XIV° CONGRESSO CGIL

Documento Congressuale

Lavoro Società

Cambiare rotta

 

  1. La necessità di una svolta
    1. Alle iscritte e agli iscritti della CGIL
    2. Respingere l'offensiva contro i lavoratori
    3. Sconfiggere il programma di Confindustria
    4. La crisi dell'unità sindacale e la ripresa dell'autonomia
    5. Gli anni '90; un bilancio sociale negativo
    6. CGIL; la necessità di una svolta
  2. Per una alternativa al liberismo

2.1 Un nuovo modello di sviluppo

2.2 Per una Europa sociale: no al modello americano

2.3 Contrastare la globalizzazione liberista

2.4 La CGIL ripudia la guerra

2.5 Per una riforma democratica dello Stato

3. Una nuova piattaforma per la CGIL

3.1 Occupazione e lavoro

3.1.1 Per la piena occupazione e per lo sviluppo del Sud

3.1.2 Combattere la precarietà e ricostruire i diritti del lavoro
3.1.3 Diritti e dignità per gli immigrati

3.1.4 Riprendere il controllo del tempo e dell'organizzazione del lavoro

3.1.5 Garantire la salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro

3.2 Salari, orario e redditi

3.2.1 Ridistribuire la ricchezza

3.2.2 Superare l'accordo del 23 Luglio 1993

3.2.3 Ridurre l'orario di lavoro

3.2.4 Riformare il sistema fiscale

3.2.5 Rinnovare la contrattazione

3.3 Lo Stato Sociale

3.3.1 Rinnovare ed estendere lo Stato Sociale

3.3.2 Stato Sociale e Federalismo Fiscale

3.3.3 La riforma degli "Ammortizzatori Sociali"

3.3.4 La previdenza

3.3.5 L'Assistenza Sociale

3.3.6 La Sanità

3.3.7 L'integrazione socio-sanitaria

3.3.8 Garantire la condizione sociale degli anziani

3.3.9 I Servizi Pubblici

3.4 Scuola, Università, Ricerca, Formazione

3.4.1 Considerazioni generali

3.4.2 Scuola

3.4.3 Università e ricerca

3.4.4 Formazione

3.4.5 Favorire la crescita professionale e culturale dei lavoratori

3.5 Democrazia sociale e sindacale

3.5.1 Garantire il diritto di sciopero

3.5.2 Conquistare le legge sulla rappresentanza

3.6 Per una riforma democratica e pluralista della CGIL

3.6.1 Le motivazioni

3.6.2 Un processo da accelerare

3.6.3 Democrazia di mandato

3.6.4 Democrazia di organizzazione

3.6.5 Le nuove Camere del lavoro

3.6.6 La politica dei servizi

4 APPENDICE: Le ingiustizie e le diseguaglianze sociali

4.1 Retribuzioni e potere d'acquisto

4.2 Redditi, inflazione e distribuzione della ricchezza

4.3 Spesa sociale

4.4 Occupazione, disoccupazione, lavoro nero

4.5 Povertà

4.6 Fisco

4.7 Previdenza

  1. LA NECESSITA' DI UNA SVOLTA

 

1.1 Alle iscritte e agli iscritti della CGIL

Questo congresso si avvia in una fase nella quale vengono al pettine tutti i nodi e le contraddizioni accumulatesi in questi anni ‘90.

La vittoria alle elezioni della destra, la svolta antisindacale nella Confindustria a Parma, la crisi dell’unità con CISL e UIL, disegnano un quadro nel quale la CGIL dovrà ridefinire sé stessa e la propria collocazione.

Tutta la CGIL deve essere unita nel lottare per la difesa dei diritti dei lavoratori e della contrattazione, per difendere lo stato sociale dagli attacchi della destra liberista e populista, per affermare il diritto delle lavoratrici e dei lavoratori a decidere su piattaforme e accordi.

Non è questo ciò su cui deve decidere il congresso, su questo piano c’è l’identità comune che lega tutti i militanti e gli iscritti della Cgil, identità che oggi è compito di tutti e di ognuno difendere e affermare.

Quello su cui deve decidere il congresso è se la lotta contro l’attacco liberista e conservatore ai diritti dei lavoratori possa avvenire rivendicando la continuità con le impostazioni e la pratica degli anni passati, oppure se sia necessario cambiare rotta.

Il bilancio sociale degli anni novanta è negativo: è questa situazione che impone un progetto innovativo sia rispetto alle politiche sia al modello democratico di sindacato che ai suoi gruppi dirigenti.

Alle lavoratrici ed ai lavoratori chiediamo una scelta, un sostegno e una partecipazione diretta a questo progetto; un loro impegno diretto alla direzione politica del sindacato.

Le iscritte e gli iscritti dalla Cgil sono chiamati a decidere se è giunto momento di abbandonare una politica dei redditi che ha pesantemente colpito i salari e cominciare così a rivendicare aumenti salariali veri, combattere la precarizzazione e la flessibilità selvaggia del lavoro, riconquistare il controllo sul tempo e sulle condizioni di lavoro, ridurre orari sempre più faticosi, allargare i diritti sociali, estendere le tutele dello stato sociale ai vecchi e nuovi esclusi, ai disoccupati, agli immigrati, agli anziani, garantire un lavoro vero ed un futuro per i giovani, fermare la privatizzazione della società, dei diritti, delle stesse condizioni di vita e riaffermare che prima del mercato vengono le persone in carne ed ossa, l’ambiente e la natura in cui viviamo, prima delle imprese vengono i diritti delle persone che ci lavorano, prima dei programmi di austerità dei bilanci pubblici viene il diritto ad avere una pensione, una sanità, un’istruzione adeguate e garantite a tutti

Per reggere all’offensiva delle nostre controparti e per ricostruire l’unità del mondo del lavoro e dei sindacati non si può continuare per la strada che ci ha portato sino a qui; bisogna cambiare, è necessaria una nuova piattaforma della CGIL nel lavoro e nella società.

Di fronte alla nuova offensiva padronale non si può arretrare ancora, magari ricontrattando in peggio gli stessi accordi. Ma non si può neppure restare nella situazione attuale, continuando con la concertazione centralizzata e con le politiche di moderazione rivendicativa sempre e comunque. Con la centralizzazione e le burocratizzazioni che nel passato hanno bloccato l’iniziativa sindacale e dobbiamo ridare voce in tutti i modi alle lavoratrici ed ai lavoratori, ai disoccupati, ai pensionati, ai giovani e costruire con essi un grande movimento di lotta per tornare ad avanzare.

Sapendo che a volte, com’è accaduto ai metalmeccanici, potrà essere necessario mobilitarsi anche in assenza di accordo con le altre Organizzazioni.

Il nostro obiettivo primo è quello di rinnovare, cambiare la politica del sindacato, sia nei suoi contenuti sia nelle modalità con cui viene applicata, e contemporaneamente promuovere una nuova generazione di dirigenti sindacali a partire dai luoghi di lavoro riducendo contemporaneamente il peso degli apparati.

Su questo voteranno le iscritte e gli iscritti della Cgil.

Spetta alle lavoratrici e i lavoratori, alle pensionate ed ai pensionati, alle disoccupate ed ai disoccupati iscritti alla CGIL, decidere, con il loro voto congressuale, le politiche generali del sindacato.

Il voto su scelte chiare non produce mai divisione, anzi è un’esaltazione della democrazia, che è davvero tale solo quando i soggetti di essa possono scegliere liberamente tra ipotesi diverse. Siamo sicuri che la Cgil uscirà comunque più unita e più forte da questo congresso, ma siamo altrettanto convinti che tanti più iscritte ed iscritti sceglieranno di sostenere la nostra proposta, tanto più sarà possibile rinnovare e rafforzare l’organizzazione.

1.2 Respingere l'offensiva contro i lavoratori

La CGIL ha segnato un secolo di storia del nostro paese dalla parte dei lavoratori e, con alterne fortune e risultati, ha difeso le loro condizioni di vita e di lavoro.

Nel corso del tempo si sono avvicendate situazioni nelle quali le condizioni economiche, sociali e politiche hanno consentito grandi avanzamenti e periodi nei quali è prevalsa una situazione di resistenza e difesa.

Oggi con la vittoria del centro-destra alle elezioni politiche del 13 Maggio si è determinata una situazione assolutamente unica nella storia del nostro paese; quella in cui un grande imprenditore è alla guida del Governo e, cosa ancora più significativa, con un programma che coincide, sulle questioni sociali, con quello della Confindustria.

Si tratta di un programma che ha come assunto generale quello di estendere a tutta la società le regole dell'impresa; imporre la centralità del profitto non solo verso i lavoratori comprimendone le loro condizioni materiali e smantellando i diritti sociali e sindacali, ma anche di subordinare lo Stato e le istituzioni sociali a questa priorità.

Rimuovere le protezioni contro il licenziamento, passare dal contratto collettivo a quello individuale, ridurre ulteriormente le pensioni, generalizzare i rapporti di lavoro di tipo precario, privatizzare la sanità e la scuola, fare una riforma fiscale per privilegiare i profitti, le rendite ed i redditi medio alti, ridurre i servizi sociali indirizzandoli verso risposte private o, in assenza verso le famiglie aggravando la condizione delle donne.

Questo programma, quand'anche fosse attuato anche solo in parte, sarebbe disastroso per i lavoratori e per i ceti popolari.

La CGIL si oppone con fermezza a questo programma e lo contrasterà sia chiamando direttamente i lavoratori alla mobilitazione sia costruendo un sistema di alleanze sociali e politiche intorno ad un programma che prospetti un modello sociale alternativo a quello che Confindustria e Governo intendono perseguire.

Questo programma sociale con il quale il centro-destra ha vinto le elezioni politiche del 13 Maggio non è il fatto improvviso da confinare nell'ambito della politica, un fatto quasi "fisiologico" nella nuova logica bipolare dell'alternanza; il 13 Maggio è emerso nella politica un processo affermatosi nella società nel corso degli anni '90 che ha visto le ragioni dell'impresa e dei poteri economici e finanziari progressivamente prevalere sulle ragioni del lavoro.

Proprio per questo l'individuazione di una linea efficace per contrastare le scelte economiche e sociali del Governo e di Confindustria, che è il compito principale del XIV° Congresso della CGIL, non potrà che partire da un bilancio attento e severo delle politiche sindacali perseguite negli anni '90.

La valutazione che sottoponiamo alle iscritte e agli iscritti della CGIL è che il bilancio sociale degli anni '90 è negativo e che la CGIL deve operare una revisione profonda delle proprie politiche sindacali e contrattuali.

1.3 Sconfiggere il programma di Confindustria


Il programma varato dalla Confindustria con la propria Assemblea di Parma non ha rappresentato semplicemente il modo per schierare gli industriali sulle posizioni del polo di destra. Quel programma rappresenta una scelta profonda del sistema delle imprese italiane, che può essere modificata solo con una grande mobilitazione sociale, politica e culturale del mondo del lavoro.

Il programma di Parma per la competitività nasce dalla fine dell’illusione che lo sviluppo americano, la new economy, le politiche europee di stabilità, da sole avrebbero permesso una forte ripresa dello sviluppo. In più quel programma registra la debolezza strutturale del sistema economico italiano, che dopo anni di ristrutturazioni, privatizzazioni, tagli degli investimenti nella ricerca e nei settori strategici, non regge la competizione con i Paesi più avanzati. La moneta unica toglie definitivamente la possibilità alle imprese di agire sulla svalutazione della lira, per questo la Confindustria di Parma chiede una svalutazione competitiva di tutto il sistema sociale italiano, dai diritti contrattuali, in primo luogo il contratto nazionale, a quelli sociali, sulla salute e sulla sicurezza.

La Confindustria non rifiuta pregiudizialmente la concertazione, ma prende atto della fine di quella degli anni ’90, dell’esaurimento degli obiettivi comuni che avevano permesso, con un costo sociale enorme per i lavoratori ed i pensionati, all’Italia di entrare nell’Europa dell’Euro. Oggi la Confindustria vuole ricontrattare con le OO.SS. tutti gli obiettivi e le regole definite nell’accordo del 23 luglio e, naturalmente vuole farlo con l’obiettivo di abbassare tutte le soglie dei diritti e delle regole garantite alle lavoratrici e ai lavoratori.

La pretesa di ulteriore flessibilità, la richiesta dei licenziamenti, l’attacco al contratto nazionale, l’attacco sulle condizioni di lavoro all’interno delle imprese, la flessibilità e la precarietà selvaggia, costituiscono una vera e propria piattaforma sociale che la Confindustria propone al Paese, chiedendo su di essa il pieno sostegno del Governo di centro destra. Gli accordi separati, in questa prospettiva, non sono incidenti ma il frutto di una politica tesa a costruire l’interlocutore disponibile per questa nuova concertazione aziendalista.

Se la CGIL metterà con rigore e coerenza al centro della propria strategia la difesa dei diritti dei lavoratori, si troverà in una condizione di oggettiva incompatibilità con le posizioni della Confindustria. Se la Confindustria andrà avanti con il programma di Parma il conflitto sarà inevitabile, a meno di non accettare la liquidazione del contratto nazionale e della dimensione nazionale dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. Proprio per questa ragione non è possibile rispondere all’attacco del padronato con la semplice riproposizione delle regole e dei contenuti della contrattazione passata. La concertazione degli anni ’90 è finita: dalla sua crisi si esce o con una ricontrattazione in peggio di quegli accordi, che darà luogo ad una deriva moderata ed aziendalista nel sindacalismo confederale, oppure con una ripresa dell'iniziativa sindacale che parta dalle condizioni concrete delle lavoratrici e dei lavoratori e che fermi l’offensiva del padronato attraverso la costruzione di un grande movimento di contrattazione sui diritti, sul salario, sulle condizioni di lavoro in tutto il Paese.

1.4 La crisi dell'unità sindacale e la ripresa dell'autonomia

La crisi della concertazione consegna anche la crisi dei rapporti unitari nel sindacalismo confederale. Gli anni ’90, che avrebbero dovuto vedere la costituente unitaria tra le grandi Confederazioni si sono conclusi con la crisi della stessa unità di azione. Nello stesso tempo ha subito dei duri colpi anche l’immagine e la funzione autonoma del sindacalismo confederale nel Paese, a causa della crescente identificazione di esso, o di parte di esso, con schieramenti politici e di governo. E’ stato lo stesso meccanismo della centralizzazione concertativa a far precipitare questa crisi. Oggi, di fronte all’acuirsi delle diversità di strategia tra CGIL-CISL-UIL, mancano sedi e riferimenti unitari che permettano di evitare la rottura. Intere categorie di lavoratori non votano per le piattaforme e per gli accordi sindacali, le RSU, quando sono elette, non riescono ad acquisire un ruolo di protagoniste unitarie della vita sindacale, tutto il confronto tra le organizzazioni subisce il principio del rinvio verso l’alto dei contenziosi e dei conflitti.

La crisi dell'unità sindacale affonda le sue radici nella crescente scomposizione del mondo del lavoro, nell'aprirsi della competizione tra i lavoratori e dall'emergere dell'individualismo come valore sociale.

L’unità dei lavoratori e dei loro sindacati è più importante ed urgente che mai per ricomporre una classe che si frantuma e si divide e per condurre con maggiore efficacia le battaglie per la difesa degli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori italiani ed europei. Per nuovi legami a livello mondiale.

Ma l’unità non si realizzerà riproponendo vecchi o nuovi collateralismi politici, facendo prevalere le culture e le pratiche dello schieramento su quelle della partecipazione diretta e dell’autonomia fondata sulla ricomposizione tra le aree dei lavoratori occupati stabilmente e quelle della precarietà. L’indispensabile pluralismo culturale e politico deve vivere nella esperienza diretta dei lavoratori e deve essere in grado di riconoscere le diverse condizioni sociali e di lavoro, evitando ogni forma di elitarismo, di autosufficienza o di settarismo

Per questo l’unità sindacale dovrà essere fondata sulla pluralità dei valori e delle esperienze che fanno parte della vita dei lavoratori: l’hanno fatto generazioni di militanti sindacali che hanno vissuto divisioni assai più profonde di quelle attuali, non c’è ragione per non farlo oggi.

La CGIL non può rinunciare ad una prospettiva unitaria per tutto il movimento sindacale, in quanto essa è, prima ancora che un bisogno delle organizzazioni, un’esigenza delle lavoratrici e dei lavoratori.

Ma per realizzare questa prospettiva occorre rilanciare la democrazia e la partecipazione nella vita del sindacato. Senza di esse, come ha mostrato l’esperienza degli anni ’90, non c’è possibilità duratura di costruire l’unità.

Per queste ragioni alla crisi attuali dell’unità si deve rispondere rilanciando, sia nella pratica, sia nel confronto unitario, sia nelle rivendicazioni istituzionali e di legge, un progetto organico per la democrazia e l’unità sindacale

Per questo è necessario ricostruire:

  1. una effettiva partecipazione dei lavoratori, rompendo con la prassi, via via crescente, di una democrazia della "consultazione". Ogni lavoratrice ed ogni lavoratore deve avere diritto di esprimere le proprie idee e le proprie proposte: il voto di ratifica delle piattaforme e degli accordi sindacali non può non essere un diritto inalienabile
  2. le rappresentanze sindacali nei luoghi di lavoro devono ritornare ad avere la loro autonomia rivendicativa e di proposta. Va superata l’attuale situazione caratterizzata da una concorrenza esasperata tra liste ed eletti di organizzazione quando sono tutti i lavoratori, iscritti e non iscritti, ad esercitare il diritto di eleggere il lavoratore che ritengono più capace di rappresentare i suoi interessi.
  3. la legge sulla democrazia e rappresentanza sindacale rappresenta un obiettivo tradizionale della Cgil, tuttora valido. Ma l’unità è una scelta: una legge può favorire l’unità o può sanzionare le divisioni. Una legge non può che confermare la libertà dei diritti associativi dei lavoratori, la esigibilità dei diritti democratici di voto e di rappresentanza.

