Patto per lo sviluppo

Nicola Nicolosi - Segretario Cgil Lombardia

la posizione contraria di "Lavoro Società - cambiare rotta" della Cgil Lombardia, espressa in occasione del direttivo Chil Lombardia dell'11 settembre 2001

 

Il Patto per lo sviluppo dell’economia, del lavoro e della coesione sociale in Lombardia che il Governo della regione ha proposto alle parti sociali e ad altre organizzazioni, segna una significativa discontinuità rispetto ai precedenti documenti sottoposti alla attenzione delle parti sociali.

Evidentemente, con il nuovo assetto governativo nazionale sono venute meno le conflittualità sui temi economici e politici che esistevano tra governo e Giunta Formigoni e sono cresciute le pretese autonomistiche della regione Lombardia.

Il precedente Governo di Centrosinistra aveva solo in parte limitato l’azione della giunta di Formigoni, e in particolare non è stato in grado di modificare alcuni provvedimenti regionali che hanno indebolito l'azione della pubblica amministrazione in tema di diritti universali come la sanità. Anzi, si è provveduto a sostituire il Ministro che aveva tentato di bloccare l’operato della Giunta Formigoni.

Il Patto per lo sviluppo segna una forte discontinuità con quello precedente, a partire dalla premessa in cui si sostiene "la piena valorizzazione nello Statuto regionale dei principi e dei metodi del partenariato". Riteniamo questa scelta una forzatura politica e tecnico-giuridica, che assume come modello costituente per il futuro Statuto regionale lombardo le relazioni tra forze sociali (sindacati e imprenditori) e il governo del territorio; si supera lo spirito federalista e si intravede un Patto corporativo.

In questo modo si alimenta una anomalia che può avere pericolose ripercussioni anche in materie delicate come quella di intervenire sulla Corte Costituzionale, indicata nel Patto per lo sviluppo (pagina 6).

Il rischio è quello di alimentare un ulteriore svuotamento della democrazia rappresentativa parlamentare già duramente provata dalla riforma costituzionale che ha istituito la figura del "Governatore". Se venisse approvata tale proposta si indebolirebbe il Consiglio Regionale e per questa via la partecipazione dei cittadini alla vita democratica della regione, e si svilupperebbe una ingiustificata rappresentanza degli interessi parziali, che la società in varie forme manifesta. Questo mutamento non sarebbe certamente una pagina "gloriosa" della vita democratica del paese e della Lombardia e sarebbe un pericoloso precedente, nonché un paradigma che rischia di condizionare anche le relazioni sociali nazionali.

Il Patto per lo sviluppo è del tutto inefficace rispetto ai vincoli economici e sociali che condizionano lo sviluppo della regione, non solo e non tanto in termini i di crescita economica ma soprattutto in termini di qualità.

Infatti, il Patto rischia di aumentare gli ostacoli che limitano lo crescita di uno stato sociale universale, lo sviluppo industriale almeno prossimo al livello qualiquantitativo europeo, la realizzazione degli obbiettivi in tema di lavoro sanciti a Lisbona dalla Comunità Europea, fino alla inadeguata idea "infrastruttura", che nel Patto è piegata a sola mobilità e strade.

Sostanzialmente, il patto non aggredisce i vincoli economici e sociali della Lombardia a causa di una analisi del tutto inadeguata rispetto alla insufficienza del tessuto economico regionale.

E’ di un qualche interesse l'incremento registrato dal commercio con l'estero dalla Lombardia del 18% nel 2000 rispetto al 1999, ma è altrettanto preoccupante la relazione tra Pil ed importazioni che crescono del 23,3% rispetto al 1999, cioè si conferma, e purtroppo si rafforza l’immagine di una regione incapace di intercettare non solo una domanda di consumo interno, ma anche la domanda dei beni intermedi che continua a crescere in ragione dell'aumento della commercio intraindustriale.

Inoltre, il quadro macroeconomico della Lombardia comparato alla Unione Europea rispetto ai principali indicatori economici e sociali, manifesta più che un avvicinamento alla stessa Europa un progressivo allontanamento. Soprattutto, si manifesta una inquietante relazione tra investimenti ed importazioni, in quanto la crescita degli investimenti è stata in parte intercettata proprio dalle importazioni.

Sostanzialmente la regione Lombardia rinuncia, in questo modo, alla creazione di occupazione qualificata preferendo importare l'innovazione tecnologica.

Infatti, facendo cento l'indice di comparazione rispetto a un campione di regioni europee, la Lombardia ha 75,3 brevetti per milione di abitanti, 80,8 brevetti per milione di popolazione attiva e 85,9 di spese in ricerca e sviluppo in percentuale del prodotto interno lordo nel 1999.

