Fim - Fiom - Uilm Globalizzazione e
multinazionali: Convegno delle RSU, Milano, 29 gennaio 1999
Le multinazionali, diritti e rovesci
Mario Pianta
Le dimensioni delle imprese multinazionali Nel 1997 c'erano nel mondo 53 mila imprese multinazionali che controllavano 450 mila filiali all'estero, secondo il World Investment Report 1998 dell'Unctad. Le dimensioni dell'attività economica di queste filiali estere sono impressionanti: 9500 miliardi di dollari di fatturato, 2000 miliardi di valore aggiunto, pari al 7% del Prodotto lordo mondiale; un terzo delle esportazioni mondiali è effettuato da queste filiali. Gli investimenti diretti esteri in entrata sono stati nel 1997 pari a 400 miliardi di dollari e crescono a un ritmo doppio di quello del commercio mondiale. Gli investimenti diretti esteri nascono per il 90% dai paesi sviluppati e sono indirizzati per due terzi in questi stessi paesi. I flussi verso i paesi più poveri sono però in aumento, dai 34 miliardi di dollari del 1990 (il 17% del totale) ai 149 miliardi del 1997 (il 37% del totale). La maggior parte di questi investimenti sono acquisizioni di imprese esistenti, anziché creazione di nuove attività. Il 60% dei flussi ha finanziato fusioni o acquisizioni di quote di maggioranza di imprese (contro il 50% del 1996). Il 90% di queste operazioni avviene nei paesi avanzati, con strategie di consolidamento delle attività nei settori in cui le imprese hanno dei vantaggi consolidati. Il rapporto Unctad conclude che "queste strategie sono state rese possibili dalla liberalizzazione (compreso l'accordo dell'Omc del 1997 sui servizi finanziari) e dalla deregolamentazione (p.es. nelle telecomunicazioni). Uno dei risultati è una maggior concentrazione industriale nelle mani di poche imprese in ciascun settore, di solito imprese multinazionali" (p.xix). I paesi, specie quelli in via di sviluppo (ma anche le regioni più arretrate nei paesi come l'Italia) sono messi sempre più in competizione tra loro per attrarre gli investimenti stranieri: nel 1997 76 paesi hanno introdotto 151 modifiche nelle norme sugli investimenti esteri, nel 90% dei casi favorendone le condizioni. Le 100 più grandi imprese multinazionali del mondo nel 1996 avevano in totale 11,8 milioni di dipendenti, di cui quasi sei milioni, cioé più della metà, nelle filiali estere. Rispetto al 1995 l'occupazione totale è calata del 3,5% e, all'interno di questa tendenza, quella estera è cresciuta del 2%, un andamento registrato in tutti gli anni '90 (p.41). La crescita delle attività multinazionali rappresenta così una crescente minaccia all'occupazione nei paesi di origine delle imprese. Con dimensioni di questo tipo, le imprese multinazionali hanno un forte peso sull'economia, realizzano buona parte della ricerca e sviluppo, indirizzano il cambiamento tecnologico, accelerano la finanziarizzazione dell'economia e sono spesso in grado di imporre ai governi - sia nei paesi di origine che in quelli di destinazione - condizioni favorevoli per le loro attività. Il peso dominante delle fusioni e acquisizioni mostra che, anzichè estendere la base produttiva nei diversi paesi, le imprese multinazionali sono orientate in misura crescente verso attività finanziarie che puntano al controllo dei mercati e a operazioni speculative. Bisogna sottolineare la divaricazione dei ritmi di crescita dei diversi aspetti delle attività delle imprese multinazionali. Tra il 1996 e il 97 gli investimenti esteri sono cresciuti del 19%, ma al loro interno le fusioni e acquisizioni sono aumentate del 45%. In contrasto, il valore aggiunto delle filiali estere è salito di appena l'8% (poco più del prodotto lordo mondiale, aumentato del 6%), mentre l'occupazione nelle 100 maggiori multinazionali è diminuita del 3,5% tra il 1995 e il 96. Le tendenze che segnano le imprese multinazionali oggi sono ben riassunte da questa crescente logica finanziaria, dalla modesta espansione produttiva e dalla riduzione dell'occupazione, concentrata nei paesi di origine.
