Coordinamento nazionale
- Alternativa Sindacale in Funzione Pubblica CGIL OdG finale approvato all'unanimità Rinnovare i contratti, tutelare salari e lavoro Il 31.12.99 è scaduto il primo biennio dei contratti del settore pubblico e, nonostante tutti gli indicatori economici si presentino positivi, l'avvio del confronto sul rinnovo del secondo biennio economico si presenta complesso e, all'oggi, negativo. La drastica riduzione del tasso di inflazione ai valori più bassi degli ultimi decenni è stata raggiunta agendo prevalentemente e preventivamente, in conseguenza degli accordi del 31.7.92 e del 23.7.93, sulla moderazione salariale e facendo gravare sui redditi da lavoro dipendente e da pensione il peso degli interventi necessari ad ottenere il riequilibrio della finanza pubblica. Si è trattato cioè della moderazione di un solo reddito, che non ha neppure consentito una reale salvaguardia delle retribuzioni. Chiedere il potenziamento del potere d'acquisto dei salari non significa mettere in discussione l'opera di risanamento economico e finanziario del Paese, significa invece attuare politiche che coinvolgano in modo significativo gli altri redditi, riequilibrando così le responsabilità rispetto all'interesse del Paese. I dati ufficiali e disponibili sulla dinamica retributiva del primo ciclo contrattuale seguito allaccordo del 23 luglio 93, ne hanno evidenziato la sua incapacità a colmare lo scarto negativo tra retribuzioni contrattuali e inflazione reale. Nel quadriennio contrattuale 1994-1997 i dati ISTAT evidenziano una perdita del potere dacquisto delle retribuzioni, in tutti i settori, pari ad un punto, un punto e mezzo percentuale. Se osserviamo i dati relativi alla distribuzione del reddito nel nostro Paese, i redditi da lavoro dipendente, come risulta dai dati della contabilità nazionale, hanno ridotto la loro incidenza sul prodotto interno lordo di cinque punti percentuali, passando da un incidenza del 46% sul PIL nel 1992 al 41% del 1998. Questa differenza, tradotta in valori assoluti, corrisponde a circa 100mila miliardi. Va quindi fatto il bilancio dell'accordo del 23.7.93 e, lo dimostrano i dati, è negativo. Ben lungi dall'essere ideologico e retrospettivo, riguarda l'oggi e, se non modificato, il domani nella materialità di milioni di lavoratrici, lavoratori e pensionati. Un contratto collettivo nazionale regolarmente "povero" porta anche alla disaffezione dei lavoratori a questo essenziale, il primo, livello contrattuale, che invece va difeso e rilanciato sia come elemento di solidarietà che contro le derive localistiche, indirizzandovi una parte degli aumenti di produttività che si sono realizzati in questi anni. Individuare le politiche salariali fra i fattori trainanti delle politiche di sviluppo significa, inoltre, porre la questione della centralità del lavoro, del suo riconoscimento, della sua dignità e della sua valorizzazione. Esiste pertanto una vera e propria emergenza salariale che coinvolge l'insieme del mondo del lavoro dipendente e tocca le lavoratrici e i lavoratori dei vari comparti pubblici, che pone la necessità di una più equa distribuzione della ricchezza, da affrontare con misure urgenti e strutturali. Ancora di più se facciamo riferimento agli indicatori inflattivi più recenti, che registrano un'inflazione reale oltre il doppio della programmata. Nella Legge Finanziaria vengono stanziate le risorse solo per le Amministrazioni centrali, ma la determinazione del tasso d'inflazione programmata e lo specifico stanziamento fanno da punto di riferimento anche per gli altri comparti pubblici e per tutto il mondo del lavoro. La Finanziaria 2000 aveva stanziato 700 miliardi per l'anno 2000, corrispondenti all'1,2% per 6 mesi, cioè da luglio 2000. Il DPEF del giugno scorso ridefinisce i tassi di inflazione prevedendo il 2,3% nel 2000 e l'1,7% nel 2001. Conseguentemente andavano previste risorse aggiuntive per i rinnovi dei contratti pubblici. Nell'incontro del 30 agosto tra il Governo e i segretari generali delle tre Confederazioni, il Governo comunicava di prevedere uno stanziamento aggiuntivo di 350 miliardi per il 2000 (cioè l'1,2% da aprile anziché da luglio) e di 1.400 miliardi per il 2001 (pari all'1,7% da gennaio 2001). Nulla poi viene previsto per quanto riguarda il differenziale tra inflazione programmata e reale dell'anno 99. Tutto ciò mentre l'inflazione reale del 2000 si attesta all'oggi al 2,6%, senza che ancora vi abbiano pesato gli aumenti già decisi su gas, acqua, energia, trasporti. E mentre la Confindustria chiede a gran voce la fetta maggiore del cosiddetto "dividendo fiscale", quando è stato lo stesso Governatore della Banca d'Italia a rammentare che, dal 1992, i redditi da lavoro hanno perso 5 punti percentuali allargando pesantemente la forbice economica e sociale nel nostro Paese a favore dei profitti e delle rendite. Mentre nessuno afferma che si avrebbe così la copertura dell'inflazione, è grave che si accetti, nei fatti, una interpretazione addirittura riduttiva dell'Accordo del 23 luglio 93. L'acquisizione di nuove e maggiori risorse a livello nazionale è oggi decisiva anche sul versante della tenuta e difesa del contratto nazionale, quale strumento di salvaguardia dei minimi retributivi e dei diritti fondamentali dell'insieme delle lavoratrici e dei lavoratori. Come Alternativa Sindacale valutiamo irrisorio quanto previsto dal Governo per il rinnovo del secondo biennio, che dovrà invece dare risposta agli oltre 3 milioni di lavoratrici e lavoratori dei settori pubblici, con la piena copertura dell'inflazione reale, a partire dal recupero del differenziale registrato nel primo biennio e dell'inflazione reale del 2000. Per raggiungere questo obbiettivo, è fondamentale che la nostra organizzazione metta rapidamente in campo tutte le azioni necessarie, a partire da esplicite prese di posizione, dalla campagna di assemblee dei posti di lavoro e dalla mobilitazione e se necessario della lotta, perché il disegno di legge finanziaria che sarà presentato al Parlamento entro il 30 settembre contenga stanziamenti congrui e che comunque pongano le basi sociali per la sua correzione in sede di approvazione parlamentare. |