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La CGIL impegna sé stessa e tutti i propri militanti a considerare la democrazia e l’unità sindacale elementi fondanti della propria iniziativa. Pertanto anche quando venissero meno le condizioni per una partecipazione unitaria delle lavoratrici e dei lavoratori alle scelte sindacali, la CGIL non rinuncerà in ogni caso a far valere questo diritto. Nello stesso tempo la CGIL riproporrà alla CISL, alla UIL, e a tutto il mondo sindacale la riapertura di un confronto strategico sulle prospettive e sulle condizioni dell’unità sindacale. Condizione fondamentale per riaprire questo confronto è la piena riaffermazione, nei principi e nella pratica, dell’autonomia sindacale dai partiti, dai governi, dai padroni. Ogni sviluppo unitario dell’iniziativa sindacale si è sempre mosso assieme alla riaffermazione comune e paritaria di queste tre condizioni dell’autonomia.

1.5 Gli anni '90: un bilancio sociale negativo

In questi anni le lavoratrici ed i lavoratori italiani hanno visto peggiorare i loro redditi, i loro diritti, le loro condizioni sociali e di vita, il loro peso e riconoscimento nella società.
Negli anni '90 si è operata una gigantesca opera di risanamento del debito pubblico; si tratta di circa 600.000 miliardi tra tagli alle spese e maggiori entrate.
Questa serie di manovre economiche non è stata distribuita equamente tra le varie classi e ceti sociali, la gran parte del peso è gravata sui lavoratori, sui pensionati e sui ceti meno abbienti attraverso una riduzione delle prestazioni sociali, l'aumento delle tariffe, l'aumento della pressione fiscale sui redditi da lavoro, i tagli alle pensioni, ecc.
Le rendite finanziarie ed i profitti non sono stati toccati mentre i redditi da lavoro dipendente si sono ridotti.
I meccanismi di politica dei redditi previsti dall'accordo del 23 di Luglio '93 e della sua pratica applicazione (tetto di aumento basato sull'inflazione programmata e non su quella reale hanno fatto si che i salari non riuscissero neppure a recuperare l'inflazione in tal modo tutti gli incrementi di produttività, pagati pesantemente dai lavoratori con ristrutturazioni e licenziamenti, sono finiti in profitto per il padronato.
Gli anni '90 ci consegnano una situazione dell'occupazione deteriorata con un tasso di disoccupazione (10.6%) tra i più alti in Europa, con una crescita del lavoro nero, dei rapporti di lavoro atipici e dei parasubordinati; la stragrande maggioranza dei nuovi rapporti di lavoro sono di tipo precario.
La precarietà tende a divenire condizione generale dei lavoratori e delle lavoratrici; non solo per i giovani che entrano nel mondo del lavoro ed in generale trovano soltanto contratti a termine, part-time, posizioni parasubordinate, lavoro interinale, ecc.. ma anche coloro i quali lavorano da tempo in situazioni "garantite" sono sottoposti a processi di riorganizzazione, di modifica di orari, di flessibilità, che introducono, anche per loro, una condizione di precarietà ed incertezza. Infortuni sul lavoro, morti e malattie professionali continuano a rimanere molto elevati nel nostro Paese (non dissimili dai valori di inizio secolo) che è il quarto in Europa per infortuni mortali.
Il divario di sviluppo, accresciutosi negli anni '90, tra il Centro-Nord del paese ed il Mezzogiorno vede un tasso di disoccupazione doppio (21%) e per i giovani (15-24 anni) del 31% a livello nazionale mentre nel mezzogiorno è assolutamente intollerabile 55%.
Negli anni '90, con l'affermarsi delle politiche neoliberiste, si sviluppa un attacco allo stato sociale, un processo di sua privatizzazione ed aziendalizzazione, la messa in discussione di diritti ormai ritenuti una irreversibile conquista di civiltà, una enorme crescita delle diseguaglianze, giustificate ed incentivate come stimolo dello sviluppo, e la tendenza al ritorno ad uno stato sociale minimo, come sussidio ai poveri.
Basta ricordare la "riforma" Dini del 1995 che ha introdotto il sistema contributivo e non solo ha ridotto le prestazioni ma ha messo in moto un meccanismo che mette a rischio, nel prossimo futuro, la pensione per gli oggi circa 5 milioni di lavoratori tra stagionali, part-time, tempo determinato, parasubordinati e soci lavoratori delle cooperative.
La condizione delle lavoratrici e delle pensionate è peggiorata; l'aumento dei lavori precari ed atipici è avvenuto principalmente a loro danno e i tagli ai servizi sociali presuppongono che, di nuovo, sia la famiglia, cioè le donne, a fornire gratuitamente assistenza ai bambini, malati, anziani, ecc. Oggi c'è il rischio che le donne paghino duramente la lotta per la loro libertà, anche per il riproporsi di attacchi oscurantisti sull'aborto e sulla sessualità.

La legge 194 va difesa, l'intenzione dei settori cattolici integralisti del Governo di pagare la donna che decide di non abortire è da respingere con decisione.
Si sono privatizzati servizi strategici, spesso con la motivazione della loro inefficienza. Ma invece che affermare la necessità di una nuova efficienza sociale del pubblico, se ne scompongono le funzioni. La parte ricca viene affidata al mercato, quella più povera resta in mani pubbliche. In questo modo non si risolve affatto il problema dell’efficienza e dell’efficacia dei servizi sociali, né diminuisce la spesa sociale complessiva, ma si esentano dai costi della solidarietà sociale tutte le classi più abbienti. La crisi economica, sociale e politica che ha investito l'Italia agli inizi degli anni '90 ha prodotto profonde modificazioni; questi cambiamenti hanno avuto un segno sociale negativo.

1.6 CGIL: la necessità di una svolta

La scelta del movimento sindacale italiano e della CGIL di reggere all’offensiva liberista con la concertazione, la moderazione rivendicativa, la contrattazione guidata da patti centralizzati, la politica dei redditi fondata sul contenimento di salari non ha prodotto risultati efficaci; anche il fatto che abbia consentito sinora al movimento sindacale del nostro paese di evitare quell’emarginazione che hanno subito i sindacati di altri paesi non vale più come dimostrano le scelte della Confindustria.
Questa linea ha prodotto una perdita di autonomia del sindacato e della CGIL dal padronato e dal quadro politico che non ha precedenti; a questa perdita di autonomia è anche in parte imputabile la crisi della democrazia sindacale e la rottura dell'unità.
Il recupero dell'autonomia non può che partire da un nuovo progetto che operi una svolta complessiva sul terreno degli indirizzi generali di politica economica e sociale, sulle scelte contrattuali sul salario, sullo stato sociale, sui diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, sul mercato del lavoro, sulle condizioni e modalità della prestazione lavorativa, sulla tutela della salute
Una nuova piattaforma che operi una discontinuità con le politiche concertative e dei patti sociali.
Questa nuova piattaforma dovrà rovesciare l’impianto ed il modo di operare consolidatosi in questi anni. Si tratta di mettere nuovamente al centro delle scelte e delle politiche sindacali le persone concrete, le lavoratrici ed i lavoratori in carne ed ossa. E’ necessario superare il sistema di regole burocratiche che dall’alto ingabbiano a tutti i livelli la ripresa della contrattazione e costruire piattaforme e vertenze con la partecipazione diretta dei soggetti interessati ad esse. Così come gli industriali a Parma hanno messo al centro del loro programma l’impresa ed il profitto il movimento sindacale deve rimettere al centro di tutta la propria iniziativa la concreta condizione di lavoro ed il salario.

Tra i compiti fondamentali del mondo del lavoro oggi c’è quello di trasmettere alle nuove generazioni i diritti per cui si è battuto, anzi di farli crescere e diffondere alla luce delle nuove tecnologie, dei nuovi prodotti, dei nuovi bisogni che si affermano.

 

 

 

 

 

2. PER UNA ALTERNATIVA AL LIBERISMO

2.1 Per un diverso e sostenibile modello di sviluppo economico e sociale

Gli anni '90 hanno visto l'affermarsi del liberismo cioè di quell'insieme di politiche economiche e sociali volte ad affermare il cosiddetto "libero mercato" e dunque la priorità per l'impresa e le attività economiche a perseguire il profitto senza alcun vincolo pubblico o sociale che ha comportato, di conseguenza, oltre che l'inizio del tentativo di smantellamento dello Stato sociale, la privatizzazione dei servizi pubblici e la liquidazione della presenza dello Stato nell'economia.

Fino alla recente istituzione dell'Euro che ha fissato in maniera rigida i cambi delle monete europee, il sistema economico italiano ha utilizzato la svalutazione della lira per competere, in termini di costo, sui mercati internazionali.

Questo vantaggio è ora finito ed il sistema delle imprese intende continuare questa politica di competizione sul basso costo delle merci e dei servizi premendo per abbassare sempre di più il costo del lavoro.

Dopo un decennio di queste politiche il nostro paese si trova nella situazione di avere il PIL pro capite inferiore a tutti i paesi industrializzati, il tasso di disoccupazione più alto nell'OCSE, una spesa per ricerca che colloca il Mezzogiorno all'ultimo posto nell'OCSE.

Queste politiche di centralità del profitto e di eliminazione di qualsiasi vincolo si ripercuotono evidentemente sull'ambiente e sulla qualità della vita.

La modificazione progressiva del clima con l'accentuarsi degli eventi catastrofici, la pericolosità progressiva dei cibi, il degrado del territorio, l'inquinamento e l'invivibilità delle grandi città mostrano, come era prevedibile, che non è stato sufficiente eliminare le lavorazioni più nocive ed inquinanti spostandole nei paesi più arretrati.

Questi anni '90 non ci consegnano solo un bilancio sociale negativo ma anche una situazione economica ed industriale in logoramento ed un deterioramento ambientale che inizia ad incidere sui fondamenti dell'insediamento umano.

  • C'è bisogno di un cambiamento della politica economica che dia priorità ai redditi popolari e ai consumi rispetto al rigore finanziario, che orienti lo sviluppo economico per competere sulla qualità dei prodotti piuttosto che sul loro costo.
  • C'è bisogno della ricostruzione di una politica industriale che sappia mantenere un ruolo al nostro paese nei settori tecnologicamente avanzati
  • C'è bisogno di un nuovo intervento pubblico nell'economia, certamente diverso rispetto al passato, ma senza il quale il recupero del divario del Mezzogiorno non è colmabile.
  • C'è bisogno di una politica a tutela dell'ambiente, del territorio, della salute, ma, soprattutto, di riorientare il sistema economico ed industriale verso un sostenibilità ambientale e sociale che impedisca processi irreversibili di degrado. In questo senso di fronte alla debolezza della risposta europea, ed in particolare di quella Italiana, alla mancata ratifica da parte degli Usa del protocollo di Kyoto, va riaffermato che critica sociale e critica ambientale dovranno muoversi sempre più insieme.
  • C'è bisogno di una nuova valorizzazione del lavoro nella società che ridefinisca una scala di valori nella quale il posto delle lavoratrici e dei lavoratori, delle loro condizioni materiali, dei loro diritti individuali e collettivi, delle loro garanzie sociali, occupino un posto perlomeno non inferiore alle esigenze dell'impresa e del profitto.

 

 

2.2 Per una Europa Sociale; no al modello americano

Il modello sociale europeo è stato il frutto di una evoluzione politica, economica e sociale di cui elemento determinante sono state le lotte del movimento operaio e sindacale.

A partire dal dopoguerra, dopo e grazie alla vittoria contro il fascismo, il modello sociale europeo si è caratterizzato per lo Stato Sociale, per un funzione dello Stato di redistribuzione dei redditi, per il progressivo affermarsi di diritti universalistici (scuola, sanità, ecc..), per i diritti sindacali e del lavoro, per politiche economiche regolate in qualche forma attraverso la spesa pubblica o comunque con interventi "politici".

Grazie alla continua iniziativa del mondo del lavoro, dei sindacati, delle forze della sinistra, lo Stato Sociale ha subito una progressiva evoluzione in un senso universalistico, che assegna alla spesa pubblica sempre più importanti compiti ridistributivi e di giustizia sociale.

Conquiste che partivano da obiettivi e lotte del lavoro, quali la previdenza, la sanità mutualistica, il sostegno sociale al reddito nei casi di caduta dell’attività (oggi chiamato "ammortizzatori sociali"), si sono man mano allargate in direzione di diritti universali quali l'istruzione, il sistema sanitario pubblico e l'assistenza fino al tentativo di introdurre nuovi diritti sociali quali la casa, la mobilità, la cultura, e il tempo libero, ecc...

Certo questo modello sociale, in particolare in Italia, ha mantenuto al suo interno profonde ingiustizie e diseguaglianze attestando complessivamente i diritti sociali ad un livello più basso dei Paesi europei più avanzati.

L’offensiva mondiale del liberismo si propone in Europa lo smantellamento dello Stato Sociale.
Le intenzioni di Confindustria ed il programma con cui il centro-destra ha vinto le elezioni, i modelli richiamati della Tatcher in Inghilterra e di Aznar in Spagna indicano chiaramente in che direzione si vuole andare.

Si vuole imporre un modello economico-sociale simile a quello americano che, applicato in Italia, renderebbe ancora più vistose le sue intrinseche caratteristiche antisociali; i redditi della maggior parte degli americani sono rimasti fermi a 15 anni fa. L'1% più ricco della popolazione USA, ha lo stesso reddito netto complessivo del 38% più povero, ovvero di cento milioni di persone.

Il debito pubblico degli Stati Uniti nel 1999 è stato del 55% del PIL mentre quello privato ha superato 130% del prodotto lordo. I lavoratori americani si devono indebitare privatamente per garantirsi :l’assistenza sanitaria, la previdenza e l’istruzione . Tra i 50 e i 70 milioni di cittadini sono privi di copertura sanitaria. Un anno di università costa 50 milioni di lire.

Respingere l’instaurazione in Italia ed in Europa del modello sociale americano significa anche battersi contro le politiche monetariste che hanno ispirato il patto di stabilità tra i governi dell’Unione.

Il modello sociale europeo va difeso, ma non basta un puro obiettivo di conservazione.

Vanno individuati gli elementi di ulteriore sviluppo in particolare in direzione di una reale universalità dei diritti e delle garanzie sociali, individuali e collettive.

Bisogna rispondere alla sfida della globalizzazione liberista con la prospettiva della costruzione di uno Stato Sociale Europeo.

Il modello sociale europeo che oggi si tenta di smantellare è una esperienza che riguarda una parte molto ristretta della popolazione mondiale però, nel quadro attuale rappresenta il punto sociale più avanzato, ed il suo smantellamento sarebbe un grave danno non solo per noi ma per tutto il movimento operaio e sindacale a livello mondiale.

Il processo di costruzione dell'Unione Europea, dagli accordi di Maastricht al Patto di stabilità relativo all' Euro, è avvenuta sotto l'egida delle politiche economiche liberali e monetarie senza una unione politica che definisca partecipazione e assetto democratico ma, ancora di più, senza la definizione di garanzie sociali e diritti comuni per i lavoratori ed i popoli del continente.

La stessa Carta dei Diritti Fondamentali dell'UE non contempla i diritti sociali salvo affermare il principio liberale secondo cui ogni cittadino può scegliere liberamente la propria professione

Le politiche sociali dell'Unione europea, definite al vertice di Colonia, sono di ispirazione liberista e la CES non le ha efficacemente contrastate anche se la piattaforma definita al recente congresso di Helsinki prospettava un impianto diverso.

Senza una assetto democratico delle istituzioni europee (un parlamento con pieni poteri politici e legislativi) come senza una definizione di "Stato Sociale Europeo" vincolante per tutti i paesi, non è data costruzione politica dell'Europa.

D’altronde una identità comune europea può essere solo ricercata nella peculiare esperienza che la distingue dal resto del pianeta; lo Stato sociale ed i diritti democratici individuali e collettivi.

La CES che con la manifestazione realizzata per il vertice di Nizza ha compiuto un indubbio passo avanti, sconta ancora il fatto di non essere una reale organizzazione sindacale in quanto le maggiori organizzazioni sindacali europee non sono state , fino all'oggi, disposte a cedere parti reali di sovranità.

La CGIL, con maggiore decisione ed efficacia rispetto al passato, intende sostenere la trasformazione della CES in un reale sindacato europeo dotato di poteri di contrattazione.

Anche per la CES si pone lo stesso problema dell'UE di una sua democratizzazione e riforma istituzionale superando l'assetto basato esclusivamente per nazioni e per organizzazioni sindacali affiancandogli anche una dialettica e una rappresentanza di posizioni sindacali.

La costruzione dell'Europa Sociale richiede, oltre il mutamento delle politiche economiche e sociali fin qui perseguite dall'UE, un processo di convergenza basato su parametri sociali (percentuale di spesa sociale sul PIL, armonizzazione dei diritti del lavoro, convergenza delle politiche salariali, ecc. ) che prenda le mosse da un Carta dei Diritti Sociali

Le politiche sociali dell'UE vengono definite nei periodici vertici dei Governi e poi tradotte in Direttive dalla Commissione di Bruxelles; si tratta di procedure unilaterali.

Così come le Direttive sul Tempo Determinato e sul Part-Time sono state la traduzione di un accordo negoziato tra CES ed UNICE (Padronato Europeo) la CES deve rivendicare l'apertura di un vero e proprio tavolo di negoziazione con la UE sulle politiche sociali supportando eventualmente le proprie proposte con azioni di lotta a livello europeo.

Eguale processo deve valere per i Sindacati Europei di categoria.

Per procede in questa direzione è necessario che i CAE (Comitati aziendali Europei) assumano poteri contrattuali.

La CES va in ogni caso riformata introducendo meccanismi reali di rappresentanza e di democrazia superando l'attuale struttura per nazione e di tipo maggioritario


2.3 Contrastare globalizzazione liberista

La globalizzazione liberista che ha governato il mondo in questi anni ha promesso sviluppo per tutti e ha prodotto disastri sociali per la grande maggioranza della popolazione mondiale. I ricchi sono diventati più ricchi ovunque ed i poveri più poveri.

I tre multimiliardari più ricchi del mondo possiedono un patrimonio superiore ai redditi complessivi dei seicento milioni di abitanti dei paesi poveri.

Più di 80 paesi hanno oggi un reddito pro-capite inferiore a quello di dieci anni fa.

Il debito estero dei paesi più poveri strozza qualsiasi possibilità di sviluppo.

La CGIL ritiene necessario l'azzeramento del debito dei paesi poveri rispetto a quelli più sviluppati e indirizza la propria azione verso il Governo italiano affinché assuma tale obiettivo nella propria politica estera non escludendo di assumere anche in forma unilaterale la decisione dell'azzeramento.