Nuovi poteri e nuove regole Le imprese multinazionali, i centri finanziari e gli organismi sovranazionali prendono decisioni fondamentali per la vita economica e il futuro dei cittadini di tutti i paesi, senza che esistano legittimazione e forme di controllo democratico sul loro operato. La capacità degli stati nazionali di controllare l'economia, le scelte politiche e le condizioni di lavoro è stata progressivamente svuotata dai processi di globalizzazione, guidati dalle attività delle imprese multinazionali, e dalle scelte di liberalizzazione della finanza e dei mercati. L'esempio più clamoroso di questa strategia è stato il tentativo di definire un Accordo multilaterale sugli investimenti (Ami, vedi scheda) che avrebbe ridotto drasticamente le possibilità di intervento dei governi. Le continue difficoltà a far riconoscere e rispettare i diritti sindacali e gli standard internazionali sul lavoro (vedi scheda) sono un altro esempio di una "globalizzazione a senso unico". E' difficile pensare oggi a un recupero di controllo complessivo da parte dei governi nazionali: questi processi presentano sfide di tipo nuovo, che vanno affrontate con soggetti e strumenti diversi, affiancati da un'originale capacità di iniziativa dei governi nazionali. A livello globale esiste un vuoto di istituzioni capaci di misurarsi con i poteri economici che operano sempre più a scala del pianeta. Gli organismi esistenti - Banca mondiale, Fondo monetario, Organizzazione mondiale per il commercio, etc. - vanno profondamente riformati e democratizzati, ed è inevitabile riportare alcuni dei problemi dell'economia mondiale all'interno del quadro istituzionale offerto dal sistema delle Nazioni Unite, l'unico che può offrire legittimità ad un diverso e più stabile ordine economico globale. A livello nazionale nuovo spazio e legittimità dev'essere riconosciuto all'intervento pubblico nell'economia, al perseguimento di obiettivi di sviluppo, di occupazione, di equità e di redistribuzione. L'arrivo al governo negli ultimi due anni in Europa di forze socialdemocratiche e di centro-sinistra rappresenta un'occasione importante per il rilancio di politiche economiche nazionali di questo tipo. Ma è anche il contesto sovranazionale che va ridisegnato, a livello sia dell'Unione europea che globale, in modo da rendere non solo possibile, ma più agevole per i governi nazionali il perseguimento di questi obiettivi. Naturalmente anche all'interno degli stati va accresciuta la trasparenza e la democraticità delle scelte economiche, riconoscendo il ruolo di sindacati e società civile. A livello della società civile una nuova alleanza dev'essere costruita tra le forze sindacali e il mondo delle associazioni e delle organizzazioni non governative che in questi anni hanno affrontato i problemi e gli effetti della globalizzazione, muovendosi con successo a una scala globale e ottenendo risultati importanti sul terreno dei diritti umani e sociali. Le esperienze di questo tipo nell'ultimo decennio sono ormai numerose. Sul terreno sindacale c'è la costruzione dei Comitati aziendali europei, un avvio di contrattazione con le imprese multinazionali, c'è stato il grande dibattito sui diritti del lavoro internazionali, sulle clausole sociali e le iniziative contro il lavoro minorile, che hanno avuto sviluppi interessanti anche sul fronte della sensibilizzazione dei consumatori con campagne di boicottaggio e richieste di introdurre una "social label" che garantisca sulle condizioni di lavoro in cui i prodotti sono realizzati. Sul terreno più generale dell'economia internazionale ci sono state le campagne sull'Accordo multilaterale sugli investimenti, al debito estero, dalla riforma della Banca mondiale, alla povertà e le diseguaglianze Nord-Sud. Non c'è più vertice delle grandi istituzioni economiche internazionali che non sia accompagnato da un controvertice di centinaia di movimenti, associazioni e Ong di tutto il mondo, come avverrà nuovamente a Colonia nel giugno prossimo. Sono in molti, dentro i sindacati di tutto il mondo e in queste reti di associazioni e Ong, a pensare che queste iniziative devono sempre più incontrarsi e rafforzarsi reciprocamente. Il radicamento istituzionale del sindacato, la sua forza contrattuale con le imprese e il suo peso sui tavoli che decidono della politica economica a livello nazionale deve unirsi alla tempestività, competenza e capacità di mobilitazione con cui le reti di società civile hanno affrontato molte questioni globali. E' importante ricostruire una visione comune degli effetti che la globalizzazione ha sui lavoratori, sui diritti, sui consumatori, sulla società e sull'ambiente, proponendo comportamenti e politiche alternative. In Italia si sono sviluppate diverse iniziative rilevanti su questi