Il valzer delle indiscrezioni non si ferma mai. E così la bozza di
riforma del mercato del lavoro finisce sui giornali ufficialmente
ancor prima che sui tavoli dei segretari generali dei sindacati
confederali (gli altri, a quanto pare, non vengono considerati).
In realtà, chi ha fatto uscire la notizia spiega anche che «ci
sarebbe già una convergenza di fondo» con le tre sigle storiche.
Non solo sui contenuti, ma anche sulle modalità di svolgimento di
quella che comunque non sarà una trattativa in stile
«concertazione». Questo governo, e Mario Monti non perde occasione
di ripeterlo, si muove su un altro pianeta: ascolta i pareri delle
parti sociali, ma poi decide per conto proprio. C'è un po' più di
cortesia istituzionale rispetto al predecessore (che faceva solo
accordi separati con i «complici» che ci stavano), ma nessuno
spazio al «condizionamento». Almeno da parte sindacale.
Risulta perciò che lunedì Monti aprirà la riunione con una
premessa «filosofica» per poi partire per Bruxelles, lasciando a
Elsa Fornero e Corrado Passera il compito di condurre due tavoli
distinti per quanto riguarda il mercato del lavoro e le «misure
per la crescita». Teoricamente, però, anche la modifica radicale
dei rapporti contrattuali viene spacciata come una «misura per la
crescita», sollevando sguardi interrogativi, critiche e anche
qualche ilarità.
Sul merito della riforma il dettaglio che viene anticipato è molto
articolato e organico. È insomma un «progetto», non idee buttate
lì. Ufficialmente la modifica dell'art. 18 dello Statuto dei
lavoratori è fuori discussione, ma il fatto che fosse stata
inserita di soppiatto nella bozza sulle «liberalizzazioni» - anche
se poi ritirata - rivela che nel governo l'idea non è mai
tramontata. Semplicemente, si cerca ancora il modo di farla andar
giù all'unico sindacato confederale che dice di non volerne
neppure sentir parlare: la Cgil. È dietro l'angolo, insomma.
In non nominarla può però facilitare l'accettazione di uno schema
di riforma che non assume la richiesta dei tre sindacati:
contratto di apprendistato per i nuovi assunti e modello attuale
(modificato peraltro con un accordo separato nel gennaio 2009) per
tutti gli altri.
In estrema sintesi. Viene istituito un «contratto unico di
ingresso» (Cui), che per tre anni consente al datore di lavoro di
procedere al licenziamento, pena un piccolo risarcimento
proporzionale al periodo lavorativo. «In compenso» la bozza
promette addirittura la «cancellazion» delle 48 tipologie di
contratto precario oggi esistenti. Troppa grazia, santantonio...
diventa difficile crederci, nel momento che Confindustria ne
vorrebbe mantenere più o meno la metà. Dopo tre anni scatta
(forse) il contrato a tempo indeterminato, sempre che non
precipiti di nuovo la ghigliottina sull'art.18. Per «convincere»
le aziende ad assumere con questa forma viene proposto di rendere
molto più costoso il lavoro a tempo determinato o a progetto, in
modo tale da farne un relazione tipica solo di alcune figure
apicali (consulenti, ecc). Una serie di norme per automatizzare
l'assunzione «fissa», nel caso di «furbate» da parte degli
imprenditori, dovrebbe infine chiudere il cerchio.
Uno schema del genere, però, non può reggere senza un «salario
minimo» che oggi viene deciso dalle relazioni industriali al
momento del rinnovo del contratto nazionale di categoria. Ma,
visto che non si vuole affatto abrogare l'art. 8 della «manovra
d'agosto» (quella furbata di sacconi che consente alle aziende di
derogare sia dai contratti che dalle leggi dello Stato), è
facilmente ipotizzabile che di contratti nazionali «veri» - d'ora
in poi - se ne potrebbero vedere ben pochi. Il livello di questo
«salario minimo» - oltretutto - andrebbe comunque determinato da
una contrattazione tra le parti oppure, in caso negativo, dal Cnel.
Ultimo punto, non meno conflittuale, la «riforma degli
ammortizzatori sociali». L'idea è quella di lasciare la sola cassa
integrazione ordinaria per gli stati di crisi aziendale, abolendo
la straordinaria e la mobilità. In cambio, anche qui, un «reddito
di disoccupazione» di difficile quantificazione, specie in tempi
di crisi. Ma comunque presumibilmente più basso dell'attuale
«mobilità» (60% dell'ultimo stipendio) e di durata inferiore. Qui
i problemi concreti sono di fatto infiniti, visto che le aziende
continuano a licenziare ricorrendo a cig e mobilità «lunga»,
dimensionata spesso in modo tale da consentire l'approdo alla
pensione per i lavoratori più anziani. Traguardo che viene
continuamente spostato dalle riforme pensionistiche allungano
l'età lavorativa.
Cgil, Cisl e Uil protestano chiedendo un «confronto vero». Ma le
probabilità che tutto finisca come per le pensioni sembra davvero
alte.