Ma ciò non basta; la CGIL deve riprendere e rafforzare i propri legami con i grandi sindacati dei paesi meno sviluppati per formare un fronte sindacale antiliberista e deve prendere parte in modo attivo al movimento antiliberista mondiale.

Per tutte queste ragioni la CGIL partecipa, con la propria identità ed autonoma elaborazione, al movimento di massa antiliberista che è sorto con le mobilitazioni di Seattle, con il Foglio sociale di Porto Alegre, con le iniziative e le manifestazioni per il G8 di Genova. La CGIL ricerca il confronto e l’unità con tutti i movimenti che partendo dalle più diverse istanze, si pongono la necessità di contrastare la globalizzazione liberista.

Il G8, il WTO (organizzazione mondiale del commercio), il FMI (fondo monetario internazionale) ecc. sono tutte istituzioni internazionali volte a difendere la globalizzazione liberista.
Il movimento sindacale, la CGIL, deve porsi in contrasto attivo con questa globalizzazione per dire, come a Seattle, che prima vengono le persone i loro diritti e loro bisogni e poi le imprese. Prima viene l’ambiente e il territorio, poi il mercato. Il movimento sindacale deve superare ogni subalternità rispetto alla globalizzazione e trovare la forza e l’orgoglio di ricominciare a chiamare le cose con il loro nome: l’ingiustizia come ingiustizia, la scandalosa crescita di pochi come scandalo, la tutela dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori come priorità in ogni caso e dappertutto.
Bisogna porre mano alla definizione di un nuovo internazionalismo contrapponendo alla globalizzazione liberista la internazionalizzazione dei diritti, della democrazia e delle istituzioni sociali.

Va pensato e costruito un nuovo ordine internazionale a partire dalla rivitalizzazione dell'ONU oggi relegata ad un ruolo di pura testimonianza.

 

2.4 La CGIL ripudia la guerra

La guerra torna ad essere lo strumento crescente della soluzione dei conflitti; l'emergere degli USA come unica potenza planetaria non corrisponde ad un ordinamento condiviso a livello planetario. Anzi lo svuotamento del ruolo dell'ONU e la sua sostituzione con la NATO indica la pericolosa tendenza ad imporre con le armi un modello politico, economico e sociale ispirato dagli USA. Il modello europeo fatto di Stato Sociale, di diritti del lavoro individuali e collettivi, di pluralismo politico e sociale, di ruolo dello Stato nell'economia e nella ridistribuzione dei redditi rappresenta, ancorché in crisi, una proposta alternativa a quella del liberismo di marca USA.

Questo modello è il frutto di circa due secoli di lotte del movimento dei lavoratori e delle forze politiche e sociali di sinistra. Dopo due guerre mondiali svoltesi nel cuore dell'Europa, il movimento dei lavoratori ed il sindacato ha ormai acquisito che l'uso della guerra per la soluzione dei confitti si volge sempre e comunque contro le conquiste sociali e del lavoro.
Per questo è particolarmente grave lo strappo operato con l'appoggio dato dalla CGIL, con la formula della "contingente necessità", all'intervento NATO contro la Serbia.
Con questo XIV° Congresso la CGIL recupera la coerenza con le proprie radici storiche ripristinando nel proprio Statuto la formulazione: "La CGIL ripudia la guerra come strumento di soluzione dei conflitti"

2.5 Per una Riforma democratica dello Stato

La democratizzazione dello Stato ed il suo decentramento sono esigenze opposte a quelle di "governabilità" che provengono dai "poteri forti".

Il percorso del federalismo amministrativo e fiscale così come ha preso corpo nel nostro paese, evidenzia tratti del tutto anomali rispetto al federalismo tradizionale, sviluppatosi in alcuni paesi europei (Germania - Svizzera) o extra europei come gli Usa che nasce come spinta dal basso, per unire territori e costituire uno stato federale.

Nel caso italiano il cosiddetto "federalismo" è nato con il segno negativo di risposta, sullo stesso terreno, alle spinte particolaristiche e secessionistiche della Lega Nord..

Il modello che si va prefigurando è sempre più quello, negativo, di un nuovo centralismo regionalista.

Le modifiche al Capo V della Costituzione innescano elementi di destabilizzazione istituzionale e democratica. Il concetto di "sussidiarietà" apre una preoccupante delega al settore privato nell'ambito di interventi sociali che dovrebbero ricadere nella sfera delle competenze istituzionali, sia nella fase di programmazione che nella gestione dei servizi, assicurando standard qualitativi e quantitativi delle prestazioni omogenei su tutto il territorio nazionale.

Si delegano inoltre alle regioni funzioni di potestà legislativa, concorrente a quella statale, su materie come il lavoro, la tutela della salute, la previdenza complementare, materie che richiedono assoluta uniformità di indirizzo e gestione su tutto il territorio.

In questo modo si aprono le porte ad una pericolosa deregolamentazione su princìpi e diritti che sono parte fondamentale delle garanzie sociali di uno stato di diritto e democratico.

Per la CGIL è essenziale che su questioni sociali determinanti per i lavoratori e per la popolazione quali le prestazioni dello Stato Sociale, i servizi Pubblici,la Previdenza, il mercato e le garanzie del lavoro e si mantenga una struttura che garantisca le stesse prestazioni in tutto il paese.

La CGIL è nettamente contraria al federalismo fiscale ma anche a quello contrattuale.

La CGIL ritiene che un forte decentramento dei poteri dello Stato e della sua amministrazione debba avvenire al fine di rendere le istituzioni Pubbliche nel loro complesso più efficienti ed efficaci e più vicine alle esigenze delle popolazioni.

Ciò non toglie che vada comunque perseguita una razionalizzazione ed un processo di aumento di efficacia e di efficienza dei servizi pubblici, in particolare di quelli locali che debbono comunque rimanere pubblici o, comunque, anche se con il contributo dei privati non possono soggiacere escluisivamente alle leggi del mercato

Il centro-destra, avendo i numeri in Parlamento, può proseguire la riforma federalista dello Stato ben oltre quanto già realizzato mettendo mano alla prima parte della Costituzione.

Va aperta una riflessione in particolare riguardo al Referendum sulle modifiche già apportate al Capo V° della costituzione che dovrebbe tenersi in autunno.

Lo scenario che si prospetta con Bossi ministro per la devoluzione è preoccupante; non convince una prospettiva di semplice difesa del cosiddetto federalismo "solidale" contrapposto al federalismo "egoista".

Più in generale c'è da chiedersi se, in un contesto di questo tipo, abbia senso percorrere un progetto di "federalismo solidale" da contrapporre al "federalismo dei ricchi"; quanto piuttosto una riforma democratica dello Stato che coniughi decentramento e partecipazione e risposte ai bisogni sociali della popolazione.

 

3. UNA NUOVA PIATTAFORMA PER LA CGIL

3.1 Occupazione e Lavoro

      1. Per la piena occupazione e per lo sviluppo del Sud

La piena occupazione è un obiettivo raggiungibile se verso di esso convergono adeguate scelte economiche, sociali e politiche.

La CGIL si pone l'obiettivo della piena occupazione.

Nel nostro paese la questione fondamentale contro la quale qualsiasi strategia per l'occupazione è destinata ad infrangersi è il divario di sviluppo, accresciutosi negli anni '90, tra il Centro-Nord del paese ed il Mezzogiorno.

La CGIL pone il recupero del divario di sviluppo del Mezzogiorno come questione centrale della propria strategia per la piena occupazione.

Le politiche fin qui perseguite di rendere appetibile per il capitale privato investire nel mezzogiorno utilizzando essenzialmente politiche di riduzione del costo del lavoro e di aumento della flessibilità (contratti d'area, sgravi fiscali e contributivi) non hanno dato risultati apprezzabili; anche gli strumenti per l'emersione del lavoro nero si sono dimostrati inefficaci.

Solo attraverso un consistente intervento pubblico in infrastrutture, nelle aree urbanizzate, per il risanamento dell'ambiente e del territorio, sul sistema del credito, per favorire processi di industrializzazione e trasferimenti di imprese dalle aree sature del Nord all'interno un progetto di politica industriale relativo all'intero paese, solo con la lotta alla criminalità organizzata ed all'usura è possibile affrontare il recupero del divario del Mezzogiorno.

La CGIL propone che si definisca un piano nazionale per l'occupazione e lo sviluppo del Mezzogiorno le cui linee direttrici debbono essere :

  • Investimenti pubblici in infrastrutture finanziati con i fondi europei
  • Indirizzi di politica economica ed industriale; finalizzazione dei trasferimenti al sistema delle imprese volti a favorire insediamenti industriali nel Mezzogiorno, le aziende privatizzate o in via di privatizzazione debbono essere vincolate a spostare parte delle loro attività nel Mezzogiorno.
  • Vincolare gli incentivi alle aziende per assunzioni a tempo indeterminato
  • Istituire un sostegno al reddito per i giovani inoccupati finalizzato all'inserimento al lavoro
  • All'interno di una più generale riforma degli "Ammortizzatori sociali" che preveda la riqualificazione della indennità di disoccupazione, andrà definita una specifica forma di sostegno al reddito per i disoccupati di lunga durata
  • Dare vita ad un piano di riqualificazione dei servizi pubblici quali Sanità, Scuola, Trasporti, ecc.. riducendo il peso del privato.
  • Produrre una azione decisa di repressione dell'economia criminale e del lavoro irregolare in tutte le arre del paese
  • Diritti eguali per gli immigrati anche con il meccanismo della regolarizzazione per coloro che denunciano il lavoro clandestino, il caporalato lo schiavismo
  • Impegno coordinato delle istituzioni e non solo per un’efficace lotta al lavoro nero e all’economia sommersa

Queste politiche potranno funzionare se inserite all'interno di un contesto di un diverso sviluppo economico del paese non certo in una situazione di stagnazione; ciò significa che deve essere operata una scelta nuova di politica economica.

La CGIL ritiene che è chiusa la fase del risanamento finanziario in cui tutte le risorse venivano destinate al ripianamento del debito pubblico ed alla ricostruzione dei margini di profitto delle imprese mentre deve aprirsi una nuova fase caratterizzata da politiche di sviluppo e di incremento della domanda interna sostenendo i consumi popolari .

La CGIL è impegnata in tutte le sue strutture a contrastare tutte le politiche contrattuali che, nel Mezzogiorno, nelle altre realtà con alta disoccupazione, tra i giovani ed i nuovi assunti, intendano stabilire condizioni salariali e normative inferiori rispetto a quelle normalmente pattuite.

3.1.2 Combattere la precarietà e ricostruire i diritti del lavoro

La precarietà tende a divenire condizione generale dei lavoratori e delle lavoratrici; non solo per i giovani che entrano nel mondo del lavoro ed in generale trovano soltanto contratti a termine, part-time, posizioni parasubordinate, lavoro interinale, ecc.. ma anche coloro i quali lavorano da tempo in situazioni "garantite" sono sottoposti a processi di riorganizzazione, di modifica di orari, di flessibilità che introducono, anche per loro, una condizione di precarietà ed incertezza.

Il padronato italiano si è schierato già da tempo su posizioni oltranziste perseguendo l'obiettivo della cancellazione di garanzie e diritti; con il Referendum sull'art.18 dello Statuto dei Lavoratori ha tentato di ottenere la libertà di licenziare e, nonostante la sconfitta, ora, che col governo di centro-destra si determinano condizioni politiche favorevoli, vuole ottenere ciò che il consenso popolare gli ha negato; il contratto individuale ed il controllo unilaterale della prestazione lavorativa.

E' fuor di dubbio che i mutamenti avvenuti nella struttura economico-industriale e nei processi lavorativi cosi come l'emergere di nuovi lavori impongono l'introduzione di alcuni elementi di flessibilità.

Ciò che oggi possiamo constatare con assoluta certezza è che la ampia molteplicità e la eccessiva "apertura" degli strumenti messi in campo nel mercato del lavoro hanno portato ad una sua progressiva deregolazione generale mentre le flessibilità introdotte stanno determinando una gestione puramente padronale della prestazione lavorativa.

La CGIL intende contrastare e modificare questa situazione di precarietà crescente e flessibilità selvaggia

  • La CGIL ritiene che il rapporto di lavoro a tempo indeterminato debba rimanere il tipo di rapporto di lavoro "normale".
  • L'uso del rapporto di lavoro a tempo determinato deve rimanere legato a precise causali oggettive, che debbono essere riviste e ridotte rispetto alle attuali, e non deve diventare uno strumento generalizzato di ingresso nel mondo del lavoro e neppure può divenire uno strumento per aggirare la giusta causa nel licenziamento.
  • Per l'inserimento al lavoro dovrà essere definito un unico strumento che superi tutti gli esistenti caratterizzato dalla presenza reale e certificata della formazione e da salario pieno.
  • L'uso del lavoro temporaneo (interinale) dovrà essere limitato alle professionalità medio alte con rapporto di lavoro a tempo indeterminato con l'agenzia; in ogni caso non è ammissibile l'utilizzo improprio di tale istituto come ulteriore "periodo di prova"
  • Vanno eliminate dal nostro ordinamento tutte le forme di utilizzo di personale non costituenti rapporto di lavoro (LSU,LPU; Stages, Borse Lavoro, ecc.) riportandole all'interno dei rapporti di lavoro subordinato.
  • Lo status giuridico dei soci lavoratori delle cooperative va assimilato a quello del lavoro dipendente
  • Il rapporto di lavoro di collaboratore coordinato e continuativo viene in larga misura utilizzato per lavori tipici del rapporto di lavoro dipendente al solo fine di contenere il costo del lavoro. per questo:
  • i contributi vanno equiparati a quelli dei lavoratori dipendente
  • il riferimento economico e normativo deve essere quello del lavoratore dipendente equivalente

A questi punti vanno poi aggiunti due nuovi vincoli generali a tutela dei lavoratori più precari:

  • un limite di due contratti, sotto qualsiasi fattispecie, e di un anno e mezzo di tempo massimo complessivo, dopo il quale il lavoratore precario deve essere assunto a tempo indeterminato.
  • Una forte penalizzazione contributiva per le aziende che non confermano o periodicamente sostituiscono nelle stesse mansione i lavoratori precari.

Ridurre drasticamente gli elementi di precarietà è necessario ma non sufficiente; i diritti individuali e collettivi tipici del rapporto di lavoro dipendente vanno estesi, in forme appropriate, al lavoro parasubordinato e alle collaborazioni temporanee.

La CGIL, comunque, è contraria a qualsivoglia abbassamento delle tutele per il Mezzogiorni e/o per le piccole aziende.

La CGIL è assolutamente contraria a che si instaurino, anche nelle pieghe di carenze legislative, rapporti di lavoro quali il "lavoro a chiamata" o similari

3.1.3 Diritti e dignità per gli immigrati

L’immigrazione rappresenta un fenomeno inarrestabile nella società contemporanea. Questo processo che è mosso da spinte di natura economica, sociale e politica deve essere governato secondo una logica di accoglienza e integrazione.
La CGIL in primo luogo mantiene saldo il proprio orientamento internazionalista per l’unità delle lavoratrici e dei lavoratori di tutti i paesi., contrapponendosi sul piano culturale, sociale e rivendicativo a tutti i tentativi di far leva sulla xenofobia e sulle difficoltà sociali per discriminare e contrapporre i lavoratori sulla base della loro appartenenza nazionale religiosa o di genere.

Per gli immigrati nel nostro paese, al fine di prevenire l’insorgere di tensioni e di risolvere quelle esistenti è necessario battersi per una politica dei diritti, a partire dal diritto al lavoro per tutte e tutti, contro ogni discriminazione salariale e normativa tra lavoratori italiani e stranieri.

Per questo la CGIL rivendica:

  • una politica di piena accoglienza e integrazione per gli immigrati presenti nel nostro paese;
  • il riconoscimento pieno del diritto d’asilo per motivi politici, ma anche economici e sociali;
  • il diritto al ricongiungimento familiare, superando gli impedimenti dell’attuale legislazione;
  • il diritto alla regolarizzazione per tutti gli immigrati che dimostrino di avere rapporti di lavoro, anche al fine di contribuire a combattere la piaga del lavoro nero;
  • il diritto per gli immigrati a usufruire pienamente di sanità, previdenza e assistenza, al pari degli altri cittadini;
  • il diritto degli immigrati a partecipare alla vita politica e sociale attraverso il diritto di voto amministrativo
  • una semplificazione delle procedure per la concessione della cittadinanza italiana
  • il passaggio delle competenze sugli immigrati dal Ministero dell' Interno al sistema delle autonomie locali: i Consigli territoriali per l’immigrazione devono essere presieduti dai Presidenti delle Province e non dai prefetti, la carta di soggiorno e i permessi devono essere concessi dai Comuni e non dalle Questure…

La CGIL si batte per la chiusura dei Centri di permanenza temporanea, che sono lesivi dei diritti costituzionali, inutili e costosi e per la fine della politica del respingimento forzoso alle frontiere, che va invece sostituita da una intensificazione della lotta contro il racket delle braccia e per la repressione del lavoro nero e della evasione contributiva e fiscale.

Al fine di mettere in risalto la scelta strategica a favore di una società multietnica e dell’accoglienza, la CGIL si impegna a valorizzare e promuovere nelle proprie fila, una leva di delegati e dirigenti sindacali immigrati, secondo le migliori tradizioni del movimento operaio internazionale, contrastando anche al proprio interno la xenofobia, il razzismo, l’integralismo ed ogni altra causa di divisione tra i lavoratori. La CGIL considera una visibile partecipazione dei temi e degli stessi lavoratori immigrati al suo XIV Congresso un significativo contributo a tutta la società italiana.

 

 

 

3.1.4 Riprendere il controllo del tempo e dell'organizzazione del lavoro

Il passaggio da un sistema rigido ad uno flessibile nella produzione manifatturiera, nei servizi alla produzione, nei trasporti, ecc., ha sconvolto e reso in parte inefficaci i tradizionali strumenti di controllo dell'orario e della organizzazione del lavoro; su questo si è innestata una azione del padronato volta a rendere in generale la prestazione lavorativa subordinata in tutto e per tutto alle esigenze aziendali.