terreni, sempre con una qualche partecipazione da parte del sindacato. In occasione del vertice del G7 del luglio 1994 a Napoli decine di associazioni hanno dato vita al cartello del "Cerchio dei popoli" organizzando un convegno di esperti, una convention dei movimenti e un vertice simbolico dei "sette poveri" del pianeta per lanciare una diversa agenda dei problemi economici mondiali, in collaborazione con The Other Economic Summit che da anni organizza i controvertici in tutto il mondo. L'eredità di quell'esperienza è stata poi ripresa dalle due Assemblee dei popoli delle Nazioni Unite, tenute a Perugia nel 1995 e 1997 e promosse dalla Tavola della pace, un cartello di centinaia di associazioni ed enti locali, in collegamento con numerosi reti internazionali impegnate su questi temi. La prima Assemblea, convocata nel 50mo anniversario delle Nazioni Unite, è stata dedicata alla riforma e democratizzazione dell'Onu e del sistema internazionale. La seconda Assemblea dei popoli è stata invece dedicata ai problemi dell'economia globale, con il tema "per un'economia di giustizia" e la partecipazione di circa 200 rappresentanti delle società civili di tutti i paesi del pianeta, esponenti dei movimenti sindacali, per i diritti umani, la pace, l'ambiente, la solidarietà e lo sviluppo. Una terza Assemblea dei popoli delle Nazioni Unite si terrà nel settembre 1999 a Perugia, dedicata ai nuovi soggetti del cambiamento e alla costruzione di una società civile globale capace di intervenire più incisivamente su questi problemi. Si tratta di un'occasione importante, che avviene in Italia e ha un respiro globale, per integrare in questo processo l'attività del sindacato.
Alcune proposte Dall'insieme delle esperienze realizzate in questi anni dal sindacato e dalle organizzazioni della società civile in tutti i paesi, sta emergendo un insieme di proposte specifiche, sostenute da apposite campagne internazionali, che punta a cambiare alcuni aspetti di fondo dell'ordine economico internazionale. Le grandi linee emerse dall'elaborazione di questi anni possono essere così riassunte.
La tutela dei diritti internazionali del lavoro I diritti essenziali del lavoro vanno tutelati in quanto diritti umani. La liberta' di associazione, organizzazione sindacale e contrattazione, i divieti del lavoro minorile, forzato e discriminazione devono essere rispettati ovunque. Salari minimi, orari, tutela della salute e sicurezza sul lavoro, riposo settimanale, protezione sociale e formazione vanno garantiti, anche attraverso la contrattazione sindacale, in base alle condizioni economiche dei vari paesi. Questi principi vanno inseriti negli accordi economici e commerciali che vengono sottoscritti all'Omc o a scala regionale, devono diventare un criterio nelle politiche internazionali dei governi e nell'azione delle società civili.
Il ritorno di una responsabilità politica per le politiche economiche Dopo due decenni in cui le decisioni chiave sull' economia sono state lasciate ai tecnocrati delle banche centrali e degli organismi internazionali, è tempo di restituire potere alla politica economica, vista come una componente delle scelte generali adottate da una collettività attraverso gli strumenti della democrazia. Questo significa a livello dei singoli paesi e di istituzioni come l'Unione europea ridimensionare il potere delle banche centrali e ricollocare le scelte chiave sull'economia in sedi politiche elettive e controllabili democraticamente, capaci di rispondere alle sollecitazioni della società civile. A livello internazionale questa stessa esigenza pone il problema di un nuovo ruolo delle Nazioni Unite in questo campo.
La fine della piena libertà di movimento dei capitali I benefici promessi dalla fine dei controlli sui movimenti di capitali non si sono materializzati. Anziché favorire la crescita, è aumentata l'instabilità finanziaria e si sono diffusi i comportamenti predatori delle imprese multinazionali. La circolazione dei capitali dev'essere funzionale allo sviluppo delle economie reali, e non più il contrario. Il precipitare della crisi finanziaria ha portato questi problemi nel dibattito di politica economica. L'introduzione della Tobin Tax sugli scambi di valute Il 95% degli scambi di valute è a fini puramente speculativi, non per finanziare gli scambi internazionali. Alcuni anni fa il premio Nobel americano James Tobin propose una tassa, di lieve entità, sugli scambi di valute che avrebbe l'effetto di ridurre drasticamente i margini per la speculazione e potrebbe finanziare le attività delle nuove organizzazioni internazionali necessarie per governare l'economia. Una campagna internazionale per l'introduzione della Tobin Tax, Attac, è stata lanciata in Francia nel 1998 per iniziativa di Le Monde Diplomatique.
