Torino 13/11/1999

Il documento conclusivo dell'assemblea della Sinistra sindacale Piemontese

 

LA NUOVA OFFENSIVA LIBERISTA E LA CRISI DEL SINDACATO

Il movimento sindacale italiano attraversa una grave crisi, nella quale è profondamente coinvolta la Cgil.

In questi anni sono complessivamente peggiorate le condizioni sociali del mondo del lavoro, da ogni punto di vista, mentre sono aumentate le diseguaglianze nei redditi, nei diritti, nei poteri. Il risanamento dei conti pubblici ha segnato grandi successi, l’obiettivo della moneta unica è stato raggiunto, ma nel risanamento delle storiche ingiustizie del nostro paese non sono stati fatti veri passi avanti, mentre l’ambiente, il patrimonio abitativo, la qualità dei servizi e della vita sociale, in particolare nel mezzogiorno e nelle periferie delle grandi città, non migliorano e spesso degradano.

Cresce la precarizzazione del lavoro, che colpisce innanzi tutto i giovani, ovunque, anche nelle realtà più ricche, e che sempre più spesso incombe sulle lavoratrici e sui lavoratori di mezz’età, con la minaccia di vedersi sottrarre all’improvviso, con una chiusura d’azienda o una ristrutturazione di reparto, quel minimo di benessere così faticosamente conquistato. Va in crisi così la solidarietà sociale: la paura di perdere il poco che si ha alimenta il rancore verso chi ha ancora di meno e cosi crescono nei quartieri popolari l’ostilità verso gli immigrati, i poveri, gli emarginati, mentre quegli stessi giovani disposti ad usare violenza sui tossici del quartiere possono poi ottundere sé stessi con le nuove droghe notturne.

Tutti questi processi non sono solo figli di paure, ostilità, pregiudizi che affondano in un vissuto culturale profondo che ora riemerge. Essi nascono in gran parte da quell’idea dell’immodificabilità della propria condizione sociale, che si sta diffondendo nel mondo del lavoro ed in tutte le classi ed i ceti sociali subalterni. Quest’idea è il prodotto di politiche economiche e sociali di stampo liberista che hanno accompagnato ed agevolato una globalizzazione dell’economia guidata dall’assoluto predominio degli interessi del capitale finanziario. Si sono così progressivamente affermati rapporti di forza sempre più favorevoli all’impresa e meno al lavoro, il quale, nonostante le tanto diffuse esaltazioni della modernità, è stato spinto verso una dura sottomissione ai mercati e alla competitività estrema.

Dal lato dei poteri forti che guidano l’economia globalizzata si affermano inviolabili rigidità: la libertà di movimento e le condizioni di redditività dei capitali, i rapporti di forza tra le monete, i conti pubblici, si muovono secondo le convenienze che si è dato oggi il mercato e che vanno tutte nella stessa direzione. Quella che si vuole sanzionare con i nuovi accordi internazionali che, dopo il momentaneo blocco del negoziato per il “MAI”, vengono proposti nella conferenza del commercio mondiale convocata a Seattle. Quella direzione di marcia verso l’assoluta libertà d’impresa nell’ambito della quale tocca sempre di più al lavoro fare mostra e pratica di adattamento e flessibilità. Di fronte all’intoccabile rigidità dei dogmi, dei comportamenti, delle politiche economiche e degli interessi oggi dominanti, la forza lavoro con il suo salario, le sue condizioni, i suoi diritti, pare essere divenuta l’unica variabile dipendente.

Una poderosa campagna ideologica sostenuta dai vecchi e nuovi mezzi di comunicazione di massa esalta poi queste tendenze. Il modello sociale americano viene presentato come lo sbocco, per alcuni obbligato, per altri auspicato, per quasi tutti inevitabile. L’estrema competitività economica non può che sfociare in altrettanta competitività sociale. Ove ancora lavoratori e cittadini si attardano nella difesa dei propri interessi, essi vengono bollati non come difensori di diritti, ma come accumulatori di privilegi, uno dei quali, il “postofisso”, è presentato come un sequestro di opportunità per le nuove generazioni.

Ci si può anche preoccupare in autorevoli sedi di distinguere tra economia di mercato e società di mercato. Ma ora le forze economiche e culturali dominanti operano proprio per cancellare questa distinzione, per fare della messa in competizione tra loro delle persone sul piano sociale uno strumento della competizione economica. In particolare in quell’Europa ove secondo l’OCSE, il Fondo Monetario Internazionale, il sistema delle Banche Centrali, ci sono ancora troppe rigidità sociali che frenano lo sviluppo. Ma il lavoro non può essere ricondotto ad una funzione del mercato, esso esprime e contiene capacità, aspirazioni e diritti non riconducibili al dominio dell’impresa.

E’ in questo contesto nel quale avanza la convinzione dell’inevitabilità della regressione sociale, che si manifestano nel mondo del lavoro e più in generale in tutte le classi popolari elementi di passività, rassegnazione, rottura di solidarietà. In Italia in particolare la debolezza o l’assenza di una risposta alla continua offensiva liberista stanno conducendo a fenomeni di disaffezione democratica profonda che sono causa ed effetto allo stesso tempo dell’aggravarsi della crisi sindacale.

I Italia in particolare il lungo percorso di sacrifici che ha portato alla moneta unica pareva destinato ad essere seguito da una nuova fase di sviluppo e di redistribuzione sociale. Invece questo non è avvenuto e così il mondo del lavoro si trova di fronte nuovamente un padronato che pretende di ridefinire a condizioni per sé più favorevoli i patti di concertazione e i modelli contrattuali. Questo mentre la Banca d’Italia pare ignorare che il nostro paese è quello che più ha reso flessibile il mercato del lavoro, tagliato la spesa sociale, privatizzato l’economia nel mondo occidentale.

Ma l’offensiva liberista si ricarica su sé stessa: se lo sviluppo non è adeguato, se la disoccupazione non cala, è perché non si è fatto ancora abbastanza, si è tagliato ancora troppo poco.

E a questa nuova offensiva liberista il sindacato confederale non risponde affatto chiedendo un bilancio sociale di quelle politiche, pretendendo un cambiamento di indirizzi che tenga conto del fatto che dopo vent’anni di politiche sindacali moderate e dopo dieci anni di concertazione e politica dei redditi, dopo due drastiche riforme delle pensioni e dopo che nel mercato del lavoro le imprese che vogliono assumere hanno ottenuto le condizioni più favorevoli d’Europa, se la situazione non migliora è alle imprese ala sempre più iniqua distribuzione del reddito, alle politiche economiche ed industriali liberiste, alla ritirata dello stato sociale, che si dovrebbe chiedere conto. Il sindacato confederale italiano avrebbe tutti i titoli per dire: ora basta!

Ma non lo fa ed entra in crisi e si divide.

La rottura tra Cgil e Cisl in questa fase sembra la rappresentazione a livello nella politica sindacale della teoria liberista della coperta troppo stretta. La Cgil  regge sulle flessibilità a Milano, e si dichiara disponibile a peggiorare le pensioni. La Cisl assume la posizione concorrenzialmente opposta. Così la Cgil pare affidare al collateralismo verso la maggioranza di centro sinistra   compiti fondamentali di tenuta difensiva, riservandosi così una maggiore rigidità verso le imprese. Viceversa la Cisl appare come più aggressiva verso la politica economica e sociale del governo e ne