Oggi non si può non constatare che le aperture alla flessibilità nelle leggi e nei contratti sono state troppo ampie e prive di efficaci meccanismi di controllo sociale e sindacale; il padronato persegue con determinazione l'obiettivo del controllo unilaterale della prestazione lavorativa fino la punto di tentare, come insegna il tentativo di introdurre il lavoro a chiamata alla Zanussi, di ottenere dai lavoratori livelli di sottomissione alle esigenze aziendali non solo sindacalmente ma anche socialmente inaccettabili.

Di fronte a questa situazione la CGIL intende ripristinare un controllo degli orari, dei tempi e dell'organizzazione del lavoro promuovendo le necessarie modifiche legislative ma soprattutto operando una svolta nella contrattazione volta a ricostruire vincoli e garanzie che impediscano una flessibilità generalizzata ed unilaterale.

C'è bisogno di un riordino dell'intera materia degli orari di lavoro mettendo fine al susseguirsi di provvedimenti legislativi (Straordinari, Lavoro Notturno, Part Time) che, a parte la discutibilità di alcuni aspetti ed impostazioni, producono una situazione di confusione normativa nella quale il Padronato trova spazi per far saltare garanzie (durata massima giornaliera, tetti per gli straordinari, ecc.) individuali e collettive.

Il recepimento delle Direttive Europee su queste materie non può divenire l'occasione per compiere comunque operazioni di liberalizzazione.

La CGIL, nella contrattazione, non accetterà neppure di prendere in considerazione l'introduzione di meccanismi di flessibilità originati solo da volontà di ridurre il costo del lavoro.

L'introduzione di meccanismi di flessibilità deve comunque trovare un limite invalicabile nei limiti massimi (orario massimo giornaliero, settimanale, riposo settimanale, ecc..) posti a salvaguardia della salute psicofisica e della vita sociale del lavoratore che debbono essere mantenuti e rafforzati.

In ogni caso l'introduzione di meccanismi di flessibilità deve avere il vincolo della contrattazione e dell'accordo in sede aziendale che però non può operare in deroga delle normative nazionali; la CGIL, intendendo risolvere per altra via l'emergenza salariale ormai presente tra i lavoratori, è contraria ad una monetizzazione generalizzata delle flessibilità privilegiando un meccanismo di reciprocità in termini di riduzione degli orari, di compensazione degli straordinari e di autogestione e autodeterminazione dei tempi di lavoro.

In questo senso i meccanismi di conto ore individuale debbono avere l'obiettivo dell'abbattimento totale degli straordinari, non prevedere monetizzazioni, garantire al massimo la scelta del lavoratore nelle modalità di recupero.

Il meccanismo del conto ore individuale deve essere reso cogente per legge a partire da un determinato valore di straordinari effettuati.

Va impegnata tutta l'attività rivendicativa nel ricostruire il controllo dei lavoratori sull'organizzazione del lavoro, a partire dalla difesa e dalla riconquista delle pause, dalla contrattazione dei tempi e dei ritmi di lavoro, dalla definizione degli organici e dei rimpiazzi.

La presenza sempre più invadente degli interessi delle imprese in tutti gli atti che regolano sia i rapporti sociali che la vita personale dei lavoratori, rende necessario il recupero di un nuovo equilibrio, nei tempi di vita dei lavoratori tra la parte dedicata alla attività di produzione e la parte dedicata agli interessi personali, per questo va rivendicata la possibilità, in costanza dei rapporti di lavoro, di usufruire di un periodo di aspettativa con conservazione del posto di lavoro, che abbia una durata estendibile fino ad un anno consecutivo, con la possibilità di utilizzo del trattamento di fine rapporto, per garantire alla persona interessata un reddito disponibile.

3.1.5 Garantire la salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro

Infortuni sul lavoro, morti e malattie professionali continuano a rimanere molto elevati nel nostro paese (non dissimili dai valori di inizio secolo) che è il quarto in Europa per infortuni mortali.

Nonostante che la ristrutturazione dell'apparato industriale e produttivo ha eliminato o spostato all'estero alcuni dei processi storicamente più nocivi.

Le forme accentuate di flessibilità e di intensificazione dei ritmi di lavoro sono tra le nuove cause di infortunio; in particolare la pressione all'abbassamento del costo del lavoro si traduce in riduzione delle tutele antinfortunistiche e di prevenzione.

La salute dei lavoratori è parimenti minacciata non solo dal permanere delle "vecchie" nocività, dal permanere del lavoro nero, ma dall'insorgere di nuove e più sottili forme di attacco alla salute connesse con le nuove tecnologie informatiche, chimiche e dell'organizzazione flessibile del lavoro.

La CGIL oltre ad esigere che siano colmate le inadempienze normative e nella vigilanza intende, per propria parte, recuperare il ritardo determinatosi nella contrattazione di questi ultimi anni che ha, praticamente, ignorato la questione

In particolare va ripristinato un controllo sugli appalti, contrattuale ed ispettivo.

Vanno eletti ovunque gli RLS e dedicate al loro coordinamento maggiori risorse ed energie.

La CGIL rivendica che le Regioni diano piena funzionalità ai propri servizi di vigilanza e che l'INAIL riconosca le nuove malattie professionali.

La battaglia per la prevenzione, per un ambiente più salubre deve riunificare la lotta alle nocività del lavoro con la rivendicazione di una salvaguardia generale dell'ambiente.

Non è possibile difendere la salute sul posto di lavoro e, nel contempo, lasciare che i danni ambientali, prodotti da questo tipo di sviluppo, si diffondano e si aggravino.

La CGIL deve riprendere una lotta per l'ambiente in senso generale: il riuso, il riciclo, il recupero e, in genere, le attività "ambientalmente dolci" producono lavoro stabile in attività ad alta intensità di manodopera.

Non so tratta solo di imporre minor inquinamento quanto di perseguire un modello di sviluppo che minimizzi l'irreversibilità ed i costi dei danni ambientali.

 

3.2 Orari, salari e redditi

3.2.1 Ridistribuire la ricchezza

Negli anni '90 si è operata una gigantesca opera di risanamento del debito pubblico; si tratta di circa 600.000 miliardi tra tagli alle spese e maggiori entrate.

Questa serie di manovre economiche non è stata distribuita equamente tra le varie classi e ceti sociali, la gran parte del peso è gravata sui lavoratori e sui ceti meno abbienti attraverso una riduzione delle prestazioni sociali, l'aumento delle tariffe, l'aumento della pressione fiscale sui redditi da lavoro, i tagli alle pensioni, ecc.

Le rendite finanziarie ed i profitti non sono stati toccati mentre i redditi da lavoro dipendente si sono ridotti passando dal 92' ad oggi dal 46% al 40.5% del PIL.

Nonostante che le politiche economiche di ispirazione neoliberista applicate nel nostro paese determinino tassi di crescita nettamente inferiori a quelli medi del resto d'Europa, in Italia siamo in una fase di incremento della ricchezza.

Va sanata l'ingiustizia sociale che ha caratterizzato gli anni '90 ridistribuendo la ricchezza verso il lavoro, i pensionati, i disoccupati ed i ceti meno abbienti.

Ciò significa operare una svolta nelle politiche economiche e sociali a partire da:

  • recuperare quote di reddito per il lavoro dipendente superando l'accordo del 23 Luglio 1993
  • riformare il sistema fiscale spostando quote di prelievo dal lavoro agli altri redditi
  • riqualificare e rafforzare lo Stato Sociale

Va da se che condizione favorevole è realizzare tassi di sviluppo sostenuti; a questo proposito è essenziale che il sistema economico industriale del nostro paese si avvii a superare il modello di competizione di costo (cioè sul costo del lavoro) in direzione di un modello che punti alla qualità.

3.2.2 Superare l'accordo del 23 Luglio del 1993

I meccanismi di politica dei redditi previsti dall'accordo del 23 di luglio '93 e della sua pratica applicazione (tetto di aumento basato sull'inflazione programmata e non su quella reale, premi aziendali sempre più sottoposti alle strategie aziendali) hanno determinato che i salari non riuscissero neppure a recuperare completamente l'inflazione.

In tal modo tutti gli incrementi di produttività, pagati pesantemente dai lavoratori con ristrutturazioni e licenziamenti, sono finiti in profitto per il padronato.

Per arrestare questo meccanismo, anche solo per impedire che, d'ora in avanti, i redditi da lavoro continuino a perdete quote rispetto agli altri redditi è necessario che essi si incrementino, per lo meno, nello stesso modo in cui aumenta la ricchezza del paese (PIL).

Per questo la CGIL intende superare i meccanismi di centralizzazione e di tetti salariali presenti nell'accordo del 23 Luglio 1993 (tetto di incremento per i salari al massimo pari all'inflazione) così come i vincoli che legano la retribuzione alla strategia di profitto dell'impresa (espressione anch'essi dell'impianto del 23 Luglio), restituendo piena autonomia alla contrattazione

La CGIL pone l'obiettivo di recuperare nei due livelli della contrattazione oltre l'inflazione reale una quota aggiuntiva di salario legata all'aumento del PIL reale.

Si tratta di una indicazione generale che va declinata nelle categorie e nello loro storia salariale di questo decennio non escludendo la possibilità di perseguire incrementi salariali che vadano oltre quanto indicato per recuperare parte di quanto perso in questo decennio.

Questo soprattutto perché il vuoto lasciato in questi anni dalla politica rivendicativa del sindacato è stato riempito dalla politica unilaterale delle imprese che ha ridefinito premi e compensi alla professionalità e alla condizione di lavoro. Il sindacato deve tornare ad essere autorità salariale per tutte le categorie e le mansioni e questo è realizzabile solo da una politica rivendicativa d'attacco.

A tal fine va rafforzato il ruolo del contratto nazionale nella ridistribuzione della ricchezza, rapportando le richieste salariali all'inflazione reale e ad una quota dell'incremento reale del PIL. La contrattazione aziendale dovrà ridistribuire le ulteriori quote di produttività contrattando la retribuzione professionale e l'organizzazione del lavoro, superando il legame dei salari con gli indici del bilancio aziendale.

3.2.3 Ridurre l'orario di lavoro

Va ripresa con forza una politica di ridistribuzione del lavoro attraverso la riduzione dell'orario di lavoro.

Dopo che il progetto di legge sulla riduzione d'orario è stato abbandonato, si è affermata una riorganizzazione degli orari determinata dalle scelte e dalle esigenze padronali.

La diffusione dei contratti a termine, l'uso del part-time come scelta imposta ai lavoratori dalle esigenze padronali, gli orari ridotti con riduzione di salario, sono espressione di questa tendenza.

La CGIL esprime un giudizio critico sul proprio operato complessivo su questa materia, a causa del mancato perseguimento dell'obiettivo, assunto al 13 ° congresso, delle 35 ore settimanali.

La CGIL decide con il suo XIV° Congresso di riprendere l'azione per la riduzione generalizzata dell'orario a 35 e a 32 ore settimanali ore sia (nei termini di inserire tale obiettivo nei prossimi contratti) nelle vertenze contrattuali sia riaprendo il confronto con il Governo e nel parlamento sulla legge.

Tale obiettivo richiede un deciso ripensamento delle politiche sindacali riguardo la flessibilità dell'orario, l'uso dei contratti atipici, degli orari ridotti, dei contratti di solidarietà.

L'obiettivo concreto è quello di realizzare entro 4 anni la riduzione dell'orario a 35 per le lavoratrici ed i lavoratori con le più tradizionali turnazioni giornaliere e a 32 ore per coloro che operano in turni avvicendati, di notte, in condizioni di particolare disagio. Analogamente tutti i lavoratori coinvolti in programmi formativi dovranno usufruire delle 32 ore, dedicando un giorno almeno interamente alla formazione.

L'obiettivo strategico della nuova fase rivendicativa sull'orario deve essere quello di giungere alla settimana lavorativa di 32 ore pagate 40, con un massimo di quattro giorni di lavoro a settimana, per tutte le lavoratrici ed i lavoratori.

Vanno inoltre utilizzate a favore delle lavoratrici e dei lavoratori tutte le grandi possibilità che oggi le tecnologie offrono sui tempi di lavoro, rivendicando tempi scelti, orari elastici, periodi sabbatici retribuiti.

Lo straordinario va combattuto alla radice, sia con una diversa politica salariale, sia con misure di legge restrittive e vincoli contrattuali rigidi.

Le politiche di sostegno all'occupazione dovranno privilegiare le situazioni dove si effettueranno riduzioni dell'orario mentre va superata la politica degli sgravi contributivi per l'evidente impatto negativo sulla previdenza mentre gli incentivi fiscali alle assunzioni vanno collegati rigidamente all'instaurazione di rapporti di lavoro a tempo indeterminato.

La riduzione dell’orario di lavoro va finalizzata, anche, per la creazione di nuovi posti di lavoro attraverso la ridistribuzione e riorganizzazione degli orari, e, all’opportunità di nuovi lavori in attività sociali e culturali in relazione ai bisogni del tempo liberato dal lavoro.
E’ una risposta al dramma della disoccupazione che si presenta come destino ineluttabile alle giovani generazioni, specialmente nel Mezzogiorno.

Le 35 ore e le 32 vanno coniugate con una riorganizzazione degli orari che consenta tipologie di orario rispettose delle esigenze di vita, individuali e sociali in direzione di un tempo di lavoro scelto.

Il tempo, ed il tempo di lavoro, va analizzato in tutte le sue dimensioni: l’attenzione, la fatica, l’intensità sono anch’esse misure del tempo.

Le ore non sono tutte uguali, specie quelle della notte, esse vanno considerate anche in funzione dell’intero tempo delle donne, ivi compreso quello della riproduzione sociale.

Le 35 e le 32 ore debbono rappresentare un’occasione di ridistribuzione tra i sessi del tempo della cura e della riproduzione sociale: lavoro svolto in Italia più che in altri paesi, quasi esclusivamente dalle donne, così come dimostrano le statistiche ufficiali. Ridistribuzione che aiuta a superare la divisione dei ruoli e la contrapposizione pubblico-privato e a ricostruire relazioni più ricche e più libere tra i sessi.

3.2.4 Riformare il sistema fiscale

Il sistema fiscale italiano è strutturalmente iniquo in quanto ricava gran parte delle sue entrate dal reddito dei lavoratori e dei pensionati; in questi ultimi anni i caratteri di iniquità si sono accentuati anche per l'effetto progressivo che l'eliminazione del fiscal-drag ha prodotto sull'Ipef.

Le entrate per imposte dirette (Irpef, Irpeg, Ilor, ecc..) sono coperte in larga parte dal gettito Irpef che, come noto, è coperto in larghissima misura dai lavoratori.

Il gettito dell'IRPEF che copriva negli anni '90 circa il 60% delle imposte dirette è balzato nel 2000 al 70%.

Anche per quanto riguarda le imposte indirette, che sono coperte in gran parte dall'IVA e dalle tasse sui carburanti, si può ritenere che la parte maggiore derivi dai lavoratori e dai ceti popolari.

L'ingiustizia del sistema è evidente in particolare relativamente al fatto che l'unica imposta realmente progressiva è l'Irpef.

La CGIL assume come indirizzo generale l'obiettivo di una riforma strutturale del sistema fiscale indirizzata a riequilibrare la pressione fiscale in modo più equo tra redditi da lavoro ed altri redditi.

Ciò significa che il criterio di progressività deve essere applicato a tutti i redditi a partire dall'IRPEG; oltre alla progressività, va innalzato il prelievo che oggi si basa su una aliquota fissa del 12% al valore medio del 20%.

Per quanto riguarda l'Irpef va ripristinata la restituzione del fiscal-drag e vanno modificate le aliquote per spostare il peso del prelievo dai redditi medio-bassi a quelli medio alti.

Va rivisto il meccanismo dell'IRAP sia perché da un gettito complessivo inferiore ai contributi sanitari che ha sostituito sia perché si configura come tassa sull'occupazione, dal momento che favorisce chi ha meno occupati rispetto al capitale investito.

Va pianificata la lotta all'evasione fiscale e contributiva, con l'obiettivo di portare nei primi anni di vigore dell'Euro il livello dell'Italia a quello della media dei paesi Europei, oggi da noi l'evasione è doppia. Questa pianificazione richiede anche interventi coordinati, potenziamenti e finalizzazione di organici e politiche di assunzioni mirate in tutti i settori interessati della Pubblica Amministrazione.

In ogni caso la pressione fiscale complessiva è in linea, anzi inferiore, alla media europea; il vero problema è che a fronte delle tasse pagate i lavoratori ed i pensionati non riscontrano un corrispettivo di servizi e di prestazioni fornite dallo Stato.

Le risorse crescenti fornite dal sistema fiscale sono andate dal '92 ad oggi, in parte prevalente, a ripianare il debito pubblico mentre il sistema delle imprese ha fruito di sostegni tra i più alti del mondo occidentale; oggi questa situazione non può più permanere e nuove risorse vanno destinate ad ampliare e rafforzare lo Stato Sociale.

Di fronte alla linea del Governo Berlusconi di ridurre la pressione fiscale e, di conseguenza, le prestazioni dello stato Sociale, la CGIL invece ritiene che le entrate fiscali non debbano diminuire e che nuove e maggiori risorse debbano essere destinate alla spesa sociale

La efficacia delle politiche economiche nazionali e, di conseguenza, anche di quelle sociali è oggi messa in discussione dai processi di globalizzazione finanziaria e di circolazione libera di gigantesche quantità di capitali mosse dalle multinazionali finanziarie che perseguono la pura valorizzazione dei capitali al di fuori di ogni rapporto con la economia reale.

Per questo è ormai tempo di considerare l’ipotesi di una tassa sulle transazioni finanziarie pure, cioè non riguardanti operazioni di scambio di beni e servizi, dello 0,01% al fine di recuperare risorse aggiuntive da destinare agli investimenti e al finanziamento dello Stato Sociale.

3.2.5 Rinnovare la contrattazione

Per la CGIL il ruolo del contratto collettivo nazionale è fondamentale come elemento oggettivo di unità e solidarietà tra i lavoratori; nel contratto nazionale debbono continuare ad essere definite le scelte e le quantità fondamentali riguardo ai principali temi della contrattazione quali il salario, l'orario, la normativa e l'organizzazione del lavoro.

La funzione del contratto nazionale è oggi messa in discussione non solo dal Padronato che vuole limitare ed impedire a tutti i livelli la contrattazione e dalla CISL che è orientata a spostare il peso della contrattazione a livello regionale ed aziendale ma, soprattutto, dalla perdita di rappresentanza del contratto nazionale sia nei termini di contenuti che di rispondenza alla nuova articolazione dei processi lavorativi ed all'incremento della presenza di rapporti di lavoro "atipici".

