cittadino.

3.5 Democrazia sociale e sindacale

3.5.1 Salvaguardare il diritto di sciopero

Sotto la parola d'ordine della "governabilità" gli anni '90 hanno visto un processo di riduzione della democrazia e del pluralismo politico (maggioritario) e sociale (diritto di sciopero, ecc.)

L'ultima recente legge sullo sciopero con l'accentuazione dei poteri della commissione di garanzia e le ulteriori limitazioni all'esercizio dello sciopero ha travalicato in modo sostanziale le precedenti, discutibili, normative che si basavano sull'obbligatorietà dell'autoregolamentazione.

La CGIL deve avanzare una nuova proposta per una normativa sullo sciopero che trovi un compromesso democratico tra i diritti sindacali dei lavoratori e quelli degli utenti.

L'emergere nei settori dei trasporti e dei servizi pubblici di organizzazioni sindacali che raggruppano su base professionale e corporativa quei settori di lavoratori ad alto potere di ricatto sociale non può essere combattuta con provvedimenti repressivi che restringono per tutti il diritto di sciopero e producono, come risultato finale, un rafforzamento delle tensioni corporative.

3.5.2 Conquistare la legge sulla rappresentanza

La legge sulla rappresentanza sindacale che, pur con tutti i suoi limiti, poteva rappresentare un importante passo avanti, è ferma in Parlamento e, per questa legislatura, non sarà approvata.

Il vuoto legislativo in tale materia rischia di far arretrare anche quelle esperienze positive come la nascita delle RSU nel Pubblico Impiego.

Per la CGIL la realizzazione di una legge che dia concretezza ad un unico soggetto contrattuale dentro i luoghi di lavoro (RSU), che abbia un mandato preciso da tutti i lavoratori e le lavoratrici, e che regoli in forma democratica la verifiche delle reali rappresentanze sindacali, rappresenta un obiettivo strategico.

La CGIL si propone di riprendere in prima persona la battaglia per una legge sulla rappresentanza con una campagna di mobilitazioni e manifestazioni pubbliche di delegati e lavoratori.

Ma la CGIL deve assumere in prima persona nelle sue scelte e comportamenti la democrazia sindacale a partire da quella di mandato rispettando il dettato statutario che nessun accordo può essere firmato senza il consenso dei lavoratori o, in carenza, quello degli iscritti.

3.6 Per una riforma democratica e pluralista della CGIL

3.6.1 Le motivazioni

L'arretramento del movimento dei lavoratori avvenuto negli anni '90 e le politiche concertative e di centralizzazione contrattuale conseguenti all''accordo del 23 Luglio e dei successivi "Patti" hanno interrotto i canali di democrazia e partecipazione accentuando in CGIL processi di burocratizzazione e centralizzazione.

Corrispondentemente alla perdita di ruolo delle strutture sindacali sui luoghi di lavoro e all'affievolirsi del protagonismo dei delegati hanno perso ruolo nell'organizzazione gli organismi dirigenti (direttivi) e sempre più il luogo delle decisioni si sposta nelle segreterie se non, sovente, nella figura del segretario generale.

La stessa dialettica interna che con il passaggio dalle componenti di partito alle aree programmatiche avrebbe dovuto assicurare autonomia e pluralismo pur registrando passi in avanti stenta a esplicarsi pienamente.

Sul terreno dell'autonomia la caduta progressiva di questi ultimi anni non è solo dovuta alle scelte di collocazione rispetto la quadro politico e nella mancanza di un autonomo progetto sociale e sindacale ma trova terreno fertile caduta della capacita di lettura critica della società da parte di tutto il corpo della CGIL.

Sul terreno della dialettica interna se si è verificato un passo avanti con l'approvazione delle regole che garantiscono i diritti formali delle minoranze congressuali, sul piano sostanziale si verifica ancora una gestione delle politiche sostanzialmente di maggioranza con scarisssima capacità, pur in presenza di un governo unitario in moltissime strutture, di produrre una sintesi reale delle posizioni.

