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di Tiziano Rinaldini.
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FIAT: DEMOCRAZIA E CRISI
SOCIALE |
da "Inchiesta" di Gennaio 2012.
- La rivista è
consultabile sul sito
www.inchiestaonline.it
Da che mondo è mondo, da che capitalismo è capitalismo, le fasi
di crisi economica sono utilizzate per peggiorare le condizioni di
lavoro e di non lavoro, e per imporre la rimessa in discussione di
conquiste che si erano transitoriamente realizzate.
In particolare si tende a ripristinare il più possibile un
quadro di comando unilaterale dell’impresa sul lavoro e a
liberarla da responsabilità a cui essere vincolata nel rapporto
con i lavoratori e le lavoratrici. In ogni specifica situazione
lavorativa si tende ad affermare come unico vincolo ciò che il
capitale considera necessario per il successo di quell’impresa.
Ciò, a sua volta, non è ovviamente compatibile con la permanenza
di una iniziativa solidale dei lavoratori fra di loro e di uno
stato sociale universalistico per cui i problemi sociali vengono
ridefiniti su basi corporative e aziendalistiche o
assistenzialistico/minimali per chi ne resta fuori.
E’ quello che sta avvenendo in questa fase.
Le forme e i contenuti sono però particolarmente radicali ed
esplicite, proprie di un contesto caratterizzato dal modello che
si è imposto di cosiddetta “finanziarizzazione/globalizzazione”
dell’economia e della sua riconferma all’interno di una profonda
crisi del modello stesso, e segnato dagli effetti di storiche
sconfitte delle ipotesi prevalenti su cui si era espresso il
movimento operaio nel secolo scorso.
Non mancano reazioni a queste dinamiche, sia sul piano di
analisi e proposte per un approccio alternativo alla crisi attuale
(come testimoniamo tra gli altri gli stessi contributi pubblicati
in questi mesi dal Manifesto sulla rotta dell’Europa), sia sul
piano della persistenza di movimenti, iniziative sindacali e anche
politiche di opposizione.
Spesso tutto ciò appare ancora debole rispetto alla possibilità
di farsi strada; talora si paga anche dazio per la robusta
presenza di contraddizioni o anche evidenti ambiguità.
La poca chiarezza con cui si sta approcciando al mercato del
lavoro isolando il “muro” che pure sembra per il momento essersi
rafforzato sulla non discutibilità dell’articolo 18; i contenuti
degli accordi che si sottoscrivono in moltissime situazioni;
l’indiscussa strutturalità con cui il fisco viene
incostituzionalmente utilizzato per premiare l’adesione del
lavoratore a ciò che comanda l’impresa (ad esempio le ore di
straordinario), e di conseguenza la punizione del salario da
contratto nazionale; la ormai sempre più estesa pratica di deroghe
aziendali, resa possibile da molti contratti nazionali che perdono
così la loro ragione d’essere (almeno per i lavoratori).
Questi sono solo alcuni dei problemi interni al quadro prima
tratteggiato. Richiedono senza dubbio maggiore conoscenza,
attenzione e battaglia politica se si vuole rendere più credibile
il tentativo di costruire alternative.
Nel contempo però risalta una particolare inadeguatezza
rispetto ad un piano di confronto con la situazione senza il quale
vengono forti dubbi sulla reale consapevolezza della portata della
crisi e di quanto, anche di innovato, vada messo in campo per
costruire una risposta credibile.
C’è qualcosa che sta accadendo (su cui intendo qualificare
questa riflessione) che va al di là del quadro sino ad ora
descritto e sul quale trova conferma una estesa, radicale e
decisiva inadeguatezza della lettura che ne viene prevalentemente
data e delle risposte a cui dovremmo essere richiamati, con
conseguenze che si riflettono su tutto il resto.
Mi riferisco ad una serie coerente di fatti che nell’ultimo
anno in particolare sono intervenuti sul terreno delle relazioni
sindacali (favoriti dalla scarsa consapevolezza con cui si è
reagito all’accordo separato del 2009 tra alcune centrali
sindacali e la Confindustria,e mai validato dai lavoratori, e per
la verità niente affatto ostacolati dall'accordo unitario delle
confederazioni del giugno scorso).
Sono fatti finalizzati a rendere il confronto e il conflitto
sociale nei luoghi di lavoro formalmente impraticabili dal punto
di vista della democrazia e di diritti che ne permettano
l’effettivo esercizio.
Le scelte Fiat a Pomigliano e a Torino (Mirafiori e Bertone)
imposte senza alcuna contrattazione e sulla base del noto ricatto;
il collegato al lavoro del 2010 e l’articolo 8 del gravissimo
decreto governativo dello scorso autunno; la successiva estensione
delle scelte Fiat a tutto il mondo Fiat e la ulteriore estensione
in atto alle aziende che operano per la Fiat; la decisione di
Federmeccanica/Confindustria di non riconoscere l’unico contratto
nazionale di lavoro dei meccanici siglato da tutte le
organizzazioni sindacali sulla base del voto dei lavoratori, ed il
tentativo di sostituirlo con un contratto nazionale separato mai
votato dai lavoratori, che rende possibile in ogni specifica
situazione lavorativa derogare dal contratto stesso, rendendo così
aleatoria per i lavoratori la protezione solidale derivante dal
contratto nazionale.
