ITALIA
15 aprile 1998
1. IL QUADRO DI RIFERIMENTO
1.1 Situazione e prospettive macroeconomiche
L’economia italiana sta sperimentando una fase di ripresa ciclica.
Il punto di svolta inferiore del ciclo economico si colloca tra il primo
e il secondo trimestre del 1997. Secondo le previsioni, nel primo trimestre
del 1998 il Pil dovrebbe raggiungere un livello del 3% superiore a quello
del primo trimestre del 1997. Dopo un tasso di crescita dell’1,5% registrato
nel corso del 1997 si dovrebbe registrare una crescita nella media del
1998 del 2,5% con tendenza all’aumento fino al 2,9 per cento negli anni
successivi. I fondamentali dell’economia sono in ordine: vi sono tutte
le condizioni perché lo sviluppo sia sostenuto e duraturo.
Quadro macroeconomico programmatico
Previsioni
1999 2000 2001
(1) compresi i proventi delle privatizzazioni
fonte: DPEF;
Il livello della produzione industriale ha già
superato il picco della fine del 1995 e così anche il grado di utilizzo
degli impianti. Il livello di attività economica industriale si
sta ora avvicinando al massimo storico raggiunto nel corso del 1989. Nel
corso del 1998, la ripresa generalizzata degli investimenti e dei consumi
dovrebbe far sentire i suoi effetti sostituendosi al riaccumulo di scorte
e alla domanda di auto.
L’occupazione complessiva, secondo stime prudenziali,
dovrebbe crescere nella media del 1998 di 150-180.000 unità ed è
plausibile che questo passo di crescita possa essere mantenuto nel triennio.
Il Governo italiano intende creare le condizioni perché la ripresa
abbia una lunga durata in modo da avere effetti sull’occupazione. La situazione
internazionale può giocare positivamente. Se la crisi delle economie
dell’Estremo Oriente ha effetti negativi, relativamente contenuti, sulle
esportazioni essa ha anche effetti positivi sui prezzi dei beni internazionali
e sui tassi di interesse. La ripresa può quindi avere un minore
contenuto inflazionistico, può autosostenersi con maggiore efficacia
e alimentare maggiori speranze di esercitare effetti positivi aggregati
sull’occupazione.
Per quanto concerne la dinamica del costo del lavoro per unità di prodotto, la politica della concertazione trilaterale ha consentito di rendere compatibili comportamenti microeconomici nelle contrattazioni salariali settoriali e aziendali con il perseguimento di obiettivi macroeconomici prima di disinflazione e ora di mantenimento della competitività dei nostri prodotti in un contesto di moneta unica. La ristrutturazione del prelievo mirato al finanziamento del Sistema sanitario nazionale ha alleggerito, almeno in parte, il costo del lavoro, soprattutto nel settore dei non tradeables, che aveva una contribuzione sanitaria effettiva maggiore.
La eventuale introduzione di un orario di lavoro
ridotto sarà comunque accompagnata da una ristrutturazione delle
aliquote contributive per oneri non previdenziali che consentirà
di contenere gli eventuali costi aggiuntivi. Nel complesso, le condizioni
di costo del lavoro di tipo macroeconomico non dovranno costituire un ostacolo
per lo sviluppo dell’occupazione.
Nel corso dei prossimi anni l’offerta di lavoro in
Italia comincerà a sentire gli effetti della riduzione della popolazione
in età da lavoro (15-65 anni), tuttavia l’aumento dei tassi di partecipazione
alle forze di lavoro della popolazione femminile consentirà un incremento
dell’offerta complessiva di lavoro; essa, comunque, assumerà caratteristiche
via via diverse nel tipo di erogazione desiderata, nella sua dislocazione
geografica, nella mobilità e nelle competenze professionali. Tutto
ciò si sommerà alle caratteristiche peculiari che il mercato
del lavoro italiano già manifesta e richiederà un’attenzione
sempre maggiore agli aspetti microeconomici delle politiche del lavoro.
1.2 Occupazione, disoccupazione
Confrontando i dati desunti dall’indagine ISTAT sulle
forze di lavoro con quelli degli altri paesi europei il grado di partecipazione
al mercato del lavoro italiano resta complessivamente basso. Il tasso di
attività nella media del 1997 è risultato pari al 47,5% evidenziando
una leggera flessione rispetto all’anno 1996 (-0,2%). La componente dinamica
delle forze di lavoro continua ad essere quella femminile (+ 0,8%) mentre
quella maschile mostra una tendenza alla riduzione (- 0,2%). Anche il tasso
di attività dei giovani appare in diminuzione ( - 0,4%) per effetto
dell’aumento della scolarità delle nuove leve.
Nella media del 1997 l’occupazione (20.087.000) é
rimasta stazionaria. Il tasso di occupazione complessivo é risultato
pressoché invariato (41,7%) anche se mostra una marcata polarizzazione
tra i due sessi - 55,8% quello degli uomini contro il 29% rilevato per
le donne - e tra aree forti e deboli: nelle tre ripartizioni del paese
Nord, Centro e Sud il tasso è risultato pari rispettivamente pari
a 47,2, 42,8 e 33,9%.
L’occupazione dei giovani in età compresa
tra i 15 ed i 24 anni cresce in valore assoluto (+1,4%) ma per effetto
della citata maggiore scolarità resta invariato il tasso di occupazione
specifico della classe di età. L’occupazione alle dipendenze mette
a segno un lieve miglioramento ( + 0,4%) analogo a quello registrato nel
1996 rispetto al 1995. La stazionarietà dell’occupazione complessiva
é spiegata tutta dall’andamento dell’occupazione agricola che segnala
anche quest’anno una riduzione del 4%. A livello settoriale si segnala
la crescita dell’occupazione dei servizi ( + 0,5%) meno marcata di quella
alle dipendenze (+ 1,0%), in particolare dell’occupazione terziaria femminile.
Nella media del 1997 la disoccupazione è cresciuta di 40.000 unità rispetto al 1996 portando il tasso di disoccupazione al 12.3%. Anche in questo caso la polarizzazione tra le diverse aree del paese è marcata: nel centronord i tassi variano tra il 3 % delle aree migliori ed il 12% delle aree peggiori, nel Sud la percentuale dei senza lavoro é superiore al 20% in molte regioni con picchi particolarmente elevati in Campania, Calabria e Sicilia.
L’andamento delle tre componenti dell’aggregato disoccupazione
(disoccupati in cerca di 1° occupazione, disoccupati che hanno perso
un posto di lavoro, altre persone in cerca) evidenzia una crescita marcata
per i primi due raggruppamenti ed una sostanziale invarianza del terzo.
La disoccupazione italiana è in misura prevalente disoccupazione
giovanile visto che i tassi di disoccupazione delle classi di età
centrali non differiscono (in non pochi casi sono addirittura più
bassi) da quelli degli altri paesi e di lunga durata (67% dei disoccupati
lo sono da più di 1 anno). Rispetto alla media del 1996 la situazione
non è mutata in misura apprezzabile fatta eccezione per una leggera
diminuzione del numero dei disoccupati giovani, limitatamente alle aree
del CentroNord. Vi è una differenza sensibile tra uomini e donne
che resta sostanzialmente inalterata in termini di tassi di disoccupazione
(9,5% contro 16,8%) anche se queste cifre sono largamente determinate dai
differenti tassi di partecipazione e vanno lette insieme alle variazioni
tendenziali dell’occupazione per i due sessi: quella femminile cresce più
di quella maschile quando l’economia tira, diminuisce meno quando la congiuntura
è sfavorevole
Se invece che delle medie annuali si tiene conto
dei dati congiunturali più recenti (v. prospetto riassuntivo) il
quadro appare in netto miglioramento. I dati relativi all’indagine ISTAT
sulle forze di lavoro di gennaio 1998 segnalano 117.000 occupati in più
rispetto al periodo corrispondente del 1997. Cresce in particolare l’occupazione
femminile (+ 1,6%) mentre i maschi invertono la tendenza alla flessione
che durava da 2 anni. Per quanto attiene alla disoccupazione mentre quella
delle donne continua a crescere ( + 1,5%) diminuisce sensibilmente quella
degli uomini (- 3,6%).
Dati congiunturali sul mercato del lavoro
. Var % occupazione totale in aumento (+0,6) M leggero aumento + 0.2
( + 117.000 unità) F aumento + 1.6
Dipendenti + 1,0
Indipendenti - 0,5
agricoltura + 1,4
industria in senso stretto + 1,7
costruzioni + 0,1
commercio - 2,0
altri servizi + 0,1
. tasso di lieve aumento dal 41.2 al 41.3
occupazione (%)
. persone in lieve diminuzione M - 3,6
in cerca di occupazione ( - 27.000 unità ) F + 1,5
. tasso di disoccupazione in diminuzione M riduzione dal 9,8 al 9.4
(%) dal 12,4 al 12,2 F stazionario 16,8
Nord (diminuzione) dal 7,1 al 6,5
Centro (diminuzione) dal 10,6 al 10,0
Sud (aumento) dal 21,8 al 22,4
. tasso di attività costante M riduzione dal 60.9 al 60.5
(%) 47 F aumento dal 34.2 al 34,5
. tasso di disoccupazione in diminuzione dal 34.0 al 33,8
< 25 anni (%)
fonte: ISTAT LFS gennaio 1998 e gennaio 1997;
2. GLI OBIETTIVI E LE POLITICHE DI SVILUPPO
Secondo il DPEF la politica di bilancio nel triennio
1999-2001 avrà due direttrici fondamentali: la prosecuzione dell’opera
di risanamento finanziario, in coerenza con gli impegni che il paese si
è assunto aderendo la Patto di Stabilità e Crescita; la individuazione
di spazi finanziari per consentire alla politica di bilancio di concorrere
al sostegno dell’attività produttiva e, quindi all’aumento dell’occupazione.
La politica di bilancio assume come obiettivo intermedio quello di garantire
che l’avanzo primario sia mantenuto su livelli tali da assicurare che il
suo rapporto rispetto al PIL rimanga, per tutto il triennio, pari al 5,5%.
Grazie alla continua riduzione dell’incidenza della spesa per interessi
sul PIL dovuta al diffondersi all’intero stock di debito pubblico del calo
già avvenuto nei tassi, ne deriveranno:
. l’ulteriore progressiva riduzione del rapporto
tra disavanzo complessivo (indebitamento netto) e reddito nazionale, dal
2,6% nel 1998 all’1,0% nel 2001;
.un profilo di sostanziale riduzione del rapporto
tra debito pubblico e reddito nazionale, che scenderà dal 121,6%
a fine 1997 al 106,6% a fine 2001;
. una politica di riallocazione delle risorse finalizzata
a finanziare la crescita delle spese in conto capitale in misura circa
doppia della crescita del PIL monetario;
. la possibilità di azioni volte alla riduzione
della pressione fiscale, che si aggiungeranno al profilo discendente avviatosi
nel 1998 con il venir meno degli effetti del contributo per l’Europa.
A partire dal 1999, la politica di bilancio riprenderà
a muoversi lungo i percorsi tracciati dalla legge n. 468/78 che attribuisce
al processo di bilancio, compatibilmente con gli obiettivi fissati sui
saldi di bilancio, la funzione di generare gli spazi finanziari con le
azioni di politica economica. Si avvia così la normalizzazione della
programmazione finanziaria. Può considerarsi conclusa la fase in
cui la politica di bilancio si caratterizzava esclusivamente per aspetti
quantitativi, riduzioni di spesa e aumenti di entrate. La politica di bilancio
sarà orientata al sostegno dell’occupazione e dell’attività
produttiva nelle aree meno sviluppate. In particolare il Governo concorrerà
a sostenere:
. gli investimenti infrastrutturali e di sostegno
all’attività economica;
. la ricostruzione delle zone recentemente colpite
da calamità naturali
. alcuni interventi nei settori più rilevanti
per i loro effetti sulla crescita economica (istruzione, sanità,
sicurezza, riqualificazione dell’azione della pubblica amministrazione);
. l’avvio di una politica di riduzione della pressione
tributaria.
In via programmatica gli interventi addizionali a
sostegno dello sviluppo ammonteranno (vedi prospetto) a circa 26000 miliardi
nel triennio e sono ripartiti per 5000 miliardi nelle politiche di sviluppo
di alcuni settori prioritari , 15600 miliardi per le politiche di sostegno
degli investimenti e di ricostruzione delle zone colpite dai terremoti
6000 miliardi per la riduzione della pressione fiscale. La linea di politica
economica riguarda l’intero Paese ma assume particolare importanza per
il Mezzogiorno al cui sviluppo dovranno essere finalizzate una parte crescente
delle risorse che man a mano si liberano con il risanamento della finanza
pubblica.
SPESA PER LE POLITICHE PER LO SVILUPPO (in
miliardi di lire)
1999 2000 2001
politiche settoriali (spesa corrente) 1,000 2.000 2.000
sostegno agli investimenti 2.500 5.500 7.600
riduzione della pressione tributaria 2.000 2.000
2.000
totale interventi 5.500 9.500 11.600
Fonte: DPEF
3. GLI OBIETTIVI E LA STRATEGIA DEL GOVERNO PER
L’OCCUPAZIONE
L’obiettivo del Governo è quello di promuovere
uno sviluppo sostenuto che comporti un apprezzabile miglioramento dei livelli
di occupazione. Le previsioni contenute nel DPF mostrano una crescita dello
0,6% per il 1998 cui dovrebbero seguire incrementi via via crescenti per
gli anni successivi: 0,7% nel 1999, 0,9% nel 2000 e 1% nel 2001.
La strategia per l’occupazione é il frutto
della concertazione che prosegue tra Governo e parti sociali, i cui contenuti
essenziali sono stati definiti nell’accordo del 24 settembre 1996 e ripresi
nel dicembre 1997. La sua attuazione richiede l’impegno di tutti, in particolare
Regioni ed Autonomie locali che dovranno trovare le modalità più
idonee per declinarlo in relazione alle loro peculiari esigenze .
