Un patto neocorporativo per la Lombardia

Il Patto per lo sviluppo siglato recentemente tra la Regione Lombardia e 70 organizzazioni e associazioni, tra cui anche la Cgil, apre nei fatti nuovi ambigui scenari per la definizione di nuove politiche di welfare territoriali.

Il Patto nasce innanzitutto con un percorso metodologico già di per sé criticabile. Infatti non è frutto soltanto della cosiddetta filosofia concertativa, che già tanti guasti ha operato in questo ultimo decennio, ma di una concertazione verticistica, in cui il referente istituzionale, in questo caso la Regione, opera non attraverso i suoi organi di direzione politica (consiglio e giunta regionali) ma attraverso l'impegno in prima persona del suo Presidente, che nei fatti scavalca ogni discussione democratica, come previsto dalle tradizionali procedure. E' un patto tra il Presidente, che assume impropriamente un ruolo di premier regionale, (inesistente) e le organizzazioni della società civile nelle loro diverse articolazioni.

Il patto prevede inoltre un uso improprio del partenariato, inserendo tra i soggetti promotori del partenariato anche il sindacato, quindi trasformando lo strumento del partenariato, da strumento di governo tra soggetti istituzionali (Stato, Regioni, Comuni) in strumento di concertazione neo-corporativa.

Le sedi individuate per questo partenariato onnicomprensivo sono diversi "tavoli". Anche in questo caso i "tavoli" divengono sostitutivi dei compiti assegnati agli strumenti di governo regionali, scavalcando il ruolo del Consiglio in favore di quello svolto dai singoli assessorati. E' la nascita di un modello oligarchico istituzionale, in cui la società civile non trova voce reale, se non in una concezione autoritaria della sussidiarietà orizzontale, intesa come affido alle dinamiche di mercato di competenze sinora svolte dalle istituzioni. E' nei fatti l'avvio di quel modello preconizzato dalla "Compagnia delle opere", secondo la quale tutte le competenze in campo sociale vanno affidate esclusivamente al privato, e solo nel caso in cui questo non sia in grado di assumerle possono essere svolte dal servizio pubblico.

A questo primo elemento di critica, se ne aggiungono altri di merito che andiamo ad illustrare.

Per quanto concerne le politiche di sviluppo sociale, il nuovo welfare di cui si fa interprete il Patto è un welfare, in cui la cosiddetta innovazione si risolve nei fatti soltanto in due aspetti: la promozione e diffusione del servizio privato e l'apertura ufficiale del sistema dei bonus come sistema generalizzato di finanziamento delle politiche sociali.

Al punto 2.3 del documento il terzo capoverso recita così:

"In tali contesti la Regione e le Parti si impegnano a completare la riforma della sanità e del sistema socio-sanitario e socio-assistenziale partendo dagli obiettivi definiti dalla legislazione regionale e nazionale e in particolare si impegnano a:

migliorare la capacità di cura del sistema socio-sanitario e promuovere la qualificazione, anche accrescendo la libertà di scelta consapevole del cittadino e valorizzandone il suo primario ruolo quale destinatario dei servizi".

Un modo involuto per dire che quella "libertà di scelta" si traduce nei fatti nella promozione del servizio sanitario privato.

E ancora:

"Realizzazione di un sistema a rete di servizi socio-sanitari erogati da strutture accreditate che, a partire dal ruolo degli enti locali anche in forma associata, contempli, accanto allo sviluppo dell'offerta di servizi e prestazioni, l'utilizzo di strumenti di sostegno economici, come i buoni servizio e gli assegni di cura a sostegno della capacità di auto-soddisfazione dei bisogni".

Qui si rende ancora più chiaro il concetto del nuovo modello socio-assistenziale prefigurato da Formigoni. E' un modello che poggia, non più sulla definizione di standard quantitativi e qualitativi erogati dal servizio sanitario pubblico, ma sulla progressiva utilizzazione di contributi monetari spendibili dai cittadini presso strutture private, che nei fatti divengono il vero punto di riferimento del nuovo sistema dei servizi territoriali.

In questo modo non solo si marginalizza il ruolo della sanità pubblica, ma si opera nei fatti per la sua dequalificazione. Così come non c'è alcun impegno a garantire quei livelli essenziali ed uniformi previsti dalla riforma ter della sanità. Non a caso sia la legge di riforma sanitaria, sia la riforma dei servizi sociali, trovano grande difficoltà di attuazione, e non solo in Lombardia, a causa della centralizzazione operata dalle regioni, che trattengono le risorse finanziarie, impedendo ai Distretti e sopratutto ai comuni di trovare un raccordo per la realizzazione delle reti integrate di servizi territoriali previsti dai Piani di zona territoriali.

