Abbiamo però spesso espresso posizioni critiche, nella Cgil, anche se con accenti e atteggiamenti diversi. Che cosa ci accomuna, oggi, e ci spinge a presentare questo documento congressuale?
Forse si può dire così: la speranza e la necessità che il XIII Congresso costituisca una "svolta" fondata sul pieno recupero dell'autonomia culturale, politica, sindacale e progettuale della Cgil, e, nello stesso tempo, la certezza che ciò potrà avvenire solo se il congresso sarà vero, cioè fondato su di un confronto reale e su di una ricerca innovativa.
Se sarà, insomma, liberato dal vincolo di due schieramenti pre-costituiti sui quali si effettua una "conta" dei consensi fra le iscritte e gli iscritti, ma tra i quali, per questo motivo, non si sviluppa un vero e proprio libero confronto.
In tal modo si avrebbe, inevitabilmente, un esito conservatore e scontato del Congresso stesso, dato che la maggioranza e la minoranza si costituiscono sin dall'inizio, dall' elezione delle delegate e dei delegati nei congressi di base e fino alla fine nel congresso confederale nazionale, su due posizioni che non si incontrano e tra le quali non è possibile trovare unità neppure su singoli punti.
Avremmo voluto un regolamento congressuale diverso, capace di valorizzare e far davvero contare via via gli apporti ed i contributi presentati dalle iscritte e dagli iscritti nelle varie sedi congressuali, costruendo così, strada facendo, la posizione finale della Cgil.
Questo, purtroppo, non è stato possibile.
Per questa ragione abbiamo dovuto, anche noi, formalizzare la presentazione di un vero e proprio documento congressuale, ma proprio allo scopo di rompere la logica dei due schieramenti precostituiti e contrapposti che, fra l'altro, forniscono, in quanto tali, l'inquietante rappresentazione di una Cgil prigioniera delle componenti politiche, aggiornate al nuovo assetto della sinistra, con un rischio gravissimo di asfissia dell'autonomia sindacale nella tenaglia tra due linee politiche divergenti, e di ulteriore, insopportabile restringimento della democrazia nell'organizzazione sindacale se le sedi delle decisioni politiche ed organizzative fossero altre rispetto a quelle degli organismi eletti, facendosi sempre più ristrette.
Non c'è autonomia, se non c'è democrazia sindacale.
Non c'è democrazia sindacale, se non c'è autonomia.
Non si tratta di un gioco di parole, ma di un vero e proprio principio regolatore.
Insomma, questo congresso rischia di finire prima ancora di cominciare, e di condurre ad una paralisi del dibattito e del confronto, ridotti a conta dei voti, dei posti; infine ad una perdita di senso del proprio stare nel sindacato.
Le ragioni, l'obiettivo, il senso stesso di questo nostro documento, stanno quindi nell'impegno per un congresso libero e vero, capace di produrre quella svolta di cui sentiamo tutta l'urgenza e la necessità.
Una speranza ed un impegno che vorremmo saper trasmettere a tutte le iscritte ed a tutti gli iscritti.
Per questo abbiamo immaginato e scritto questo documento sotto la forma di "lettera aperta", e gli abbiamo dato un titolo forse curioso, affettuoso ma anche carico di ansia: l'ansia del recupero, il più pieno possibile, del senso di un'identità e di un'appartenenza che sentiamo indebolite, ma non ancora consumate: che vorremmo, anzi, poter contribuire a rafforzare.
Questo documento non è, quindi, un documento "intermedio",
un tentativo di "mediazione" fra quello di maggioranza e quello di
minoranza.
Tutt'altro.
Le nostre posizioni, come si vedrà,
sono nette ed anche radicali.
Noi proponiamo un terreno diverso del confronto e, quindi, uno svolgimento diverso del percorso congressuale nella fiducia che, se ciò avverrà, potrà avvantaggiarsene la ricerca di una più matura e consapevole autonomia della Cgil.
Noi crediamo che l'autonomia della Cgil sia il primo e principale obiettivo del XIII congresso.
Alla questione determinante dell'autonomia sono legati sia il modello di sindacato nel nuovo quadro politico, sia il progetto di unità sindacale.
Noi temiamo lo scenario che oggi si delinea: un grande sindacato moderato e "partecipativo" tutto interno alle logiche di mercato che determinano, ormai, le scelte di politica economica, ed il conseguente rischio di ricollocazione di tutto il sindalismo italiano in una logica di subalternità agli schieramenti politici.
L'autonomia è, quindi, la condizione fondamentale per riempire il vero e proprio vuoto di strategia e di progetto che ostacola la possibilità di dare soluzione ai problemi di quella parte di società che vogliamo rappresentare.
A questa ricerca intendiamo partecipare offrendo uno strumento, la proposta contenuta in questo documento, che faccia emergere le posizioni di merito.
Noi vogliamo evitare il rischio del sindacato "virtuale", che afferma nei documenti congressuali valori e contenuti non praticati negli accordi e nei contratti, i quali costituiscono la linea vera, concreta, del sindacato.
Per evitare questo rischio occorre "smontare" l'attuale meccanismo congressuale con uno strumento che consenta l'appropriazione del dibattito da parte delle iscritte e degli iscritti, rompendo le logiche della delega a documenti ed a schieramenti blindati.