STRATEGIA D’INTERVENTO PER L’OCCUPAZIONE
Il Governo intende coniugare il risanamento finanziario
con la modernizzazione e lo sviluppo delle opportunità di lavoro.
Le riforme strutturali hanno un ruolo decisivo per lo sviluppo del paese.
Mercati più aperti compresa la liberalizzazione dell’esercizio di
talune attività economiche, una nuova regolazione dei mercati finanziari,
dell’accesso alle professioni, la riforma del mercato del lavoro, il
riordino del sistema degli incentivi per l’occupazione e degli ammortizzatori
sociali, la semplificazione procedurale ed amministrativa, la disponibilità
di servizi reali, il sostegno all’’autoimprenditorialità sono tutti
aspetti che possono modificare ed in parte hanno già modificato
in misura rilevante il sistema delle convenienze degli operatori economici
e dei lavoratori.
Il Governo ritiene che uno sviluppo durevole sia
possibile solo se si investe adeguatamente nelle risorse umane, nel formazione
delle nuove leve e nell’aggiornamento delle competenze degli adulti, sia
occupati che alla ricerca di lavoro e nella ricerca scientifica. Negli
ultimi venti anni vi sono stati significativi miglioramenti nei livelli
di scolarizzazione ma occorre fare di più: riducendo i fenomeni
di dispersione scolastica; sviluppando un sistema di formazione tecnico-superiore
integrata e valorizzando la seconda via formativa (apprendistato rinnovato);
promuovendo l’accesso alla formazione e l’orientamento degli adulti. Per
migliorare la qualità complessiva dell’offerta formativa occorrono
però risorse aggiuntive rispetto a quelle attualmente disponibili
che il Governo s’impegna a reperire compatibilmente con le esigenze di
bilancio.
All’azione a sostegno dello sviluppo delle imprese
perseguito anche attraverso un’azione di sostegno all’imprenditorialità
individuale e associata anche in forma cooperativa, agli interventi di
politica attiva del lavoro che migliorano l’occupabilità si aggiungono
le iniziative tendenti a migliorare l’adattabilità delle imprese
e dei lavoratori promuovendo l’innovazione tecnologica e organizzativa
attraverso incentivi alla rimodulazione degli orari di lavoro anche in
riferimento allo sviluppo del part time, la formazione continua e le azioni
che puntano a dare a tutti i soggetti pari opportunità di formazione
e lavoro minimizzando i fenomeni di esclusione. Il Governo ritiene che
per accrescere il livello dell’occupazione sia fondamentale il mercato
ma crede che un contributo rilevante possa venire dallo sviluppo dell’
economia sociale e dei nuovi bacini d’impiego così come sta avvenendo
in larga parte in tutti i paesi dell’Unione.
Il Governo ritiene che questi obiettivi generali
debbano essere declinati con riferimento al Mezzogiorno che denota ancora
un ritardo rilevante rispetto alle altre aree del Paese. La priorità
é quella di elevare il tasso di occupazione del Sud avvicinandolo
quanto più possibile - attualmente la differenza è tra gli
11 e i 12 punti percentuali - ai livelli delle aree del CentroNord. Per
favorire questo obiettivo, come è detto nel DPEF, sta attuando una
strategia complessa e articolata: investimenti infrastrutturali (trasporti,
telecomunicazioni, scuole, ricerca scientifica, valorizzazione e tutela
dei giacimenti dell’ambiente e dei beni culturali promuovendo la finanza
di progetto, sostegno della domanda privata d’investimenti, creazione di
condizioni "ambientali" favorevoli in particolare per quanto attiene alla
sicurezza del territorio, previsione di agevolazioni fiscali mirate alle
PMI (finanziaria ‘98), prosecuzione della linea di politica dei redditi
e della flessibilità contrattata tra le parti sociali con particolare
riferimento a specifiche aree obiettivo. Il Governo ritiene che un buon
contributo allo sviluppo possa venire anche dal "partneriato" tra aree
forti ed aree deboli ad elevato potenziale ed in questo quadro dal sostegno
alla mobilità territoriale dei lavoratori sia a fini di formazione
che di impiego.
Alla crescita del tasso di occupazione nel Sud può
contribuire anche l’emersione di attività e lavoro sommerso. Il
Governo ha adottato misure generali e specifiche da cui si attende molto
anche in riferimento al ruolo decisivo che possono giocare la contrattazione
e l’azione locale delle parti sociali. Il Governo intende operare sul sistema
delle convenienze sapendo che i costi d’impresa (lavoro, pressione fiscale
e parafiscale, accessibilità e qualità dei servizi) sono
il punto nevralgico della policy in questione e che occorre renderli
sostenibili per i marginali e gli emergenti. L’emersione del sommerso dovrebbe
consentirà nel tempo di ridurre progressivamente la pressione fiscale
e contributiva gravante sull’intera platea dei contribuenti.
La riforma e l’ammodernamento della PA rappresentano un investimento strategico per lo sviluppo del Paese e per risolvere i problemi della disoccupazione e del Mezzogiorno in particolare. Da una parte, nel prossimo triennio, si dovrà completare la realizzazione delle riforme approvate in questi ultimi anni o in corso di approvazione; dall’altra occorre riqualificare le risorse umane delle pubbliche amministrazioni, dalla cui professionalità dipende, in concreto, il successo della riforma. L’attuazione della riforma comporterà:
L’impegno a destinare alla formazione entro un triennio risorse almeno pari all’1% della massa salariale, assunto nel protocollo sul lavoro pubblico del marzo 1997, deve ora trovare attuazione, anche in cofinanziamento con risorse europee.
La qualità dei progetti di sviluppo, sia grandi
che piccoli, è un punto essenziale della strategia per l’occupazione.
E questa progettualità può essere aiutata da amministratori
locali che accrescono la loro visione strategica, la loro capacità
di trarre indicazioni di policy dall’analisi dei punti di forza
e di debolezza del proprio territorio. Un supporto determinante a questo
riguardo é quello che viene dal programma Pass finanziato
attraverso i fondi strutturali.
Un passaggio determinante per la generazione di politiche
del lavoro efficaci e per un uso efficiente delle risorse é quello
del monitoraggio e della valutazione delle politiche del lavoro. Per fare
questo occorrono servizi per l’impiego che siano in grado di apprezzare
le effettive condizioni di disagio dell’offerta di lavoro, consigliare
strategie individuali e valutare i progressi fatti. Nel quadro della riorganizzazione
dell’Amministrazione Centrale del Ministero del Lavoro è dato grande
rilievo a questa funzione anche al fine di assicurare il necessario coordinamento
informativo a livello nazionale ma è richiesto soprattutto un grande
impegno da parte delle Regioni nell’organizzare i nuovi servizi sul territorio
e grande cura nella tenuta degli archivi amministrativi delle persone alla
ricerca di lavoro anche in raccordo con la rete delle agenzie private.
OCCUPABILITA’
Il primo pilastro delle conclusioni del vertice di Lussemburgo é
anche quello più urgente da realizzare. Gli squilibri strutturali
del mercato del lavoro che caratterizzano talune aree in ritardo di sviluppo
ma anche le realtà toccate da fenomeni di deindustrializzazione
richiedono risposte immediate per dare il massimo di chances ai giovani
alla ricerca di un primo inserimento lavorativo ed agli adulti che hanno
perso il lavoro. Nel programma di medio termine che il Governo ha avviato
con il concorso determinante delle parti sociali sono previste:
. una rigorosa attuazione della politica dei redditi per dare/ restituire competitività al sistema
nella prospettiva del mercato unico;
. il ricorso alla leva fiscale anche al fine di incentivare l’occupazione (sconti fiscali alle imprese
che accrescono l’organico aziendale, incentivi ai disoccupati che ricercano attivamente
lavoro);
. la flessibilizzazione delle regole del mercato del lavoro in generale e con riferimento a
specifiche realtà territoriali promuovendo gli strumenti della
programmazione negoziata.
Dai singoli provvedimenti, anche quelli dettati dall’emergenza, comincia
a prendere forma un disegno di riforma complessivo. Con l’apprendistato
rinnovato, i contratti di formazione-lavoro, le borse di lavoro, i piani
d’inserimento professionale, i tirocini, gli incentivi con il sistema del
credito d’imposta per le imprese che assumono, l’introduzione dell’interinale,
il sostegno alla mobilità territoriale nel quadro di gemellaggi
tra aree la strumentazione è più ricca e articolata. Ora
è necessario sottoporla a manutenzione monitorando sistematicamente
i dispositivi e farla conoscere bene alle imprese ed dai lavoratori. Restano
però da realizzare altre riforme per completare il quadro: quella
degli ammortizzatori sociali, puntando ad un sistema che sia allo stesso
tempo equo, sostenibile sotto il profilo finanziario e proattivo; l’attuazione
degli impegni presi con l’Accordo per il lavoro sulla formazione in modo
da renderla effettivamente strumento a supporto dell’occupabilità
e dell’inclusione sociale; l’attuazione del decentramento dei servizi pubblici
per l’impiego per favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro con
una piena valorizzazione del ruolo delle Regioni e delle Autonomie locali
e l’apertura ai privati.
La gran parte della disoccupazione italiana è concentrata
nel Mezzogiorno, anche se non mancano realtà territoriali con qualche
difficoltà nel CentroNord. Per questo motivo il Governo intende
concentrare su quelle aree l’attenzione e l’iniziativa pubblica utilizzando
nel modo più proficuo le risorse comunque limitate a disposizione.
Punto 1 : ridurre e prevenire la
disoccupazione giovanile
In Italia le gran parte delle politiche attive è indirizzata ai giovani. Con le nuove misure la strumentazione per promuovere l’occupazione appare completa. I giovani fino a 24 anni (26 nelle aree del Mezzogiorno), indipendentemente dal titolo di studio posseduto, possono accedere al nuovo apprendistato (NAP) per la qualificazione sul lavoro. Le innovazioni introdotte riguardano in particolare un consistente impegno formativo extraaziendale e nuove modalità di certificazione delle conoscenze e delle abilità conseguite. Nel 1997 lo stock di apprendisti occupati é stato di 350.000 unità, inseriti prevalentemente nelle imprese artigiane. Oltre all’apprendistato le imprese possono utilizzare per il reclutamento di giovani il contratto di formazione-lavoro (CFL) che prevede, come l’apprendistato, un riconoscimento dell’impegno formativo profuso off e on the job da parte pubblica (sgravi contributivi). Nel 1997 sono stati avviati al lavoro con questa formula circa 290.000 giovani (+ 4,3% rispetto al 1996, nel Sud l’incremento su base annua é stato dell’8,4%).
Il ricorso da parte delle imprese al lavoro interinale (INT), introdotto
di recente nell’ordinamento italiano, potrebbe interessare a regime secondo
le stime più accreditate tra i 200 ed i 300.000 lavoratori, per
il 50% addizionali. Si può stimare che già nel 1998 vi sarà
un impatto sulla disoccupazione quantitativamente apprezzabile.
A questi istituti si aggiungono altri schemi d’inserimento nella
logica delle "work experiences" che non prevedono l’instaurazione
di un rapporto contrattuale di lavoro. Sono stati finanziati i progetti
d’inserimento professionale (PIP) previsti dalla legislazione vigente (L.
451/94). Ciò permetterà nel 1998 a 50.000 giovani di fare
un’esperienza di lavoro della durata di un anno beneficiando nel contempo
di una formazione complementare. Per promuovere l’incontro tra domanda
ed offerta di lavoro sono state anche apportate innovazioni alla disciplina
dei Tirocini di formazione ed orientamento (TIR). Quando il sistema sarà
a regime si stima che ogni anno 100.000 giovani potranno effettuare brevi
periodi di tirocinio in impresa a fini di orientamento di durata variabile
(max 6 mesi) in aggiunta agli stages organizzati nell’ambito dei progetti
di formazione. Sono previsti aiuti alla mobilità geografica (AMG)
per i giovani residenti nel Mezzogiorno che svolgano progetti d’inserimento
professionale e stages nelle aree del CentroNord dove sono frequenti fenomeni
di shortage di manodopera. Tali aiuti s’inquadrano in programmi
di cooperazione tra aree del paese ("gemellaggi") finalizzati a favorire
investimenti nelle aree depresse che il Governo si è impegnato a
sostenere. La mobilità geografica dei giovani a fini di formazione-lavoro
nel quadro di scambi europei é anche l’oggetto di recenti protocolli
d’intesa tra Italia, Regno Unito e Svezia.
Opportunità di formazione-lavoro, work esperiences
per i giovani
1997 Var. dello stock prevista per il 1998
N° Costo N° Incremento di
soggetti pubblico soggetti spesa pubblica
(in miliardi) (in miliardi)
Apprendistato (1) 350.000 1524 + 50.000 + 215
CFL (1) 450.000 1663 = =
TIR (2) = + 50.000 + 40 (3)
PIP = + 50.000 + 280 (3)
INTERINALE giovani = + 20.000 -
totale 800,000 3187 + 170.000 + 535
(1) stima dal dato di flusso;
(2) tirocini di orientamento, sono esclusi quelli che rientrano nell’ambito di progetti di formazione (previsioni relative al 2° semestre);
(3) la spesa è relativa agli aiuti alla mobilità geografica già operanti (L.52/98) per i PIP;
fonte: elaborazione su dati Ministero
del Lavoro e INPS;
A questi incentivi nella forma di sgravi si aggiungono
per la quota giovani gli incentivi concordati con l’Unione europea per
i nuovi assunti addizionali (NAS) rispetto all’organico in forza
e le agevolazioni fiscali per le PMI (AFI), decise con la
finanziaria ‘98, nelle aree del Mezzogiorno che provvedono a nuove assunzioni.
