Riforma del lavoro, ecco il piano Fornero - contratto unico, più soldi se lavori a termine
Lunedì la trattativa tra esecutivo e parti sociali, ma ci sarebbe già una convergenza di fondo. Possibile accordo sul modello contrattuale degli economisti Boeri e Garibaldi. Posto garantito dopo 3 anni. Monti: "Vogliamo creare una maggiore mobilità che comunque protegga il lavoratore" di PAOLO GRISERI
che nei corridoi di palazzo
Chigi viene definito scherzosamente "filosofico", introdotto
dal premier Mario Monti. E, subito dopo, due tavoli
operativi sulla riforma del mercato del lavoro e sulla
crescita. Il primo con il ministro Elsa Fornero, il secondo
con il titolare delle attività produttive, Corrado Passera.
E' lo schema con cui si svolgerà lunedì la trattativa tra
governo e parti sociali. Sul mercato del lavoro i sondaggi
delle ultime ore inducono a un certo ottimismo.
Si sarebbe insomma trovato un terreno di comune discussione
tra sindacati, ministri e imprenditori intorno al disegno di
legge di riforma suggerito due anni fa dagli economisti Tito
Boeri e Pietro Garibaldi. L'intendimento di Fornero sarebbe
di arrivare a febbraio al varo del provvedimento. Esclusa
l'ipotesi del decreto, più probabile che si vada verso il
disegno di legge o il disegno di legge delega.
La filosofia è quella annunciata ieri da Mario Monti:
"Dovremo ridurre la frammentazione dei contratti e far
andare di pari passo la riforma del mercato del lavoro con
quella degli ammortizzatori sociali". Poche parole per dare
il via libera al contratto unico di apprendistato e
all'introduzione del reddito di disoccupazione, i due assi
della riforma Fornero.
L'obiettivo, spiega Monti, è quello di creare "una maggiore
mobilità che protegga il lavoratore ma non renda sclerotico
il mercato del lavoro" per favorire l'occupazione giovanile
e renderla meno precaria. Su questi presupposti si starebbe trovando una mediazione tra sindacati e
industriali, con i partiti che, sia pure con qualche
distinguo, non sarebbero pregiudizialmente contrari. La
riforma non toccherebbe direttamente l'articolo 18 dello
Statuto dei lavoratori ma ne limiterebbe l'efficacia in
alcune fasi della vita lavorativa dei dipendenti. Per la
Cgil "è importante tenere insieme crescita ed equità". Per
la Cisl "è essenziale che il governo arrivi al tavolo con la
disponibilità a contrattare davvero".
Ma i tempi stringono ed è plausibile che i margini di
trattativa non saranno molto ampi. Lunedì, subito dopo aver
aperto la riunione, Monti volerà a Bruxelles a rassicurare i
partner europei sull'avvio delle riforme italiane. Ecco le
linee principali del progetto.
IL CONTRATTO UNICO
Accesso
con tutele a tappe, poi niente licenziamenti
L'idea è quella di sostituire con un unico contratto gli
attuali 48 censiti dall'Istat. E' la frammentazione che
penalizza soprattutto donne e giovani e che porta il salario
medio lordo di un lavoratore italiano il 32% sotto la media
dei Paesi dell'area euro. Nascerà per questo il Cui,
contratto unico di ingresso. Avrà due fasi: una di ingresso,
che potrà durare, a seconda dei tipi di lavoro, fino a tre
anni. E una seconda fase di stabilità, in cui il lavoratore
godrà di tutte le tutele che oggi sono riservate ai
contratti a tempo indeterminato.
Durante la fase di ingresso, in caso di licenziamento con
motivazioni che non siano di tipo disciplinare ("giusta
causa"), il datore di lavoro non avrà l'obbligo di
reintegrare il dipendente ma potrà risarcirlo pagando una
specie di penale pari alla paga di cinque giorni lavorativi
per ogni mese lavorato. In caso di una fase di ingresso di
tre anni, il licenziamento dovrà essere risarcito con sei
mesi di mensilità.
Già oggi, durante il periodo di prova, non si applica la
l'articolo 18 sui licenziamenti. La riforma prevede che il
periodo di prova si possa allungare fino a tre anni e in
cambio concede che il contratto di ingresso si trasformi
automaticamente, al termine della prova, a tempo
indeterminato. L'automatismo evita al lavoratore il
succedersi di decine di minicontratti precari. Le imprese
dopo tre anni possono licenziare il dipendente con un
risarcimento senza essere costrette ad assumerlo.