Forse si può dire che questo documento vuole offrirsi, nel rapporto con tutte le posizioni ad esso vicine che emergeranno, in varie forme, lungo il percorso congressuale, sia come ipotesi di "sintesi", nei contenuti e nell'impostazione, sia come strumento congressuale utile al confronto conclusivo che si svolgerà in occasione del Congresso nazionale della Cgil.
Noi vogliamo interagire costruttivamente, infatti, sia con le opzioni che una parte della sinistra sindacale esprime nell'ambito del documento di maggioranza, sia con i documenti e le posizioni che saranno espressi da luoghi di lavoro, categorie e strutture territoriali, sia con le posizioni del documento "Alternativa sindacale".
Perchè vorremmo che tutte queste posizioni non si contrapponessero e non finissero, quindi, con l'elidersi a vicenda e col disperdersi. Vorremmo, invece, contribuire, seppur modestamente, a tenerle in contatto fra di loro e ad agevolare la possibilità che esse trovino, nell'occasione conclusiva del Congresso nazionale, un possibile punto di convergenza e di coagulo.
A tale fine, quindi, in vista di quella occasione, intendiamo mettere a disposizione questo nostro documento e le delegate ed i delegati che l'avranno sostenuto e lo rappresenteranno in quella sede.
Se riusciremo, anche solo in parte, nel nostro intento, allora, forse, avremo dato un concreto contributo non tanto a questa o a quella posizione, ma a tutta la Cgil e, quindi, a tutto il sindacato.
È un obiettivo troppo ambizioso? Può darsi. Ma noi sentiamo una profonda inquietudine e preoccupazione, e sappiamo che per cambiare le cose, anche nella Cgil, bisogna saper correre qualche rischio, rompere qualche schema e, se necessario, anche subire un momentaneo insuccesso.
Noi, con molta umiltà, ma con altrettanta determinazione, sentiamo semplicemente il dovere di fare la nostra parte, proponendo con schiettezza e senza infingimenti le nostre idee.
Il crollo dei regimi totalitari dell'Est europeo, la "balcanizzazione" di vaste regioni di quell'area, l'aggravarsi del divario fra Nord e Sud del mondo e gli enormi flussi migratori che ne conseguono, la liberalizzazione dei mercati finanziari ed il limite allo sviluppo industriale quantitativo che deriva dalla scarsezza delle risorse disponibili, scatenano la competizione globale dentro un inedito processo di mondializzazione dell'economia e dei mercati.
Le società nazionali del Nord del mondo affrontano la sfida della competizione in una logica di arroccamento difensivo che, in Italia come nei Paesi più deboli ed arretrati dal punto di vista tecnologico e produttivo, accelera e rende travolgente il processo di riorganizzazione del modo di produzione attraverso l'espulsione e la precarizzazione del lavoro, da un lato, e la drastica riduzione della spesa sociale pubblica, dall'altro.
Questi processi sono stati sostenuti e, a loro volta, hanno alimentato tutta una cultura politica e sociale che ha assunto il mercato e le sue regole, l'aziendalismo e le sue esigenze, come il riferimento ineludibile del pensiero e dell'azione politica e di governo.
Una cultura che ha pesantemente connotato il trattato di Maastricht, il quale, attraverso l'adozione dei cosiddetti criteri di convergenza, impone di fatto politiche nazionali di privatizzazione e di indebolimento dei servizi pubblici e dei presidi universalistici dello Stato sociale, comprimendo i livelli occupazionali e le politiche di sviluppo e privilegiando la costruzione di un'Unione Europea ispirata ad una concezione monetaristica e competitiva che sacrifica istanze sociali sempre più pressanti ed urgenti.
Una cultura gretta e miope, la quale, utilizzando la sconfitta storica del socialismo reale e la crisi dell'idea stessa di socialismo, si è dimostrata in Italia assai pervasiva anche a sinistra ed ha assecondato l'emergere di tendenze xenofobe e razziste, ha spianato la strada all'individualismo, all'egoismo sociale, al separatismo localista dei più forti, intaccando i valori e le pratiche della solidarietà e, persino, il valore dell'unità nazionale.
Il crollo del sistema politico della cosiddetta prima Repubblica, fondato sul perverso intreccio privatistico e centralistico fra affari e politica, non ha prodotto un'inversione di queste tendenze.
È vero, semmai, il contrario.
Anche il dibattito che si è sviluppato in Italia intorno al superamento dei concetti di fascismo ed antifascismo e dei valori della resistenza, è stato certamente fuorviante, generando confusione e disorientamento nella sinistra (e nelle forze democratiche), in un momento in cui il rischio di una vera e propria emergenza autoritaria è all'ordine del giorno, non solo in Italia, ma anche nelle società industriali del Nord.
Infatti la politica, mentre veniva rappresentata sempre più come pura tecnica dell'amministrazione, della governabilità e delle regole, in realtà fondava e fonda tuttora questa sua apparente neutralità e la sua presunta autonomia dal sociale, proprio sulla implicita ma netta assunzione del "Pensiero unico" del mercato e dell'aziendalismo, come "oggettivo" principio regolatore del conflitto sociale che, indebolito così nella sua rappresentanza dal lato delle classi e dei ceti più deboli, si è risolto nei fenomeni di "darwinismo sociale" che hanno accompagnato quell'inedito ed enorme spostamento di risorse dal lavoro dipendente e dai redditi delle pensionate e dei pensionati, alle rendite finanziarie e patrimoniali ed ai profitti, con gli effetti e nella misura che oggi appaiono così evidenti ed inquietanti.