L’impatto sull’occupazione per il 1998 dovrebbe essere, secondo le stime,
rispettivamente di 30.000 e 60.000 unità.
Tra le politiche del lavoro un ruolo importante è
rivestito dagli incentivi economici per la trasformazione dei rapporti
di apprendistato in rapporti di lavoro a tempo indeterminato (TRAP).
A questa misura, che viene confermata, si aggiunge il premio alla
stabilizzazione dei contratti di formazione-lavoro (TRAC) nelle aree
del Mezzogiorno ora previsto anche per i cfl per professionalità
medie ed elevate. Le assunzioni incentivate di apprendisti e giovani meridionali
che hanno concluso il periodo di formazione-lavoro dovrebbero essere nel
1998 complessivamente 146.000.
La concentrazione della disoccupazione nel Mezzogiorno
ha convinto il Governo dell’esigenza di ampliare ulteriormente la strumentazione
e le iniziative e le risorse espressamente dedicate a quest’area. Qui il
carattere strutturale della disoccupazione, la debolezza del tessuto produttivo,
i tassi di occupazione molto al di sotto della media UE, il rilievo del
" sommerso" richiedono un mix particolarmente impegnativo di politiche
mirate sviluppate d’intesa con le parti sociali (vedi anche Punto 4), misure
di sostegno all’autoimprenditorialità (di cui si dirà specificatamente
nel Punto 9), una politica per l’occupazione anche in attuazione dell’Accordo
per il lavoro che accresca la competitività dell’area (riduzione
del deficit infrastrutturale, strategie di sviluppo delle singole aree
in relazione alle specifiche vocazioni, una pubblica amministrazione locale
all’altezza dei problemi, etc.).
Nella media del 1997 oltre 1/3 dello stock degli
occupati dipendenti con meno di 25 anni risultava inserito in dispositivi
di formazione-lavoro (apprendistato, cfl). Nel 1998 tale percentuale dovrebbe
crescere per effetto di una domanda di lavoro più vivace e per le
innovazioni apportate all’apprendistato. Il flusso degli avviamenti di
giovani di età inferiore ai 25 anni è stato nello stesso
periodo dell’ordine delle 290.000 unità come risultato di oltre
140.000 avviamenti con cfl e di 150.000 contratti di apprendistato (valore
stimato derivato dallo stock). Tale cifra sembra corrispondere al livello
della domanda di lavoro alle dipendenze di tipo sostitutivo (effettiva)
stimata per il 1997 (circa 300.000 unità ). Ciò mostrerebbe
che l’accesso al lavoro salariato avviene nella stragrande maggioranza
dei casi con la stipula di un cfl o di un rapporto di apprendistato (non
sempre però dato che si registrano casi di sequenza dei due istituti
o di repliche per profili differenti).
Per quanto attiene alle opportunità di formazione
professionale per i giovani organizzate in discontinuità con i percorsi
professionalizzanti in ambito scolastico si stima che abbiano riguardato
nel 1997 più di 100.000 giovani di età inferiore ai 25 anni.
Diversamente da altri paesi ove sono previste misure
mirate a specifici target di popolazione giovanile l’Italia ha preferito
anche in relazione agli alti livelli di disoccupazione adottare un modello
generale di incentivazione delle assunzioni di giovani con contratti a
finalità formativa (apprendistato, cfl) modulato per durate ed entità
in relazione al territorio. Ciò determina una riduzione complessiva
del costo del lavoro di questi lavoratori giustificata dalla minor produttività
nella fase d’inserimento al lavoro ed un riconoscimento con le garanzie
previste dalla legge dell’impegno formativo delle imprese. Questa politica
richiederà un grande sforzo delle Regioni nell’allestimento di un’offerta
formativa di qualità che dia risposte adeguate alle esigenze espresse
del sistema produttivo. Se è vero che molti giovani hanno un deficit
di competenza che può essere colmato con azioni formative appropriate
che precedano l’inserimento è anche vero che su di loro pesa molto
di più il mancato inserimento al lavoro. Ed è questo nodo
che va risolto prioritariamente. Dopo l’inserimento, quando saranno più
chiari al giovane ed all’impresa le convenienze sui modi sui contenuti
e sui tempi dell’investimento formativo la formazione avrà maggiori
probabilità di essere utile ed efficace. E’ questa la ragione per
cui il Governo d’intesa con le parti sociali ha deciso di indirizzare le
risorse del sistema allo sviluppo prioritario di un sistema di formazione
in alternanza e di formazione continua.
Tenendo presente questo quadro e l’esigenza di imprimere una svolta alla gestione dei servizi per l’impiego, nel mese di aprile, il Ministro del Lavoro ha dato indirizzi agli uffici territoriali perché attuino una campagna di informazione e orientamento espressamente rivolta ai giovani di 19-24 anni che sono alla ricerca di lavoro, 2/3 dei quali risiedono nelle aree del Mezzogiorno. A partire dal mese di giugno saranno realizzate interviste finalizzate a promuovere comportamenti attivi da parte dell’offerta di lavoro, ad informare sulle possibilità di formazione e di lavoro e sugli strumenti d’incentivazione vigenti, a favorire la messa a punto di un progetto individuale che accresca le chances di occupazione. Su base annua il Piano giovani interesserà circa 200.000 nuovi iscritti nell’anno al collocamento alla ricerca di lavoro di età compresa tra i 19 e i 24 anni, provenienti in gran parte dalla scuola e dalla formazione professionale ed in misura modesta da occupazioni marginali. Le interviste saranno replicate a distanza di 6 mesi per valutare i progressi registrati. Per l’attuazione del piano che sarà realizzato d’intesa con le Regioni in attesa del previsto passaggio di competenze si potrà ricorrere anche a convenzioni con qualificati centri di formazione e orientamento presenti sul territorio.
Intervento del FSE
Gli interventi di formazione professionale programmati
dalle Regioni sono cofinanziati dal FSE per una quota variabile da regione
a regione compresa tra il 72 ed il 76%. Il contributo comunitario è
invece modesto per quanto attiene al cofinanziamento degli altri dispositivi
di primo inserimento. Saranno fatte verifiche d’intesa con le Regioni per
la riprogrammazione delle risorse non utilizzate.
I programmi descritti sono già operanti anche
se il nuovo Apprendistato richiederà almeno 2 anni perché
il sistema di alternanza tra formazione e lavoro possa andare pienamente
a regime.
Indicatori di riferimento
- Tassi di occupazione e disoccupazione per classi
di età, per sesso e ripartizione territoriale (Eurostat LFS) con
trattamento a parte della classe fino a 18 anni di età la cui condizione
prevalente è quella di soggetti in formazione off e on the job.
- % di persone in cerca di prima occupazione in formazione
(Eurostat LFS )
Punto 2: Prevenire la disoccupazione
di lunga durata
La disoccupazione italiana è prevalentemente di lunga durata. In gran parte si tratta di giovani, residenti nelle aree del Mezzogiorno, che non hanno mai lavorato nell’economia regolare ma vi sono anche disoccupati , prevalentemente low skilled, divenuti tali a seguito di ristrutturazioni d’impresa che hanno accumulato lunghi periodi di disoccupazione e per i quali risulta molto difficile un reinserimento lavorativo.
Disoccupati per durata della ricerca (media 1997 )
< 6 mesi 491.000
6-11 mesi 340.000
>12 mesi 1.911.000
non disponibili 65.000
totale 2.805.000
fonte Istat LFS;
Diversamente da altri paesi in Italia lo stock dei
disoccupati ruota più lentamente ed è composto in misura
minoritaria da soggetti che ricevono un trattamento a titolo di indennità
di disoccupazione. La maggior parte dei disoccupati non beneficia, salvo
che in talune realtà territoriali localizzate nelle aree del centronord,
di servizi di orientamento. Molti disoccupati mostrano un atteggiamento
selettivo nei confronti delle offerte di lavoro in relazione al proprio
sistema di convenienze (sostegno familiare, possibilità di sommare
welfare e lavoro "sommerso", attesa del "posto" anche se in misura minore
che nel recente passato).
La legislazione attualmente in vigore favorisce il reinserimento al lavoro prevedendo specifiche misure d’incentivazione. Le imprese che assumono lavoratori iscritti nelle liste di mobilità godono di sgravi contributivi per una durata di 18 mesi e di un premio all’assunzione modulato in relazione al diritto residuo del lavoratore all’indennità che riducono in modo apprezzabile il costo del lavoro. Incentivi sono previsti anche per l’assunzione di cassaintegrati ed altri disoccupati. Nel 1997 il complesso delle posizioni di lavoro incentivate è stato pari a 286.000. Nel 1998 non ci si dovrebbe discostare molto da questo valore.
Nel Sud la maggioranza dei giovani che sono alla
ricerca di lavoro ha già a 30 anni un lungo periodo di disoccupazione
alle spalle. Per dare una prima risposta al problema la legge 196/97 ("Pacchetto
Treu") ha stanziato per il biennio 1998-99 1000 miliardi di lire per un
Piano straordinario d’inserimento al lavoro che interessa i giovani
di età compresa tra i 21 ed i 32 anni, disoccupati da oltre 30 mesi
residenti nelle aree del Mezzogiorno. In tal modo, nel 1998, entreranno
in azienda con una Borsa di lavoro (BOR) 66.000 giovani e
altri 30.000 saranno inseriti in Progetti di Lavoro di Pubblica Utilità
(LPU) organizzati dalle amministrazioni locali. La partecipazione
allo schema che dura in tutti e due i casi un anno e non prevede l’accensione
di un rapporto di lavoro accrescerà l’occupabilità successiva
del lavoratore nella stessa impresa od in altre (nel caso delle borse).
Il Governo si attende che una buona parte delle borse di lavoro sia trasformata
alla scadenza in un rapporto di lavoro a tempo indeterminato o di formazione-lavoro.
Il programma straordinario (Borse + LPU) terminerà a fine 1998.
Piano straordinario 1998-99 per i disoccupati di lunga durata (L. 196/97 art. 26)
Posti previsti nel piano 100.000
in imprese con oltre 15 dipendenti 22.919
I disoccupati hanno anche bisogno di essere aiutati
nella ricerca di lavoro. In attesa della prevista regionalizzazione prevista
per al fine del 1998 gli uffici del lavoro e le agenzie per l’impiego accresceranno
il loro impegno a supporto delle persone in cerca di lavoro (colloqui personalizzati
di orientamento, preselezione, diffusione di materiali informativi, etc).
Specifici indirizzi in tal senso sono stati dati dal Ministro del lavoro
al fine di interessare con una frequenza ottimale e compatibile con gli
attuali assetti organizzativi il più ampio numero di soggetti .
Nel mese di giugno partirà una campagna di informazione ed orientamento
rivolta agli adulti in età superiore ai 25 anni che sono alla ricerca
di un primo o di un nuovo lavoro. Il piano di interviste che avranno
le stesse finalità richiamate al Punto 1 interesserà su base
annua circa 300.000 nuovi iscritti al collocamento per i 2/3 residenti
nel Mezzogiorno.
Nella logica dell’anticipazione della disoccupazione
muovono i progetti di interesse collettivo gestiti dalle amministrazioni
pubbliche che coinvolgono nella logica dello scambio di solidarietà
("workfare") lavoratori titolari di indennità di mobilità
o in cassa integrazione guadagni straordinaria. Questa particolare politica
di anticipazione riguarda attualmente oltre 120.000 lavoratori. I progetti
di Lavoro Socialmente Utile (LSU) riguardano però prioritariamente
i lavoratori a forte rischio di esclusione, in gran parte residenti nelle
aree del Mezzogiorno, che hanno esaurito il diritto a qualsiasi trattamento
di disoccupazione. Attualmente sono circa 135.000 i lavoratori che percepiscono
un sussidio temporaneo. Il Governo oltre a prevedere incentivi specifici
(sgravi contributivi) che possono favorire il ricollocamento di questi
lavoratori ha chiesto un impegno particolare alle amministrazioni locali
ed alle tecnostrutture nazionali (IG, Italia lavoro, etc.) nella promozione
di iniziative anche in forma cooperativa nei nuovi bacini d’impiego (piccola
manutenzione, servizi alla persona, tutela dell’ambiente e del territorio,
utilizzo fonti energetiche naturali, etc.) che siano progressivamente in
grado di autosostenersi verificando altresì le possibilità
di avviamento nelle pubbliche amministrazioni (es. prevedendo un impegno
ad assumere per i vincitori di appalti pubblici). Lo stesso lavoro interinale
potrebbe contribuire a risolvere il problema. Il Governo ha comunque posto
un limite temporale al programma LSU al 1.1.2000.
Sul versante della formazione professionale
(v. anche oltre) le Regioni hanno intensificato gli interventi
migliorando l’utilizzo dei fondi europei all’uopo destinati modificando
in parte la tipologia degli interventi, ora mirati a professionalità
specifiche, tendenzialmente più brevi che in passato, in molti casi
prevedendo uno stage in impresa. Si stima che nel corso del 1997 siano
state 260.000 le partecipazioni ad iniziative di formazione professionale
comprensive anche di quelle per i giovani programmate dalle Regioni per
una spesa complessiva di 4124 miliardi.
Indicatori di riferimento
. tassi di occupazione e disoccupazione per classi di età e ripartizione territoriale (Eurostat)
. disoccupazione per durata della ricerca
Intervento del FSE
Allo stato attuale i nuovi programmi sopra richiamati
non beneficiano di cofinanziamento comunitario. Fanno eccezione i regimi
di aiuto alle assunzioni in alcune Regioni e gli interventi di formazione
professionale per i lavoratori in mobilità ed in CIGS (Programmi
Multiregionali). Nel 1997 sono stati realizzati interventi nel quadro di
progetti di LSU per 62 miliardi di cofinanziamento FSE. Nel 1998 sono previsti
interventi per disoccupati di lunga durata per un ammontare di risorse
FSE corrispondenti a 75 miliardi di lire.