TEMPO DETERMINATO
Per i
contratti a termine salario sopra i 25mila euro
Oggi sono una prassi diffusa nelle aziende che possono così
assumere senza prendersi impegni particolari nei confronti
dei dipendenti. La riforma li renderà invece una specie di
lusso, un modo per remunerare professionisti e personale
specializzato. Uno studio del Collegio Carlo Alberto di
Torino, di cui Garibaldi è direttore, mette in evidenza che
nel 2008 il 96% dei dipendenti italiani a tempo determinato
guadagnava meno di 35 mila euro lordi all'anno. Una
retribuzione per mansioni medio basse.
Con il provvedimento allo studio invece sarà impossibile
assumere a tempo determinato dipendenti per i quali viene
corrisposto un salario inferiore ai 25 mila euro lordi annui
(o proporzionalmente inferiore se la prestazione dura meno
di dodici mesi). Naturalmente faranno eccezione i lavori
tipicamente stagionali (come quelli agricoli o alcuni nelle
località turistiche).
Verrà messo un tetto anche ai contratti a progetto e di
lavoro autonomo continuativo che rappresentino più di due
terzi del reddito di un lavoratore con la stessa azienda. Se
questi contratti avranno una paga annua lorda inferiore ai
30 mila euro, saranno trasformati automaticamente in Cui.
La
riforma dovrebbe anche prevedere l'introduzione di un
salario minimo legale stabilito da un accordo tra le parti
sociali. Se non si trovasse l'accordo, il salario minimo
dovrà essere fissato dal Cnel.
GLI AMMORTIZZATORI
Verso il
reddito minimo, ma si cerca la copertura
Oggi sono di tre tipi: cassa integrazione ordinaria, cassa
straordinaria e mobilità. L'obiettivo è quello di
semplificare e tornare alle origini: con la cassa
integrazione ordinaria che interviene solo per far fronte
alle crisi cicliche e temporanee dei settori.
Per le crisi strutturali e il sostegno a chi ha perso il
lavoro dovrebbe invece intervenire il reddito minimo di
disoccupazione. Una misura che esiste in molti Paesi
occidentali ma che è costosa. Soprattutto in fasi
economiche, come l'attuale, in cui la ristrutturazione delle
aziende lascia senza lavoro quote crescenti di lavoratori
dipendenti. Ieri Monti ha invitato a far procedere "di pari
passo" la riforma degli ammortizzatori sociali con quella
dei contratti di lavoro.
Non sarà facile. Con poche risorse a disposizione e con
l'inasprimento dei requisiti per maturare il diritto alla
pensione, sarà già difficile utilizzare strumenti come la
mobilità lunga, oggi ampiamente sfruttati dalle aziende per
ristrutturare scaricando almeno una parte dei costi
sull'Inps. E' comunque probabile che il passaggio dalla
mobilità al reddito minimo di disoccupazione avvenga in modo
graduale nel tempo risolvendo contemporaneamente il problema
dei molti che oggi si trovano in mezzo al guado, con una
mobilità lunga calcolata per approdare a un'età pensionabile
a sua volta allontanata dalla nuova riforma previdenziale.
ALL'ESTERO
Ogni
Paese ha la sua soglia per garantire i più deboli
In Italia non esiste un salario minimo, come invece si
vorrebbe introdurre con la proposta di riforma del lavoro di
Boeri e Garibaldi. Il salario minimo è contrattato a livello
di categoria o di azienda ed è quindi molto variabile. Ma
esistono aree, come quelle dei precari che lavorano a
progetto, in cui del salario minimo non c'è traccia. Non è
così all'estero dove gli Stati stabiliscono per legge qual è
la paga oraria minima che un datore di lavoro può
corrispondere.
In genere si tratta di soglie che vengono rivalutate
annualmente agganciandole all'andamento dell'inflazione o
alla dinamica del Pil. L'obiettivo è comunque quello di
stabilire un livello sotto il quale non è consentito andare
per far si che tutti i lavoratori abbiano una paga in grado
di mantenere una famiglia in condizioni dignitose.
Ogni paese ha fissato quella soglia, a seconda del suo
livello di vita e dell'importanza che una nazione annette
alla protezione sociale della fasce più deboli della
società. Così in Francia il salario minimo è di circa 1.350
euro lordi mensili mentre in Spagna è di circa la metà, 600
euro lordi mensili. Molto basso il salario minimo
brasiliano, l'equivalente di 237 euro lordi mensili. Il
salario minimo è cinque volte più alto in Inghilterra: 960
sterline, equivalenti a 1.150 euro.