In Italia, al 24% di famiglie che possiede il 43% del reddito totale, corrisponde un 28% che vive con meno di due milioni al mese, molti redditi da pensione sfiorano la soglia della miseria, nascono i cosiddetti working poors, lavoratrici e lavoratori in stato di povertà.
Insomma, una cultura ed una pratica politica non "neutre" ma segnate da una fortissima parzialità sociale, stanno acuendo i fenomeni di esclusione e di compressione dei diritti e dei poteri dei soggetti sociali più deboli.
Di qui, allora, i rischi di involuzione autoritaria così ben segnalati, ormai, anche dai più avveduti studiosi di area liberal-democratica.
Il punto è:
La nostra opinione, a tale proposito, è netta: le sinistre, pur con diverse modalità di azione e diverse responsabilità soggettive, sono apparse, nel complesso, non disponibili a cogliere, con la necessaria criticità, il senso profondo ed il rischio insito nei processi in atto, e non si sono quindi adeguatamente cimentate nell'elaborazione di nuove ed autonome culture del cambiamento, e di strategie alternative in grado di porsi all'altezza della sfida.
È venuto maturando, così, l'obiettivo, non di contrastare il senso di tali trasformazioni proponendo un'alternativa, ma di governarne l'evoluzione, nella illusione che l'azione di governo "dall'interno" di quelle culture e di quei processi, potesse essere sufficiente al fine di attutirne gli effetti socialmente più devastanti e di orientarli verso indirizzi e pratiche progressivi e democraticamente sicuri.
Illusione, appunto: i risultati di tale strategia sono, ora, sotto gli occhi di tutti.
Ciò riguarda, naturalmente, anche la Cgil. Nulla è più come prima, rispetto al Congresso di Rimini del 1991.
Ma già quando si svolse il XII Congresso, nell'autunno del 1991, i caratteri fondamentali dello scenario sopra richiamato, erano dispiegati con sufficiente chiarezza.
Occorre oggi riconoscere con schiettezza che, ciò nonostante, la Cgil non fu in grado di cogliere criticamente le ragioni ed il segno di quei processi nè, quindi, di definire una strategia, una cultura ed un progetto in grado di prevenirne e contrastarne i drammatici effetti, proponendo una netta alternativa.
Quanto è accaduto successivamente (compreso il crollo dell'intero sistema politico-istituzionale accelerato da tangentopoli) ha quindi prodotto uno scenario in larga misura non previsto, sulla base delle analisi compiute a Rimini.
Ma il sindacato e la Cgil non hanno, corrispondentemente, adeguato e corretto analisi e proposte.
Ora la Cgil (ma, più in generale, l'insieme della sinistra politica e sociale) è priva di un progetto di società all'altezza della sfida cruciale che, ormai, investe la tenuta stessa della democrazia organizzata e partecipata.
Questa mancanza di progetto è, quindi, per noi, esattamente figlia della mancanza di autonomia culturale e politica di cui soffre l'intera sinistra, dinanzi all'incalzare delle culture neo- liberiste del "Pensiero unico".
Innovare e recuperare l'autonomia strategica della Cgil, è condizione ed effetto, nello stesso tempo, della elaborazione di un progetto di società innovativo rispetto alle culture tradizionali delle sinistre e, proprio per questo, capace di proporsi come una alternativa credibile e vincente dinanzi all'offensiva culturale e politica delle nuove destre.
Questo, secondo noi, è precisamente il compito che è davanti al XIII Congresso della Cgil che, per queste ragioni, può e deve costituire un contributo importante per l'insieme delle sinistre politiche e sociali.
Questa è la ragione di fondo per la quale questo Congresso deve essere vero e libero: non si innova radicalmente una cultura ed una strategia, non si delinea un adeguato progetto di società, se non col concorso libero di tutte le posizioni e di tutte le esperienze, dentro un confronto vero e non pre- costituito e, quindi, continuista e conservatore, come abbiamo detto e paventato in Premessa.
2.2
I lineamenti del Progetto
Innanzitutto è necessario, secondo noi, avviare con
convinzione il superamento dell'approccio "sviluppista" che
è tradizionale nella cultura sociale e politica delle
sinistre, la quale è ancora essenzialmente economicista,
industrialista e quantitativa.
Il processo di globalizzazione dei mercati, l'aumento della competitività tra le imprese, la rincorsa alla riduzione dei costi di produzione, hanno fatto saltare nell'occidente la relazione tra aumento della produzione ed occupazione.
L'innovazione tecnologica ed organizzativa, il decentramento di interi comparti produttivi sono stati gli strumenti di questa rottura.
È saltato, almeno nei suoi aspetti più macroscopici, il modello di produzione fordista-taylorista, e con esso sono entrate in crisi le tradizionali politiche redistributive sulle quali si è fondato per decenni il compromesso sociale Keynesiano (lo Stato sociale come sistema di redistribuzione del reddito e di protezione dinanzi agli squilibri produttivi e di mercato).
È quindi del tutto evidente che, in questo contesto, non è sufficiente una politica sindacale e sociale puramente difensiva, perchè essa è destinata, di volta in volta, ad arretrare, mentre è necessario affrontare, nell'analisi e nel progetto, le radici della crisi di sistema e tentare di proporre un'alternativa di modello mentre, contestualmente, è certo necessaria (ma non sufficiente) una coerente e determinata condotta difensiva.