Punto 3: Accrescere il numero delle persone che partecipano alle misure
attive
Il Governo intende attuare una politica di anticipazione in linea
con le conclusioni di Lussemburgo che riduca il rischio di marginalità
ed esclusione sociale. La regionalizzazione dei servizi per l’impiego porterà
ad un ripensamento degli uffici e a sinergie con il sistema di formazione
professionale già di competenza delle Regioni di cui beneficeranno
le persone in cerca di occupazione.
La proporzione di soggetti che hanno beneficiato di interventi di
formazione professionale risulta accresciuta anche se vi sono difficoltà
nel raggiungere alcune specifiche utenze - si pensi ai disoccupati ultraquarantenni
delle aree con debole tessuto economico - in assenza di una finalizzazione
esplicita dell’intervento. Il Governo ritiene che i nuovi servizi per l’impiego
debbano promuovere comportamenti attivi delle persone alla ricerca di lavoro
ricorrendo a colloqui di orientamento, sedute di bilancio delle competenze,
momenti collettivi con finalità di orientamento, verifiche telefoniche
periodiche (anche utilizzando il telelavoro di soggetti appartenenti a
fasce deboli). Da questo punto di vista il Governo si attende un contributo
anche dal lavoro interinale appena decollato nel rispetto dei limiti di
legge che escludono l’accesso allo strumento ai soggetti privi di qualificazione.
In questa progressiva modifica delle forme di intervento nel mercato
del lavoro, anche tendente a dare uno spazio sempre maggiore alle politiche
attive, un passaggio determinante è rappresentato dalla riforma
degli ammortizzatori sociali. L’attuale sistema, infatti, oltre a coprire
in misura adeguata solo una parte minoritaria dei lavoratori e a creare
problemi di equità distributiva, si regge quasi del tutto su procedure
passive di pura erogazione monetaria. Nel corso del 1997, una commissione
governativa incaricata della "Analisi delle compatibilità macroeconomiche
della spesa sociale", ha già prospettato alcune linee di riforma
che toccano molti punti del sistema. In particolare, tra le misure proposte
vi è l’estensione del sostegno al reddito per i lavoratori meno
protetti (piccole imprese, artigianato, lavoro autonomo), in base a schemi
di tipo assicurativo, che potrebbero essere, almeno in parte, organizzati
su base contrattuale, con l’accordo delle parti sociali. Tale modalità
è intesa a raggiungere una maggiore corrispondenza tra la domanda
di protezione sociale - elemento ritenuto funzionale per la mobilità
e la flessibilità del lavoro - e la distribuzione del relativo onere
contributivo. Inoltre, essa genera un impegno finanziario minore per la
pubblica amministrazione che può così, a buon diritto, concentrare
i propri sforzi sui soggetti più svantaggiati e sugli interventi
di redistribuzione solidaristica. Su questa stessa linea, si colloca un
altro elemento portante dell’ipotesi di riforma che riguarda il vincolo
per i percettori di sostegni al reddito a svolgere attività, private
o di pubblica utilità, nella misura in cui per questi lavoratori
possono essere trovate forme anche temporanee di impegno. Quest’ultima
ipotesi potrebbe essere ulteriormente rinforzata se una percentuale del
sostegno al reddito venisse trasformata in un sussidio o in un "bonus"
di tipo fiscale che integra temporaneamente la retribuzione durante i periodi
di lavoro. Tale proposta comporta naturalmente anche una revisione di buona
parte del sistema degli incentivi, la cui funzionalità va riconsiderata
in un più stretto collegamento con le forme di sostegno al reddito.
Il Governo ritiene che la qualità delle liste degli iscritti
ai servizi pubblici per l’impiego, in termini di rappresentazione dell’effettivo
stato di disoccupazione, sia essenziale per favorire l’incontro tra domanda
ed offerta di lavoro. Sarà dunque posta particolare cura al disegno
degli archivi amministrativi in modo che evidenzino: caratteristiche e
preferenze individuali; la partecipazione di ciascun disoccupato a programmi
pubblici (es. formazione, borse di lavoro, Lsu, etc.); la titolarità
o meno di un sussidio o indennità di disoccupazione; l’aver beneficiato
e gli eventuali esiti di momenti di orientamento o di controllo delle competenze
nel corso dell’anno; infine l’eventuale score di missioni di lavoro interinale
e di rapporti a termine brevi che non modificano la condizione di disoccupazione.
In attesa delle necessarie innovazioni gestionali si possono utilizzare
solo delle stime dello stock delle persone in cerca di occupazione che
hanno beneficiato di interventi di politica attiva del lavoro. Peraltro
sarà opportuno considerare anche gli esiti del lavoro di gruppo
sugli indicatori del mercato del lavoro per quanto attiene alle definizioni
da utilizzare (es. politiche attive, ricorso alla definizione estesa o
ristretta (Eurostat) di disoccupato per i calcoli, etc.). Ad ogni buon
conto per il 1997 la percentuale dei disoccupati beneficiaria di politiche
attive risulterebbe superiore al 17% considerando 97.000 lavoratori titolari
di indennità di mobilità in workfare , 260.000 partecipanti
a corsi di formazione professionale organizzati dalle Regioni, 100.000
interessati da colloqui di orientamento presso gli uffici del lavoro ed
altri 40.000 interessati da altri schemi (prestito d’onore, tutela soggetti
svantaggiati, collocamento obbligatorio, etc.). Nel 1998 la percentuale
soprarichiamata dovrebbe crescere fino al 30% per effetto del piano straordinario
dei disoccupati di lunga durata (100.000 in borsa lavoro e lavori di pubblica
utilità), dell’andata a regime della nuova normativa sui tirocini
di orientamento (+ 50.000 ), dei Piani d’inserimento professionale (50.000
unità) e per l’avvio del programma di interviste approfondite di
orientamento a giovani ed adulti disoccupati da parte dei servizi per l’impiego
(250.000 in quota 1998).
Indicatori di riferimento
. spesa per le politiche attive sul totale della spesa per le politiche attive e passive del lavoro;
. % delle persone che sono inserite negli schemi sulla popolazione
di riferimento
Punto 4: Accordi tra le parti sociali
per accrescere l’occupabilita’
La moderazione salariale e più in generale il senso di responsabilità manifestato dalle parti sociali sono stati alla base del risanamento del nostro paese. La scelta cardine dell’azione di governo è stata quella della concertazione. Con gli accordi siglati nel 1992 e 1993 Governo e parti sociali hanno posto le basi per una politica dei redditi. L’Accordo per il Lavoro del settembre 1996 ha confermato la scelta della moderazione salariale cui si deve larga parte del recupero di competitività del paese, sviluppando altri temi importanti: investimenti in infrastrutture, ambiente, politica formativa e della ricerca, regole del mercato del lavoro e promozione dell’occupazione.
Alla concertazione a livello nazionale si è
accompagnato il rilancio degli strumenti della programmazione negoziata.
I Patti territoriali poggiano su intese tra amministrazioni locali,
parti sociali ed attori economici finalizzate a promuovere dal basso iniziative
di sviluppo, anche nel settore agricolo, che abbiano un apprezzabile impatto
occupazionale, in particolare nelle aree depresse. In questo quadro un
contributo rilevante allo sviluppo potrà venire dal potenziamento
dei distretti agroalimentari soprattutto nel Mezzogiorno. I patti sono
anche strumenti prioritari per collegare istruzione formazione e lavoro.
Molte iniziative sono già state avviate. Il CIPE ha finora approvato
decreti generali per 12 patti con altrettanti decreti di finanziamento
per le singole iniziative già effettuate e programmando per il quadriennio
1998-2001 una spesa di 1700 miliardi di lire. Con l’altro strumento della
programmazione negoziata, i Contratti d’area, il Governo vuole dimostrare
che si possono forzare i tempi ed i modi dello sviluppo nelle aree interessate
da processi di deindustrializzazione attraverso un mix di interventi comprendenti
procedure amministrative accelerate, recupero produttivo di aree ex industriali,
relazioni industriali orientate alla flessibilità, creazione di
condizioni favorevoli agli investimenti. Tre contratti d’area sono già
operativi (11 decreti per singole iniziative sono stati già siglati):
Crotone, Manfredonia e Torrese Stabbiese. Il Governo è intenzionato
ad accelerare l’operatività di questi strumenti e si è impegnato
ad attuarne complessivamente 40 nel corso del 1998.
Tra gli strumenti della programmazione negoziata
sono ricompresi anche i contratti di programma. relativi a piani progettuali
di grandi imprese o di consorzi di PMI. Finora ne sono stati attivati 29,
16 a valere sui fondi della legge 64/86 e 13 sui fondi della legge 488/92
ed un certo numero di Accordi di programma. In questo quadro
L’occupabilità va declinata anche con riferimento al problema del lavoro sommerso. Si tratta in questo caso di promuovere la sua emersione intervenendo con strumenti adeguati. I contratti di riallineamento sono un sentiero agevolato basato su un andamento programmato degli oneri (costo del lavoro, contributi e fisco) per le imprese che decidono di emergere. La strategia messa a punto dal Governo poggia su:
. un’azione di sensibilizzazione ad ampio raggio da attuare con i mezzi più idonei e con la partecipazione attiva delle parti sociali a livello locale ;
. livelli e dinamiche del costo del lavoro e dell’imposizione fiscale proemersione;
. un modo nuovo di porsi della parte pubblica finalizzato a conseguire determinati risultati (quantificabili) in un certo arco di tempo attraverso premi d’area e la messa a disposizione di servizi reali (piani di sviluppo, informazione/ formazione, accesso al credito, ricerca di partner, etc.).
L’emersione del sommerso dovrebbe contribuire ad
elevare i livelli di occupazione, ancora molto al di sotto della media
dell’Unione europea.
Nel mese di marzo 1998 il Ministro del Lavoro ha costituito una Commissione di studio sul sommerso incaricata di formulare proposte specifiche di policy e di individuare nel contempo indicatori idonei a registrare il risultato dell’azione pubblica.
Intervento del FSE
Nel 1997 sono stati finanziati progetti formativi
relativi a 4 patti territoriali e a 12 aree di crisi che hanno attivato
42 miliardi di cofinanziamento FSE. Nel 1998 è prevista una spesa
di 20 miliardi per il consolidamento delle esperienze più significative
e la trasferibilità dei modelli nei nuovi patti.
Punto 5: Sviluppare le opportunità
di formazione permanente
L’Italia è uno dei paesi dell’Unione Europea con i livelli di scolarizzazione degli adulti più bassi.
Per questo l’Accordo per il lavoro del settembre
1996 sottolineava l’importanza della formazione lungo tutto l’arco della
vita attiva. Il diritto alla formazione si attua attraverso la formazione
iniziale, scolastica ed extrascolastica, ivi compresi i dispositivi di
formazione-lavoro e la formazione degli adulti sia occupati che alla ricerca
di lavoro. A dicembre 1997 Governo e parti sociali si sono impegnati a
definire un piano nazionale per l’educazione degli adulti a valere
sui finanziamenti del Fondo per l’arricchimento dell’offerta formativa
(L. 440/97). In questo quadro particolare importanza assumono le intese
già concluse a livello territoriale per la realizzazione di centri
per l’educazione permanente.
Il Governo ritiene che per lo sviluppo di un sistema
di formazione permanente sia particolarmente importante il modo in
cui il tema viene affrontato a livello contrattuale, sia di categoria che
a livello aziendale attraverso il miglioramento degli istituti esistenti
("150 ore"), la previsione di congedi di formazione e periodi sabatici.
Il Governo ritiene che debbano essere trovate modalità anche nuove
di accesso agevolato alla formazione. Di recente in uno stabilimento appartenente
ad un grande gruppo industriale è stato realizzato un centro per
l’apprendimento attrezzato con tecnologie multimediali utilizzabile dai
lavoratori fuori dell’orario di lavoro che costituisce un’esperienza al
momento unica nel panorama italiano di attuazione dei contenuti e dello
spirito dell’Accordo per il lavoro di settembre 1996. Il Governo intende
promuovere l’investimento formativo degli individui: in primo luogo attraverso
l’allestimento di un’offerta formativa di qualità individuando
i criteri per una selezione della stessa e prevedendo strumenti di raccordo
tra scuola e formazione professionale (v. anche punto 7), in secondo luogo
sta verificando la possibilità di introdurre una parziale deducibilità
fiscale delle spese di formazione debitamente certificate sostenute
dagli individui.
Nell’ambito della formazione permanente da sviluppare
ulteriormente si possono collocare anche la formazione per la creazione
d’impresa cui faremo cenno più avanti (v. schema del prestito
d’onore al Punto 10), le iniziative di formazione anche linguistica
programmate dal Ministero della Difesa a beneficio dei militari di leva
e le iniziative per il diritto allo studio delle Regioni.
Indicatori di riferimento
% della popolazione per condizione (occupati, disoccupati, non forze di lavoro) in formazione
nelle 4 settimane precedenti l’indagine di aprile
(Eurostat LFS)
Intervento del FSE
limitatamente agli interventi di formazione svolti
nel quadro dello schema "prestito d’onore"
Punto 6: Ridurre il numero degli abbandoni scolastici precoci e la
dispersione formativa
Nonostante negli anni più recenti il fenomeno
degli abbandoni scolastici precoci si sia molto ridotto esso non cessa
di preoccupare, soprattutto in alcune aree. La percentuale di coloro che
non assolvono l’obbligo va verso il 5% ma non mancano situazioni territoriali
dove tale percentuale raddoppia. Il problema della dispersione formativa
non riguarda solo il periodo post-obbligatorio. Si può infatti valutare
in un 1/3 la percentuale di coloro che dopo aver proseguito gli studi dopo
il diploma arriva a conseguire un titolo universitario.