E’, inoltre, disarmante l'obiettivo indicato dalla attuale Giunta di affidare alle famiglie, attraverso il bonus, una parte della crescente domanda di cura e assistenza. Infatti, queste politiche tese a sostenere un welfere minimo non considerano le trasformazioni demografiche e strutturali della famiglia, la sua crescente fragilità, in particolare nelle fasce più deboli, come sostiene dello stesso istituto di ricerca regionale IRER.

Mentre aumentano i bisogni collettivi, così come la domanda di qualità dei servizi, la pubblica amministrazione si affranca dal suo ruolo storico, riducendo la quota dei servizi gestiti direttamente a tutto vantaggio dai soggetti privati.

Viviamo una fase storica dove lo stato sociale è continuamente attaccato dai fautori del libero mercato, facendo venire meno l’intermediazione sociale svolta dalla pubblica amministrazione. Per noi l’universalità dei diritti e il loro carattere pubblico e l’accesso per tutti sono principi inderogabili. Il Patto invece alimenta la concorrenza tra servizi pubblici e servizi privati tutta a favore di una parte del privato sociale.

Sostanzialmente il Patto è finalizzato al superamento del ruolo storico di agente economico e sociale realizzato dalla pubblica amministrazione, piegando cosi la società e l'economia lombarda ai bisogni e alle priorità del cosiddetto "pubblico privato".

Inoltre, il Patto (pagina 9) sancisce lo sviluppo di patti territoriali regionali sganciati dalla normativa nazionale, che almeno limita il loro utilizzo, e prefigura una politica industriale pubblica che interviene solo in caso di emergenza, cioè i costi delle inefficienze del mercato e dei privati sono collettivi, mentre i benefici sono solo privati.

Solo che in questo modo è spiegabile la infelice dizione presente nel Patto a pagina 15 "libertà di scelta dei lavoratori". In questo modo si stravolgere l'articolo 1 della Costituzione italiana che sancisce il diritto al lavoro, e limita l'azione della pubblica amministrazione che invece dovrebbe rimuovere tutti gli ostacoli che impediscono la realizzazione del lavoro, anche attraverso un suo diretto intervento nel funzionamento dell'economia, così come possibile derogare dalle normative dei contratti nazionali in materie di politiche per il lavoro.

Ancora più preoccupante è la caduta di tensione in tema di infortuni sul lavoro nel Patto per lo sviluppo, che vedono la nostra regione ai primi posti nella triste classifica di incidenti e morti.

Sostanzialmente, la regione Lombardia rinuncia a guidare lo sviluppo, e non a caso si astiene da una presenza qualificata nelle società di Pubblica Utilità, che rischiano il processo di privatizzazione (pagina 27), cioè si mercificano i servizi che sono da sempre considerati pubblici per definizione.

Le affermazioni contenute nel Patto come "... favorendo ed attuando la rigorosa applicazione del principio di sussidiarietà, orizzontale e verticale (pagina 1)"; "... svolgere funzioni di interesse pubblico tramite il mercato e il privato sociale (pagina 5)", possono essere meglio comprese alla luce della modifica liberista del sistema economico che vuole rimuovere il ruolo della Pubblica Amministrazione, e favorisce una politica fiscale tesa a penalizzare le entrate dello Stato, facendo venire meno le risorse economiche destinate al welfere.

Ciò determina lo svuotamento del ruolo storico dello Stato come si era costituito nelle democrazie europee.

La rinuncia ad una seria programmazione dello sviluppo lombardo è palese quando nel Patto si usa, e con una certa insistenza, la dizione "modernizzazione".

Infatti, i provvedimenti della pubblica amministrazione devono essere efficaci per definizione, non devono "modernizzare". Non a caso tutti i provvedimenti a sostegno delle imprese, compresa la inusuale costituzione dell’Assessorato all'Artigianato, non sono improntati alla efficacia, ma bensì alla sola efficienza per quanto riguarda l'erogazione del denaro pubblico alle aziende.

Solo per fare un esempio: tutti i finanziamenti legati alla ricerca e sviluppo non hanno nei fatti determinato una crescita del numero dei brevetti, bensì una loro drastica diminuzione, cioè i provvedimenti sono stati inefficaci e erogato soldi pubblici a soggetti privati senza nessun ritorno in termini di sviluppo e potenzialità di crescita.

In ragione di questi limiti e del progetto complessivo che sottende il Patto, che non è slegato dal PRS e dal DPEFR, che introducono la cultura del bonus – si pensi alla scuola -, la Cgil Lombardia non può sottoscrivere il Patto che il Governo lombardo ci propone.

Pertanto la CGIL Lombardia non può sottoscrivere questo Patto.

Per la CGIL Lombardia si apre una stagione nuova che ci costringe a misurarci su un terreno del tutto originale, cioè una azione capace di riannodare stato sociale, crescita economica e diritti, ma non possiamo rinunciare alla nostra capacità progettuale.

Pensiamo ad un altro modello di società fondata sul lavoro e la sua qualità, con più diritti ed equità.