La CGIL con questo XIV° Congresso nel momento in cui decide una svolta nelle politiche contrattuali e sindacali apre un corrispondente processo di riforma interna di democratizzazione, sburocratizzazione, piena attuazione di un pluralismo compiuto.

La riforma interna dovrà anche affrontare i cambiamenti avvenuti in questo decennio adeguando le strutture della Confederazione ai mutamenti avvenuti nel mondo del lavoro

3.6.2 Un processo da accelerare

Il processo di autoriforma della CGIL avviato nel precedente congresso, pur avendo realizzato le importanti regole di vita interna, però procede ancora troppo lentamente, di fronte all’evoluzione dello scenario contrattuale e sociale del nostro paese.

Il mancato svolgimento della Conferenza di Organizzazione non ha aiutato questo processo.

Confermando quanto contenuto nel documento per l'autoriforma del precedente congresso relativamente al ruolo delle strutture di base della CGIL, in particolare dei Comitati degli Iscritti, allo spostamento di risorse umane e materiali verso la periferia , va sottolineato che in questi anni tale progetto non ha avuto la necessaria concretizzazione.

Nel XIV° Congresso la CGIL intende avviare concretamente anche con le necessarie precisazioni statutarie:

3.6.3 Democrazia di mandato

LA CGIL già nel passato congresso si è espressa chiaramente per la verifica democratica delle piattaforme elaborate dalle organizzazioni sindacali, e sulla conseguente verifica, a consuntivo, delle ipotesi di accordo raggiunte.

La realtà che si è determinata in questi anni è stata purtroppo molto deludente.

La rottura dell’unità sindacale ha sostanzialmente impedito lo sviluppo di una reale partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici, nel momento decisionale, . Va comunque sottolineato che questa mancata partecipazione dei lavoratori, è stata indubbiamente determinata anche dalla stessa struttura centralistica insita nella politica concertativa.

Va sottolineato che nei pochi momenti di reale coinvolgimento dei lavoratori e delle lavoratrici, il segno positivo è stato evidente: si ricordi, uno per tutti, l’esempio della Zanussi sul referendum relativo all’ipotesi di accordo sulle flessibilità.

Pertanto il XIV Congresso della CGIL assume formalmente l’impegno:

3.6.4 Democrazia di organizzazione

Le regole fissate nelle delibere approvate dal direttivo del 12 luglio 1999, rappresentano una pietra miliare nella direzione della democratizzazione della CGIL

Con esse si sono anche formalmente seppellite la presenza in CGIL delle componenti di partito.

La strada sul processo di democratizzazione della CGIL è comunque ancora agli inizi, e molti sono ancora gli sforzi da compiere.

3.6.5 Le nuove Camere del Lavoro

Strutturalmente la CGIL ha uno sviluppo organizzativo che opera su due direttrici: uno verticale, con le categorie, ed uno orizzontale con le Camere del Lavoro. A secondo dei periodi storici l’ago del peso politico di queste due direttrici è oscillato da una parte o dall’altra a secondo delle condizioni oggettive contrattuale, e del mercato del lavoro. Negli anni 70, l’irrompere di una forte vertenzialità a tutti i livelli, ha certamente dato una centralità alle categorie, cosa che invece era ribaltata negli anni 50 dove la confederalità era prevalente.

Ora in un mercato del lavoro devastato dalla precarizzazione e da forme deboli di rapporto contrattuale, occorre ridare centralità alla camera del lavoro territoriale come luogo della aggregazione del mondo del lavoro. Ciò ha una particolare rilevanza se si guarda al mondo giovanile.

La riunificazione del mondo del lavoro passa anche attraverso la creazione di un luogo, fortemente radicato sul territorio, che sappia sviluppare una vertenzialità diffusa ed unificante, tra i garantiti ed il "popolo delle flessibilità" .