Il Governo ritiene che gli abbandoni dopo l’obbligo
e la dispersione che caratterizza il periodo successivo al diploma dipendano
da diversi fattori:
. il disegno dei percorsi formativi. La strategia
del Governo, d’intesa con le parti sociali, conta molto oltreché
sul riordino dei cicli sul potenziamento della formazione post-diploma
come complemento dell’offerta formativa universitaria sia breve (DU) che
lunga (laurea) e sulla valorizzazione della formazione in situazione di
lavoro. Il nuovo apprendistato si rafforza come alternativa alle
filiere di formazione a tempo pieno nel più generale riassetto della
formazione professionale iniziale. Ciò dovrebbe consentire di minimizzare
i livelli di dispersione e di elevare i livelli di qualificazione formale
e sostanziale delle nuove leve giovanili.
. l’insufficiente capacità delle strutture formative di precisare gli obiettivi pedagogici e di verificare l’efficacia dell’azione formativa. Il Governo vuole risolvere questo problema ricorrendo ad una pluralità di leve: la formazione dei docenti; la costituzione dell’ Osservatorio sulla dispersione scolastica; lo sviluppo di azioni di prevenzione ed il ricorso a tecniche di profiling per individuare eventuali soggetti a rischio. Sono state concluse delle intese a livello territoriale che consentiranno di migliorare l’utilizzo delle risorse del FSE. Il Ministro della Pubblica Istruzione ha già annunciato di voler dare dei riconoscimenti economici con funzione incentivante agli operatori della scuola che operano nelle aree difficili, dove si concentra il fenomeno della dispersione;
. l’insufficiente azione di orientamento a supporto delle scelte formative. La riforma dei servizi
dell’impiego e l’attività di analisi dei fabbisogni
avranno a questo riguardo un ruolo decisivo.
Indicatori di riferimento
. tassi di scolarizzazione come proporzione di soggetti in formazione (studenti + allievi della
formazione professionale + apprendisti) ad età diverse sul totale dei coetanei;
. % di coloro che non conseguono l’obbligo scolastico; di coloro che non conseguono il livello
della qualifica
Intervento del FSE
Come precisato in precedenza gli interventi di formazione
professionale beneficiano largamente dell’intervento del FSE
Punto 7: Accrescere le competenze dei
giovani
La scuola deve essere migliorata. In questo senso
vanno il riordino dei cicli formativi, la riorganizzazione ed il potenziamento
dell’offerta formativa anche universitaria, l’autonomia degli istituti,
le risorse per la formazione dei docenti, il riorientamento dei programmi
scolastici, la valorizzazione del contributo che può venire dal
rapporto con il sistema delle imprese (orientamento al lavoro, sviluppo
degli stages, analisi dei fabbisogni, etc.). Il Governo considera di rilevanza
strategica l’orientamento scolastico, professionale ed universitario
e la progettazione e la realizzazione di un sistema di formazione tecnico-professionale
superiore integrata, di cui l’Italia non dispone, che assuma l’obiettivo
strategico dell’aumento del numero delle persone con livelli elevati di
qualificazione per rispondere alla nuova domanda di competenze (lavoratori
della conoscenza, information tecnhology, etc.) e per il rilancio
produttivo ed il riequilibrio territoriale. Per conseguirlo occorrerà
una centratura degli interventi in corso o da programmare basata su equilibri
avanzati tra le diverse componenti curriculari che deve ricercare le più
ampie sinergie tra istituzioni e strutture di formazione e di R&S (scuole,
università, aziende, centri di formazione professionale delle Regioni,
centri di ricerca) facendo perno sul ruolo di regia regionale e valorizzando
pienamente il dialogo sociale.
STRUTTURA TENDENZIALE DELLE NUOVE COORTI GIOVANILI
PER LIVELLO DI FORMAZIONE
Laurea, DU Max Diploma Qualifica (1) Obbligo (attuale) Evasione TOTALE
13 53 19 10 5 100
(1) Stima comprensiva di quelli che
si qualificano sul lavoro;
Il potenziamento delle opportunità di formazione
post-diploma potrà essere conseguito anche attraverso un
riequilibrio tra formazione universitaria breve (DU) e lunga, tra formazione
accademica e formazione superiore sia a tempo pieno che in alternanza con
il lavoro. Per raggiungere risultati in linea con i migliori standard riscontrati
a livello internazionale occorrerà grande cura L’istituzione del
fondo per l’arricchimento dell’offerta formativa e per gli interventi perequativi
consentirà - sin dal corrente anno - di attuare interventi per accrescere
le competenze dei giovani soprattutto nel settore linguistico e tecnologico.
Il fondo ha una dotazione di 500 miliardi per il 1998 e di 345 miliardi
a decorrere dal 1999. Ad esso si aggiungono le risorse stanziate dal CIPE
per il potenziamento della formazione post-secondaria, per la qualificazione
professionale dei giovani e per l’innovazione tecnologica.
Le attività di orientamento e formazione professionale programmate dalle Regioni, l’apprendistato ed i tirocini in impresa hanno grande importanza per la funzione di completamento dell’offerta formativa e il ruolo di ponte tra la scuola ed il lavoro. Occorre una programmazione formativa in linea con le esigenze del sistema produttivo ma occorre anche valorizzare la formazione in situazione di lavoro. Particolare importanza ha a questo riguardo l’apprendistato, un istituto molto utilizzato dalle imprese artigiane ma povero quanto a contenuti formativi off the job. Il Governo d’intesa con le parti sociali ha deciso di rilanciarlo estendendo la platea dei giovani e delle imprese che possono utilizzarlo, prevedendo regole per lo svolgimento della formazione complementare (minimo 120 ore medie annue) che dovranno essere declinate attraverso le determinazioni delle parti sociali, in sede contrattuale. Nell’arco di due anni il nuovo sistema dovrebbe andare a regime. In questo modo l’apprendistato diverrà il dispositivo "standard" di transizione dalla scuola al lavoro e ciò indipendentemente dal titolo di studio posseduto dal giovane. Il Governo si impegna a trovare le risorse anche in relazione alle opportunità che potranno emergere in sede di riprogrammazione dei fondi comunitari.
Se si guarda alla formazione professionale gli anni
1996 e 1997 sono da considerare anni atipici dal punto di vista della spesa
data l’esigenza e l’opportunità di utilizzare i finanziamenti non
spesi in precedenza. Anche il 1998 dovrebbe risentire di questo effetto.
Il Governo è dunque orientato ad indirizzare le risorse verso una
più ampia gamma di politiche attive del lavoro: oltre all’ apprendistato,
attività di orientamento, formazione continua, formazione permanente.
Oltre a queste vi sono altre importanti azioni di
sistema che la legge 196/97 in attuazione dell’Accordo per il lavoro ha
precisato e che il Governo sta attuando sulla base di una delega apposita
del Parlamento:
. la promozione della qualità dell’offerta formativa attuata attraverso sistemi di accreditamento
delle strutture formative;
. la certificazione delle competenze possedute dal giovane - indipendentemente dal percorso di
formazione o di lavoro seguito - creando le condizioni
per un sistema di crediti formativi;
. le semplificazioni amministrative e procedurali in linea con gli assetti evolutivi del Fondo
Sociale Europeo che concorre in misura rilevante
al finanziamento delle attività.
. l’implementazione del nuovo apprendistato anche nella prospettiva del riordino dei contratti a
causa mista (testo unico su apprendistato e cfl);
. misure che facilitino la transizione dell’attuale offerta formativa verso i nuovi obiettivi
strategici.
L’esigenza di così rilevanti cambiamenti che
chiamano in causa diverse amministrazioni nazionali e regionali oltreché
le parti sociali per gli interessi che rappresentano ha portato ad individuare
una sede di coordinamento delle politiche formative presso la Presidenza
del Consiglio dei Ministri che mira a superare il regime di separatezza
che spesso ha caratterizzato i rapporti tra sistema scolastico e formazione
professionale. La stessa finalità di programmazione concertata dell’offerta
formativa hanno le intese già siglate tra Ministero della Pubblica
Istruzione, Ministero dell’Università e della R&S, Ministero
del Lavoro e alcune Regioni.
Intervento del FSE, altri riferimenti
Il supporto finanziario del Fondo è determinante.
I programmi sono in larga misura tutti operativi compresi corsi nell’ambito
dello schema "Prestito d’onore" . Per favorire il decollo del nuovo apprendistato,
il Ministero del Lavoro ha avviato alcune sperimentazioni a livello settoriale
(metalmeccanica, edilizia, artigianato) nell’ambito di POM utilizzando
un cofinanziamento FSE di 100 miliardi di lire.
Indicatori di riferimento
. composizione tendenziale della popolazione per titolo di studio;
. struttura della popolazione per condizione e per livello di formazione - ISTAT LFS
. andamento delle partecipazioni ai corsi di formazione professionale ed ai dispositivi di
formazione on the job (apprendistato, cfl)
CONDIZIONI FAVOREVOLI ALLO SVILUPPO DELLE IMPRESE
La capacità di creare opportunità di
lavoro passa sempre più attraverso la creazione d’impresa. Da questo
punto di vista l’Italia ha buoni numeri: una grande capacità d’iniziativa
individuale evidenziata dal lavoro autonomo che pesa per oltre il 30% dell’occupazione
complessiva, un elevato ricambio nel settore delle PMI evidenziata dal
rapporto tra nuove imprese ed imprese che cessano la loro attività
(vedi tabella). Nonostante il sistema produttivo italiano abbia dei punti
di forza (flessibilità, leadership in alcune produzioni)
ha anche alcuni ben individuati punti deboli:
. la tendenza al ridimensionamento delle grandi imprese aggravata dal loro ridotto numero e dall’assenza di grandi imprese nazionali da alcuni settori strategici;
. il ricorso limitato, in particolare delle PMI alla ricerca scientifica ed all’innovazione tecnologica che limita fortemente la capacità delle nostre imprese di competere nel mercato globale
. la marginalità di alcune aree, che peraltro contrasta con la saturazione di altre, dove il tessuto delle imprese è poco sviluppato ed in parte sommerso;
. il fatto che molte piccole imprese non diventano
medie per una serie di motivi che determinano un "effetto soglia" ;
Il Governo sta attuando una complessa strategia che
poggia su " fondamentali" dell’economia in ordine, privatizzazioni, liberalizzazione
dei mercati, investimenti infrastrutturali, servizi di alle imprese e collegamenti
con l’Università e la R&S, semplificazione amministrativa, previsione
di agevolazioni fiscali e contributive nei limiti consentiti dalle regole
dell’Unione, decentramento delle competenze sul territorio con la valorizzazione
del ruolo delle Regioni. Tutto questo sta cominciando a dare i suoi frutti.
Tra gli incentivi allo sviluppo da cui il Governo
si attende molto in termini di effetti occupazionali c’è certamente
la legge 488/92. Sono stati raggiunti risultati di tutto rilievo: 10.500
domande che prevedono la realizzazione di 36.800 miliardi di lire di investimenti,
a supporto dei quali il Governo ha concesso 11356 miliardi di agevolazioni.
L’attuazione di tali investimenti comporterà un assorbimento di
manodopera di 133.000 unità, di cui 77.000 nel Mezzogiorno. Lo strumento
ha consentito il pieno utilizzo e con largo anticipo delle risorse messe
a disposizione dall’Unione Europea. Il successo della 488 si basa in particolare
sulla elevata standardizzazione e trasparenza del procedimento, nonché
sul rispetto dei tempi prefissati; a tali elementi si aggiunge una più
adeguata ripartizione dei ruoli tra Ministero dell’Industria e sistema
delle banche concessionarie.
Il sostegno pubblico alla creazione d’impresa da
parte di giovani ha in Italia una tradizione decennale e buoni risultati
alle spalle come mostra l’esperienza della legge per l’imprenditorialità
giovanile che ha ormai più di dieci anni di operatività.
Nel 1997 é stato avviato il prestito d’onore che allarga ulteriormente
la gamma degli strumenti a beneficio di chi intraprende un’attività
di lavoro autonomo.
NATIMORTALITA’ DELLE IMPRESE PER GRANDI AREE GEOGRAFICHE
Iscrizioni Cessazioni Saldi Stock Stock Tasso Tasso
al 31.12.97 al 31. 12 .96 di crescita di crescita
1996 1997
ITALIA 323.308 290.068 33.240 4.355.870 4.322.686
1.75 0.77
SUD 97.425 77.990 19.435 1.279.965 1.260.482 1.67
1.54
N.B. valori stimati al netto dell’agricoltura
Fonte: Movimprese InfoCamere;
Punto 8: Riduzione dei costi, semplificazione
amministrativa con particolare riferimento alle esigenze delle PMI
Per rispondere alle esigenze espresse dalle piccole e medie imprese e per creare un ambiente il più possibile favorevole ai nuovi investimenti il Governo ha introdotto diverse innovazioni:
. semplificazioni amministrative che renderanno più fluido il lavoro delle pubbliche amministrazioni ed il rapporto che con essa hanno con gli operatori economici. La velocizzazione delle procedure riguarderà in particolare i dispositivi d’incentivazione che sono stati largamente decentrati alle Regioni;
. creazione di sportelli unici in sede locale dove le imprese possano avere tempestivamente ed economicamente risposta ai loro problemi anche attraverso la previsione di siti Web dedicati;
. rimozione delle barriere all’esercizio dei attività economiche in modo da favorire l’ammodernamento dell’apparato produttivo eliminando le rendite di posizione (es. riforma licenze di commercio) ;
. nuova missione per le tecnostrutture pubbliche che si occupano di sviluppo e di occupazione.
Questi cambiamenti insieme ai già richiamati istituti della
programmazione negoziata dovrebbero aiutare , a crescere il sistema economico,
in particolare quello delle aree in ritardo di sviluppo.