I limiti di una tale politica sono ormai evidenti, e la necessità di muoversi oltre questo schema ha cominciato ad emergere, seppur con toni e caratteri diversi, anche dai grandi movimenti di massa che hanno caratterizzato l'autunno '94 in Italia e l'autunno '95 in Francia.
Tale necessità rappresenta ormai una sfida ineludibile per tutte le forze della sinistra politica e sindacale in Europa.
È possibile che le organizzazioni sindacali europee non siano in grado di elaborare una propria autonoma piattaforma capace di individuare e rivendicare le priorità attorno alle quali costruire iniziative di lotta per la revisione del trattato di Maastricht e l'affermazione dei caratteri dell'Europa sociale?
Se non è più vero (come è ormai riconosciuto da tutti i più attenti osservatori) che "più sviluppo = più occupazione", allora bisogna chiedersi: quale sviluppo, per quale occupazione.
Se "più sviluppo industriale" è parola d'ordine che entra in contraddizione con i vincoli ambientali e con la limitatezza delle risorse disponibili, allora bisogna chiedersi come debba essere ridefinita una politica industriale che riqualifichi i settori e le aree produttive tradizionali, e sviluppi la ricerca di nuovi prodotti e di nuovi mercati, all'interno di un quadro che assume la questione ambientale non più come un vincolo, ma come una risorsa per una diversa qualità dello sviluppo, e che definisca quali risorse ambientali ed umane possano sostenere un diverso modello dello sviluppo ed esserne, a loro volta, sostenute.
Questo obiettivo deve anche rimettere in gioco il ruolo di indirizzo e mediazione dello Stato per la costruzione di uno sviluppo e di una trasformazione del sistema produttivo ecologicamente compatibili e capaci di valorizzare il lavoro ed i saperi.
Occorre quindi ripartire dai bisogni vitali delle donne, degli uomini e della natura non più concepiti come vincolo o limite per lo sviluppo, ma, al contrario, come risorse, perchè proprio le risposte a tali bisogni possono divenire fattori di uno sviluppo qualitativamente diverso, occasione di nuova occupazione (specie nelle aree urbane) capace di produrre valori d'uso non mercificabili, non immediatamente misurabili sul mercato, e tuttavia essenziali per la vita umana e naturale, per la sua qualità e persino per la sopravvivenza stessa dell'umanità e del pianeta.
Altrimenti, senza questo cambiamento del "paradigma", non resterebbe (come sta già avvenendo) che il procedere dell'esclusione e della marginalizzazione di aree intere del mondo, e di aree sociali sempre più vaste che, tuttavia, è pura illusione possano a lungo convivere democraticamente e pacificamente con le aree forti e protette.
In altri termini occorre, secondo noi, incentivare l'arricchimento e non l'impoverimento della vita umana e naturale.
Se per far ciò occorre cambiare il "punto di vista" sulla qualità dello sviluppo capace di perseguire tale obiettivo, allora tale punto di vista va cambiato con nettezza e determinazione. Prima che sia troppo tardi.
Questo, per noi, significa cambiare il sistema di riferimento delle "compatibilità" cui ancorare, con rigore e coerenza, gli obiettivi di un diverso sviluppo.
Per questo noi esprimiamo netta contrarietà ad ogni ulteriore misura di precarizzazione del mercato del lavoro e di negazione o differenziazione dei fondamentali diritti universali umani e di cittadinanza, ad ogni norma anticostituzionale ed odiosamente antiumana che discrimini chi proviene da Paesi extracomunitari rispetto a chi ha la cittadinanza italiana, a qualsiasi forma di gabbia salariale o di salario d'ingresso che discrimini le lavoratrici ed i lavoratori del Sud, o le giovani generazioni rispetto a tutte le altre lavoratrici ed a tutti gli altri lavoratori.
Il modello post-fordista sta destrutturando il mercato del lavoro in una ristretta area "protetta" a tempo indeterminato, maschile e bianca, a cui viene chiesta soprattutto disponibilità ai tempi e ai bisogni delle aziende, e un'ampia ed altrettanto stratificata fascia di precariato, costituita da lavoratrici e da lavoratori senza tutele: è il modello della "flessibilità".
A questo concezione è urgente contrapporre forme di flessibilità che, non introducendo discriminazioni fondate sulla riduzione differenziata dei diritti universali, agevolino progetti di vita individuali coerenti con l'obiettivo di una diversa qualità dello sviluppo.
Va ricostruito un nuovo livello di "mediazione" tra la fabbrica postfordista ed i bisogni dei soggetti, ed in particolare delle donne, che rischiano di essere contemporaneamente le più escluse e le più sfruttate (nei lavori atipici).
Non si risponde alla complessa domanda di partecipazione al lavoro che viene dalle donne confinando gli interventi nell'ambito delle politiche generiche per le fasce svantaggiate del mercato del lavoro.
La posta in gioco è invece l'esercizio pieno del diritto al lavoro delle donne nella completa realizzazione della propria vita, il nesso ed il difficile intreccio tra produzione e riproduzione.
È necessaria una risposta complessiva che innovi la politica del lavoro in generale, ma anche lo stesso modello di società ed i suoi valori.
Sono queste le ragioni per le quali l'obiettivo della riduzione generalizzata dell'orario di lavoro a parità di salario deve essere assunto come obiettivo davvero strategico.
Si tratta, infatti, non solo di consentire davvero l'accesso di giovani donne e di giovani uomini al processo produttivo, ma anche di liberare risorse di tempo e di attività umana da porre a disposizione dell'elevamento della qualità della vita e della riproduzione sociale.
