Sul tema caldissimo dell'articolo 18 continuano a rincorrersi
voci e indiscrezioni sul tavolo che si riaprirà domani: ieri la
giornata è stata dominata da una presunta «novità» pubblicata da
Repubblica, secondo cui il governo vorrebbe proporre ai
sindacati la cancellazione dell'articolo 18 solo per i neo
assunti, «salvando» chi già oggi gode di questo diritto. Ma è
praticamente la scoperta dell'acqua calda, dato che Mario Monti
sin dal suo insediamento ha ripetuto che non verranno toccati i
diritti acquisiti (operazione che, tra l'altro, avrebbe
implicazioni di carattere costituzionale) e che si cambieranno
le regole solo per i nuovi ingressi. Dall'altro lato,
sembrerebbe prevalere di nuovo l'ipotesi Ichino (articolo 18
mai, ma un risarcimento al posto del reintegro) rispetto a
quella Boeri-Garibaldi (che invece prevede la «maturazione»
dell'articolo 18 pieno alla fine dei tre anni).
Anche in quest'ultimo caso, in realtà nessuna vera novità in
senso letterale: è un «rimpallo» tra teorie giuslavoristiche cui
siamo abituati da mesi, ma piuttosto pare rafforzarsi la messa
in soffitta totale della giusta causa e del reintegro, al
contrario di quello che vorrebbe la maggioranza del Pd (che ha
di fatto sposato la Boeri-Garibaldi con il suo «Cui», Contratto
Unico d'Ingresso), a favore delle preferenze totalmente
liberiste del professor Ichino (e, almeno personalmente, della
stessa ministra Elsa Fornero).
Ma ieri è stato anche il giorno del dibattito per via epistolare
tra il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, e la
segretaria della Cgil Susanna Camusso. Il primo, nel suo
editoriale di domenica, aveva citato un discorso di Luciano Lama
del 1978, in cui si invitava sostanzialmente il sindacato a
farsi carico di sacrifici per responsabilità nazionale (tra
l'altro, la moderazione salariale e una limitazione della cassa
integrazione), vista la delicatezza del momento storico. Camusso,
nella sua replica, non ha respinto l'idea della responsabilità
nazionale, ma dall'altro lato ha sottolineato che «non siamo più
nel 1978», che la realtà economica e sociale è molto diversa
rispetto a 35 anni fa e che oggi «la priorità sono i lavoratori
precari».
Tra le prime macro-differenze rispetto al 1978, c'è, spiega la
leader Cgil, «la distribuzione del reddito tra profitti e
retribuzioni che non aveva lo squilibrio di oggi», mentre allo
stesso tempo «la produttività decresce non per colpa
dell'articolo 18 ma, al contrario, al crescere della precarietà,
che non ha neanche incrementato l'occupazione, producendo invece
quel lavoro povero su cui sarebbe bene interrogarsi».
Al tavolo con il governo, ricorda ancora Camusso, «ci siamo
trovati di fronte a un documento del ministro non condiviso da
nessuno». «Pensiamo sia utile proporre un negoziato vero e non
affidarsi a ricette preconfezionate il cui fallimento è nei
numeri della precarietà e della disoccupazione - aggiunge infine
- Siamo i primi ad apprezzare che l'Italia sia tornata al tavolo
dei grandi, ma se ogni scelta presenta il conto solo al lavoro
abbiamo il legittimo dubbio, anzi la certezza, che si affronta
il "nuovo" con uno strumento antico e che il fine non sia far
ripartire il paese ma "salvare il soldato Ryan". Se sarà così
non si salverà l'Italia ma una sua piccola parte, che forse non
ha bisogno di salvarsi, perché lo fa già tra evasione, sommerso
e lobbismo».
La Cgil continua a portare avanti la proposta unitaria, basata
su un apprendistato allungato fino a tre anni senza articolo 18
(ma dopo l'assunzione, incentivata da fondi pubblici, la tutela
dovrebbe essere piena). Anche la Cisl è tornata a dire, con il
segretario Giorgio Santini, che «bisogna migliorare
apprendistato e inserimento, insieme agli ammortizzatori,
abbandonando l'idea di demolire l'articolo 18».
Il Pd mantiene con Stefano Fassina la proposta del Cui, ma resta
di fatto «polarizzato» tra le posizioni opposte di Pietro Ichino
e Cesare Damiano. Il primo, a L'aria che tira (La 7), ha detto
che «la metà della forza lavoro in Italia è esclusa
dall'articolo 18: la priorità adesso è quella di attivare un
meccanismo che sostenga il reddito», mentre per il secondo «non
si deve parlare di articolo 18, perché complica l'accordo:
togliere questa tutela ai nuovi assunti, istituzionalizzerebbe
la dualità e discriminazione che oggi si dice di voler
combattere».