Programma previsto
Molti dei provvedimenti di semplificazione sono già operanti,
altri sono in via di predisposizione da parte dei singoli Ministeri. Tra
questi particolare importanza assumono le innovazioni ai sistemi di incentivazione
attuati in base alla legge 59/97 (Bassanini).
Punto 9: Promuovere l’ autoimprenditorialità
Favorire la creazione d’impresa è una delle priorità dell’azione di governo cui concorre una pluralità di soggetti. Non si debbono trascurare i positivi risultati dei dispositivi attuativi di alcune leggi regionali di enterprise creation ma un ruolo preminente l’ha avuto la Società per l’Imprenditorialità Giovanile (IG), una Spa a prevalente capitale pubblico (Ministero del Tesoro), che ha promosso in 10 anni di attività a pieno regime la nascita di 900 imprese - la media di imprese promosse si è stabilizzata intorno alle 100 all’anno - la gran parte delle quali (80%) é tuttora in vita ed opera con successo. La legge per l’imprenditorialità giovanile, anche se il suo scopo è l’allargamento della base produttiva più che la creazione di occupazione, ha favorito la creazione di 25000 posti di lavoro. In relazione al suo operato che le è valso riconoscimenti a livello internazionale la IG ha avuto l’incarico di gestire anche gli interventi di promozione del Lavoro autonomo (LAU) finanziati dal Fondo per l’occupazione (Ministero del Lavoro), l’Osservatorio sull’imprenditorialità femminile, e successivamente. nel 1997, il Prestito d’onore (PRO), un programma specificatamente rivolto al Mezzogiorno che finanzia in parte a fondo perduto ed in parte con un prestito agevolato (per un massimo di 30.000 ECU complessivi) piccole iniziative di lavoro autonomo gestite da disoccupati. La selezione e la verifica di fattibilità delle idee di business avviene al termine di corsi di formazione al lavoro autonomo organizzati dalla Società per l’Imprenditorialità Giovanile, la cui durata è stata ridotta di recente a due mesi. Dai corsi già conclusi sono usciti i primi aspiranti imprenditori e ad una parte di essi (350) sono stati erogati i relativi finanziamenti. Il Governo dopo che sono pervenute un gran numero di domande di partecipazione (41.000) ha deciso di rifinanziare il programma (lo stanziamento complessivo è stato di 180 miliardi escluso l’apporto del FSE). Attualmente sono in formazione 2800 aspiranti lavoratori autonomi. Nel quadro delle iniziative di cooperazione promosse dai rispettivi governi la IG ha avviato un progetto sperimentale con strutture similari svedesi ed inglesi interessate a scambi di esperienze nel settore dell’enterprise creation.
Continua ad operare la legge per gli interventi di
sostegno all’ Imprenditorialità femminile gestita di intesa
dal Ministero dell’Industria e dal Ministero delle Pari Opportunità.
Tra gli altri interventi vale la pena ricordare la
promozione di cooperative da parte di lavoratori posti in cassa integrazione
in imprese in crisi. I lavoratori possono rilevare l’impresa o una
sua parte mettendo insieme il finanziamento e il capitale risultante dalla
somma delle indennità a cui avrebbero residualmente diritto o una
parte del trattamento di fine rapporto. In questo modo sono state realizzate
200 imprese in forma cooperativa e salvaguardate o recuperate 7000 posizioni
lavorative. L’altro schema cui si è già avuto modo di accennare
in precedenza è quello che prevede la promozione di società
miste da parte di lavoratori che hanno partecipato a progetti di lavoro
socialmente utile. Un’apposita struttura a livello nazionale (Italia Lavoro)
ha il compito di aiutare le amministrazioni locali a proporre spazi per
progetti nell’ambito dei nuovi bacini per l’impiego. Tra i progetti da
menzionare c’è certamente "Fare impresa ambiente" gestito dal Ministero
dell’Ambiente in collaborazione con l’ENEA ed alcuni Enti locali.
Indicatori di riferimento
. occupazione autonoma sul totale dell’occupazione
. tasso di sopravvivenza a tre anni delle imprese finanziate e occupazione rilevata
. tasso di crescita dell’occupazione indipendente
extragricola
Intervento del FSE
Il FSE interviene nel cofinanziamento dei progetti
d’imprenditorialità giovanile e del prestito d’onore nell’ambito
dei POM.
Punto 10: Economia sociale e nuovi
bacini d’impiego
Il Governo italiano ritiene che la prospettiva delineata nel Piano Delors dei giacimenti occupazionali sia ancora attuale e che occorra una strategia che la concretizzi. Servono grandi progetti per unire l’Europa e per dotarla di un sistema nervoso, serve il dinamismo della piccola
impresa ma serve anche una grande attenzione all’economia sociale
come risposta "economica" ad un’ ampia gamma di bisogni locali. Il Governo
e le parti sociali convengono che il sistema della protezione sociale necessita
di una profonda riorganizzazione che partendo dalla valorizzazione della
persona e facendo leva sulle reti di comunità in cui essa è
inserita deve riguardare:
. la definizione di standard delle prestazioni sociali sul territorio nazionale;
. la qualificazione della strumentazione esistente a partire dai progetti di Lavori di Pubblica Utilità
. il potenziamento dei servizi di cura raccordando l’aspetto sociale con quello sanitario, con quello formativo e lavorativo;
. il riassetto istituzionale ed in questo quadro la valorizzazione
del volontariato e del settore "non profit".
Per la realizzazione concreta di questi obiettivi sarà determinante
il ruolo delle Regioni e delle Autonomie locali anche se la valutazione
dei dispositivi di welfare locale segnala situazioni fortemente
differenziate sul piano delle prestazioni erogate. La questione sarà
affrontata sia in sede di attuazione della riforma fiscale, di riforma
degli ammortizzatori sociali e del sistema assistenziale.
Tra le altre azioni del Governo si segnalano le politiche a sostegno
delle responsabilità familiari: detrazioni fiscali e assegno al
nucleo familiare, congedi parentali, etc.
Nell’economia sociale italiana oltre al contributo della cooperazione val la pena segnalare le cooperative sociali come tipologia di grande interesse. Dal 1991, in virtù del loro specifico statuto giuridico esse hanno fatto registrare uno sviluppo molto interessante. Attualmente sono oltre 4000 ed occupano stabilmente 120.000 lavoratori tra cui 17.000 persone svantaggiate. Il trend di crescita ( 300-350 nuove cooperative ogni anno) non accenna a diminuire e si prevede che nel prossimo decennio gli attuali posti di lavoro possano triplicare.
Lo sviluppo delle cooperative sociali appare legato ad una serie
di fattori: la grande capacità di adattamento ai diversi contesti;
il modello organizzativo a un tempo solidaristico e imprenditoriale; la
grande flessibilità legata al particolare utilizzo del fattore lavoro
(retribuito, volontario); la capacità di fare massa critica data
la possibilità che le PMI sociali hanno di collegarsi in rete attraverso
organizzazioni di secondo e terzo livello. Queste imprese possono dare
risposte economiche e coesioniste ai bisogni insoddisfatti a livello locale.
Il Governo intende valorizzare queste esperienze e potenzialità
con particolare riferimento ai soggetti attivi nel campo dei servizi sociali,
sanitari ed educativi. In tal senso opererà perché la riforma
dei fondi strutturali contenga concrete attenzioni al comparto e preveda
misure specifiche di sostegno per la nascita, lo sviluppo e la qualificazione
delle PMIS.
Ovviamente le cooperative sociali non esauriscono l’economia sociale.
Il terzo settore comprende anche altre esperienze (volontariato, associazionismo)
che debbono essere pienamente valorizzate. Con le recenti norme sulle ONLUS
che prevedono un regime fiscale di favore e la disciplina sulle fondazioni
bancarie in dirittura d’arrivo il Governo ha creato le condizioni per lo
sviluppo del non profit, ora sta ai protagonisti ed alle amministrazioni
locali operare e produrre risultati anche sotto il profilo occupazionale
in relazione ai bisogni locali insoddisfatti con particolare riguardo ai
lavori di assistenza e cura.
Punto 11: Sistema di tassazione
più favorevole all’occupazione
Con la riforma fiscale definitivamente entrata in vigore il 1 gennaio 1998 si è operato un processo di trasformazione strutturale del sistema tributario. puntando in primo luogo al recupero di neutralità nel prelievo rispetto alle scelte degli operatori ed all’impiego dei fattori produttivi. Tra le più rilevanti distorsioni denunciate dal sistema delle imprese, che negli anni hanno finito con il costituire veri e propri limiti allo sviluppo, vi è in particolare l’eccessivo peso dei contributi sociali che ha reso proibitivo il costo del lavoro, penalizzando le attività labour intensive e deprimendo i livelli occupazionali. La riduzione del costo del lavoro per il complesso dell’economia é stata conseguita adottando provvedimenti mirati quali:
. l’abolizione di tutte le forme obbligatorie di contribuzione sanitaria commisurate alle retribuzioni (11,46% del costo del lavoro;
. l’abolizione dell’ILOR, l’imposta locale sui redditi (16,2% sui profitti), dell’ICIAP (imposta locale sulle imprese di moderata ma non trascurabile incidenza), la tassa di concessione sulla partita IVA e l’imposta sul patrimonio netto alle imprese (0,75% del capitale investito, con un’incidenza sui profitti variabile.
Questi prelievi sono stati sostituiti con un nuovo
tributo regionale, l’IRAP, caratterizzato da un’ampia base imponibile (
valore aggiunto prodotto inteso normalmente come differenza tra il valore
della produzione, i costi diretti e gli ammortamenti) e da un’aliquota
proporzionale pari al 25%.
Con l’abolizione dei contributi sanitari il Governo
ha inteso riportare tutto il finanziamento della Sanità alla fiscalità
generale. La loro soppressione riduce il cuneo fiscale tra costo del lavoro
(per l’impresa) e retribuzione netta (per il lavoratore) attenuando la
discriminazione in danno delle imprese labour intensive con effetti
positivi in prospettiva sull’occupazione.
Con la riforma la profittabilità dell’impresa
aumenta determinando così un ambiente maggiormente favorevole allo
sviluppo. L’aliquota sugli utili, tenendo conto anche dell’abolizione dell’imposta
sul patrimonio netto e dell’ICIAP, passa dal 53,2% al 42,25%. Ulteriori
riduzioni sono inoltre possibili con l’introduzione della DIT ("Dual Income
Tax") che modifica il regime impositivo sulle società al fine di
rendere completamente neutrale la scelta tra investimento finanziario ed
investimento produttivo. Ciò determinerà convenienze relative
permanenti nella capitalizzazione che le imprese non dovrebbero mancare
di apprezzare.
Come si è già accennato in precedenza, altri interventi di agevolazione fiscale che hanno la finalità di ridurre temporaneamente i costi delle imprese si trovano nella finanziaria per il 1998 la quale punta a promuovere la domanda di lavoro in particolare delle PMI. A tal fine sono stati previsti premi di assunzione, attraverso lo strumento del credito d’imposta, nei limiti delle regole comunitarie per le PMI operanti nei patti territoriali e in altre limitate aree del meridione (aree urbane svantaggiate, isole minori). Questo anche con l’intento di promuovere l’emersione di lavoratori non dichiarati nelle PMI.
Il Governo ha poi previsto, ad integrazione della
normativa sul Contratto d’area, lo strumento del credito d’imposta come
ulteriore possibilità agevolativa. Crediti di imposta sono concessi
alle imprese di qualsiasi dimensione che effettuino investimenti produttivi
nelle aree del Mezzogiorno interessate dai contratti d’area. L’ammontare
del credito, al termine di una istruttoria tecnico-economica, è
commisurato a quello dell’investimento. Tale strumento agevolativo si propone
di rafforzare lo sviluppo delle aree in questione sostenendo in particolar
modo gli investimenti suscettibili di creare nuova occupazione.
Il Governo nell’intento di favorire le ristrutturazioni
edilizie intraprese da privati cittadini ha varato specifiche norme di
incentivazione nella forma di crediti di imposta che dovrebbero favorire
anche l’emersione di attività sommerse riducendo l’area di comportamenti
opportunistici evasivi che incidono indirettamente sui livelli occupazionali
di un settore ad alta intensità di lavoro quale quello edile.
Altre agevolazioni fiscali sono state introdotte
con la finanziaria per il 1997 volte a sostenere la creazione di impresa
da parte di disoccupati, di appartenenti a particolari categorie (disabili)
con particolare attenzione alle iniziative a tutela dell’ambiente e a risparmio
energetico. Con riferimento a queste ultime il Governo ha allo studio l’ipotesi
di destinare una percentuale delle tariffe dei rifiuti e delle acque ad
un fondo per la creazione di nuove imprese ambientali ed alla valorizzazione
delle risorse ambientali.
Indicatori di riferimento
% di tasse sul reddito d’impresa
% di oneri indiretti sul costo del lavoro
Punto 12: Riduzione dell’IVA per
attività ad alta intensità di lavoro
Nella seduta Ecofin del 16 febbraio 1998, il Consiglio ha richiesto alla Commissione di presentare una modifica della VI direttiva sull’IVA, al fine di venire incontro alle istanze avanzate da vari stati membri tendenti a consentire l’applicazione di un’ aliquota IVA ridotta rispetto a quella normale nei settori caratterizzati da alta intensità di lavoro.
In questo contesto l’Italia potrebbe sperimentare,
se derogata da tale decisione in via di emanazione, una riduzione dell’aliquota
IVA nel settore delle costruzioni, in particolare per le opere di ristrutturazione
edilizia, attività relative alla valorizzazione di materie prime
secondarie e beni ottenuti dal ciclo dei rifiuti, etc.