Quindi riduzione dell'orario di lavoro come risposta al rapporto: produzione/occupazione, ma anche: produzione/riproduzione.
E riposizionamento complessivo del lavoro, allargandone il concetto per comprendervi l'insieme dei lavori formali ed informali, e le attività fuori mercato, per permettere una sua redistribuzione tra donne e uomini, tra generazioni, tra nord e sud.
Va posta un'ipotesi di redistribuzione sociale del lavoro che riduca in modo generalizzato l'orario individuale di lavoro, ma anche lo redistribuisca in funzione dei cicli e dei bisogni della vita, definisca nuovi lavori per produrre beni e servizi in risposta ad una nuova qualità sociale, qualifichi il tempo liberato in nuovi consumi sociali, modifichi i rapporti tra i sessi nella società attraverso una redistribuzione dei carichi e delle responsabilità familiari e sociali.
Infatti, il riconoscimento del lavoro di cura non deve significare la sua monetizzazione, ma va realizzato in parte attraverso la socializzazione dell'insieme delle sue attività ed in parte va "remunerato" con la riduzione del tempo di lavoro di tutti e tutte, atta a favorire un nuovo equilibrio di tempi, ruoli e responsabilità tra donne e uomini.
Questo significa anche recuperare il governo pubblico del mercato del lavoro, decentrandolo; esattamente il contrario di ciò che sta avvenendo e che propone il ministro Treu: riduzione dei controlli, privatizzazione del collocamento e lavoro interinale.
Nella situazione attuale l'intervento regolatore del sindacato
appare necessario, ma inevitabilmente difensivo e subalterno
rispetto alle cause che generano gli attuali effetti di espulsione
e di precarizzazione.
E, quindi, tale intervento è
destinato ad essere inefficace ed, ancora una volta, a perdere.
Il "pensiero unico" che sostiene la competizione dentro la
"globalizzazione" dell'economia e dei mercati, legittima non solo
le logiche di precarizzazione e di espulsione del lavoro dalla
produzione, ma, naturalmente, anche la riduzione ed, al limite, lo
smantellamento dello Stato sociale, attraverso la drastica e
progressiva riduzione della spesa sociale pubblica.
Anche in questo caso, ovviamente, una condotta puramente difensiva è destinata a perdere, facendo arretrare le condizioni di protezione sociale garantite dal sistema pubblico.
Esattamente questo carattere ha avuto anche l'accordo sulle pensioni, contrastato per questa ragione da larghissime e significative fasce di lavoratrici e lavoratori che, col loro voto contrario, hanno giustamente segnalato il rischio, confermato dalla legge, di una prospettiva di ulteriore pesante impoverimento che colpisce, in primo luogo, le donne.
Più in generale, va comunque riconosciuto che la pura e semplice difesa di questo stato sociale (fortemente inquinato da logiche assistenziali intrecciate col sistema politico-affaristico di potere della cosiddetta Prima repubblica) è, per molti aspetti, un falso obiettivo e, comunque, una scelta inefficace. Occorre invece una linea di riforma radicale.
Bisogna puntare ad uno Stato sociale radicalmente depurato dai devastanti fenomeni di privatizzazione dilapidatrice determinatisi con l'occupazione politico-affaristica dei centri di potere.
Contemporaneamente, occorre restituire al sistema pubblico l'autonomia, l'efficacia e l'efficienza che esso può garantire attraverso la valorizzazione del lavoro pubblico e dei suoi diritti contrattuali, liberandolo in via definitiva, anche nella sua dirigenza, dalle servitù impostegli dal sistema politico di potere che ha dominato nei decenni trascorsi e che, seppur in forme diverse, domina ancor oggi.
Anche per queste più generali ragioni, occorre rilanciare l'impegno per una radicale modifica del Decreto legislativo 29/93 che, non avendo realizzato la piena contrattualizzazione del rapporto di lavoro nel Pubblico Impiego, fa ostacolo, ormai, anche al processo di riforma ed al rilancio dello Stato sociale.
I caratteri pubblici ed universalistici dello Stato sociale, a partire dai campi strategici che riguardano la previdenza, la sanità e la formazione scolastica, vanno salvaguardati da quell'ideologismo angusto ed ipocrita secondo il quale, per risanare il bilancio dello Stato e recuperare efficacia ed efficienza nelle prestazioni, occorrerebbe privatizzare funzioni pubbliche, anche strategiche, e funzioni dello Stato sociale riducendolo al cosiddetto Stato minimo.
Ciò comporterebbe costi sociali enormi e democraticamente insopportabili, e non è vero che, per questa via, si realizzerebbe l'obiettivo dichiarato.
Occorre, invece, prevedere interventi integrativi e non sostitutivi, valorizzando il volontariato sociale ed il privato no- profit che, sotto il rigido controllo pubblico, siano in grado di corrispondere ai parametri ed agli standards delle prestazioni prefissati dalla programmazione pubblica.
Il rinnovamento ed il rilancio del sistema pubblico e dello Stato sociale può essere garantito solo attraverso il reperimento di risorse finanziarie aggiuntive da recuperare con una vera e propria strategia di lotta dello Stato contro ogni forma di elusione e di evasione fiscale e contributiva.
Un fenomeno, quello dell'evasione fiscale e contributiva, che deve essere annoverato, al contrario di quanto avviene oggi, tra le attività illegali e che deve essere perseguito penalmente al pari delle altre attività illegali redistributrici di reddito (tangenti, estorsioni, sequestri di persona, etc..).