E' evidente come in una situazione di bassa inflazione le politiche salariali se mantenute all'interno dell'accordo del 23 Luglio, determinano quantità assolutamente modeste determinando una perdita di funzione salariale del contratto nazionale; la CGIL, nei prossimi contratti avanzerà rivendicazioni salariali legate all'incremento del PIL nominale

Negli ultimi anni la contrattazione collettiva nazionale, ma ancor più quella di secondo livello, ha assunto, su molte materie, la caratteristica di "patto in deroga" subendo l'iniziativa del padronato volta a forzare in peggio tutte le nuove normative di legge (straordinari, part time, flessibilità degli orari, ecc..).

La CGIL, prendendo atto di questa situazione opererà con decisione per riqualificare la contrattazione nella direzione di ottenere negli accordi condizioni migliori rispetto ai minimi previsti dalle normative di legge.

Nei contratti nazionali sono stati introdotte su numerose materie, in particolare sulla flessibilità, formulazioni troppo vaghe con troppo ampi rimandi alla contrattazione aziendale o, addirittura, con eccessive aperture ad opzioni unilaterali del padronato senza il vincolo dell'accordo in sede aziendale.

La CGIL nei prossimi contratti nazionali opererà per reintrodurre precise determinazioni e vincoli ostativi alla possibile contrattazione "in peius" che si dovesse determinare al secondo livello su materie fondamentali.

In molte medie e grandi aziende e anche in alcuni settori si è determinata la presenza di più contratti di lavoro nella stessa unità produttiva oppure la scelta del Padronato di applicare, tra i più possibili, il contratto di lavoro più conveniente per il datore di lavoro.

La CGIL intende risolvere tale situazione da un lato ricomponendo nello stesso contratto nazionale (o in apposito accordo di omogeneizzazione) le filiere produttive e dall'altro a livello di contrattazione di secondo livello presentando piattaforme e realizzando accordi che rappresentino la totalità dei lavoratori pur se formalmente facenti riferimento a contratti nazionali diversi e/o a tipologie contrattuali diverse. Analogamente va risolto il problema dell’applicazione erga-omnes dei contratti collettivi.

Si pone il problema di tutte quelle aziende in cui non è presente la contrattazione di 2° livello. Sono in campo ipotesi di generalizzazione della contrattazione territoriale allargando anche alla piccola industria l’esperienza dell’artigianato. Fatto salvo l’attuale meccanismo esistente per l'artigianato che ha garantito una parziale copertura di questo settore, non è utile allargare l’area della contrattazione territoriale.

Va invece allargata la contrattazione aziendale, in particolare nelle piccole aziende che hanno una totale autonomia produttiva, e collegate le piccole aziende che fanno parte integrante del processo produttivo di aziende medie e grandi con la contrattazione integrativa delle aziende "madri".

 

3.3 LO STATO SOCIALE

3.3.1 Rinnovare ed estendere lo Stato Sociale

Negli anni '90, con l'affermarsi delle politiche neoliberiste, si è sviluppato un attacco allo Stato Sociale, un processo di sua privatizzazione ed aziendalizzazione, la messa in discussione di diritti ormai ritenuti una irreversibile conquista di civiltà e di socializzazione dei lavori svolti tradizionalmente e gratuitamente dalle donne, una enorme crescita delle diseguaglianze, giustificate ed incentivate come stimolo dello sviluppo, ed il ritorno ad uno stato sociale minimo, come sussidio ai poveri e alle risposte "familiari", cioè a carico delle donne, ai bisogni che permangono.

Da un lato il blocco della spesa sociale che ha portato i livelli italiani al di sotto della media europea dall'altro il permanere del lavoro nero, l'alto tasso di disoccupazione, l'incremento massiccio dei lavori precari ed atipici e la politica delle decontribuzioni minano lo Stato Sociale sia sotto l'aspetto contributivo sia sotto quello delle risorse pubbliche da impiegare.

Corrispondentemente si determinano nuovi problemi ed esigenze quali quelli di rispondere alla precarietà, alla elevata disoccupazione, all'invecchiamento della popolazione, alla difesa e consolidamento dei "vecchi" istituti che vanno riattualizzati per rispondere efficacemente alla situazione odierna.

La CGIL si propone quindi di consolidare ed estendere lo Stato Sociale a partire dalle risorse ponendo l'obiettivo di incrementare la spesa sociale di un punto di PIL annuo fino a raggiungere la media europea; parimenti la CGIL è impegnata a superare le politiche di decontribuzione.

La CGIL propone un modello di Stato Sociale basato sui seguenti principi:

Una struttura dello Stato sociale che mantenga:

  • prestazioni sociali basate sul lavoro e quindi a base contributiva,
  • prestazioni sociali a base fiscale per quanto riguarda l'assistenza, la precarietà del lavoro e la disoccupazione,
  • diritti universali basati sulla fiscalità e senza selezione in base al reddito (Sanità, Scuola)
  • La definizione di una griglia obbligatoria nazionale di diritti universali ed esigibili in materia sanitaria ed assistenziale, dei relativi standard essenziali, nonché il mantenimento di un fondo nazionale che ne assicuri comunque, anche in assenza di interventi a livello locale, la necessaria effettiva erogazione.

Per una serie di prestazioni sociali a carattere assistenziale di sostegno al reddito a base fiscale, la CGIL propone l'individuazione di un valore sociale minimo di riferimento (da rivalutare annualmente sulla base dell'inflazione, dell'incremento del PIL, su considerazioni sociali generali) su cui basare i valori di tali prestazioni.

Per l'accesso alle prestazioni sanitarie ed assistenziali esiste attualmente una pluralità di strumenti, differenziati per argomento e per soglie e criteri: l'Ise (redditometro) e l'Ises (sanitometro), con una proliferazione di adempimenti burocratici che rendono difficoltoso l'accesso alla prestazione gratuita anche per chi ne ha diritto.

Risulta dunque opportuno unificare tutto in un solo strumento, con una soglia unica nazionale omogenea per tutte le prestazioni e limitare gli adempimenti ai soli redditi più elevati ed alle categorie a rischio di evasione, attraverso una autocertificazione.

 

 

 

3.3.2 Stato Sociale e Federalismo fiscale

Le ricadute del federalismo fiscale sullo Stato Sociale sono uno degli aspetti più pericolosi del processo in atto verso il Federalismo.

Già la scelta di affidare il finanziamento delle politiche sociali e sanitarie a totale carico delle regioni e degli enti locali appare assolutamente discutibile in quanto destinata ad amplificare la differenziazione delle prestazioni sociosanitarie tra regioni ricche e povere del Paese, specie in assenza di forti meccanismi finanziari perequativi.

Inoltre la prevista cancellazione della destinazione d'uso per le risorse che vengono decentrate alle regioni in tema di Sanità e di Assistenza apre la porta alla differenziazione delle prestazioni sociali tra le varie regioni e ad un uso strumentale e politico, svincolato dalle necessità delle popolazioni, di tali risorse da parte dei governi regionali.

Per questo la CGIL si pronuncia per il mantenimento del fondo nazionale nella sanità e nell'assistenza sociale; parimenti, per il mantenimento delle destinazioni d'uso.

La riforma della riscossione, con la soppressione delle anticipazioni agli Enti Locali da parte delle società concessionarie, e l'apertura a nuovi soggetti che non offrono sufficienti garanzie strutturali, rischia da un lato di determinare una caduta delle entrate che si ripercuoterebbe immediatamente sulla dimensione della spesa assistenziale, e dall'altro di consentire il ritorno nel settore di quelle infiltrazioni mafiose che l'avevano un tempo caratterizzato. Inoltre la fiscalità locale rischia di divenire un fattore aggiuntivo e non sostitutivo della fiscalità generale, con il conseguente aumento della pressione fiscale complessiva.

3.3.3 La riforma degli "Ammortizzatori Sociali"

I cosiddetti "ammortizzatori sociali" cioè quell'insieme di istituti (CIG, CIGS, Indennità di disoccupazione, ecc...) che debbono sostenere il lavoratore che si trova in difficoltà economiche a causa di licenziamento, di crisi aziendali, ecc. debbono divenire parte integrante dello Stato Sociale.

In Italia questi istituti sono stati e sono di livello inferiore al resto dell'Europa; sia per i livelli di erogazioni che per copertura solo parziale del mondo del lavoro.

Una riforma è urgente e necessaria in particolare perché l'aumento dei rapporti di lavoro atipici e la crescente precarietà rendono socialmente necessario operare per una opportuna copertura di questi soggetti.

Va da se che riforma che affronti efficacemente i problemi non può essere fatta a "costo zero" ma deve vedere un incremento di risorse.

La CGIL propone che i nuovi "ammortizzatori sociali" siano basati su tre strumenti:

  • Cassa Integrazione

Il sistema va generalizzato a tutto il lavoro dipendente; le soluzioni adottate per via contrattuale dai settori all'oggi privi dell'istituto non sono soddisfacenti.

La soluzione più adeguata è quella dell'estensione dell'attuale sistema a contribuzione obbligatoria.

Un meccanismo intermedio può definirsi per le aziende artigiane dove esistono forme di copertura dei periodi di sospensione della produzione di fonte contrattuale, mantenendo tale sistema purché si adegui ai criteri esistenti per il sistema pubblico garantendo a tutti i lavoratori del settore il meccanismo di copertura esistente.

  • Assegno di disoccupazione

Dovrebbe sostituire l'attuale assegno di disoccupazione e la mobilità

Sarebbe percepito, in caso di licenziamento, da tutti i lavoratori in proporzione sia nella durata che nell'ammontare, al periodo di lavoro svolto; in ogni caso gli importi iniziali dovrebbero essere nettamente superiori al 40% della retribuzione stabilito nell'accordo del 23 Luglio '93 e non ancora pienamente attuato.

Esso sarebbe finanziato contributivamente e soggetto a contribuzione che sarebbe garantita fiscalmente.

  • Assegno di inoccupazione

Si tratta di un nuovo istituto a carico della fiscalità generale da corrispondere per un certo periodo a tutti i cittadini inoccupati tra i 16 anni ed i 25 in cambio della verificata disponibilità all'avviamento al lavoro che dovrebbe comprendere anche stages, lavori di pubblica utilità, corsi di formazione professionale

L'assegno dovrebbe essere di importo collegato al valore sociale minimo.

La CGIL ritiene non più utilizzabile lo strumento dei prepensionamenti; in particolare la CGIL ritiene necessario promuove le opportune modifiche normative affinché il suo utilizzo venga reso impossibile in caso di aziende che hanno una situazione di bilancio positiva e che contemporaneamente ai prepensionamenti intendono effettuare assunzioni.

3.3.4 La previdenza

La CGIL ritiene che con la "riforma" Dini del 1995 il sistema previdenziale italiano è in grado di mantenere un proprio equilibrio e, di conseguenza non necessitano nuovi interventi strutturali quali, ad esempio, l'estensione a tutti del contributivo.

Si pongono invece problemi di adeguamento relativamente alle ingiustizie che la riforma del 1995 ha introdotto, con l'allungamento degli anni di lavoro per gli operai e per chi compie mansioni pesanti, con il contributivo che metterà a rischio pensionistico gli attuali 5 milioni di lavoratori tra stagionali, part-time, tempo determinato, parasubordinati e soci-lavoratori di cooperative.

La precedente riforma del 92 aveva a sua volta particolarmente colpito i lavoratori e soprattutto le lavoratrici anziani con insufficiente contribuzione. A tutte queste ingiustizie va posto immediato rimedio

Già oggi esiste un problema sociale di prima grandezza relativo ad oltre un milione e mezzo di pensionati INPS al di sotto delle 500.0000 lire. (mentre sono oltre 6 milioni quelli che percepiscono valori inferiori al milione).

Inoltre su alcuni determinanti aspetti la riforma Dini non è stata attuata: netta separazione tra Previdenza ed Assistenza che, all'oggi è solo di tipo contabile, ripianamento dei deficit strutturali dei Fondi Speciali che invece vengono progressivamente accollati all'INPS.

La CGIL ritiene che per garantire la stabilità e l'equilibrio dei conti previdenziali , sul versante delle entrate, occorre realizzare:

  • la piena attuazione della separazione fra previdenza (contributiva) ed assistenza previdenziale (finanziata per via fiscale).
  • un aumento del gettito attraverso incisive iniziative antievasione di lotta al lavoro nero, l'estensione dell'occupazione con il contenimento del lavoro atipico, precario, parasubordinato, una convergenza delle aliquote contributive in particolare elevando immediatamente al 20% l'aliquota per i parasubordinati.
  • Aumento progressivo fino al 20% dell'aliquota per gli apprendisti
  • la ridimensionamento della politica delle decontribuzioni e sanate tutte quelle forme di lavoro che non prevedono nessuna contribuzione (LSU, ecc.)
  • la destinazione di parte dei proventi delle privatizzazioni al risanamento del deficit dei Fondi Speciali; si tratta oggi di decine di migliaia di miliardi che sono destinati a divenire 120.000 per le F.S. al 2010 e 60.000 per l'ENEL.
  • la definizione di una soglia massima nella erogazione delle pensioni d'oro.
  • Inoltre va presa in considerazione la possibilità di una modifica della modalità di prelievo della contribuzione collegando la quota a carico del datore di lavoro non soltanto alla retribuzione del dipendente ma anche al valore reale dell'azienda (MOL o altro); questo consentirebbe di superare un difetto dell'attuale sistema che penalizza le aziende ad elevato contenuto di manodopera rispetto a quelle ad elevato contenuto di capitale.

Sul versante delle prestazioni è necessario:

  • Tenuto conto che nel sistema retributivo le situazioni "precarietà" venivano parzialmente protette con il meccanismo dell'integrazione al minimo; un meccanismo similare va introdotto anche per il sistema contributivo attraverso la garanzia di un rendimento minimo (a prescindere dal valore di pensione a cui si ha diritto) per ogni anno di contribuzione pari a 40.000 (rivalutabili in base all'aumento del PIL nominale). In ogni caso va prevista la cancellazione dell’attuale soglia minima di contribuzione altrimenti chi non raggiungesse un importo di pensione almeno pari a 1,2 volte il valore dell'assegno sociale (per il 2000 pari a 10.040.000 annui) non avrebbe alcuna pensione.
  • Vanno ridefiniti i criteri e le condizioni per chi ha lavorato in condizioni usuranti. Deve crescere la platea dei soggetti interessati e il numero degli anni di pensionamento anticipato.
  • Per i trattamenti minimi e sociali occorre prevedere:
  • adeguamento significativo delle pensioni minime rispetto alle attuali previsioni.
  • esclusione dal computo per aver diritto al trattamento della prima casa fino a 2 milioni di reddito catastale nonché di eventuali integrazioni assistenziali per il pagamento dell’affitto.
  • mantenimento di un trattamento aggiuntivo per le pensioni al minimo rispetto a quelle sociali
  • in caso di "incapienza" per le detrazioni sulle pensioni minime, prevedere una tassa negativa
  • superamento della disparità di trattamento fra l’assegno sociale (legge 335) e la pensione sociale, rispetto alla cumulabilità con i redditi del coniuge, portando in ambedue i casi al livello superiore il tetto di reddito cumulabile di coppia (23.758.950, della pensione sociale).
  • L'eliminazione del prelievo fiscale sulle pensioni minime ed una riduzione del prelievo per le altre, attraverso una tassazione con aliquote differenziate più favorevoli per i pensionati (analogamente a quanto avviene in altri paesi europei).

Va mantenuto il potere d’acquisto delle pensioni attraverso un meccanismo più efficace di indicizzazione, agganciando la rivalutazione alla media fra l’attuale meccanismo (che non è in grado di coprire l’effettiva perdita di potere d’acquisto) e l'incremento del PIL.

Premesso che la CGIL ritiene che la previdenza pubblica debba continuare ad essere l'aspetto nettamente prevalente dei trattamenti pensionistici è innegabile che con la riforma Dini per coloro i quali si trovano nella condizione di un sistema completamente contributivo, in particolare per i giovani assunti, si pongono problemi rilevanti sulla scarsità dei trattamenti che il sistema prevede.

La previdenza complementare non è la soluzione generale del problema in quanto solo una quantità consistente di versamenti (tutto il TFR più percentuali nettamente superiori a quelle attualmente versate da lavoratori e datori agli attuali fondi) e per un periodo continuativo di durata similare a quello della previdenza obbligatoria può fornire prestazioni di qualche efficacia.

Per i lavoratori con bassi salari e per quelli precari e con rapporti di lavoro atipico si presenta lo stesso problema della previdenza obbligatoria: è ormai chiaro che la previdenza integrativa non riuscirà a raggiungere la stragrande maggioranza dei lavoratori dei settori dove il lavoro è più precario, in particolare nei servizi, ma anche in diverse categorie dell’industria. Si pone quindi il problema di come affrontare la situazione di tutti quei lavoratori, a tutto contributivo, che avranno diritto ad una pensione significativamente più bassa del salario, ancorché più alta del minimo.

Per questi lavoratori, in particolare per i giovani che per lunghi periodi si trovano in condizioni di bassi salari, va eliminata qualsiasi forma di decontribuzione ed anzi studiate forme di incremento della massa contributiva.

Questo anche in vista dell’assalto che è in corso di preparazione da parte delle varie forme di previdenza integrativa cosiddetta aperta, che è l'obiettivo cui punta, ormai chiaramente, il padronato e delle forme di previdenza integrativa regionalizzata di ispirazione federalista/secessionista su cui stanno già emergendo delle proposte.

Si pone inoltre il problema della solidarietà; non è sostenibile la differenza di importo che si verrebbe a creare fra uomini e donne, a sfavore di queste ultime, a causa del meccanismo di calcolo basato sulla speranza di vita.

In ogni caso la CGIL ritiene che:

  • non debbano esserci penalizzazioni fiscali per i lavoratori che decidono di non utilizzare il TFR per i fondi pensione; va corretto, in ogni caso, il meccanismo di agevolazione fiscale che favorisce i redditi medio alti;
  • l'uso del TFR a fini di previdenza complementare deve essere una libera scelta del lavoratore; non è quindi accettabile la forma del silenzio-assenso che tende a rendere semiobbligatoria l'adesione;
  • introdurre per i Fondi Pensione un vincolo a che i capitali raccolti siano, almeno in parte, impiegati per sostenere lo sviluppo del nostro paese piuttosto che investiti, come adesso avviene, nel circuito finanziario internazionale andando a finanziare lo sviluppo dei paesi finanziariamente più forti (USA, ecc..).