ADATTABILITA’
La valutazione secondo la quale l’Italia sarebbe
caratterizzata da una regolazione del mercato del lavoro rigida non corrisponde
a verità anche se permangono alcuni aspetti della regolazione che
possono essere migliorati. La normativa in materia di assunzioni è
stata in larga misura rinnovata e va ricordato che la contrattazione collettiva
può individuare soluzioni ancora più spinte - ad esempio
per l’apprendistato, i contratti a termine - aderenti alle esigenze del
territorio e d’impresa, è caduto il monopolio pubblico del collocamento
ed è possibile l’esercizio dell’attività di collocamento
da parte dei privati, è stato introdotto nell’ordinamento italiano
l’istituto del lavoro interinale. Incentivi sono previsti a sostegno dell’investimento
formativo delle imprese per i neoassunti o per prepararne l’assunzione
e, sulla base di determinate priorità, per interventi di aggiornamento
rivolti al personale.
I provvedimenti recenti tendono ad accrescere la
propensione ad assumere da parte delle imprese e a corrispondere a specifiche
esigenze dell’offerta di lavoro. A tale esigenza vuole rispondere il nuovo
apprendistato, le borse di lavoro, i tirocini di formazione e orientamento.
A questi provvedimenti se ne aggiungono altri in corso di allestimento:
"Statuto dei nuovi lavori" (vedi oltre), disegno di legge sul
telelavoro, da ultimo la regolazione per via amministrativa del Lavoro
di coppia, lo schema di "job sharing" sulla base del quale
2 persone si alternano su una stessa posizione di lavoro e sono responsabili
solidarmente dell’intera prestazione. Per le ulteriori flessibilità
il Governo ritiene che debbano essere contrattate caso per caso dalle parti
sociali a livello territoriale ed aziendale. Ciò è particolarmente
importante nel Mezzogiorno dove la regolazione più flessibile del
mercato del lavoro riferita sia alle modalità della prestazione
di lavoro che al profilo salariale possono contribuire a modificare il
sistema delle convenienze, in particolare di chi vuole investire ma anche
di chi dal sommerso vuole emergere, contribuendo a realizzare l’obiettivo
dell’aumento dell’occupazione. In questo quadro assumono particolare importanza
i Contratti d’area per la loro capacità di determinare una
corsia preferenziale delle iniziative delle aree, per il rispetto delle
regole e delle attribuzioni ma entro un quadro di procedure e di decisioni
amministrative accelerato, per la tutela straordinaria in termini di sicurezza
delle aree contro la criminalità, per le relazioni industriali orientate
allo sviluppo occupazionale e a dare dunque all’area il massimo vantaggio
competitivo in termini di costo del fattore lavoro che viene ridotto in
misura variabile e di interventi per la "mise a niveau" della forza lavoro
(formazione). Tutto questo ovviamente tenendo ben presente il federalismo
amministrativo che punta a valorizzare sempre più i ruoli delle
Regioni e delle Autonomie locali.
L’organizzazione del lavoro è decisiva per
la conseguire la miglior utilizzazione degli impianti, per dare risposte
tempestive o per anticipare le tendenze del mercato, per ottenere , in
alcuni casi, risultati in termini di allargamento della base occupazionale.
Sono previsti incentivi tesi a promuovere le riduzioni e le rimodulazioni
dell’orario di lavoro cui è seguita la predisposizione da parte
del Governo secondo le intese di maggioranza di un disegno di legge sulla
riduzione dell’orario di lavoro all’orizzonte del 2001 che dovrà
ora passare all’esame del Parlamento e delle parti sociali in vista delle
necessarie verifiche di fattibilità.
Il Governo intende promuovere l’adattabilità
anche con riferimento ad esigenze specifiche. Sono state varate apposite
norme finalizzate a favorire l’inserimento di ricercatori nelle
PMI che dovrebbero agevolare il loro ulteriore sviluppo e le necessarie
trasformazioni organizzative. Il Governo ha inoltre presentato un disegno
di legge in materia di formazione e l’inserimento al lavoro dei giovani
medici specializzandi che contiene una revisione della disciplina vigente
delle incompatibilità, la riduzione del rapporto ottimale previsto
per i medici generali ed i pediatri di libera scelta, la deroga per i contratti
a termine o part-time all’obbligo del possesso della specializzazione.
Tra le altre innovazioni allo studio che dovrebbero portare effetti positivi
sull’occupazione del comparto vi è anche la fissazione, a livello
nazionale, di standard minimi di personale per la concessione dell’autorizzazione
sanitaria alle strutture private.
L’adattabilità al cambiamento passa anche
per le possibilità di aggiornamento delle competenze dei lavoratori
e per le forme di tutela (ammortizzatori sociali) previste per i lavoratori
temporaneamente disoccupati. Il Governo ritiene che si debba riformare
la strumentazione al fine di promuovere comportamenti attivi e responsabili
da parte delle imprese e dei lavoratori.
Punto 13. Promuovere la modernizzazione
dell'organizzazione del lavoro
La competitività poggia anche sulla capacità
di adattarsi al mutamento e di cogliere le tempestivamente opportunità.
Conta molto poter fare ricorso a tipologie contrattuali appropriate alle
esigenze, la variabilità di mansioni svolte, la elasticità
salariale, le modulazioni di orario. Le forme di ingresso al lavoro sono
molteplici tra contratti a termine, apprendistato, CFL, tirocini ed interinale.
Occorre peraltro segnalare che le imprese italiane fanno ampio ricorso
alle prestazioni professionali di tipo sistematico ("collaborazioni coordinate
e continuative") che, sia pure con vari gradi di autonomia configurano
dei rapporti continui con forte legame economico e di "parasubordinazione"
con il committente. La modificabilità delle mansioni nelle PMI italiane
appare più elevata di quella riscontrabile nella media delle imprese
ad esempio del mondo anglosassone. La elasticità salariale è
ampiamente praticata e gli strumenti della programmazione negoziata potranno
accentuarla ancora per determinare situazioni più propizie all’investimento
in determinate aree. Per quanto attiene all’orario la legge 196/97 e prima
ancora la finanziaria ‘97 con i disincentivi a far ricorso allo straordinario
hanno delineato i tratti essenziali della strategia del Governo al riguardo.
Il Governo intende sostenere le riduzioni e rimodulazioni dell’orario di
lavoro - vi è uno stanziamento di 800 miliardi di lire per il 1998
a questo riguardo ed è a tal fine che è stato presentato
un disegno di legge da parte del Governo che stabilisce il raggiungimento
delle 35 ore settimanali al 2001 e prevede incentivi per favorire la contrattazione.
Il Governo intende promuovere prioritariamente l’inserimento
al lavoro a tempo parziale, poco diffuso in Italia rispetto alla media
europea, per tre tipologie di soggetti:
Dovrà comunque essere la contrattazione la
sede idonea ad individuare caso per caso le soluzioni più adeguate.
A questo riguardo l’adozione di schemi di orario flessibili concordati
a livello aziendale, quali la "banca del tempo", l’annualizzazione o il
regime orario su moduli stagionali e l’introduzione attraverso contrattazione
collettiva di forme particolari di contratti, quali i contratti week-end,
rappresentano modi di adattamento della prestazione di lavoro alquanto
diffusi nella contrattazione.
Indicatori
- % lavoro a tempo parziale + lavoro temporaneo sul numero di occupati alle dipendenze
- %l lavoro a tempo parziale + lavoro temporaneo sul totale degli occupati (alle dipendenze +
indipendenti)
- forme di orario atipico e quota sugli occupati degli occupati dipendenti a tempo pieno
- % di lavoratori a tempo pieno per i quali l’ orario medio di lavoro settimanale di fatto é
superiore alle 40 ore
Punto 14: AMPLIAMENTO DELLE TIPOLOGIE
CONTRATTUALI
Il settore informale sta crescendo rapidamente e rappresenta un area importante in termini di opportunità occupazionale. Il termine settore informale è in Italia piuttosto ampio comprendendo svariate situazione di lavoro come piccolo business, lavoro autonomo, prestazioni svolte nell’area dei servizi alla persona ed altro ancora. I lavoratori inseriti nel settore informale corrono però elevati rischi di essere oggetto di pratiche abusive e di essere discriminati in termini di opportunità che viceversa dovrebbero essere garantite a tutti (es. formazione ed aggiornamento professionale, diritti d’informazione, etc.). Per questo motivo il Governo sta predisponendo un provvedimento normativo noto con il nome di "Statuto dei nuovi lavori" che regola le forme d’impiego diverse da quelle basate su un rapporto di lavoro subordinato vale a dire autoimpiego, work experiences alludendo alle forme d’inserimento dei giovani in impresa (borse di lavoro, tirocini) a fini di formazione on the job e orientamento, lavoro associato ed in cooperativa e più in generale le forme di attività di lavoro caratterizzate da elevati livelli di autonomia e discrezionalità nello svolgimento della prestazione/obbligazione di lavoro parasubordinato. Il Governo ritiene che la regolazione di questi lavori sia un modo per normalizzare forme atipiche di contratto che stanno avendo sempre maggiore diffusione. La formazione mirata e continua costituisce uno strumento fondamentale affinché queste nuove forme non restino solo precarie e dequalificate. Per questo nelle norme che regolano l’introduzione in Italia del lavoro interinale è stato previsto un fondo, alimentato da un contributo del 5%, per il finanziamento di interventi formativi.
Lo "Statuto dei nuovi lavori" prevederà meccanismi e procedure per certificare, vale a dire rendere legalmente accettabili un grandissimo numero di accordi che riflettono i particolari caratteri di cambiamento dei singoli contesti di business. L’obiettivo finale è quello di prevedere condizioni di sicurezza e di garantire diritti minimi per i lavori atipici senza privare queste nuove forme d’impiego della loro caratteristica innovativa.
Nel prosieguo il Governo si confronterà in Parlamento fermo
restando l’impegno a tener conto degli sviluppi dei negoziati tra le parti
sociali a questo riguardo .
Indicatori
- quota di giovani con contratto atipico sul totale degli occupati della stessa fascia di età;
- quota di lavoro temporaneo sul totale degli occupati alle dipendenze;
- numero di missioni di lavoro interinale per anno
Punto 15: Innalzare il livello delle
competenze (formazione continua)
L’Accordo per il lavoro del settembre 1996 pone le
basi per la costruzione di un sistema di formazione continua a beneficio
degli occupati e dei soggetti a rischio di disoccupazione. Si tratta di
una strategia fino ad oggi mancante nel nostro Paese anche per le caratteristiche
strutturali dell’apparato produttivo italiano. La diffusione della piccola
impresa e di quella artigianale in particolare dove la rotazione delle
mansioni è una prassi ordinaria ha determinato la prevalenza di
un modello di formazione implicito in cui gran parte della competenza del
lavoratore è costruita sul lavoro attraverso il susseguirsi di situazioni
di lavoro differenziate che accrescono la sua capacità di controllare
le varianze. Questo modello ha consentito di formare competenze sostanziali
più ricche di quanto segnalato dai livelli di scolarizzazione della
forza lavoro ma deve essere corretto per reggere alle nuove sfide dell’innovazione
continua e della globalizzazione.
Il perseguimento di una strategia per la formazione
continua accompagnato dall’’esigenza di fare l’interesse delle imprese
intese come sistema sarà reso più agevole dalla decisione
di destinare nell’arco di tre anni il gettito dello 0.30% della massa salariale
che fa carico alle imprese alla formazione continua e dall’esperienza fin
qui fatta attraverso i progetti cofinanziati dall’Unione europea a valere
sul FSE (obiettivo 4, obiettivo 1, programma Adapt) e gli interventi promossi
dalla L. 236/93.
L’attuazione di tale impegno prevede la costituzione
di uno o più fondi gestiti d’intesa con le parti sociali. In ogni
caso per lo sviluppo della formazione continua sono necessarie regole che
promuovano la qualità dell’offerta formativa, l’attuazione del principio
del coinvestimento tra imprese e lavoratori (formazione in orario/fuori
orario), modelli di finanziamento adeguati accentuando il contributo dei
privati.
Indicatori di riferimento
% di imprese che organizzano interventi di formazione continua per i propri dipendenti
(EUROSTAT CVT)
% di occupati in formazione (EUROSTAT LFS)
PARI OPPORTUNITA’
Secondo il Governo le politiche di pari opportunità
hanno una grande importanza per promuovere il diritto di cittadinanza e
la partecipazione al lavoro di categorie per ragioni diverse svantaggiate.
La prima politica per le pari opportunità mira alle donne ed è
finalizzata a favorire la loro partecipazione al lavoro sia in generale
che con riferimento ad alcuni momenti della vita attiva. Nonostante la
loro posizione relativa sul mercato del lavoro sia molto migliorata negli
ultimi anni (se si guarda ai comportamenti delle nuove leve), vi sono ancora
differenze nei tassi di attività, particolarmente pronunciate in
determinate aree territoriali con particolare riferimento a taluni settori
e profili professionali e queste differenze siano dovute ad un complesso
di fattori. Il problema occupazionale per le donne si intreccia con la
tematica dei servizi, del rapporto lavoro-famiglia, dell’informazione sulle
opportunità di accesso, di carriera. Ciò richiede un’azione
generale per quanto attiene alla strumentazione ("main streaming"),
azioni specifiche (accesso alla formazione, promozione dell’autoimprenditorialità,
sostegno alla mobilità geografica finalizzata al lavoro o alla formazione,
revisione degli incentivi al lavoro nella forma del credito d’ore, etc.)
e interventi integrati a livello locale, anche valorizzando gli istituti
della programmazione negoziata. Il Governo ritiene di particolare importanza
le azioni che rendono più compatibili i tempi di vita e quelli di
lavoro, la politica dei servizi di cura individuati come nuovi bacini d’impiego,
lo stesso ripensamento del welfare e delle forme di sostegno al reddito,
del resto in via di sperimentazione. Il Governo intende portare avanti
una politica tendente a conciliare tempi di lavoro e tempi di vita promuovendo
in sede locale tutte le innovazioni (es. orari di negozi, banche, scuole
ed uffici pubblici) che possono accrescere la flessibilità nell’interesse
dei lavoratori e delle imprese.