Nello stesso tempo, è necessario che tutte le rendite e tutti redditi (compresi, ovviamente, quelli finanziari e patrimoniali) siano sottoposti, in proporzione alla loro consistenza, alla medesima imposizione fiscale.
Nessuna "politica di tutti i redditi" potrà mai essere neppure ipotizzata se, preliminarmente, non sarà stata risolta questa insopportabile ingiustizia sociale.
Inoltre, ulteriori risorse finanziarie potranno essere recuperate attraverso la confisca dei beni ai mafiosi nonchè ai politici e agli amministratori coinvolti nelle ormai note vicende di corruzione.
Infine, non solo per liberare il bilancio dello Stato da cospicui aggravi di spese, ma soprattutto per far compiere un salto di qualità alla lotta contro la criminalità organizzata, occorre colpire con decisione i meccanismi economici attraverso i quali essa si rafforza.
È, infatti, ormai accertato che il crescente potere delle organizzazioni criminali è dovuto all'ingente accumulazione di capitali provenienti, oltre che dai traffici illeciti, dall'enorme flusso di danaro pubblico.
In questo contesto acquista un'importanza rilevante il nesso stretto esistente tra spesa pubblica ed accumulazione mafiosa ed il rapporto tra il circuito delle opere pubbliche, l'esercizio del potere ed il controllo sociale sul territorio da parte della criminalità organizzata.
Per queste ragioni, la Cgil deve essere pronta a dare il proprio contributo ad una battaglia che miri alla riduzione dei centri di erogazione della spesa pubblica (oggi sono oltre 10.000), nonchè ad un'azione di controllo sociale sulla spesa pubblica in generale, ed in particolare sul processo di progettazione, aggiudicazione ed assegnazione degli appalti.
D'altra parte, l'esplosione della "questione morale", rappresentata dalle vicende di "tangentopoli", non ha evidenziato soltanto il pieno coinvolgimento del vecchio sistema politico nei fenomeni di corruzione, ma ha messo in luce anche oggettive responsabilità del sindacato.
Infatti, occorre riconoscere che vi è stata una caduta di controllo sociale ed etico, anche rispetto ad una politica di tipo consociativo, le cui degenerazioni spesso il sindacato non ha saputo prevenire, nè combattere adeguatamente.
Per questo ragioni, il ricorso, da parte del sindacato, ad una autocritica, anche se severa, non sarebbe sufficiente, ma è indispensabile ed urgente avviare un rigoroso processo di autoriforma.
Una diversa qualità dello sviluppo, una Pubblica Amministrazione autonoma e qualificata, uno Stato Sociale rinnovato, un sistema fiscale equo ed una rigorosa battaglia per la legalità hanno bisogno di essere sostenuti da una rete di poteri, di controlli e di partecipazione democratica fondata su un netto rilancio delle Autonomie locali e del Regionalismo.
La Cgil deve rigettare, però, con nettezza ogni concezione federalista disgregatrice dell'unità dello Stato, neo- centralista nelle Regioni ed ispirata alla cultura neo-liberista demolitrice dello Stato sociale e dei principi della solidarietà.
Si tratta, quindi, di concepire e di organizzare un assetto dei poteri e dei controlli democratici che, superando il centralismo che ha agevolato i fenomeni corruttivi che hanno dilapidato risorse e distorto le pubbliche funzioni e lo Stato Sociale, sia volto soprattutto all'obiettivo di rinnovare e rilanciare lo Stato sociale stesso, contro ogni logica smantellatrice.
Un'ispirazione, insomma, esattamente opposta a quella delle destre neo-liberiste.
Un' ispirazione capace, quindi, di liberare e valorizzare le enormi risorse umane, ambientali e produttive del Mezzogiorno, facendo del Sud, non più un'appendice, ma una delle possibili leve di un diverso sviluppo, in grado di non subire, ma, anzi, di orientare la necessaria ridefinizione dei caratteri generali di un sistema produttivo sostenibile ed in armonia con i bisogni umani e con le risorse naturali.
Per queste ragioni, una "vertenza per il Sud" non può che avere il carattere di una vertenza generale per il cambiamento degli indirizzi produttivi del Paese.
A maggior ragione, quindi, è indispensabile rigettare qualsiasi impostazione che, nell'affrontare questa grande questione nazionale, parta da ipotesi di compressione dei diritti e delle condizioni di lavoro e salariali, anzichè dalla loro valorizzazione.
Infine, secondo noi, l'urgenza della ridefinizione di un sistema di poteri di controllo e di indirizzo autonomi ed in grado di garantire il bilanciamento e l'equilibrio sanciti dalla Costituzione, pone la necessità al sindacato di ripensare anche alle strategie per la definizione del proprio ruolo contrattuale all'interno della Banca Centrale, della Consob, dell'ISVAP, dell'Antitrust, in definitiva negli organi di controllo che assumono il ruolo di "magistratura economica".
Il sindacato generale rappresenta dunque una parte della società e proprio su tale parzialità fonda le ragioni della propria autonomia, partecipando al confronto e, se necessario, al conflitto con altre parti della società.
Solo da tale confronto, che arricchisce e non impoverisce la democrazia e rafforza le sue istituzioni, emergerà l'interesse generale del Paese, o, più precisamente, la mediazione che la politica, restituita al suo ruolo ed alla sua reale autonomia, determinerà attraverso la funzione delle sue organizzazioni e delle proprie istituzioni rappresentative e di governo.