3.7 Per una Riforma democratica dello Stato

La necessità di una riforma democratica dello Stato Italiano è ormai una esigenza non rinviabile per la distanza crescente tra istituzioni e popolazione che non vede risposte adeguate ai propri problemi.

La democratizzazione dello Stato ed il suo decentramento sono esigenze opposte a quelle di "governabilità" che provengono dai "poteri forti" e dal ceto politico

Il percorso del federalismo amministrativo e fiscale così come ha preso corpo nel nostro paese, evidenzia tratti del tutto anomali rispetto al federalismo tradizionale, sviluppatosi in alcuni paesi europei (Germania - Svizzera) o extra europei come gli Usa che nasce come spinta dal basso, per unire territori e costituire uno stato federale.

Nel caso italiano il cosiddetto "federalismo" è nato con il segno negativo di risposta, sullo stesso terreno, alle spinte particolaristiche e secessionistiche della Lega Nord..

Il modello che si va prefigurando è sempre più quello, negativo, di un nuovo centralismo regionalista.

Le modifiche al Capo V della Costituzione votate a maggioranza, in seconda lettura dal Senato, innescano elementi di destabilizzazione istituzionale e democratica. Il concetto di "sussidiarietà", così come espresso dal testo licenziato dal Senato, apre una preoccupante delega al settore privato nell'ambito di interventi sociali che dovrebbero ricadere nella sfera delle competenze istituzionali, sia nella fase di programmazione che nella gestione dei servizi, assicurando standard qualitativi e quantitativi delle prestazioni omogenei su tutto il territorio nazionale.

Si delegano inoltre alle regioni funzioni di potestà legislativa, concorrente a quella statale, su materie come il lavoro, la tutela della salute, la previdenza complementare, materie che richiedono assoluta uniformità di indirizzo e gestione su tutto il territorio.

In questo modo si aprono le porte ad una pericolosa deregolamentazione su princìpi e diritti che sono parte fondamentale delle garanzie sociali di uno stato di diritto e democratico.

Per la CGIL è essenziale che su questioni sociali determinanti per i lavoratori e per la popolazione quali le prestazioni dello Stato Sociale, i servizi Pubblici,la Previdenza, il mercato e le garanzie del lavoro e si mantenga una struttura che garantisca le stesse prestazioni in tutto il paese.

Per questo la CGIL chiede una modifica che espunga questi punti dalle materie delegate alle Regioni.

La CGIL è nettamente contraria al federalismo fiscale.

La CGIL ritiene che un forte decentramento dei poteri dello Stato e della sua amministrazione debba avvenire al fine di rendere le istituzioni Pubbliche nel loro complesso più efficienti ed efficaci e più vicine alle esigenze delle popolazioni.

Ciò non toglie che vada comunque perseguita una razionalizzazione ed un processo di aumento di efficacia e di efficienza dei servizi pubblici, in particolare di quelli locali che debbono comunque rimanere pubblici o, comunque, anche se con il contributo dei privati non possono soggiacere escluisivamente alle leggi del mercato

Più in generale c'è da chiedersi se, in un contesto di questo tipo, abbia senso percorrere un progetto di "federalismo solidale" da contrapporre al "federalismo dei ricchi"; quanto piuttosto una riforma democratica dello Stato che coniughi decentramento e partecipazione e risposte ai bisogno sociali della popolazione.

3.8 Per una Europa Sociale

Il processo di costruzione dell'Unione Europea, dagli accordi di Maastricht al Patto di stabilità relativo all'Euro, è avvenuta sotto l'egida delle politiche economiche liberali e monetarie senza una unione politica che definisca partecipazione e assetto democratico ma, ancora di più, senza la definizione di garanzie sociali comuni per i lavoratori ed i popoli del continente.

La stessa Carta dei Diritti Fondamentali dell'UE non contempla i diritti sociali salvo affermare il principio liberale secondo cui ogni cittadino può scegliere liberamente la propria professione

Le politiche sociali dell'Unione europea, definite al vertice di Colonia, sono di ispirazione liberista e la CES non le ha efficacemente contrastate anche se la piattaforma definita al recente congresso di Helsinki prospettava un impianto diverso.

