Alternativa Sindacale

La pensione è un diritto sociale

RIFORMARE LA RIFORMA

Da quasi un decennio ormai i lavoratori italiani sono sottoposti ad una incessante campagna interna ed internazionale condotta sui mass-media (giornali, televisioni, ecc) volta a convincerli che le pensioni sono il problema sociale principale del nostro paese.

Si sostiene che la spesa pensionistica impedisce lo sviluppo del paese e che con l'aumento della vita media questo problema non può che aggravarsi.

Ma è proprio vero che nel nostro paese c'è una moltitudine di avidi e ricchi pensionati e di lavoratori egoisti, protetti dai Sindacati, che dissanguano le risorse dello stato?

Dei 16 milioni di pensioni erogate oltre 9 milioni hanno importo mensile compreso entro 1.500.000 lordo.

In Italia la spesa pensionistica in rapporto alla spesa sociale rappresenta una parte più consistente che negli altri paesi europei ma ciò è dovuto al fatto che è la spesa sociale nel nostro paese ad essere consistentemente al di sotto ( in media 5 punti) dei maggiori paesi europei.

Per questo Alternativa Sindacale propone un aumento immediato della spesa sociale pari almeno ad un punto percentuale del PIL

Il dato strutturale che mette in difficoltà il sistema previdenziale del nostro paese non è l'ammontare della spesa sociale ma le entrate insufficienti relative al basso tasso di attività della popolazione. (47,7 contro la media UE del 55,4), alla diffusione del lavoro nero (pari a 5 milioni di rapporti di lavoro), all'alto tasso di disoccupazione.

Il problema della previdenza non è allora quello dei tagli bensì quello della occupazione; per questo Alternativa Sindacale è contraria a nuove riforme della previdenza ed alla proposta di estendere a tutti il contributivo

Seppure all'oggi i bilanci dell'INPS siano in sostanziale equilibrio si sostiene che nel futuro ci sarà una "GOBBA" (cioè un disavanzo).

Oggi la Ragioneria Generale dello Stato indica un rapporto pensioni/prodotto interno lordo che sale progressivamente dal 14,2% attuale fino ad un valore massimo del 15,8% nel 2031, per poi scendere allo 13,2% nel 2050, contro delle previsioni iniziali molto più alte (3 punti percentuali in più).

E’ bastato che nel frattempo crescesse dello 0,3% il tasso di occupazione femminile per modificare le proiezioni fatte solo sei mesi prima.

Inoltre è il diffondersi dei rapporti di lavoro precari e temporanei, degli sgravi contributivi concessi in gran quantità al Padronato a ridurre le entrate all'INPS;

Tutto questo dopo che dal 1992 è iniziata una serie di interventi sulle pensioni pubbliche.

In 7 anni sono stati effettuati 33 provvedimenti che sono intervenuti sul sistema di calcolo, sui rendimenti, sui contributi, sull'età pensionabile, ecc., realizzando risparmi complessivi di 144.000 miliardi e aumento di contributi pagati pari a 50.000 miliardi.

Come noto la riforma Dini del 1995 ha definito il progressivo passaggio dal sitema retributivo a quello contributivo.

  • immediatamente per i nuovi assunti a partire dal 1995
  • con il pro-rata ( cioè sistema misto, retributivo per prima e contributivo per poi) per coloro i quali nel 1995 avevano meno di 18 anni di contributi
  • mantenimento del contributivo per coloro che, alla data, avevano più di 18 anni di contributi.

Per tutti c'è stato l'innalzamento dell'età pensionabile ed il numero di anni di contribuzione minima da 15 a 20 e per coloro che hanno mantenuto il retributivo si è operata una riduzione dei rendimenti.

Il sistema contributivo (come si può vedere dalla tabella), operando sulla somma dei contributi versati durante tutta la vita lavorativa, produce pensioni paragonabili a quelle con il sistema contributivo solo nel caso di carriera uniforme e se si va in pensione dopo i 62 anni. In tutti gli altri casi vi sono delle perdite più o meno consistenti fino al massimo del 14% nel caso si vada in pensione a 57 anni con 40 anni di contributi con un carriera in progressione.

Con il sistema contributivo l'entità della pensione dipende, evidentemente, dagli anni di versamento e dall'entità dei contributi versati; ciò determina il fatto che alcune categorie di lavoratori pur versando contributi per un consistente numero di anni non riusciranno a raggiungere, prima dei 65 anni, il minimo per avere diritto alla pensione.

Nel sistema contributivo, per andare in pensione prima di 65 anni è necessario che l'importo della pensione sia superiore a 1,2 volte l'assegno sociale che per il 2000 è pari a lire 8.366.800. Cioè la pensione deve essere superiore a 10.040.000 annui. In termini globali ciò significa che per andare in pensione a 57 anni bisogna avere un montante contributivo pari o superiore a 212.715.000 mentre per i 62 anni 182.085.000.