Questi sono tutti fatti che determinano anche sul piano formale
la eliminazione (totale nel caso della Fiat e per ora parziale per
il resto) di diritti e di libertà sindacali fondamentali in primo
luogo per i lavoratori e di conseguenza per le rappresentanze che
a loro vogliano vincolarsi nel fare contrattazione, piattaforme e
accordi.
In sintesi, l'esercizio di libertà sindacali democratiche
all'interno dei luoghi di lavoro viene espulso dal sistema di
relazioni ritenuto ammissibile, comprendendo gli stessi diritti di
ogni singolo lavoratore.
Sono riconosciuti spazi e agibilità solo a chi di partenza
sottoscriva la rinuncia a tentare di costruire ed affermare un
punto di vista autonomo dall'interesse dettato dall'impresa, e
quindi in senso lato dall'attuale economia (tranne naturalmente
quando è l'impresa a fare critiche all'economia).
Tutto ciò interviene drasticamente sulla dimensione lavorativa
di uomini e donne con buona pace per i buoni propositi sulla
cittadinanza di cui tanto si è parlato in questi anni.
E' chiaro che non necessariamente il modello Fiat verrà esteso
a tutte le imprese. Il risultato indiscutibile che comunque ne
consegue è la balcanizzazione impresa per impresa delle relazioni
sociali e sindacali, e il tentativo di annullare la possibilità
che i lavoratori, a partire dai luoghi di lavoro, possano
esprimersi sulla base di un interesse unitario e solidale e cioè
l'unico percorso attraverso il quale possano esistere come
soggetto sociale e influenza politica. Non è certo casuale che al
centro di questa offensiva vi sia l’annullamento del valore del
contratto nazionale come valore apprezzabile dal punto di vista
dei lavoratori.
Questo risultato non sarebbe perseguibile senza la piena e
attiva collaborazione e complicità messa in campo da Cisl e Uil,
riconfermata anche in queste ultime settimane nonostante che la
deriva Fiat indichi con chiarezza la riduzione delle
organizzazioni sindacali a sindacati di regime.
Si potrebbe ulteriormente approfondire.
Comunque, per riscontrare quanto affermato, “agli uomini e alle
donne di buona volontà” basterebbe leggere gli atti e guardare i
fatti prima richiamati.
Per gli altri non saprei cosa fare; sarebbe come discutere se
la terra è rotonda o quadrata.
Siamo quindi ben oltre il problema di valutare negativamente o
positivamente un accordo sindacale o della presa d'atto di un
brutto accordo, che può anche capitare venga sottoscritto; siamo
ben oltre la possibilità di considerarlo tema genericamente
complementare ad altri temi o comunque riducibile ad una
dimensione sindacale intesa come dimensione parziale.
Se proprio, come molti fanno, vogliamo trovare analogie
storiche (scontando gli inevitabili limiti di esercizi di questo
tipo) dovremmo risalire all'attacco alle libertà sindacali negli
anni venti del secolo scorso,che tra l'altro vide anche allora una
estesa sottovalutazione o rilevanti complicità nel mondo politico
e sindacale.
In tutta evidenza siamo in presenza di qualcosa che non ha
precedenti nella storia della Repubblica.
Vi sono state fasi di drammatica lotta sociale e di offensiva
padronale che hanno modificato i rapporti di forza per lunghi
periodi di tempo.
Niente però di paragonabile a un utilizzo del particolare
indebolimento che si determina all'interno della crisi per
instaurare regimi di relazioni che modificano alla radice regole e
diritti in modo tale da espellere (e non semplicemente da
ostacolare) la libertà sindacale (dei lavoratori prima ancora che
delle organizzazioni) dai luoghi di lavoro.
Chi richiamasse analogie storiche per oscurare la specifica
radicale portata di quanto sta avvenendo denoterebbe soltanto una
volontà di negazione della realtà sulla base della quale si
costruirebbero solo castelli di sabbia nel cercare risposte
alternative alla crisi in corso.
E' uno di quei casi in cui storici e studiosi hanno l'occasione
per dare un senso alle loro competenze, subito, non fra qualche
anno, contribuendo alla chiarezza dello stesso dibattito politico
e sindacale.
Certamente ciò che sta accadendo si colloca in un quadro di
crisi sociale e occupazionale gravissima, e ciò può contribuire a
far si che non venga colta l'importanza del passaggio qui
denunciato e venga elusa la responsabilità a cui siamo richiamati.
E' altrettanto certo quindi che la risposta da dare
sull'attacco alle libertà democratiche non può essere isolata e
separata dagli altri problemi.
Ciò che non è condivisibile è l'utilizzo degli altri temi
economici e sociali per oscurare una questione decisiva e centrale
o lasciare intendere che si tratta di questione aziendale o al
massimo di categoria (anche magari dichiarando solidarietà o
aggiungendolo genericamente alle altre).
