11/01/2012
Nessuno capisce che cos’è il debito
di Guido
Carandini e Paolo Leon
Il premio Nobel Paul Krugman,
ha scritto sul New York Times un articolo intitolato
"Nessuno capisce cos'è il debito". Intendeva nessun economista
della scuola preferita dai conservatori, e il debito cui si
riferiva è quello pubblico generato dal disavanzo della spesa
statale. Per dimostrarlo ha fatto il seguente esempio. Coloro
che aborriscono i disavanzi statali ritengono che possano
causare un futuro in cui i cittadini saranno impoveriti dal
dover rimborsare il denaro preso a prestito. Quindi paragonano
gli Stati Uniti a una famiglia che abbia contratto un mutuo
tanto oneroso da condannarla a soffrire gravi difficoltà nel
pagamento delle rate mensili. Ma, dice Krugman, si tratta di una
analogia falsa per due motivi.
Il primo: le famiglie devono rimborsare
il debito contratto ma non i governi, ai quali si impone solo che il
debito cresca meno della base fiscale. L'enorme debito contratto
durante la seconda guerra mondiale non è mai stato rimborsato ma è
diventato progressivamente irrilevante man mano che l'economia Usa
cresceva e con essa i redditi soggetti a tassazione.
Il secondo: una famiglia oberata dai
debiti deve del denaro a qualcun'altro, mentre il debito degli Usa è
in larga parte denaro che è dovuto ai suoi stessi cittadini. È vero
che a causa del debito contratto per vincere la seconda guerra
mondiale i contribuenti sono stati colpiti da un onere che, in
rapporto al reddito nazionale, era assai maggiore di quello attuale.
Ma quel debito era anche posseduto dai contribuenti che avevano
acquistato i titoli del Tesoro americano e quindi non rese più poveri
gli americani del dopoguerra i quali, anzi, godettero del più marcato
aumento dei redditi e degli standard di vita mai avvenuto nella storia
degli Stati Uniti. Krugman sostiene dunque che, in determinate
situazioni, politiche governative dirette a stimolare la crescita e
l'occupazione possono rendere sopportabili aumenti del debito assai
superiori a quelli che la saggezza convenzionale ritiene accettabili.
Le argomentazioni di Krugman contro la
miope visione degli economisti e dei politici che avversano
l'indebitamento statale sono convincenti ma non forniscono di quella
miopia una ragione logica. Che invece emerge chiaramente da una
diversa teoria che sostiene, al contrario di ciò che si pensa
comunemente, che il sistema capitalista per sua natura è perpetuamente
costituito dalla stretta connessione fra la dimensione
privata-individuale e quella pubblica-statale, ma altresì che
l'intreccio fra quelle due dimensioni non lo si può cogliere a prima
vista. Perché (proprio come nel caso delle due facce di una moneta) la
percezione di una nasconde l'altra e perciò la visione individuale
nell'economia – cioè il punto di vista della famiglia che si indebita
- occulta la visione dell'intervento statale – cioè il punto di vista
delle sue conseguenze sull'insieme dei cittadini. Esistono, in altre
parole, effetti delle azioni dei singoli individui sul complesso
dell'economia di cui essi sono inconsapevoli, come è altrettanto vero
che vi sono azioni pubbliche che producono effetti sui singoli di cui
lo Stato non è conscio.
Per superare questa oscura dicotomia
occorre collocarsi al di fuori di entrambe le dimensioni sia individuale
che statale, e situarsi invece in un'altra che si può definire
"collettiva", capace di rivelarle simultaneamente. È difatti la
dimensione collettiva che rende evidente la duplice interconnessione
pubblico-privato ignorando la quale si incorre in errori gravi
nell'analisi teorica ma anche nelle concrete politiche economiche. A
cominciare da quelle che invocano ossessivamente le regole
dell'"austerità", magari buone per le famiglie ma non per i governi. Un
solo caso può bastare a illustrare questo problematico carattere duale
del capitalismo.
È il caso del "reddito nazionale" che,
essendo uguale alla somma dei profitti e dei salari, misura l'economia
nel suo complesso e nel quale perciò non sono affatto distinguibili gli
obiettivi delle famiglie (il salario) da quelli delle imprese (i
profitti). E tuttavia è proprio a questo livello complessivo
dell'economia che un aumento della quota dei profitti nel reddito
nazionale ai danni dei salari (auspicato dalle imprese) produrrà una
riduzione della quota dei consumi, e quindi anche una riduzione del
prodotto interno lordo (il Pil) mentre, all'opposto, si otterrà un
aumento del Pil dall'aumento della quota dei salari a danno dei profitti
(deprecato dalle imprese). Se invece da quello complessivo si passa al
livello dei singoli agenti sia produttori che consumatori, si scopre che
essi, nelle loro rispettive azioni sul mercato tese a incrementare i
propri profitti o i propri consumi, sono all'oscuro degli effetti
positivi o negativi che quelle azioni produrranno sul Pil e, quindi, al
loro livello decisionale non possono esserne direttamente la causa.
Ecco dunque che questo famoso Pil non
dipende né dai comportamenti individuali, come sostiene la scienza
economica prevalente, né da autonome azioni pubbliche, ma da
comportamenti politici, sindacali e/o lobbistici che influiscono in
larga misura proprio sulle politiche economiche e di distribuzione dei
redditi da parte degli Stati, e quindi sul tipo di spesa pubblica che
essi attuano.
Se mettono in atto politiche di austerità
quando la crisi è di domanda, seguendo l'istinto individuale che nella
crisi spinge per il risparmio, allora la crisi non è battuta. Se invece
aumentano la spesa pubblica, che nelle circostanze è causa
inevitabilmente di nuovo indebitamento possono, a determinate
condizioni, come nel pensiero di Krugman, provocare non un impoverimento
ma un arricchimento della collettività, come è avvenuto nell'ultimo
dopoguerra. Fra quelle condizioni c'è ovviamente la destinazione del
maggiore debito non allo spreco, alla corruzione, o al sollievo diretto
dei margini di profitto, ma all'aumento della domanda per le attività
produttive e agli incrementi della produttività. E, attraverso ciò, al
Pil, ai salari e ai profitti.
Ma è ovviamente necessario un adeguato
lasso di tempo perché questi effetti si realizzino. E proprio qui sorge
il problema dei mercati finanziari e del loro predominio a livello
globale. Perché se anche, al contrario di quanto oggi avviene, invece di
ridurre la spesa pubblica la si accrescesse per stimolare la produzione
e l'occupazione, potrebbe succedere che il maggiore indebitamento che ne
deriverebbe non avrebbe come effetto immediato l'aumento del Pil ma
dovrebbe misurarsi con la speculazione finanziaria che, incapace di
prevederne gli effetti positivi nel periodo più lungo, ne farebbe salire
il costo (lo spread) tanto da vanificarne gli effetti positivi.
Questa è la trappola in cui si trovano
oggi tutti i Paesi, compreso il nostro, nei quali la sovranità è stata
svuotata da poteri metanazionali e da una cultura economica e politica
incapace di sollevare lo sguardo a livello collettivo e di dominare il
rischio di una prolungata recessione, assai pericolosa per le nostre
democrazie.
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