Il sindacato generale si contrappone, da un lato, al sindacato istituzionalizzato, dall'altro al sindacato corporativo o di mestiere e ad ogni forma di localismo nella rappresentanza degli interessi.
L'assunzione degli interessi generali del mondo dei lavori, implica la necessità di comporre interessi diversi e, talora, conflittuali, di stabilire le gerarchie di valore e le priorità che caratterizzano la strategia generale del sindacato: in tale senso il sindacato generale si fa confederale.
Ma per le stesse ragioni la confederalità del sindacato generale non si da a "priori" (nè in virtù di processi di legittimazione dall'esterno), ma come risultante mediazione e composizione degli interessi e dei bisogni che derivano direttamente dalle lavoratrici e dai lavoratori e dalle loro rappresentanze nei luoghi di lavoro, nelle categorie e nel territorio.
La confederalità, quindi, è in sè obiettivo e progetto politico e, in tal senso, le scelte generali e confederali del sindacato non possono che fondarsi comunque e sempre sulla legittimazione e sulla validazione che, di volta in volta, le lavoratrici ed i lavoratori esprimeranno.
3.2
Autonomia e contrattazione
Di fatto, le politiche di concertazione concretamente realizzatesi
negli ultimi anni (in particolare con gli accordi del 31.7.92 e
del 23.7.93) hanno prodotto risultati non solo inefficaci e
contraddittori, ma anche sostanzialmente iniqui.
Ciò è dipeso dal fatto che esse hanno assunto "a priori" un punto di vista discutibile e parziale attorno ai cosiddetti interessi generali, e di conseguenza hanno prodotto linee di politica dei redditi che non hanno realmente coinvolto tutti i redditi e tutte le rendite, ma sostanzialmente compresso e contenuto solo i redditi da lavoro dipendente, erodendone consistentemente il potere d'acquisto, mentre la contrattazione di secondo livello, sacrificata entro i limiti ristretti ed ambigui dell'accordo del 23 luglio, coinvolge un numero sempre minore di lavoratrici e di lavoratori.
Tali politiche hanno quindi accelerato lo spostamento di risorse dai redditi da lavoro dipendente e pensionistici, ai profitti ed alle rendite finanziarie e patrimoniali, mentre alla qualità della ripresa trainata dall'aumento delle esportazioni e dal contenimento esasperato del costo del lavoro si accompagna la crisi verticale di settori strategici (dall'Alenia all'Olivetti).
Analogamente, le politiche della partecipazione e della codeterminazione a livelllo aziendale, sono state largamente segnate da una chiara prevalenza delle culture e degli interessi dell'impresa sopra gli interessi del lavoro.
Tutto ciò è avvenuto insomma sulla base di un'assunzione delle politiche di concertazione e di partecipazione, anche da parte del sindacato, come una sorta di fine ideologicamente fissato a priori, come un obbligo pre- stabilito, a concludere comunque un accordo.
È necessaria, quindi, una correzione radicale, una vera e propria svolta: il recupero ed il rinnovamento della piena autonomia culturale, sociale, politica e progettuale del sindacato, coincide col pieno recupero della concezione e della pratica della contrattazione e della negoziazione, superando così le distorsioni profonde che hanno conosciuto, nei fatti, le politiche di concertazione e di partecipazione nelle aziende e nei luoghi di lavoro, ed invertendo i processi di frammentazione in atto.
La constatazione del fallimento di tali politiche conferma in noi la convinzione che il contratto nazionale di lavoro sia lo strumento fondamentale per dare certezza ai diritti ed alle condizioni salariali e normative dell'insieme del mondo del lavoro dipendente, e che sia ormai ineludibile la ricerca di un nuovo meccanismo di tutela automatica del potere d'acquisto delle retribuzioni, che liberi la contrattazione da una continua rincorsa dell'inflazione, estenuante ed incerta negli esiti.
Nel Pubblico Impiego l'esigenza di tale svolta ha un valore particolare, perchè significa superare definitivamente sia le pratiche consociative e subalterne prevalentemente realizzatesi prima dell'approvazione del D.L. 29/93, sia gli inaccettabili vincoli alla contrattazione contenuti nel decreto stesso.
L'obiettivo della contrattualizzazione del rapporto di lavoro è stato, così, tradito nei fatti.
3.3
Democrazia e unità
Fondare, o, per meglio dire, rifondare la pratica del sindacato
sul pieno recupero dell'autonomia contrattuale e negoziale,
significa affermare che le lavoratrici ed i lavoratori
costituiscono l'unica fonte di legittimazione del potere che il
sindacato esercita sulla base della convalida che alla sua azione
di rappresentanza verrà conferita, di volta in volta, dal
voto delle lavoratrici e dei lavoratori.
L'assunzione piena e senza riserve della pratica della democrazia
riemerge quindi, come un'implicazione ineludibile della concezione
stessa dell'autonomia del sindacato e, ne è allo stesso
tempo, il presupposto fondamentale.
In tal senso la democrazia è, appunto, un principio regolatore imprescindibile e, quindi, un diritto inalienabile di tutte le lavoratrici e di tutti i lavoratori, appartengano essi oppure no a questa o a quella organizzazione sindacale.
Esattamente come i diritti elettorali attivi e passivi sono diritti di cittadinanza inalienabili di tutte le cittadine e di tutti i cittadini nella società civile.