A me pare che questo sia un atteggiamento molto diffuso, a vari
livelli, quasi che si possa parlare credibilmente di coesione
sociale o di patto sociale in presenza di una lesione democratica
a livello sociale di questa portata.
Sarebbe sufficiente a questo proposito pensare all'ipocrisia
con cui si continua a declamare retoricamente il richiamo
all'unità sindacale e all'accordo del 28 giugno mettendo fuori
campo il problema dell'abrogazione dell'art.8 del decreto del
precedente Governo e la presa d'atto che accordi come quello Fiat
condivisi da Confindustria, Cisl e Uil (e sottoscritti dai loro
sindacati di categoria) e hanno così determinato nei fatti la
palese sconfessione dell'accordo del 28 giugno.
Non credo vi sia oggi qualificazione (e credibilità) sul ruolo
che si intende svolgere per costruire dentro la crisi una
alternativa senza assumere centralmente il problema qui
denunciato. E' un sorta di cartina di tornasole (per tutti),
condizione necessaria, anche se ovviamente non sufficiente.
Davvero si può pensare che si possa aprire la strada per
processi alternativi a quelli in corso se il tema delle libertà
democratiche e dei diritti a livello sociale non è centrale in
presenza del più radicale degli attacchi mirato ad espellere
democrazia e solidarietà dai luoghi di lavoro?
Non è certo casuale che la Fiom sia al centro di questo
attacco.
E' infatti la Fiom che più coerentemente sostiene la necessità
di innovare e democratizzare il sindacato e la dimensione sociale.
E' il caso di ricordare la posizione che da anni la qualifica:
l'esercizio della contrattazione collettiva deve essere vincolata
alla titolarità dei lavoratori, e quindi da un lato non si può
sottoporre a scambio diritti individuali e collettivi inviolabili
e dall'altro la validità di piattaforme rivendicative e accordi
deve essere vincolata al consenso e al voto dei lavoratori e delle
lavoratrici.
Come non vedere che l'aggressione alla Fiom è innanzitutto nei
confronti di un ostacolo all'attacco di fondo contro i lavoratori
e le loro libertà?
Il paradosso è che si cerca di far passare l'aggressione al
sindacato dei meccanici in quanto rappresenterebbe un residuo del
passato, quando al contrario si cerca di sbarrare la strada ad una
idea nuova e democratica sullo spazio sindacale e la dimensione
sociale, il ruolo della organizzazione e l'esercizio della
titolarità e dei diritti da parte dei lavoratori e degli uomini e
delle donne nella loro concreta dimensione sociale.
La posta in gioco non è chiudere il passato, ma a quale futuro
aprire la strada, ben al di là dello stesso campo sindacale.
Il dato oggi straordinario, in un quadro devastato dalla crisi
e dalle condizioni della politica, è la tenuta della Fiom, il
consenso e radicamento tra i lavoratori e la capacità di essere
punto di riferimento anche al di là del mondo del lavoro.
Altro che sconfitta. La sconfitta vi sarebbe stata se la Fiom
avesse sottoscritto gli accordi capestro e il regime che
determinano, anche nella forma di firma tecnica con escamotage
tipici della peggiore cultura nazionale del passato.
E' vero, la Fiom è una anomalia disturbante al punto tale che è
comprensibile l'accanimento con cui si cerca di eliminarla, sino
ad ora invano.
E' per questo che oggi viene offerta una risorsa e possibilità
concreta, presente sul campo delle dinamiche sociali (e non solo
nei commenti e desideri esterni) per recuperare una azione interna
alla crisi che impedisca in primo luogo la chiusura degli spazi
democratici per tutti, forze politiche e sindacali, movimenti e
cittadini.
A me pare che questo sia il punto di vista e lo sguardo sulla
realtà da assumere per tutti gli uomini e le donne di buona
volontà, o meglio per tutti coloro che ritengano indispensabile
attraversare la crisi espandendo e innovando la democrazia e non
limitandola sino ad accettarne la soppressione a partire dalla
dimensione sociale e dal lavoro.
Per questo appare miope ed irresponsabile un diffuso
atteggiamento che invece di cogliere e generalizzare, tende di
fatto a ridimensionare e ricondurre la partita aperta tra i
meccanici a questione di alcune fabbriche o di una categoria.
Viene così scaricata sulle spalle di una parte dei lavoratori,
pressati dal ricatto occupazionale, la risposta su un fronte di
scontro di radicale effetto generale sul futuro della democrazia.
E' un atteggiamento che contribuirebbe a creare condizioni per
isolare e sconfiggere non i metalmeccanici, ma la questione
democratica.
Evitare queste derive richiede a tutti (di fronte ad una crisi
di questa portata) il superamento di un approccio da sempre troppo
diffuso anche nel pensiero politico e sociale di sinistra, per cui
in tempi di crisi sociale si è portati a considerare poco
“concreta” la questione democratica, non in grado di essere capita
dalle masse o dalle moltitudini che siano, e pertanto semmai da
rinviare a tempi migliori.
Gli esiti storici di questo approccio e gli spunti che ci
vengono dagli attuali movimenti di opposizione dovrebbero aiutarci
per innovare anche su questo piano.
Siamo ancora in tempo. |