In presenza di un aumento della durata della vita media, al fine di evitare fenomeni di esclusione sociale, è necessario favorire un avviamento graduale alla pensione attraverso un accesso al tempo parziale senza alcuna penalizzazione previdenziale, compensando la differenza contributiva attraverso un intervento pubblico finanziato fiscalmente.

3.3.5 L'Assistenza sociale

Dopo oltre cinquant’anni il Parlamento ha varato la nuova disciplina dell’assistenza, come diritto all’inclusione sociale, in applicazione dell’art. 38 della Costituzione sul diritto all’assistenza, innovando la normativa finora esistente che risaliva alla legge Crispi del 1890, improntata alla carità per i poveri.

Ma la legge approvata non è soddisfacente in particolare per quanto riguarda l'esiguità delle risorse, il ruolo eccessivo del privato, la destinazione delle risorse alle regioni senza destinazione d'uso.

La CGIL ritiene dunque necessario che vengano apportate sostanziali modifiche a partire dal mantenimento del fondo nazionale di perequazione, risultando evidente su questa materia che le regioni "povere" dovranno fare fronte a necessità di assistenza maggiore di quelle "ricche".

Nello specifico le maggiori carenze riguardano:

  • l’ammontare delle risorse risulta del tutto inadeguato ai bisogni se confrontato con gli stanziamenti previsti negli altri paesi europei, e viene oltretutto ripartito su di una pluralità di fondi. Non vengono a tal fine utilizzate le risorse delle Ipab (38.000 miliardi) che pure dovrebbero essere ormai sciolte da tempo, su indicazione di precedenti norme di legge.
  • non viene definito un quadro di diritti universali certi ed esigibili su tutto il territorio nazionale, né vengono definiti gli standard dei servizi essenziali, in quanto la loro individuazione viene delegata alle regioni
  • viene definita una sussidiarietà pubblico-privato che assegna al pubblico solo i compiti che non possono essere svolti da privati e al privato "sociale" la possibilità di intervenire sulla programmazione dei servizi.
  • Viene esplicitamente assegnato alla famiglia, cioè al lavoro gratuito delle donne, un ruolo essenziale nella risposta ai bisogni.
  • vengono discriminati gli stranieri e viene peggiorato il trattamento per i malati cronici e non autosufficienti.

Al fine di migliorare i contenuti della legge, oltre quanto già osservato, occorre prevedere:

  • una definizione chiara dei ruoli e dei rapporti fra pubblico e privato, riservando la definizione delle priorità programmatiche all’ente locale, di concerto con le rappresentanze sociali.
  • una preferenza per la fornitura di servizi rispetto alla erogazione di bonus o di trasferimenti monetari.
  • la scelta, ove possibile, dell’assistenza domiciliare attraverso il supporto di una efficace rete di servizi , invertendo l’attuale sistema che favorisce l’ospedalizzazione.
  • un utilizzo del volontariato non come disimpegno da parte dell’assistenza pubblica ma come integrazione a questa, vigilando sulle forme improprie di abbassamento del costo del lavoro attraverso un uso improprio del variegato e non sempre limpido mondo del volontariato.
  • il mantenimento comunque di tariffe agevolate per i pensionati al minimo e sociali.
  • un cospicuo aumento delle risorse stanziate (che sono oggi solo 1800 miliardi, assai inferiori alla media europea), anche attraverso l'utilizzo del patrimonio delle Ipab.

3.3.6 La Sanità

 

Il diritto alla salute, inteso non solo come cura ma come promozione attiva del benessere psicofisico, attraverso la prevenzione, cura e riabilitazione, è un elemento fondamentale di egualitarismo e solidarietà, un fattore strategico per la qualità della vita, dell'ambiente, dello sviluppo economico e sociale.

Occorre difendere il carattere pubblico della sanità in quanto una forte presenza privata (come avviene negli Usa) non assicura risultati soddisfacenti in termini economici e di servizio, moltiplicando la spesa e peggiorando la situazione sanitaria.

La CGIL ritiene che l'accordo Stato-Regioni raggiunto in Agosto 2000 che prevede la scomparsa del Fondo Sanitario Nazionale e l'eliminazione della destinazione d'uso sia un dato negativo da recuperare

Egualmente negativi per la CGIL sono i referendum regionali promossi in alcune regioni del Nord per assegnare la totalità delle competenze in materia sanitaria alle Regioni; in tal modo cadrebbero anche i vincoli nazionali riguardo agli standard delle prestazioni e al carattere principalmente pubblico della Sanità.

C'è da aggiungere, e non è elemento secondario, che la prospettiva della totale regionalizzazione della Sanità vanificherebbe il Contratto Nazionale per gli operatori del settore.

Inoltre:

  • La spesa sanitaria del nostro paese deve essere incrementata in direzione dell'obiettivo individuato dall'EU (media dei tre paesi con maggio spesa pro capite).
  • Va portato a compimento, in tempi rapidissimi il superamento totale dei tickets.
  • La scelta di un servizio sanitario pubblico ed universale deriva dalla inaccettabilità di una sanità differenziata secondo le possibilità economiche. Dato che la legge dà facoltà alle regioni di istituire fondi sanitari integrativi, questi non devono in ogni caso accedere alla contribuzione pubblica e debbono essere finalizzati alla fornitura di prestazioni che non rientrano nell'elenco delle prestazioni sanitaria garantite dal SSN.
  • Va confermata l’esclusività del rapporto di lavoro dei medici con il SSN, ponendo vincoli cogenti sull’attività intramuraria fino al suo superamento.

3.3.7 L'integrazione socio-sanitaria

Una efficace promozione del benessere psicofisico esige un approccio sociosanitario integrato, che consenta uno stretto raccordo fra servizi sanitari ed assistenziali, per unificare l'intero ciclo delle prestazioni, superando l'attuale separatezza amministrativa, che ha consegnato la gestione delle ASL alle regioni e dell'assistenza ai comuni.

Risulta in tal senso centrale il ruolo dei Distretti sociosanitari che consentono un governo unitario del sistema, e la promozione del benessere, con interventi integrati, continuativi e globali: prevenzione, cura, riabilitazione, reinserimento sociale. In particolare l'azione dei distretti consente:

  • una gestione globale della salute sulla base della ricomposizione dei bisogni e dell'articolazione delle risposta da parte dei diversi soggetti erogatori, difendendo l'interesse alla salute dell'utenza rispetto alle preoccupazioni di bilancio delle aziende erogatrici;
  • l'elaborazione di piani sociosanitari e di bilanci sociali di area, su parametri di benessere, una definizione negoziale degli obiettivi;
  • la costruzione di poliambulatori e di centri diagnostici pubblici distrettuali al fine di contenere le liste di attesa, evitare la duplicazione degli esami, i ricoveri ospedalieri non strettamente indispensabili, attraverso l'ospedale diurno;
  • l'integrazione del volontariato non in funzione di un risparmio ma per evitare la istituzionalizzazione e consentire forme di assistenza più personalizzate ed umanizzate;
  • una valutazione dell'effettiva necessità ed appropriatezza terapeutica degli interventi, per combattere la ripetizione degli esami, la scomposizione delle prestazioni per trarne maggiori ricavi, il ricorso ad interventi chirurgici non necessari in presenza di possibili terapie alternative;
  • un approccio integrato, prevedendo, ad esempio, per i non autosufficienti, la possibilità di una dimissione dal ricovero ospedaliero solo in presenza di un immediato intervento di assistenza senza soluzione di continuità.

3.3.8 Garantire la condizione sociale degli anziani

In una società equilibrata gli anziani sono una risorsa. Il progressivo invecchiamento della popolazione, che deriva dall'aumento della durata della vita media a fronte del miglioramento delle condizioni sanitarie e di vita (che è un fatto positivo e non una iattura sociale), per cui già oggi circa un quinto della popolazione è costituito da anziani, è una sfida che richiede la costruzione di un nuovo modello di relazioni sociali, capace di garantire l'inclusione degli anziani.

Oggi invece la condizione di anziano frequentemente comporta crescenti problemi di emarginazione sociale e culturale e di precarietà delle condizioni di salute.

La CGIL rivendica:

  • la garanzia di diritti essenziali come un reddito adeguato, uno standard elevato di servizi sociosanitari, il diritto alla casa, una istruzione permanente per l'intero arco di vita.
  • una "cittadinanza attiva" capace di valorizzare l'apporto degli anziani in termini di utilità sociale come risorsa per la collettività, evitando la passivizzazione ed il prosciugamento dei rapporti sociali. Ciò riguarda il terreno del volontariato e della solidarietà, della mutua assistenza, di un contributo alla gestione della comunità ed alla trasmissione di culture, valori e saperi alle nuove generazioni.

Per il conseguimento di tali obiettivi è indispensabile intervenire, oltre che sui terreni previdenziale e sociosanitario, anche su di una serie di altri terreni specifici, al fine di:

  • garantire agli anziani colpiti da sfratto il passaggio da una abitazione all’altra, privilegiando il mantenimento nel contesto sociale di vicinato;
  • evitare la vendita del patrimonio pubblico, che risulta particolarmente inopportuna in presenza di necessità abitative insoddisfatte;
  • costituire un unico Fondo per le politiche abitative, che assorba tutti quelli esistenti (ex-Gescal, fondo sociale e sostegno affitti) promuovendo un intervento finora assai poco sviluppato dagli stessi enti territoriali (solo 5% di affitti calmierati contro una media europea del 16%);
  • garantire la piena accessibilità del territorio urbano, con il superamento delle barriere architettoniche ed il diritto alla mobilità anche per coloro che hanno difficoltà motorie, l'attivazione di strumenti di supporto a sostegno dei bisogni degli anziani e della loro sicurezza:
  • costruire adeguati spazi verdi e di socializzazione;
  • promuovere l'educazione permanente per l'intero arco della vita, al fine di ridurre alcuni svantaggi sociali delle persone adulte ed anziane, come l'analfabetismo di ritorno, a fronte della crescente informatizzazione e tecnicizzazione della vita quotidiana e dei rapporti sociali ed istituzionali, che se non affrontati determinano fenomeni massicci di esclusione sociale. Tale formazione può consentire agli anziani di accedere in modo ottimale ai servizi, apprendere nuove conoscenze, ampliare i propri interessi, migliorare la qualità della propria vita individuale, professionale e sociale.

3.3.9 I Servizi Pubblici

La privatizzazione in corso dei Servizi Pubblici è una delle più grandi operazioni sociali, politiche e finanziarie del nostro Paese, che si inserisce pienamente nell'idea liberista di affidare al mercato, e quindi a dei soggetti privati, anche il soddisfacimento dei bisogni collettivi.

Centrale, in questa direzione, è la possibile modifica costituzionale con l'inserimento del concetto di "sussidiarietà" dei privati per lo svolgimento di attività di interesse generale. Modifica già anticipata nel disegno di legge sull'assistenza, dove addirittura viene previsto che i soggetti privati, ancorché no-profit, partecipino alla programmazione dei servizi che poi potrebbero essere loro affidati.

Il costo dei servizi pubblici, in particolare quelli alla persona, è in gran parte costo del lavoro; sotto questo aspetto la valorizzazione del cosiddetto "terzo Settore" è pericolosa basti pensare anche solo al settore della cooperazione o del volontariato, dove le condizioni di chi vi opera sono spesso drammatiche: applicazione di contratti collettivi di lavoro inferiori sia sul piano normativo che economico, spesso lavoro nero, inesistenza delle tutele antinfortunistiche, minor tutela previdenziale (emblematici sono i soci lavoratori di cooperative).

L'esternalizzazione dei servizi pubblici locali, che diverrà obbligo con l'approvazione del collegato alla Finanziaria 1999, di Energia non elettrica, Gas, Acqua, Rifiuti e Trasporti pubblici locali, con il meccanismo della gara al massimo ribasso sta determinando problemi occupazionali, concorrenza basata sulla riduzione del costo del lavoro piuttosto che sulla qualità dei prodotti.

Con l’esternalizzazione aumentano le tariffe e scompaiono le fasce sociali.

In particolare non è ammissibile che vengano esternalizzati servizi quali gli asili nido e l'assistenza domiciliare che per loro natura non possono essere gestiti con logiche aziendalistiche.

3.4. Scuola, Università, Ricerca

3.4.1 Considerazioni generali

L'evoluzione storica del sistema formativo mette in luce un intreccio profondo tra i istruzione generale e formazione professionale e tra questi e l'evoluzione della società.

Nei primi anni '60, con l'istituzione della Scuola Media Unica, si superava la separazione dei percorsi formativi, che confinava i ceti sociali più deboli in una formazione scolastica espressamente finalizzata all'inserimento, precoce e dequalificato, nel mondo del lavoro, riservando in via quasi esclusiva ai figli delle classi dominanti il raggiungimento dei livelli più alti di istruzione.

Si affermava così una idea alta di attuazione del dettato costituzionale e, contemporaneamente, prendeva forma un progetto di innalzamento del livello culturale di tutti i cittadini che accompagnasse la crescita economica del paese, ponendo le basi per la scolarizzazione di massa degli anni successivi che farà della scuola un importante strumento di promozione sociale e di crescita civile.

Gli anni '90 rappresentano per la scuola una fase critica nella quale si confrontano due tendenze in conflitto tra loro: quella ad accentuare la pressione per piegare la formazione alle esigenze del mercato, in particolare in direzione di precarietà e flessibilità e la contemporanea spinta ad estendere ed elevare il diritto allo studio attraverso l'elevamento dell'obbligo scolastico ed il pieno riconoscimento di qualità per tutti i percorsi formativi.

La difesa della scuola pubblica, del suo ruolo costituzionale di formazione del cittadino come soggetto sociale, della sua centralità nei processi formativi sono diventati il terreno di scontro tra queste due tendenze.

Occorre perciò che nella Cgil si ridefiniscano i parametri teorici con cui affrontare tali importanti questioni:

  • garantire una formazione volta formare i cittadini come soggetti sociali critici;
  • trasmettere saperi "socialmente utili" ma anche efficaci per l'inserimento nel mondo del lavoro;
  • contrastare ogni disegno di subordinare la formazione alle esigenze produttive immediate, alla flessibilità e alla precarietà.

3.4.2 Scuola

La nuova fase politica aperta dalle elezioni del 13 maggio investe pesantemente anche la scuola, indicata come una delle priorità di intervento del nuovo governo. Le scelte che verranno operate, se non fossero già chiare dai programmi elettorali, sono facilmente immaginabili: buono scuola, libera scelta delle famiglie, competizione tra le scuole.

Se l’offensiva delle destre dovesse passare, la scuola laica e plurale, di tutti, dell'accoglienza e dell'integrazione, che manteneva una propria indipendenza rispetto al mercato, dovrà lasciare il posto ad una scuola che diventa essa stessa mercato, in cui il principio della supremazia dell'uno sull'altro, farà della differenza economica, sociale, religiosa ed etnica, non un elemento di ricchezza e di comprensione, ma un elemento di discriminazione.

La scuola, così come è oggi, è anche il frutto di decenni di lotte democratiche degli studenti, degli insegnanti e del movimento dei lavoratori; nonostante i suoi limiti e le sue contraddizioni essa è oggettivamente antitetica al mercantilismo della Confindustria, al familismo della Chiesa cattolica, al particolarismo ed al separatismo della Lega, al liberismo spinto della Moratti, alla vacuità, al personalismo e alle promesse senza riscontro del berlusconismo.

Il suo smantellamento farebbe venir meno un presidio democratico a garanzia di mantenimento di una capacità critica diffusa; la sua trasformazione in veicolo di nuovi modelli culturali, capaci di incidere sulla percezione dei rapporti sociali e di creare un nuovo senso comune.

La difesa della scuola della Repubblica, quindi, è questione che travalica le contingenze della fase attuale; per questo l’opposizione ai progetti del nuovo governo deve essere dura ed intransigente e deve impegnare tutta la CGIL.

Sarebbe sbagliato, tuttavia, affrontare questo scontro con una linea sostanzialmente continuista; l’analisi dei molti errori che sono stati commessi nell’iniziativa di riforme messa in atto è essenziale per affrontare senza debolezze una fase difficile come quella che ci attende.

Errori di conduzione, che coinvolgono anche il sindacato, per riforme di così vasta portata realizzate senza porsi il problema della costruzione di un movimento riformatore ampio e diffuso, nelle scuole e nella società.

Ma anche errori nel merito e, su taluni punti, scelte sbagliate.

Occorre riconoscere, ad esempio, che la legge di parità, che introduce il sistema formativo integrato tra pubblico e privato, potrebbe aprire, nei fatti, la strada alla privatizzazione dell'intera formazione pubblica che trasformerebbe lo stesso decentramento da fatto di democrazia in discriminazione sia nel caso dell'autonomia scolastica che nel caso della regionalizzazione; del resto analoghi problemi sarebbero presenti anche nel caso del permanere di un sistema nazionale.

Che, in questo quadro, anche l'elemento importante della professionalità dei docenti, per come è stato posto, diventa incomprensibile e confuso in assenza di riferimenti sociali.

C'è bisogno, quindi, di nuovo progetto che riaffermi il carattere eminentemente pubblico e laico della scuola e sappia operare un sintesi felice tra la formazione del cittadino come soggetto sociale e la trasmissione di saperi connessi con il mondo del lavoro.

Parimenti va riaffermato il diritto allo studio di fronte all'emergere di nuovi elementi di selezione economica.

Solo così è possibile riguadagnare il consenso sociale ad una politica qualificata di riforme, di cui la scuola ha urgente necessità.

Il blocco della riforma che da parte del Governo non è motivato per migliorare la scuola pubblica sulla base delle valutazioni diffuse tra insegnanti, studenti e famiglie ma per aprire la scuola alla proposte di Confindustria che fanno perno sul bonus e sulla libera assunzione degli insegnanti da parte dei presidi.

Va rivendicata una risposta positiva a richieste riguardanti misure strutturali di carattere pedagogico, professionale e sindacale indispensabili a garantirne il carattere democratico, qualitativo e condiviso.