Per queste ragioni, per garantire piena rappresentanza al lavoro dipendente, per avere in ogni luogo il soggetto fondamentale della contrattazione, la CGIL deve con tenacia impegnarsi a sostenere l'approvazione della legge sulla rappresentanza, partendo dalla propria proposta di legge di iniziativa popolare, per rendere certo per tutto il lavoro dipendente il diritto ad eleggere le proprie rappresentanze ed a verificarne le scelte.
Il processo unitario deve partire dalle lavoratrici e dai lavoratori, fondandosi sulle rappresentanze elettive, che devono costituire la rete organizzativa basilare per l'esercizio dei loro poteri negoziali.
Il voto, con il pieno dispiegarsi della pluralità di presenze ed esperienze, culture, voci, opinioni politiche, realizza e garantisce l'autonomia di una organizzazione sindacale, perchè fonda il suo potere esclusivamente sulla volontà delle lavoratrici e dei lavoratori, unici soggetti legittimati a motivare, sostenere e convalidare la sua azione.
Una pratica ed una rappresentanza negoziale unitaria a tutti i livelli, secondo le regole e le procedure che la legge dovrà rendere universali ed esigibili, è l'obiettivo sostanziale di un processo unitario, che non può comunque cancellare forzosamente (e tantomeno "a priori") i valori ideali e politico-culturali che caratterizzano le differenti identità anche organizzative di cui si compone il sindacalismo confederale nel nostro Paese.
Da parte sua la Cgil deve introdurre fattori di vera e propria svolta nell'organizzazione dei propri poteri interni.
La pratica concreta del sindacato è la contrattazione, l'azione di negoziato nel luogo di lavoro, nel territorio, nella categoria, e sul piano generale, confederale.
Oggi i gruppi dirigenti non sono responsabili per gli accordi che fanno, e questa irresponsabilità rende del tutto fatue le divisioni per tesi congressuali, poichè la responsabilità delle scelte che si fanno non mette in discussione gli organigrammi, dato che questi dipendono dalle appartenenze.
Cade quindi il principio dell'assumersi la responsabilità del proprio ruolo professionale e politico e del rispondere dei propri atti, perchè la legittimazione arriva da altri.
Vi è cioè una caduta di autonomia "interna" che si somma a quella "esterna".
Per questo la Cgil deve assumere come pratica e come regola dell'organizzazione il principio della democrazia rappresentativa ed il principio di responsabilità, entrambi espressi e verificati nel voto vincolante delle iscritte e degli iscritti.
La rappresentatività dell'organizzazione è direttamente collegata alla sua capacità di dare espressione alla volontà delle iscritte e degli iscritti attraverso la loro partecipazione diretta alle decisioni ed alla vita dell'organizzazione.
La definizione di regole che assicurino, all'interno della CGIL, la più rigorosa democrazia nella formazione delle decisioni e nell'elezione dei gruppi dirigenti, ed il rispetto della differenza di genere e del pluralismo politico, sono i cardini sui quali fondare lo sviluppo ed il rinnovamento radicali della democrazia di organizzazione nella CGIL.
Un documento che possa essere e sia un ponte, un dialogo, per tutta la sinistra, per un progetto di autonomia della CGIL.
Per questa ragione non abbiamo scritto un tradizionale documento congressuale, per tesi e prescrittivo, ma abbiamo preferito dare alle compagne ed ai compagni uno strumento, anzi una chiave di lettura e di analisi della fase che viviamo e dei problemi del movimento sindacale.
Sì, perchè abbiamo la convinzione che sulle differenti valutazioni della fase si collocano le sconfitte e le divergenze all'interno della sinistra e del sindacato; se invece si concorda sull'analisi della fase le risposte si trovano più facilmente.
Per questo chiediamo alle compagne ed ai compagni della sinistra, anche nei diversi percorsi congressuali scelti (emendamenti al documento di maggioranza, documento alternativo, ecc.), di incontrarci, di costruire, nelle varie fasi congressuali, iniziative e percorsi comuni, e per questo vogliamo interagire con i documenti che si esprimeranno nelle categorie e nei territori, offrendo loro una "sponda", uno sbocco perchè queste posizioni abbiano dignità e presenza fino al congresso nazionale confederale.
Noi vogliamo un "vero" percorso congressuale per una battaglia di contenuti, ma anche per la loro affermazione nella realtà della pratica sindacale, perchè troppo spesso ormai ci troviamo di fronte, come già abbiamo affermato in premessa, ad un "sindacato virtuale" che afferma principi dimenticati nell'azione contrattuale.
Vogliamo un congresso vero, e soprattutto un congresso che dia ruolo e protagonismo alle iscritte ed agli iscritti, che dia loro voce e potere per proporre propri contenuti e sintesi congressuali, senza ridurre tutto ad una conta: anche per questo riteniamo importante che le compagne ed i compagni ai vari livelli decidano liberamente se e come collegare il documento a liste di delegate e delegati o scegliere altre forme e percorsi.
Ci motiva, nella scelta che con questo documento abbiamo fatto, l'ambizione di poter contribuire ad offrire, con le posizioni qui espresse, un terreno di convergenza e di lavoro comune che renda realizzabile un desiderio di unità di tutta la sinistra sindacale al congresso nazionale della CGIL e poi, dopo il congresso, renda praticabile questa unità nell'impegno concreto del nostro lavoro.