Il vertice di Nizza ha registrato un battuta di arresto del processo di costruzione di un'Europa Politica registrando una ripresa dei nazionalismi.

Senza una assetto democratico delle istituzioni europee (un parlamento con pieni poteri politici e legislativi) come senza una definizione di "Stato Sociale Europeo" vincolante per tutti i paesi, non è data costruzione politica dell'Europa.

Daltronde una identità comune europea può essere solo ricercata nella peculiare esperienza che la distingue dal resto del pianeta; lo Stato sociale ed i diritti democratici individuali e collettivi.

La CES che con la manifestazione realizzata per il vertice di Nizza ha compiuto un indubbio passo avanti, sconta ancora il fatto di non essere una reale organizzazione sindacale in quanto le maggiori organizzazioni sindacali europee non sono state , fino all'oggi, disposte a cedere parti reali di sovranità.

La CGIL, con maggiore decisione ed efficacia rispetto al passato, intende sostenere la trasformazione della CES in un reale sindacato europeo dotato di poteri di contrattazione.

Anche per la CES si pone lo stesso problema dell'UE di una sua democratizzazione e riforma istituzionale superando l'assetto basato esclusivamente per nazioni e per organizzazioni sindacali affiancandogli anche una dialettica e una rappresentanza di posizioni sindacali.

La costruzione dell'Europa Sociale richiede, oltre il mutamento delle politiche economiche e sociali fin quì perseguite dall'UE, un processo di convergenza basato su parametri sociali (percentuale di spesa sociale sul PIL, armonizzazione dei diritti del lavoro, convergenza delle politiche salariali, ecc. ) che prenda le mosse da un Carta dei Diritti Sociali

Le politiche sociali dell'UE vengono definite nei periodici vertici dei Governi e poi tradotte in Direttive dalla Commissione di Bruxelles; si tratta di procedure unilaterali.

Così come le Direttive sul Tempo Determinato e sul Part-Time sono state la traduzione di un accordo negoziato tra CES ed UNICE (Padronato Europeo) la CES deve rivendicare l'apertura di un vero e proprio tavolo di negoziazione con la UE sulle politiche sociali supportando eventualmente le proprie proposte con azioni di lotta a livello europeo.

Eguale processo deve valere per i Sindacati Europei di categoria.

Per procede in questa direzione è necessario che i CAE (Comitati aziendali Europei) assumano poteri contrattuali.

La CES va in ogni caso riformata introducendo meccanismi reali di rappresentanza e di democrazia superando l'attuale struttura per nazione e di tipo maggioritario

Parimenti va istituita la cosiddetta "clausola sociale" cioè un sistema per scoraggiare la concorrenza sul mercato europeo di merci vendute a minor prezzo di quelle prodotte localmente in quanto provenienti da paesi extracumunitari che non hanno istituti sociali e di protezione del lavoro.

Poichè paesi in questione accusano la clausola sociale di essere uno strumento di tipo protezionistico dei "ricchi" che danneggia il loro sviluppo economico sarà opportuna che l'UE realizzi accordi con questi paesi di non applicazione della Clausola sociale a fronte di impegni verificabili al miglioramento delle condizioni sociali e di lavoro nelle produzioni coinvolte. (ad esempio per la importazione dall'India di prodotti di pelletteria avere garanzie sul lavoro minorile, ecc).


 ALLEGATI

Fanno parte integrante di questo Documento Congressuale una serie di schede sintetiche documentative su vari argomenti che saranno consegnate all'atto della assunzione dei documenti congressuali da parte del CD CGIL .

 


QUESTO DOCUMENTO E' STATO PRESENTATO ALLA COMMISSIONE POLITICA PER IL XIV° CONGRESSO DELLA CGIL RIUNITA IL 18 DICEMBRE 2000 DA:

GIANPAOLO PATTA

FERRUCCIO DANINI

GIORGIO CREMASCHI