La riforma delle istituzioni economiche internazionali Il Fondo monetario dev'essere radicalmente trasformato e democratizzato, deve operare con trasparenza e deve rispondere ai paesi e alle società delle proprie azioni. A queste condizioni è possibile ricapitalizzare il Fondo utilizzando risorse di molti paesi, riducendo il potere degli Stati Uniti e dei paesi più ricchi. Il ruolo di "poliziotto finanziario" dev'essere sostituito da una più generale responsabilità per la stabilità finanziaria, l'equilibrio dei conti con l'estero e le condizioni per la crescita, potenziando il sistema dei "diritti speciali di prelievo" emessi dal Fondo. La Banca mondiale deve abbandonare il finanziamento di progetti che provocano distruzioni ambientali e sociali, sostenere le iniziative di sviluppo sociale e umano, come richiesto da anni dalla Campagna per la riforma della Banca Mondiale, attiva in molti paesi con il sostegno di Ong e associazioni. L'Organizzazione Mondiale per il Commercio dev'essere ridimensionata, deve offrire maggiori tutele ai paesi poveri e dev'essere portata all'interno del sistema delle Nazioni Unite. Il progetto di Accordo Multilaterale sugli Investimenti dev'essere abbandonato, mentre nuove regole di "buona condotta" vanno imposte all'operato delle imprese multinazionali.
Un nuovo ruolo economico delle Nazioni Unite L'esigenza di un controlo politico internazionale sugli organismi sopra elencati non può che chiamare in causa le Nazioni Unite. La Commissione per la governabilità globale ha proposto, nel rapporto Il nostro villaggio globale, la creazione di un Consiglio di sicurezza economico a cui Banca mondiale, Fondo monetario e Omc rendano conto. Una proposta simile per istituire un Consiglio economico e un Consiglio sociale viene dal rapporto Le Nazioni unite nei loro prossimi 50 anni. Vanno recepite le proposte del South Centre che chiedono che Fondo, Banca e Omc passino sotto la direzione del Palazzo di vetro. Più in generale, le iniziative Onu per lo sviluppo e la stabilità economica internazionale vanno potenziate e coordinate, diventando un elemento essenziale anche per le tradizionali attività dell'Onu per la difesa dei diritti umani, il mantenimento della pace, la soluzione di problemi sociali. Ma il punto di fondo che emerge in modo ricorrente su questi temi è la distribuzione dei poteri sull'economia globale. La natura democratica (più o meno formale) della struttura delle Nazioni Unite è ancora vista come una buona ragione per tener l'Onu lontano dall'economia. E' questo un limite di fondo del modello liberale: l'idea che la democrazia può entrare in politica, ma si deve fermare alle porte dell'economia. Ora è il momento di superare questo limite.
Bibliografia essenziale J. Brecher e T. Costello, Contro
il capitale globale, Feltrinelli, Milano, 1996. Testi di approfondimento ILO, World Employment Report, ILO,
Ginevra, 1997 Moltissimi materiali, dati, analisi e documenti sono raccolti nel Cd-rom Globalization and workers' rights, pubblicato dall'International Labour Office, Bureau for Workers' Activities (si può richiedere al fax 41 22 7996570). Si può consultare anche il sito Internet dell'Ilo: http://www.ilo.org/actrav.