A sostegno di questo impianto privatistico ci sono poi le successive affermazioni sulla "diffusione delle logiche di managerialità e di trasparenza gestionale nel no profit" .

Anche il terzo settore diviene in questo impianto un punto di riferimento sostitutivo e non aggiuntivo all'intervento pubblico. Ricordiamo in proposito che la stessa legge 328/00 di riforma dei servizi sociali prevede un intervento del terzo settore e del volontariato (con propri progetti e anche con propri fondi) come intervento di sostegno della sussidiarietà orizzontale, che integra ma non sostituisce il ruolo delle istituzioni.

Sul versante dell'istruzione viene definito un sistema di regole che realizza la parità tra istruzione pubblica e privata, attraverso l'uso del "buono scuola" come strumento per dare corpo a questa politica.

Anche in questo caso non si definiscono i compiti propri del servizio scolastico pubblico, che deve garantire il diritto all'istruzione e l'accesso a tutti i cittadini, ma si guarda soltanto alla tutela degli istituti privati, in una visione competitiva con il servizio pubblico, senza enunciare alcun criterio selettivo nell'erogazione dei "buoni scuola", ma confermando un concetto di parità che si palesa come per la sanità in una politica di concorrenza con le strutture pubbliche, tesa a favorire lo sviluppo degli istituti privati e soprattutto favorendo le famiglie che hanno figli nelle scuole private e che meno hanno bisogno di incentivi economici, mentre le famiglie che hanno i figli in scuole pubbliche non trovano oggi alcun aiuto per l'acquisto del materiale didattico, nonostante abbia alti costi anche nella scuola pubblica. Il paradosso di questa situazione è che si favorisce lo sviluppo della scuola privata e dei servizi privati in genere, finanziandoli con fondi pubblici, che dovrebbero essere destinati alla crescita quantitativa e qualitativa dei servizi pubblici !

Non si può dunque che bocciare totalmente l'impianto di questo patto lombardo, per il pericoloso precedente che questo può introdurre, soprattutto a fronte di quanto sta proponendo il governo nazionale, e in particolare il ministro del welfare, con il suo "libro bianco".

Già le modifiche al Titolo V della Costituzione, recentemente approvate, introducono modifiche sostanziali al sistema di diritti e tutele in materia di lavoro, sanità, scuola e previdenza, aprendo alla legislazione concorrente da parte delle regioni. Se poi dovesse passare l'impostazione insita nel patto lombardo e nelle proposte del governo, ci troveremmo a breve con venti sistemi di welfare territoriale, ognuno configurato in base alle proprie capacità di autofinanziamento (quindi con grave handicap per il Mezzogiorno) e soprattutto con dinamiche dettate dal mercato privato dei servizi, che colpirebbero tutti i lavoratori e i pensionati con bassi redditi, che in assenza di un adeguato servizio pubblico, non potrebbero accedere al mercato privato dei servizi sanitari, sociali e scolastici.

Per questi motivi riteniamo che la Cgil debba rimettere in discussione la propria firma al Patto lombardo, in coerenza con quanto affermato, anche recentemente, nell'Assemblea nazionale dei quadri e delegati della Cgil, relativamente all'accordo siglato a Parma e rispetto all'uso improprio dei bonus.

Lavoro società Spi-Cgil nazionale

Ferruccio Danini - Bruno Pierozzi - Giancarlo Saccoman


vedi anche:

19 settembre 2001 - La Cgil Lombardia firma il "Patto per lo sviluppo" voluto da Formigoni - Un resoconto commentato ed il testo definitivo dell'accordo con l'elenco degli enti locali, dei sindacati e delle associazioni  firmatarie.

Settembre 2001 - Formigoni propone un "Patto per lo sviluppo" per la Lombardia per subordinare alle linee della Giunta Regionale ed agli interessi del mercato i comportamenti di tutte le componenti sociali. I Sindacati vanno verso l'accordo ed il coinvolgimento (Cisl e Uil sono già d'accordo. La Cgil ha dato la sua disponibilità) - Il testo del Patto proposto da Formigoni - La posizione della Sinistra Sindacale della Lombardia che ha votato contro al direttivo Cgil Lombardia - Alcune considerazioni di merito distribuite in Agosto dal Coord. Rsu della Lombardia - L'articolo su Liberazione di giovedì 13 settembre.