Sul piano qualitativo va garantito il coinvolgimento delle scuole nella definizione dei curricoli e nel monitoraggio delle sperimentazioni in atto, la salvaguardia delle competenze professionali in relazione alle diverse fasce di età, la formazione in servizio mediante periodi sabbatici e con priorità per i processi di riconversione e specializzazione.

L’elevamento dell’obbligo scolastico a 16 anni rappresenta un primo importante passo. Bisogna affermare la prospettiva dell’innalzamento a18 anni per completare il disegno riformatore e impedire il rinascere di antiche discriminazioni tra istruzione e formazione per l’avviamento al lavoro. Tutte e tutti devono poter frequentare la scuola pubblica dell’obbligo fino al compimento della maggiore età. Va inoltre riconosciuto per legge il carattere educativo della scuola materna e dei nidi vanno inseriti all’interno dei percorsi educativi.

I percorsi professionali ed i percorsi formativi extrascolastici devono concretamente consentire il rientro nei percorsi scolastici e nella università.

La CGIL deve quindi confermarsi come un’organizzazione portatrice di una esigenza diffusissima di riforma. E’ necessario, però, a partire da quanto di buono e progressivo c’è nei processi riformatori già in atto, e nell’attuale scuola pubblica italiana, e da quanto ci sia ancora da innovare e modificare in un campo come nell’altro, ricostruire un progetto di cambiamento che mobiliti intelligenze, energie e passione civile.

Occorre battere gli obiettivi, che il nuovo governo ha espresso, di privatizzazione e dequalificazione della scuola statale, di introdurre elementi di discriminazione e selezione di classe con il buono scuola, utilizzando a tal fine il blocco dei processi di riforma. Nel contempo è necessario individuare contenuti e strumenti da proporre per incanalare il processo riformatore in quel percorso positivo che una gestione burocratica e lontana dal consenso e dal coinvolgimento dei lavoratori e dei cittadini aveva impedito.

Per una politica di questo tipo occorre cambiare: non più il primato dell’organizzazione, dei profili professionali, della professionalità astratta, ma il primato della relazione educativa, dei bisogni formativi, del progetto di scuola e di società.

Trasformare questi presupposti in rivendicazioni concrete, vuol dire, prima di tutto:

  • difesa, riforma ed espansione della scuola pubblica, come spazio laico e democratico di crescita collettiva ed individuale dei cittadini. La futura riforma degli organi collegiali dovrà di conseguenza ampliare gli ambiti di gestione democratica della scuola, non sufficientemente garantiti dai precedenti decreti delegati del ’74, e provvedere a stemperare gli elementi di autoritarismo e dirigismo che sono stati introdotti con i decreti attuativi dell’autonomia scolastica;
  • investimenti consistenti per l’edilizia scolastica per porre fine al fenomeno dei doppi e tripli turni ancora presenti in alcune zone d’Italia, per dotare le scuole di spazi vivibili per attività didattiche curricolari ed extracurricolari;
  • aumento dei finanziamenti alle scuole pubbliche per consentire l’acquisto di materiale didattico, di attrezzature per laboratori e palestre;
  • gratuità dei libri per i frequentanti la scuola dell’obbligo;
  • apertura delle scuole al territorio e per attività educative organizzate per il tempo libero degli alunni;
  • impostare una politica contrattuale di rivalutazione delle retribuzioni di tutto il personale della scuola, mettendo anche mano al tema dell’organizzazione del lavoro e dell’orario, nella prospettiva, a regime, della costruzione di un orario onnicomprensivo che ricomponga lavori e funzioni all’interno di un impianto unitario, sottratto alla discrezionalità del dirigente scolastico e anche del collegio docenti;
  • mantenimento degli impegni che il governo ha già assunto con le OO.SS. di destinare l’1% del monte salari alla formazione degli insegnanti. Utilizzo delle disponibilità di organico che si avranno con l’attuazione del riordino dei cicli, per attivare periodi sabbatici di formazione del personale;
  • espansione, qualificazione e finanziamento adeguato per il sostegno alle scuole che operano in zone socialmente a rischio e con forte densità di immigrati;
  • riduzione del numero di alunni per classe, togliendo dal calcolo della media generale le pluriclassi e le classi di scuole di montagna o delle piccole isole che sono da considerare a parte perché fondamentali per il mantenimento degli insediamenti umani in zone che corrono forti rischi di spopolamento.

3.4.3 Università e ricerca

Università

La riduzione in percentuale sul PIL della spesa per l’istruzione e la ricerca ha spostato il baricentro della formazione in direzione della privatizzazione. Il fatto che questo processo di contenimento dei finanziamenti si sia svolto parallelamente al riconoscimento dell’autonomia universitaria ne fornisce una chiave d’interpretazione.

Nata come tentativo di superare l’eccessivo centralismo ministeriale e di garantire il diritto allo studio, l’autonomia ha in gran parte fallito i suoi obiettivi. La spinta alla competizione ha finito col privilegiare le università con dimensioni e possibilità maggiori, consolidando una gerarchia cui corrisponde un ineguale valore dei titoli di studio rilasciati.

La riduzione della spesa ha determinato che i singoli Atenei si sono visti costretti a rivalersi delle minori entrate sugli studenti, aumentando il livello delle tasse d’iscrizione e i contributi.

La selezione, che in questo modo si viene ad instaurare, ha una natura apertamente classista. Essa mette in discussione una delle conquiste del movimento studentesco del ‘69, l’università di massa.

Oltre che nell’ambito dell’attacco al diritto allo studio, la tendenza a ricostruire un’università di élite si esplica nella pratica del numero chiuso: i sostenitori della limitazione degli accessi traggono i loro argomenti da due osservazioni: quella della mancanza di sbocchi sul mercato del lavoro per i laureati.

Ma le statistiche ci dicono anche un’altra cosa: l’Italia continua ad essere, tra i Paesi europei, ad uno degli ultimi posti per percentuale di laureati sul complesso della popolazione.

C'è inoltre il problema della qualità degli studi universitari.

La riforma, avviata dal ministro Berlinguer e portata avanti da Zecchino, non risponde alla richiesta di una più elevata qualificazione dei curricoli ma piuttosto alla richiesta del privato di impadronirsi dell’alta formazione.

Sul versante del lavoro e dei lavoratori si assiste ad un ampliamento immotivato di nuove tipologie di lavoro flessibile e di collaborazioni coordinate e continuative.

Ricerca

L’incidenza sul PIL della spesa per ricerca e sviluppo in Italia rimane di gran lunga inferiore rispetto ai principali Paesi industrializzati; si registra un picco negli anni ‘90-’93 (da 1,32 a 1,26%) seguito da una immediata riduzione che ha mantenuto comunque il valore sotto la metà degli altri Paesi (Francia, Germania, Regno Unito, Giappone e Stati Uniti) le cui percentuali variano in quegli anni da 2,3 a 2,6% e si sono mantenute su quei livelli. Per il 1999 la percentuale globale in Italia dell’incidenza della spesa per R&S era prevista del 1,18%.

La conseguenza è che il numero di numero di pubblicazioni scientifiche percentualmente è di gran lunga più basso di quello degli altri Paesi, il numero di brevetti prodotti e la sua incidenza percentuale è irrisoria, il numero degli addetti è al di sotto dei dati degli altri Paesi.

Le otto Stazioni sperimentali dell’industria sono diventate enti pubblici economici (un regalo all’impresa!), l’ISTAT sta assumendo la configurazione tipica di un ministero, senza la presenza di un organo di governo che salvaguardi l’attività di ricerca che vi si svolge, l’ISS e l’ISPESL sono in balia del ministro della Sanità che predilige la loro natura di "organi tecnici" del ministero rispetto alla loro vocazione di ricerca nell’ambito della sanità e della prevenzione e sicurezza.

Le proposte principali:

  • Riconferma e restituzione del carattere "pubblico" per il sistema della formazione e della ricerca rimuovendo tutti gli ostacoli di carattere economico e sociale e riducendo il processo di privatizzazione;
  • risorse economiche destinate al sistema pubblico di formazione e ricerca: devono essere incrementate e portate al livello degli altri paesi sviluppati;
  • riequilibrio tra i diversi atenei, in modo da superare i dislivelli determinati da un’autonomia senza risorse tra Nord e Sud del paese, e tra università grandi e piccole;
  • potenziamento del sistema degli enti pubblici di ricerca nel Mezzogiorno;
  • programmazione del tutorato nelle università con destinazione di specifiche risorse finanziarie e umane;
  • riformulazione del curricolo formativo universitario, per mantenere la specializzazione all’interno del percorso pubblico;
  • riassorbimento del precariato e riduzione dell’area della flessibilità, per garantire la qualificazione del personale degli atenei e degli enti di ricerca;
  • definizione dello stato giuridico dei docenti ora non contrattualizzati;
  • applicazione delle norme di legge sulla riforma degli enti di ricerca in modo omogeneo;
  • perequazione salariale del personale rispetto a tutto il pubblico impiego, nel quadro di un recupero generale del potere d’acquisto delle retribuzioni pubbliche e private.

Dal punto di vista organizzativo e statutario la Confederazione deve darsi strumenti che rendano le scelte politiche alla portata degli iscritti, superando l’attuale organizzazione della Federazione per le politiche formative, che espropria le categorie del dibattito e delle iniziative politiche. A tale proposito è opportuna un’organizzazione confederale dipartimentale.

3.4.4 La formazione

Se è vero, infatti, che risponde ad una esigenza condivisibile l'obiettivo di garantire e tutti i giovani, anche a coloro che scelgono di non proseguire negli studi, una formazione qualificata, è forte il rischio che si riproponga, perfino con maggiore forza, una discriminazione, inevitabilmente di segno classista, tra un percorso formativo di serie A, quello scolastico, ed uno di serie B, relativo alla formazione professionale o, peggio, all’apprendistato.

E’ in ogni caso necessario conferire una valenza nuova alla formazione, non appiattita sulla formazione professionale e sui contratti di apprendistato attualmente in vigore. Occorre, quindi, che la formazione sia indirizzata anche alla costruzione di un sapere critico e all’acquisizione di conoscenze teoriche e tecniche, accanto a quelle pratiche. Una buona formazione, anche sul piano culturale, può consentire ai lavoratori di meglio difendersi dai pericoli della flessibilità/precarietà.

Si tratta perciò di rivendicare uno spazio della formazione autonomo e svincolato dalle leggi del mercato del lavoro per sottrarre i lavoratori giovani alla subordinazione di una occupazione precaria e atipica, contrapponendo regole forti alle esigenze di profitto delle imprese. Si pensi, ad esempio, a cosa può significare l’adempimento dell’obbligo formativo nell’ambito dei rapporti di apprendistato nella complicata realtà di questi rapporti, speso mal retribuiti ed occasione di vessazioni di vario tipo.

Molto può essere fatto per contrastare le tendenze più negative sia sul piano legislativo, sia sul terreno contrattuale. Occorre tuttavia battersi per ripristinare una priorità del governo pubblico anche in tema di formazione, individuando le modalità che lo possano garantire (definizione di standard qualitativi per i progetti formativi, valutazione dei soggetti pubblici dei progetti, convenzioni) e puntando ad un forte ruolo dello Stato nella determinazione degli indirizzi e delle politiche generali, nel cui quadro deve muoversi l’iniziativa delle Regioni.

Non va poi dimenticata l’arretratezza strutturale del sistema della formazione professionale italiana che accanto ai pochi casi di buon funzionamento presenta elementi perfino al limite della legalità e che comunque registra forti differenze tra le varie regioni. Ciò rende improcrastinabile una radicale riforma del settore che stabilisca, tra l’altro, criteri rigidi per l’accreditamento delle strutture erogatrici dell’offerta formativa e che subordini al possesso dei requisiti richiesti la possibilità di accesso ai finanziamenti pubblici.

Solo a queste condizioni sarà possibile sviluppare una efficace oltre che indispensabile collaborazione tra sistema di istruzione e sistema della formazione professionale che rompa la logica del ghetto e, allo stesso tempo, ricollochi la formazione per il lavoro nel quadro più generale della formazione del cittadino.

 

 

3.4.5 Favorire la crescita professionale e culturale dei lavoratori

I dati sulla scolarizzazione evidenziano la tendenza all’abbandono della scuola da parte di molti giovani, che così cercano l’accesso ad un reddito autonomo anticipando i tempi di ingresso nel mondo del lavoro.

Questa tendenza può essere ampliata ed enfatizzata dall’attacco in atto al ruolo della scuola pubblica, che può rendere maggiormente difficoltoso l’accesso ai livelli superiori di scolarizzazione ed istruzione per i figli dei lavoratori, con un loro conseguente impoverimento culturale.

In questo quadro è necessario individuare strumenti e risorse che, anche attraverso una specifica iniziativa contrattuale, vengano messi a disposizione dei lavoratori per un utilizzo che favorisca la loro crescita culturale e professionale.

E’ indispensabile offrire ai lavoratori e alle lavoratrici una possibilità di scelta che li affranchi dalla condizione attuale, che spesso mette loro a disposizione solo l’offerta formativa gestita dalle aziende, che impegnano anche le risorse pubbliche disponibili solo verso l’interesse di impresa.

Per questo e necessario individuare risorse e definire normative di accesso ed utilizzo che permettano di poter usufruire di riduzioni di orario, a parità di salario, fino ad un massimo di 24 ore settimanali.

Le risorse dovrebbero essere reperite parimenti da sgravi fiscali o contributivi e da disponibilità previste nei contratti nazionali per il diritto allo studio dei lavoratori.

3.5 Democrazia sociale e sindacale

3.5.1 Salvaguardare il diritto di sciopero

Sotto la parola d'ordine della "governabilità" gli anni '90 hanno visto un processo di riduzione della democrazia e del pluralismo politico (maggioritario) e sociale (diritto di sciopero, ecc.).

L'ultima recente legge sullo sciopero con l'accentuazione dei poteri della commissione di garanzia e le ulteriori limitazioni all'esercizio dello sciopero ha travalicato in modo sostanziale le precedenti, discutibili, normative che si basavano sull'obbligatorietà dell'autoregolamentazione.

La CGIL deve avanzare una nuova proposta per una normativa sullo sciopero che trovi un compromesso democratico tra i diritti sindacali dei lavoratori e quelli degli utenti.

In questo senso la CGIL è contraria a vincolare l'indizione di qualsiasi iniziativa di sciopero alla preventiva consultazione referendaria tra i lavoratori.

Tutte le categorie a partire da quelle dei servizi sono quindi vincolate a questo principio.

L'emergere nei settori dei trasporti e dei servizi pubblici di organizzazioni sindacali che raggruppano su base professionale e corporativa quei settori di lavoratori ad alto potere di ricatto sociale non può essere combattuta con provvedimenti repressivi che restringono per tutti il diritto di sciopero e producono, come risultato finale, un rafforzamento delle tensioni corporative.

3.5.2 Conquistare la legge sulla rappresentanza

La legge sulla rappresentanza sindacale che, pur con tutti i suoi limiti, poteva rappresentare un importante passo avanti non è stata approvata nella scorsa legislatura e appare improbabile che ciò possa avvenire con l'attuale maggioranza di centro-destra.

Il vuoto legislativo in tale materia rischia di far arretrare anche quelle esperienze positive come la nascita delle RSU nel Pubblico Impiego.

Per la CGIL la realizzazione di una legge che dia concretezza ad un unico soggetto contrattuale dentro i luoghi di lavoro (RSU), che abbia un mandato preciso da tutti i lavoratori e le lavoratrici, e che regoli in forma democratica la verifiche delle reali rappresentanze sindacali e che sia base per l’applicazione erga-omnes dei contratti collettivi, rappresenta un obiettivo strategico.

La CGIL si propone di riprendere in prima persona la battaglia per una legge sulla rappresentanza con una campagna di mobilitazioni e manifestazioni pubbliche di delegati e lavoratori.

Ma la CGIL deve assumere in prima persona nelle sue scelte e comportamenti la democrazia sindacale a partire da quella di mandato rispettando il dettato statutario che nessun accordo può essere firmato senza il consenso dei lavoratori o, in carenza, quello degli iscritti.

 

3.6 Per una riforma democratica e pluralista della CGIL

3.6.1 Le motivazioni

L'arretramento del movimento dei lavoratori avvenuto negli anni '90 e le politiche concertative e di centralizzazione contrattuale conseguenti all’ "accordo del 23 Luglio" e dei successivi "Patti" hanno interrotto i canali di democrazia e partecipazione accentuando in CGIL processi di burocratizzazione e centralizzazione.

Corrispondentemente alla perdita di ruolo delle strutture sindacali sui luoghi di lavoro e all'affievolirsi del protagonismo dei delegati hanno perso ruolo nell'organizzazione gli organismi dirigenti (direttivi) e sempre più il luogo delle decisioni si sposta nelle segreterie se non, sovente, nella figura del segretario generale.

La stessa dialettica interna che con il passaggio dalle componenti di partito alle aree programmatiche avrebbe dovuto assicurare autonomia e pluralismo pur registrando passi in avanti stenta a esplicarsi pienamente.

Sul terreno dell'autonomia la caduta progressiva di questi ultimi anni non è solo dovuta alle scelte di collocazione rispetto la quadro politico e nella mancanza di un autonomo progetto sociale e sindacale ma trova terreno fertile caduta della capacita di lettura critica della società da parte di tutto il corpo della CGIL.

Sul terreno della dialettica interna se si è verificato un passo avanti con l'approvazione delle regole che garantiscono i diritti formali delle minoranze congressuali, sul piano sostanziale si verifica ancora una gestione delle politiche sostanzialmente di maggioranza con scarsissima capacità, pur in presenza di un governo unitario in moltissime strutture, di produrre una sintesi reale delle posizioni.

La CGIL con questo XIV° Congresso nel momento in cui decide una svolta nelle politiche contrattuali e sindacali apre un corrispondente processo di riforma interna di democratizzazione, sburocratizzazione, piena attuazione di un pluralismo compiuto.

La riforma interna dovrà anche affrontare i cambiamenti avvenuti in questo decennio adeguando le strutture della Confederazione ai mutamenti avvenuti nel mondo del lavoro.