La situazione
dell'Accordo Multilaterale sugli Investimenti Negli ultimi anni all'Ocse è stato negoziato, inizialmente in segreto, il progetto di un Accordo Multilaterale sugli Investimenti (Ami) che proteggerebbe le imprese multinazionali da qualunque politica dei governi nazionali per tutelare la base produttiva locale, le condizioni di lavoro e ambientali, la salute, i diritti umani e sindacali. Con l'Ami diventerebbero illegali, in quanto "pratica discriminatoria", molte delle politiche industriali e tecnologiche, di domanda pubblica e di sostegno alle imprese nazionali e di sviluppo locale fin qui realizzate. Non sarebbero possibili limitazioni della proprietà da parte di imprese straniere di attività economiche fondamentali per l'economia nazionale, né condizioni sulla durata della permanenza degli investimenti stranieri nel paese. Le imprese multinazionali avrebbero la possibilità di operare al di sopra delle leggi nazionali e potrebbero addirittura portare i governi davanti a un Collegio arbitrale internazionale per ottenere risarcimenti per tutte le opportunità di profitto perdute per effetto di leggi e norme nazionali. I paesi dovrebbero rinunciare a imporre nuove regole o cancellare quelle esistenti in contrasto con i principi dell'Ami e rispettare questi obblighi per 20 anni. Dopo essere stato condotto senza alcun dibattito politico, di fronte alle crescenti proteste internazionali, nella primavera 1998 il negoziato è stato bloccato e poi fermato definitivamente nel dicembre scorso. Sono state decisive le mobilitazioni delle organizzazioni non governative di tutto il mondo, i pronunciamenti negativi del Parlamento europeo e il rifiuto di partecipare al negoziato del governo francese, seguito da altre prese di distanza dei paesi europei (ma non dell'Italia). E' stata una sconfitta importante per il modello di globalizzazione neoliberista portato avanti dagli Stati Uniti e dalle grandi imprese multinazionali. Ora all'Ocse e all'Organizzazione mondiale del commercio (Omc) si parla di un più generico "Quadro multilaterale sugli investimenti", ma molte clausole dell'Ami stanno rispuntando sui diversi tavoli negoziali per la definizione di accordi commerciali regionali, nellOmc, e nelle trattative per la concessione di crediti del Fmi. Ad esempio, negli accordi con Indonesia, Corea del Sud, Malesia, Filippine e Thailandia conclusi tra il giugno 1997 e il giugno 1998 per fronteggiare la crisi finanziaria asiatica i paesi hanno accettato di eliminare (o ridimensionare fortemente) i limiti alla proprietà straniera di imprese nazionali, di aprire agli investimenti esteri molti settori dell'industria, della finanza, delle banche, del commercio e delle materie prime in cui prima esistevano limitazioni. Per quanto riguarda l'Europa, molte delle questioni poste dall'Ami sono state riprese nelle discussioni tra Unione Europea e Stati Uniti sulla Transatlantic economic partnership (TEP) un progetto di maggior integrazione commerciale tra le due rive dell'Atlantico che ha aperto negoziati sui temi degli investimenti, dei servizi, della proprietà intellettuale, delle biotecnologie, del commercio elettronico, delle norme tecniche. Si prevede il mutuo riconoscimento delle procedure di approvazione per nuovi prodotti con possibili effetti per la salute umana e quindi le politiche europee come i divieti a prodotti manipolati geneticamente, l'eco-label, o i vincoli sul riciclaggio diventerebbero "barriere commerciali" illegali. La campagna contro l'Ami può essere contattata presso Progetto Continenti, tel. 06 59600319, email: continenti@iol.it
La proposta di
tassare gli scambi di valute con la Tobin Tax La crisi finanziaria del 1998 ha mostrato la fragilità di un sistema finanziario internazionale cresciuto a partire dagli anni '80 sulla base di una totale libertà di movimento dei capitali, che si muovono da una moneta all'altra, da una borsa all'altra, alla ricerca del massimo profitto immediato, con una logica speculativa che ha ovunque danneggiato la crescita e l'occupazione nell'economia reale Il 95% degli scambi di valute è a fini puramente speculativi, non per finanziare gli scambi internazionali. Alcuni anni fa il premio Nobel americano James Tobin propose una tassa, di lieve entità, sugli scambi di valute che avrebbe l'effetto di ridurre drasticamente i margini per la speculazione. Governi e banche centrali affermano che una tassa di questo tipo non è né opportuna, perché scoraggerebbe i flussi di capitali, né realizzabile, perché richiede l'accordo di moltissimi paesi. Uno schieramento sempre più ampio di organizzazioni non governative, associazioni e sindacati propone invece la Tobin Tax per scoraggiare la speculazione sulle monete che aggrava l'instabilità economica, e per trovare nuove forme di tassazione sovranazionale delle attività finanziarie, ora in grado di sfuggire largamente al prelievo fiscale dei singoli paesi. Gli introiti generati dalla Tobin Tax potrebbero finanziare le attività delle organizzazioni economiche internazionali e i programmi di sviluppo per i paesi più poveri. Una campagna internazionale per l'introduzione della Tobin Tax, Attac, è stata lanciata in Francia nel 1998 per iniziativa di Le Monde Diplomatique. Gruppi nazionali sono stati creati in moltissimi paesi e iniziano le pressioni sui governi per discutere seriamente dell'introduzione della Tobin Tax e di un'imposizione fiscale che colpisca le rendite finanziarie.
Il gruppo di organizzazioni che ha lanciato Attac in Italia può essere contattato presso Mani Tese (02 48008617), email: manitese@planet.it Il sito internet della campagna internazionale è http://attac.org/ |