Ad esempio un socio lavoratore di una cooperativa (nel DPR 602/70 sono coinvolti 260.000 lavoratori) del Nord Italia che va in pensione a 62 anni deve avere 29 anni di contributi per avere la pensione mentre per il Sud anche con 40 anni di contributi non riesce a raggiungere il minimo (al Sud va in pensione solo a 65 anni).

Ancora peggiore la situazione dei cosiddetti "Lavoratori parasubordinati" che versano una aliquota del 12% rispetto al 33% dei lavoratori dipendenti.

Un lavoratore del parasubordinato che in un anno guadagna 20 milioni con l’aliquota al 12,5% più due punti percentuali di "bonus" recentemente istituiti, totale 14,5%, conseguirà per quell’anno una quota di pensione di L. 136.888, pari a L. 11.906 mensili.

Se con gli stessi parametri, lavorasse per 35 anni, avrebbe una pensione mensile di L. 399.233.

Alternativa Sindacale propone di portare immediatamente l'aliquota dei lavoratori parasubordinati al 20%.

Conseguenze similari si determinano per i lavoratori part-time, per gli stagionali, per i lavoratori a tempo detrminato , ecc...; cioè per tutti coloro che lavorano non a tempo pieno.

Tutte queste situazioni, nel sistema retributivo venivano parzialmente protette con il meccanismo dell'integrazione al minimo; Alternativa Sindacale propone che un meccanismo similare sia introdotto anche per il sistema contributivo attraverso la garanzia di un rendimento minimo per ogni anno di contribuzione

 

LA PREVIDENZA COMPLEMENTARE

Si propaganda che i fondi pensione, di fronte alla crescente insufficienza (in particolare per i giovani ed i soggetti deboli ) della previdenza obbligatoria, sarebbero la soluzione.

Ma è proprio vero quanto si dice oppure si tratta di una soluzione molto discutibile e relativamente efficace solo per alcuni?

La prima questione riguarda il rapporto tra versamenti e prestazioni.

Per ottenre un livello di prestazioni di un qualche interesse si vede subito dalla tabella a fianco che il livello dei versamenti deve essere elevato come anche anche il numero di anni di versamento.

Poiché i fondi contrattati (fondi chiusi) sono alimentati da versamenti parte a carico del lavoratore e parte dell'azienda, generalmente un poco al di sopra del 2% complessivo, si vede subito che , a meno di impiegare tutto il TFR, non si ottengono rendimenti significativi.

Ma con l'impiego di tutto il TFR (pari al a circa il 6,9% della retribuzione lorda) la pensione complementare viene pagata principalmente dal lavoratore (88%).

C'è una bella differenza con la previdenza obbligatoria nella quale il 33% di contributi viene pagato per 2/3 dal datore di lavoro e per 1/3 dal lavoratore.

Il diritto alla pensione matura nel momento del pensionamento secondo la previdenza obbligatoria e fornisce gli stessi trattamenti salvo la possibilità di optare per avere in liquidi il 50% del montante contributivo con il corrispondente abbassamento dell'assegno di pensione.

Poiché i meccanismi sono gli stessi della previdenza obbligatoria con il sistema contributivo ne conseguono gli stessi problemi per le posizioni lavorative deboli che non sono in grado di garantire continuità e livello adeguato di versamenti.

Come si vede dalla tabella a fianco relativa ad un iscritto a Fochim (fondo dei Chimici), risulta confermato come, anche versando tutto il TFR, per avere una pensione complementare interessante sia anche necessario un consistente numero di anni di contribuzione.

In queste condizioni, risulta comprensibile, come mai ai fondi pensione non si iscrivono i giovani e i lavoratori delle categorie deboli; i primi in quanto fanno prevalere esigenze immediate rispetto ad un investimento di lunga scadenza che non risolve comunque il loro problema, i secondi in quanto hanno esigenze forti di tipo salariale che consigliano l'utilizzo personale del TFR. Se si analizzano gli iscritti a Fochim si vede infatti che il 55% è compreso nella fascia 36 -50 anni.

Come si vede dalla tabella a fianco i primi quattro fondi hanno un elevato numero di iscritti sono di categorie strutturalmente forti (Chimici, Energia, Meccanici e quadri FIAT) mentre i secondi quattro (Alimentaristi, Tessili Abbigliamento, Legno Mobili, Piccole Imprese) che rappresentano settori più deboli e con percentuali elevate di rapporti di lavoro atipici hanno un ridotto numero di iscritti.