3.6.2 Un processo da accelerare

Il processo di autoriforma della CGIL avviato nel precedente congresso, pur avendo realizzato le importanti regole di vita interna, però procede ancora troppo lentamente, di fronte all’evoluzione dello scenario contrattuale e sociale del nostro paese.

Il mancato svolgimento della Conferenza di Organizzazione non ha aiutato questo processo.

Confermando quanto contenuto nel documento per l'autoriforma del precedente congresso relativamente al ruolo delle strutture di base della CGIL, in particolare dei Comitati degli Iscritti, allo spostamento di risorse umane e materiali verso la periferia , va sottolineato che in questi anni tale progetto non ha avuto la necessaria concretizzazione.

Nel XIV° Congresso la CGIL intende avviare concretamente anche con le necessarie precisazioni statutarie:

  • la realizzazione di una vera democrazia di mandato;
  • l’accelerazione del processo di democratizzazione dell’organizzazione;
  • la riforma della struttura organizzativa della CGIL in funzione delle innovazioni contrattuali e
  • del mercato del lavoro;
  • il potere decisionale sui temi aziendali, ferma restando la democrazia di mandato, delle organizzazioni Cgil nei luoghi di lavoro.

 

 

 

 

3.6.3 Democrazia di mandato

LA CGIL già nel passato congresso si è espressa chiaramente per la verifica democratica delle piattaforme elaborate dalle organizzazioni sindacali, e sulla conseguente verifica, a consuntivo, delle ipotesi di accordo raggiunte.

La realtà che si è determinata in questi anni è stata purtroppo molto deludente.

La crisi dell’unità sindacale ha sostanzialmente impedito lo sviluppo di una reale partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici, nel momento decisionale, . Va comunque sottolineato che questa mancata partecipazione dei lavoratori, è stata indubbiamente determinata anche dalla stessa struttura centralistica insita nella politica concertativa.

Va sottolineato che nei pochi momenti di reale coinvolgimento dei lavoratori e delle lavoratrici, il segno positivo è stato evidente: si ricordi, uno per tutti, l’esempio della Zanussi sul referendum relativo all’ipotesi di accordo sulle flessibilità.

Pertanto il XIV Congresso della CGIL assume formalmente l’impegno:

  • prima di avanzare una proposta, alle altre organizzazioni, all’intero mondo del lavoro, alla comunicazione di massa, di verificare il consenso all’interno della CGIL;
  • di avviare in ogni caso la consultazione dei soggetti interessati (lavoratrici e lavoratori, pensionate e pensionati, disoccupate e disoccupati), sia per quanto riguarda le piattaforme sia per quanto riguarda le ipotesi di accordo;
  • in caso di consultazione si dovrà operare affinché si svolga in forma unitaria ma nell’impossibilità di agire unitariamente, la CGIL si impegna in ogni caso alla consultazione dei propri iscritti e delle proprie iscritte;
  • La forma con la quale le lavoratrici e i lavoratori approvano piattaforme, conferiscono mandato a trattare, approvano le intese, è quella del referendum a voto segreto;
  • per la CGIL l’esito di tali consultazioni è da ritenersi vincolante ed i dirigenti dell’organizzazione sono formalmente responsabili del rispetto e dell’attuazione di esse.

3.6.4 Democrazia di organizzazione

Le regole fissate nelle delibere approvate dal direttivo del 12 luglio 1999, rappresentano una pietra miliare nella direzione della democratizzazione della CGIL.

Con esse si sono anche formalmente seppellite la presenza in CGIL delle componenti di partito.

La strada sul processo di democratizzazione della CGIL è comunque ancora agli inizi, e molti sono ancora gli sforzi da compiere:

  • troppo ampio è ancora il divario tra la rappresentanza democratica negli organismi congressuali, e la reale composizione dei gruppi dirigenti a tempo pieno nella organizzazione.
  • va ampliato il concetto di "governo unitario". Le attuali regole esplicitano come esso si attui attraverso la presenza negli esecutivi di rappresentanti delle minoranze congressuali. Ciò è ancora riduttivo. La CGIL si impegna ad avviare un processo di confronto fra le diverse aree programmatiche che sappia creare anche punti di sintesi che eliminino la pregiudiziale esclusione della minoranza dall’assunzione di ruoli primari di direzione;
  • Va data piena applicazione alla norma antidiscriminatoria.

3.6.5 Le nuove Camere del Lavoro

Strutturalmente la CGIL ha uno sviluppo organizzativo che opera su due direttrici: uno verticale, con le categorie, ed uno orizzontale con le Camere del Lavoro. A secondo dei periodi storici l’ago del peso politico di queste due direttrici è oscillato da una parte o dall’altra a secondo delle condizioni oggettive contrattuale, e del mercato del lavoro. Negli anni 70, l’irrompere di una forte vertenzialità a tutti i livelli, ha certamente dato una centralità alle categorie, cosa che invece era ribaltata negli anni ‘50 dove la confederalità era prevalente.

Ora in un mercato del lavoro devastato dalla precarizzazione e da forme deboli di rapporto contrattuale, occorre ridare centralità alla camera del lavoro territoriale come luogo della aggregazione del mondo del lavoro. Ciò ha una particolare rilevanza se si guarda al mondo giovanile.

La riunificazione del mondo del lavoro passa anche attraverso la creazione di un luogo, fortemente radicato sul territorio, che sappia sviluppare una vertenzialità diffusa ed unificante, tra i garantiti ed il "popolo delle flessibilità".

3.6.6 I Servizi della CGIL

La CGIL nel momento in cui rafforza le proprie radici nel lavoro deve ripensare la dimensione territoriale che è il luogo nel quale è più facile incontrare nuovi bisogni ed esigenze.

Ciò implica un sapere diffuso, capacità di leggere i bisogni sociali territoriali, capacità di organizzare gli stessi in domanda sociale, capacità di contrattare i vari aspetti del welfare locale.

Occorre saper coniugare la difesa ed il rafforzamento dei diritti di chi lavora - la tutela collettiva - che è stato e continua ad essere il cardine fondamentale della politica del sindacato, con la difesa ed il rafforzamento dei diritti individuali, in altre parole con la tutela individuale.

Le due forme di tutela quindi devono costituire la base di riferimento per lo sviluppo delle politiche della CGIL sia a carattere generale sia a livello locale, nel territorio

La riforma dei servizi del sindacato, in primo luogo il patronato ed i servizi per il lavoro, deve essere pensata all'interno di un progetto di welfare orientato alla cittadinanza attiva nel quale un punto centrale è rappresentato dai Piani sociali di zona quale strumenti di pianificazione territoriale degli interventi a partire dalle pratiche diffuse di welfare locale. Ciò presuppone la definizione di nuove responsabilità all'interno della struttura organizzativa, di nuove capacità nella regolamentazione dei rapporto con le istituzioni e con gli altri soggetti che operano nel sociale, quali ad esempio il mondo dell'associazionismo.

Il sistema dei servizi Cgil deve operare in due direzioni principali: la prima è quella dei servizi "al lavoro" e che presuppone la messa in rete, a sistema, dell'Inca, dei Servizi per il lavoro (Cid-Cpl), delle Vertenze e dei Caaf, che offrono servizi in forma diretta; la seconda è quella della tutela e della promozione della cittadinanza, che si attua coinvolgendo il mondo dell'associazionismo e delle altre organizzazioni (associazioni studentesche, ecc.). Anche attraverso il sistema dei servizi, il sindacato deve, non solo, essere in grado di rispondere alla domanda di tutela ma anche avere la capacità di organizzare il conflitto, territorio per territorio.

Per la valorizzazione della cittadinanza attiva è necessario ridefinire e riprogettare il concetto di cittadinanza misurandosi nel concreto con i nuovi problemi e con le nuove dinamiche sociali. Un punto di riferimento importante diventa anche la riforma dell'assistenza. In questa direzione è necessario porsi il problema di una nuova efficienza sociale del pubblico, evitando il pericolo di affidare al mercato la parte ricca lasciando quella più povera al pubblico. Questa deve rappresentare la chiave di lettura della riforma dei servizi della CGIL. Si tratta di definire un quadro dei diritti universali certi ed esigibili in tutto il territorio nazionale. Occorre porre il territorio al centro delle politiche sociali: Alla complessità dei fenomeno sociali deve quindi corrispondere una complessità delle risposte, ovverosia una politica programmata che coinvolga i soggetti coinvolti quanto i contesti di riferimento in cui vivono - famiglia, istituzioni, territorio, mondo del lavoro. La CGIL, la sua riorganizzazione, deve essere conseguente a tale complessità.

 

4 APPENDICE: Le ingiustizie e diseguaglianze sociali

4.1 Retribuzioni e potere d'acquisto: un bilancio dell’accordo del 23 Luglio ‘93

I dati dell'ISTAT sulle retribuzioni 1993-2000 si commentano da soli: c'è da aggiungere che il bilancio dovrebbe essere fato dal 1992 al 2000 in quanto la maggior flessione del potere di acquisto dei salari si ebbe nel 1992 quando fu bloccata la scala mobile senza nessun meccanismo di compensazione introdotto solo nell'anno successivo.



Retribuzioni anni 1993-2000 (ISTAT - Rapporto annuale 2000)

COMPARTI

Retribuzioni cumulate 1993-2000

Differenza

Differenza in %

Valori effettivi

Valori ipotetici con recupero integrale del potere di acquisto

Agricoltura

207.777.538

221.654.244

-13.876.706

-6.26%

Industria

268.451.338

270.630.821

-2.179.484

-0.81%

Terziario

290.216.308

291.810.525

-1.594.217

-0.55%

Pubblica Amm.*

319.444.135

326.651.095

-7.206.960

-2.21%

GENERALE

288.202.004

291.671.231

-3.469.228

-1.19%

* Comparti di contrattazione collettiva

Crescono i profitti e le tasse:

Aumenta la produttività. diminuisce il costo del lavoro:

Salari tra i più bassi d'Europa:

4.2 Redditi, inflazione e distribuzione della ricchezza: un bilancio della politica dei redditi

Percentuale dei redditi da lavoro dipendente sul PIL

 

1970

1980

1990

1992

1993

2000

PIL

67.315

384.395

1.320.832

1.517.598

1.563.271

2.257.066

Redditi lavoro dip.

31.511

190.877

609.497

700.997

716.697

915.216

% Redditi su PIL

46.8%

49.6%

46.1%

46.2%

45.8%

40.5%

(Rapporto ISTAT 2000)

Crescita della ricchezza e retribuzioni

inflazione effettiva

inflazione programmata

retrib. orarie contrattuali

crescita PIL

reale

1993

4,2

3,5

2,9

-0,9

1994

3,9

3,5

2,2

2,2

1995

5,4

2,5

3,3

2,9

1996

3,9

3,5

4,1

1,1

1997

1,7

2,5

4,4

1,8

1998

1,8

1,8

2,4

1,5

1999

1,6

1,5

1,8

1,4

totale

22,5

18,8

21,1

10

Elaborazione su Dpef, ISTAT, CNEL

4.3 La spesa sociale

Come si vede dalla tabella l'Italia in Europa è:

 

 

Paesi

Spesa sociale %su Pil

malattia

invalidità

vecchiaia

superstiti

famiglia

disoccupazione

alloggio

esclusione

Belgio

29,7

7, 2

1, 8

8, 8

3, 0

2, 3

4, 0

-

0, 7

DK

34,3

6, 0

3, 5

12, 5

0, 0

4, 1

4, 9

0, 8

1, 5

D

29,4

8, 8

2, 0

11, 4

0, 6

2, 1

2, 6

0, 2

0, 6

E

21,9

6, 4

1, 6

8, 7

0, 9

0, 4

3, 0

0, 1

0, 1

F

30,6

8, 4

1, 7

10, 6

1, 9

2, 6

2, 4

0, 9

0, 5

IRL

19,9

6, 7

0, 9

3, 8

1, 1

2, 2

3, 3

0, 6

0, 4

L

25,3

6, 0

3, 2

7, 5

3, 5

3, 2

0, 7

0, 0

0, 4

NL

31,6

8, 7

4, 7

9, 6

1, 6

1, 4

3, 0

0, 3

0, 7

A

29,7

7, 4

2, 2

10, 8

3, 0

3, 3

1, 6

0, 1

0, 3

P

20,7

6, 0

2, 2

6, 6

1, 4

1, 1

1, 0

0, 0

0, 1

FIN

32,8

6, 8

4, 7

9, 2

1, 2

4, 2

4, 6

0, 5

0, 7

S

35,6

7, 6

4, 3

12, 2

0, 8

4, 0

3, 9

1, 2

1, 1

UK

27,7

6, 9

3, 2

9, 1

1, 5

2, 4

1, 6

1, 9

0, 3

Italia

24,6

5, 0

1, 7

12, 8

2, 6

0, 8

0, 5

0, 0

0, 0

4.4 Occupazione, disoccupazione, lavoro nero

OCCUPAZIONE REGOLARE E IRREGOLARE

 

1992

1993

1994

1995

1996

1997

1998

1999

Occupati regolari

19.831,3

19.268,9

18.995,3

18.858,0

18.935,7

18.951,5

19.156,0

19.362,7

Occupati non regolari

3.089,1

3.079,8

3.021,8

3.134,3

3.195,0

3.263,8

3.291,7

3.323,9

Occupati totali

22.920,4

22.348,7

22.017,1

21.992,3

22.130,7

22.215,3

22.447,7

22.686,6

% Irregolari su totale

13,5%

13,8%

13,7%

14,3%

14,4%

14,7%

14,7%

14,7%

Posizioni irregolari*

4.986,6

4.962,1

5.018,8

5.057,0

5.198,8

5.290,8

5.449,9

5.468,2

(ISTAT - L'occupazione non regolare '92-'99)

TASSO DI DISOCCUPAZIONE

1993

1994

1995

1996

1997

1998

1999

2000

Totale Italia

10,1

11,1

11,6

11,6

11,7

11,8

11,4

10,6

Mezzogiorno

17,1

18,7

20,4

20,8

21,3

21,9

22,0

21,0

Giovani (15-24 anni)

30,4

32,3

33,8

34,1

34,0

33,8

32,9

31,1

Giovani Mezzogiorno

47,2

50,7

54,7

55,4

56,3

56,3

56,6

55,0

(Istat - Rapporto annuale 2000)

TASSO DI OCCUPAZIONE IN EUROPA

B

DK

D

EL

E

IRL

I

NL

A

P

FIN

S

UK

EUR 11

EU 15

58.9

74.5

64.8

55.6

52.3

62.5

52.5

70.9

68.2

67.4

67.4

70.6

70.4

60.1

62.1

(Eurostat Labour Force Survery 1999)

4.5 La povertà

Famiglie povere (in migliaia di unità)

1994

1995

1996

1997

1998

1999

Famiglie povere

2.038

2.128

2.079

2.575

2.537

2.600

% di Famiglie povere

10,2

10,6

10,3

12,0

11,8

11,9

Individui poveri

6.458

6.696

6.552

7.427

7.418

7.508

% di Individui poveri

11,5

11,9

11,6

13,0

13,0

13,1

crescita Pil 1993=100

102,2

105,1

106,0

107,5

108,8

110,2

posti di lavoro creati su anno precedente

-128.000

99.000

82.000

228.000

257.000

ISTAT

4.6 Il fisco

Pressione fiscale nei paesi dell’Ue (a) - Anni 1995-2000 (valori percentuali sul Pil)

 

1995

1996

1997

1998

1999

2000

ITALIA

42.3

42.5

44.4

42.8

43.0

42.4

UE 15

41.3

42.0

42.2

42.3

42.8

42.8

UE euro

41.8

42.6

43.0

42.7

43.3

43.2

Fonte: Commissione europea

(a) Imposte dirette, indirette, in conto capitale, contributi sociali

effettivi e contributi sociali figurativi in entrata delle amministrazioni pubbliche

IMPOSTE DIRETTE (in miliardi)

 

1993*

1994*

1995*

1996*

1997

1998

1999

2000

Imposte dirette

257.243

248.249

266.664

293.955

312.175

284.786

305.088

315.194

- di cui IRPEF

158.343

153.123

165.029

177.628

182.601

200.158

219.774

220.214

% IRPEF su Imposte dirette

61.5%

61.7%

61.9%

60.4%

58.5%

70%

72%

70%

Ministero del Tesoro – Relazione generale sulla situazione del paese 1999 e 2000

* Vecchia contabilità – dati ministero del Tesoro

DISTRIBUZIONE DEL REDDITO DA LAVORO

 

1992

1999

Contributi sociali

29.5%

27.5%

Irpef

14.1%

17.5%

Retribuzioni nette

56.4%

54.8%

Istat

 

 

4.7 Previdenza

Incidenza della spesa previdenziale sul PIL (in %)

 

1997

1998

1999

2000

Settore privato

11,30

11,11

11,15

10,92

Settore pubblico

3,77

3,76

3,79

3,73

TOTALE

15,07

14,87

14,93

14,65

ISTAT - Le prestazioni pensionistiche al 31 dicembre 2000

Attualmente sono erogate 21.970.963 prestazioni pensionistiche riguardanti 16.376.994 persone

il 40.58% dei pensionati riceve prestazioni che sono ben al di sotto della soglia di povertà

 

Questo documento per il XIV° Congresso della CGIL viene presentato, secondo quanto previsto dal regolamento congressuale, al direttivo Nazionale della CGIL dei giorni 27-28 Luglio 2001.

Presentatori:

PATTA GIAN PAOLO

DANINI FERRUCCIO

CREMASCHI GIORGIO

AGNELLO MODICA PAOLA

AMMANNATI ALESSIO

BALLISTRERI CATALDO

BARDI VITTORIO

BELLONI PAOLO

BONOMETTI DOMENICO

CARDINALI SERGIO

CASAVECCHIA WILMA

DI TOMMASO ANGELA

FANTIN GIUSEPPE

FERRARO AURORA

GRONDONA FRANCESCO

LAMI BENIAMINO

LEONESIO PIERO

MANGANARO BRUNO

MIGLINO CARMINE

MILAZZO PIETRO

MONTAGNI ANDREA

PILLAI VINCENZO

RASTELLI BRUNO

RENZACCI RAFFAELLO

RINALDI ROSY

ROCCHI AUGUSTO

ROSSI ROSSANO

SCARPA MAURIZIO

SERVO LUIGI

SINOPOLI MARIO

TIBALDI DINO

TOSINI SERGIO

TURUDDA GIUSEPPE