Il Governo ritiene che una politica di sviluppo sostenibile
volta a migliorare la qualità della vita e la coesione sociale richieda
/ consenta un accrescimento dei livelli di partecipazione alla vita attiva
che sono relativamente bassi rispetto alla media europea. L’allargamento
delle opportunità ha rilevanza sociale ma anche economica e può
essere promosso ricorrendo a modelli appropriati dell’organizzazione del
lavoro ed alle tecnologie dell’informazione. E’ questo un pilastro dove
si debbono coniugare proficuamente le finalità dell’occupabilità,
dell’imprenditorailità e dell’adattabilità. Anche con riferimento
ad alcune platee di soggetti a rischio di esclusione. Sotto questo profilo
il Governo assegna grande importanza alla riforma in discussione in Parlamento
sul collocamento obbligatorio che accrescerà anche le opportunità
dei soggetti portatori di handicap accentuando il profilo promozionale
dell’azione pubblica, alle agevolazioni fiscali previste dalla finanziaria
‘97 per promuovere il lavoro autonomo in forma individuale ed associata,
alle azioni di orientamento e formazione mirate (es. Programma Horizon).
Su un altro versante, quello riguardante la popolazione
penitenziaria, dei reclusi e dei soggetti sottoposti a regime di vigilanza,
il Governo attribuisce grande rilievo alle sperimentazioni concertate tra
Ministero del Lavoro e Ministero di Grazia Giustizia che individuano nella
partecipazione al lavoro e alla formazione, anche attraverso un ampio ricorso
alle nuove tecnologie, uno strumento importante di reinserimento sociale.
Punto 16: RIDUZIONE DEL GAP TRA
TASSI DI DISOCCUPAZIONE MASCHILI E FEMMINILI
La riduzione del divario tra donne e uomini nel mercato del lavoro rappresenta un fattore importante per un rilevante incremento dell’occupazione. Il Governo anche sulla base di una direttiva del Presidente Consiglio dei Ministri intende:
. creare nuova occupazione nel Mezzogiorno valorizzando l’imprenditorialità femminile. La legge 215/92 - come già accennato in precedenza - é lo strumento più importante per attuare le pari opportunità ma richiede adeguamenti procedurali per accrescerne l’efficacia;
. promuovere il lavoro autonomo delle donne nell’ambito dei dispositivi vigenti (L. 236/93 prestito d’onore);
. cogliere le opportunità che possono derivare per le donne dallo sviluppo dei lavori atipici e del lavoro interinale anche in relazione alle esigenze di conciliazione della vita familiare e della vita di lavoro (v punto 17);
. legare la promozione dell’imprenditorialità femminile allo sviluppo locale anche in relazione agli sviluppi ed agli assetti della programmazione negoziata;
. favorire l’impiegabilità delle donne che rientrano nel mercato
del lavoro in età adulta con incentivi al part-time e individuando
specifici itinerari di orientamento e formazione utilizzando le risorse
messe a disposizione dall’Unione Europea (FSE obiettivo 3, asse 3 e programmi
Now e Youthstart).
Indicatori di riferimento
tutti gli indicatori già richiamati ove disponibili per sesso, Italia vs Sud
in particolare:
. andamento dei tassi di occupazione e tassi di disoccupazione per sesso
. variazioni dell’ occupazione per sesso
. in prospettiva matrici di transizione per sesso (EUROSTAT LFS)
. tassi di attività
. andamento dell’occupazione femminile nei settori ove sono strutturalmente sottorappresentate
. dati sulle partecipazioni formative per sesso (formazione iniziale, CVT, apprendistato, CFL,
etc.)
Punto 17: CONCILIARE LAVORO E VITA
FAMILIARE
Il Governo attribuisce grande importanza alle politiche che accrescono la qualità della vita e che consentono di conciliare tempi di vita e tempi di lavoro. A tal fine ha approvato un disegno di legge sui congedi parentali che attua la direttiva comunitaria n. 96/34 e che sancisce il diritto per entrambi i genitori ad assentarsi dal lavoro per periodi non superiori a 10 mesi nei primi 8 anni di vita del bambino oltre che alternativamente nei casi di malattia dello stesso, Il Governo si è impegnato altresì a completare l’iter legislativo della legge comunitaria anche per quanto attiene alla regolazione del lavoro notturno (è prevista la volontarietà e non l’obbligo di svolgimento dei turni di notte nel caso ricorrano particolari situazioni familiari), a promuovere le azioni positive previste dalla legge 125/91 anche in relazione alle innovazioni nell’organizzazione del lavoro, a verificare le condizioni per una parziale deducibilità fiscale delle spese per collaborazioni familiari.
Per quanto attiene in particolare alla conciliazione
dei tempi di vita e di lavoro grande importanza hanno:
. gli interventi a sostegno delle flessibilità
dell’orario di lavoro: part-time reversibile, telelavoro, banca delle ore,
altri congedi per formazione e creazione d’impresa (vedi punto 5);
. la regolazione dei tempi delle città e la
disponibilità di servizi sociali (asili nido, assistenza domiciliare)
. il recepimento di tali esigenze nella contrattazione
(aziendale, territoriale) a seguito di un confronto con le parti sociali.
Indicatori di riferimento
. occupazione part-time sul totale dell’occupazione dipendente
. quota di donne inattive che non cercano lavoro a causa delle responsabilità familiari
. alcune proxi come N° posti in asili nido, N° congedi parentali /anno, N° congedi per
aspettativa
Punto 18: Reinserimento al lavoro
dei disoccupati di lunga durata ed azioni rivolte a beneficio di particolari
gruppi svantaggiati
Nella media del 1997 i disoccupati attivi (secondo
le definizioni Eurostat) con precedenti esperienze di lavoro sono risultati
poco più di un milione (1.031.000). Di questi oltre l’80% (853.000)
risulta avere accumulato più di 6 mesi di disoccupazione, il 60%
più di 12 mesi (593.000). Nonostante la politica dell’anticipazione
decisa a Lussemburgo costituisca il principio guida e un indirizzo per
i servizi pubblici per l’impiego non si può trascurare lo stock
di soggetti che ha già accumulato lunghi periodi di disoccupazione.
Per questo motivo oltre all’azione diretta ai circa 300.000 lavoratori
(cassintegrati, disoccupati) che hanno beneficiato e tuttora beneficiano
di sgravi contributivi che ne hanno facilitato l’assunzione ed al piano
straordinario di interviste le azioni il Ministero del Lavoro promuoverà
azioni ulteriori d’intesa con le Regioni specificatamente rivolte ai disoccupati
di lungo periodo. Il Governo pensa anche al contributo che potrà
venire dal lavoro interinale sia pure entro i limiti posti dalla legislazione
in vigore.
La disoccupazione è spesso associata a condizioni
di povertà che spingono i soggetti ed i nuclei familiari di appartenenza
ai margini della società civile. Un Fondo per le politiche sociali
presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri finanziato con 28 miliardi
per il 1998, 115 per il 1999, 145 nel 2000 promuoverà una serie
di interventi tra cui un progetto di sperimentazione di reddito minimo
d’inserimento 1998-2000 che interesserà alcuni comuni finalizzato
a contrastare i fenomeni di povertà non riconducibili solo alla
perdita del lavoro.
Il problema del reinserimento al lavoro riguarda
una platea piuttosto ampia di soggetti. Ai disoccupati di lunga durata
ed a quelli, in particolare le donne, che cercano di rientrare sul mercato
del lavoro dopo interruzioni più o meno lunghe si aggiungono altri
soggetti che hanno difficoltà specifiche d’inserimento e corrono
forti rischi di esclusione. Una platea specifica con caratteristiche peculiari
é quella della popolazione detenuta. In Italia la popolazione detenuta
a vari gradi di giudizio (condannati, in attesa di giudizio) supera le
49000 unità. Secondo i dati più recenti del Ministero di
grazia e Giustizia circa 1/4 di questi svolge un’attività lavorativa
in gran parte alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria ed in
misura marginale ma apprezzabile (1750 unità) non alle dipendenze
(nella gran parte dei casi in cooperative). Per allargare le opportunità
di impiego di tali soggetti il Ministro del Lavoro e quello di Grazia e
Giustizia hanno recentemente firmato un’intesa pilota con la società
Tim per dare lavoro autonomo ad un gruppo di detenuti in due città
(Roma e Milano). E’ prevista la costituzione di due cooperative cui verranno
affidati, dopo un periodo di formazione a beneficio dei lavoratori di 4
settimane, incarichi di data-entry, controlli di materiale informatico,
etc. Un’altra iniziativa del Ministero del Lavoro su scala più ampia
è quella che punta a coinvolgere in progetti di lavoro socialmente
utile all’interno od all’esterno delle carceri 400 detenuti.
Intervento FSE
Nel 1997 è stato finanziato un progetto quadro
Ministero del Lavoro - Ministero della Solidarietà Sociale, a valere
sull’obiettivo 3, volto a favorire il reinserimento al lavoro di giovani
svantaggiati. Nel 1998 è previsto il rafforzamento delle iniziative
nel Centro-Nord e la diffusione nel Mezzogiorno.
Indicatori di riferimento
. % di disoccupati di lunga durata
. % di detenuti impiegati in attività lavorative durante la reclusione
. % di tossicodipendenti in cura ed impiegati in
attività di lavoro (compresi LSU)
19) INTEGRAZIONE DEI SOGGETTI PORTATORI
DI HANDICAP
Secondo gli ultimi dati di fonte ISTAT la popolazione
disabile in età di lavoro ammonta a 1,4 milioni di unità
di cui 610.000 occupati. A fine 1997 risultavano iscritti al collocamento
250.000 disabili di cui più della metà residenti nelle regioni
del mezzogiorno
Collocamento obbligatorio
a. iscritti alle liste di collocamento obbligatorio circa 250.000
b. avviati al lavoro dalle liste nel 1997 oltre 17.000
c. b/a x 100 7,0
Fonte: Ministero del Lavoro e P.S.
Con la riforma del collocamento obbligatorio attualmente
in discussione in Parlamento si passerà dal sistema della riserva
obbligatoria attuale che riserva una quota del 15% delle posizioni lavorative
in aziende private con più di 35 dipendenti ed enti pubblici, e
tra queste ai disabili, alle categorie svantaggiate ad una quota più
realistica ma riferita ai soli disabili del 7% portando nel contempo la
dimensione delle imprese assoggettate alla norma a 15 addetti. L’innovazione
principale é però costituita dall’ adozione del modello convenzionale
nelle relazioni tra servizi per l’impiego ed aziende che punta ad individuare
caso per caso le soluzioni più appropriate ed efficaci dal punto
di vista pubblico. Particolarmente attive nella sperimentazione di iniziative
che anticipano la riforma e vanno in direzione del modello convenzionale
sono state alcune Commissioni regionali per l’Impiego e le Agenzie del
lavoro delle Regioni a Statuto speciale. Queste ultime hanno sviluppato
rapporti sia con le scuole attuando un gestione anticipatrice dei problemi
d’inserimento che con le singole imprese attraverso un’ azione di sensibilizzazione
e una valorizzazione di soggetti selezionati per specifiche posizioni lavorative.
Più di recente sono state introdotte altre misure:
. nella finanziaria ‘97 sono previste agevolazioni
fiscali specificatamente rivolte ai portatori di handicap che creano nuove
imprese, nella legge 196 sono previste clausole di particolare favore per
i soggetti inseriti in impresa come tirocinanti (viene elevata la durata
massima del tirocinio a 24 mesi), apprendisti (viene alzato il limite di
età) o con contratto di formazione-lavoro.
. le cooperative sociali sia di tipo a per la gestione
di servizi sociosanitari che di tipo b per lo svolgimento di attività
diverse finalizzate all’inserimento delle persone svantaggiate godono di
una serie di agevolazioni fiscali e di sgravi contributivi che riducono
il costo del lavoro dei disabili. Con la finanziaria del 1997 il Governo
ha anche decisi di promuovere la creazione d’imprese da parte di soggetti
portatori di handicap;
. in tema di formazione professionale particolarmente
rilevante anche per le potenzialità non del tutto espresse è
il contributo dell’iniziativa comunitaria Horizon (207 miliardi messi a
disposizione del fse nel periodo 1995-99 ) e l’asse dedicato ai gruppi
svantaggiati rientrante nell’obiettivo 3 del fondo sociale europeo. Nel
settembre 1997 è stato costituito presso l’ISFOL un Forum dello
svantaggio che ha programmato l’organizzazione di una Conferenza Nazionale
sul tema nel mese di aprile.
Iniziativa comunitaria HORIZON (fasi 1 e 2,
periodo di programmazione 1995-99)
. beneficiari del programma 6778
di cui formatori ed operatori 2303
disabili 4475
spesa totale programmata (in miliardi di lire) 335
di cui contributo FSE 207
Fonte: Ministero del Lavoro e P.
S.
Indicatori di riferimento
. grado di raggiungimento dell’obiettivo stabilito
per via normativa ( % delle imprese che rispettano la quota obbligatoria).
I disabili costituiscono il 56% dei lavoratori protetti occupati. Le differenze
di handicap possono rendere più o meno difficile l’inserimento lavorativo
anche se non sono mancate esperienze interessanti di tipo sperimentale
anche per i casi più gravi.
Il Piano é stato messo a punto dal Governo italiano sulla base della risoluzione del Consiglio europeo che ha ripreso le conclusioni del vertice di Lussemburgo del 21 novembre 1997. Esso evidenzia le recenti tendenze dell’occupazione, della disoccupazione e del mercato del lavoro e sviluppa in una prospettiva di medio termine alla luce delle esigenze nazionali le linee d’azione comuni decise in quella sede.
Il piano va letto nel quadro degli obiettivi di politica economica contenuti nel DPEF che sono stati approvati contestualmente al Piano stesso.