Questi fatti dimostrano come i fondi pensione complementari siano strutturati ed usati dai settori forti del mondo del lavoro e non da quelli deboli i quali, svantaggiati nella previdenza obbligatoria, sono svantaggiati anche in quella complementare

Oggi la rivalutazione del TFR accantonato (Trattamento di fine rapporto) è fissata dalla legge pari allo 0,75 dell'inflazione più l'1,5 fisso; è evidente che l'utilizzo del TFR ai fini della previdenza complementare è conveniente per il lavoratore se il rendimento del fondo è superiore.

Nella previdenza pubblica, nel sistema contributivo l'INPS rivaluta annualmente le somme accantonate secondo l'inflazione e l'incremento del PIL ( ad esempio per il 1999 si tratta del 3,3% ).

Quale è il rendimento dei Fondi Pensione?

I Fondi investono nel mercato finanziario nazionale ed internazionale e quindi non hanno un rendimento definito e garantito; ad esempio quest'anno che si sono determinati andamenti finanziari e di borsa positivi il rendimento dei fondi esistenti è stato certamente superiore. Si tratta però di un dato virtuale in quanto, dal punto di vista del singolo lavoratore, la somma accantonata sulla quale si calcolerà la pensione integrativa si definirà nel momento in cui andrà in pensione e quindi è legata agli andamenti finanziari di quì al quel momento. Nella media di periodi così lunghi (30-40 anni) gli andamenti finanziari tendono a coincidere con gli andamenti reali dell'economia, cioè con l'inflazione e l'incremento del PIL.

Prendendo i rendimenti di azioni ed obbligazioni nei vari paesi nell'ultimo decennio, che è stato un periodo di espansione sostenuta, e considerando che il fondi pensione, in generale investono in obbligazioni una parte consistente, si comprende che, nel lungo periodo, i rendimenti tra sistema pubblico e sistema privato non sono molto divergenti.

Divengono allora determinanti le politiche fiscali; non a caso il Governo ha predisposto provvedimenti fiscali per inasprire la tassazione sul TFR che non viene impiegato nei fondi e introdurre sgravi fiscali di vario genere per i Fondi Pensioni.

Alternativa Sindacale ritiene che non debbano esserci penalizzazioni fiscali per i lavoratori che decidono di non utilizzare il TFR per i fondi pensione; va corretto, in ogni caso, il meccanismo di agevolazione fiscale che favorisce i redditi medio alti.

L'uso del TFR a fini di previdenza complementare deve essere una libera scelta del lavoratore; non è quindi accettabile la forma del silenzio-assenso che tende a rendere semiobbligatoria l'adesione.

In generale non è condivisibile l'ipotesi di ridurre i contributi previdenziali al sistema pubblico sostituendoli con l'impiego obbligatorio del TFR nei fondi complementari.

Anzi, Alternativa Sindacale ritiene che anche l'INPS debba divenire soggetto della previdenza complementare con l'istituzione di un apposito fondo.

Poichè, come abbiamo visto, la questione della previdenza pubblica è collegata strettamente con l'occupazione, bisogna introdurre per i Fondi Pensione, che debbono mantenere la loro funzione integrativa, un qualche vincolo per fare si che i capitali raccolti (stima di 35.000 miliardi annui potenziali) siano, almeno in parte, impiegati per sostenere lo sviluppo del nostro paese piuttosto che investiti, come adesso avviene, nel circuito finanziario internazionale andando a finanziare lo sviluppo dei paesi finanziariamente più forti (USA, ecc..).

 

Alternativa Sindacale propone quindi un riordino generale della spesa sociale e del sistema previdenziale con un rafforzamento della previdenza pubblica obbligatoria in particolare in direzione di introdurre elementi di solidarietà verso i settori più svantaggiati.

E' evidente che l'obiettivo dell'aumento della spesa sociale per adeguarla ai livelli degli altri paesi europei deve comportare un riordino generale dei cosiddetti "ammortizzatori sociali" in particolare sui trattamenti di sostegno al reddito in caso di disoccupazione sia temporanea che di lunga durata.

Solo una riforma degli ammortizzatori sociali che vada decisamente in tale direzione ed una situazione occupazionale che riduca fortemente il precariato può rendere credibile l'utilizzo del TFR ai fini di previdenza complementare.

Poichè il sistema pensionistico del nostro paese, complessivamente inteso, favorisce le fasce "alte" del mondo del lavoro a scapito di quelle "basse" vanno introdotti interventi forti che operino un riequilibrio.

Per ALTERNATIVA SINDACALE è questo un elemento decisivo sul quale operare con interventi di riforma di cui deve farsi carico, almeno in parte, l'intera collettività.

Il diritto ad un trattamento pensionistico dignitoso è uno dei diritti fondamentali di uno stato sociale degno di questo nome.