Ichino&Co.: "La riforma va fatta" ... si prepara la resa dei Monti
Plauso dei veltroniani alla ministra Elsa Fornero, che ha in
testa "un disegno organico". Dentro al Pd le linee sono diverse.
Bersani: "Non può andare avanti così, sarebbe da
irresponsabili". Il 20 e 21 gennaio è stata calendarizzata
l'assemblea nazionale, i bersaniani ostentano sicurezza.
Daniela Preziosi - 05.01.2012 - Manifesto
Dopo i 'consigli' del segretario Pd al governo sull'imminente
riforma del lavoro, ieri hanno battuto un colpo i veltroniani coté
demoliberista di Enrico Morando. Un editoriale su Qdr,
giornale online d'area (l'acronimo di 'Qualcosa di riformista' non
aiuta a districarsi nella selva correntizia Pd dove tutti si
definiscono riformisti) regala un applauso preventivo alla
ministra del Lavoro Elsa Fornero, benché la riforma su cui stanno
lavorando i suoi tecnici non prometta niente di buono. Fornero «ha
le idee chiare: vuole rendere più efficiente il mercato del
lavoro e spostare risorse dalla previdenza all'assistenza», si
legge. «Ha in testa un disegno organico». E comunque «le riforme
vanno fatte perché è giusto ed utile farle, non perché servono a
farci risparmiare quattrini. Anzi, dato che l'obiettivo è farla
finita con il regime di apartheid in cui sono relegati milioni di
italiani, i cosiddetti giovani, di risorse ne servono di più, non
di meno».
LO SCONTRO SUI LICENZIAMENTI
L'allusione è alla riforma dell'articolo 18 dello statuto dei
lavoratori. «Impotabile» per la maggioranza del partito
democratico. E invece persino auspicabile per la minoranza
interna, seguace dell'attivismo teorico del professor Pietro
Ichino. Che ieri ha battuto un altro colpo, dalle colonne del Futurista,
l'house organ dei finiani, e non a caso, visto che la proposta di
Fli è molto vicina alla sua: «Esistono tecniche di protezione
diverse, penso a quelle sperimentate nei paesi scandinavi che
garantiscono la libertà, la sicurezza e la dignità dei lavoratori
dipendenti meglio dell'art. 18. E che, soprattutto, non
generano dualismo di tutele nel tessuto produttivo, come
invece lo genera l'articolo 18». Sul Sole 24 Ore, sempre
ieri, il professore si è dichiarato poi convinto del fatto che la
riforma (sottinteso la sua, una delle ben tre proposte che i
parlamentari Pd hanno depositato in aula) «sembra ormai più che
matura sia sul piano tecnico che su quello politico».
Sarà anche matura nel paese (ma a giudicare dall'annuncio di lotte
da parte dei sindacati non sembra), il fatto è che la riforma del
mercato del lavoro, per come la sta incardinando il governo, non
sembra per niente «matura» dentro il Pd.
PRIMA O POI L'ASSEMBLEA ARRIVA
Visto che il posizionamento in aula del Pd sulla riforma non
riserverà grandi sorprese neanche questa volta, quello dei
veltroniani e delle minoranze interne (va ricordato che su questi
temi anche l'area di Ignazio Marino apprezza le teorie di
Ichino) ha l'aria di un posizionamento interno in vista
dell'assemblea nazionale più volte slittata e ora calendarizzata
per il 20 e il 21 gennaio.
In pieno dibattito sulla riforma. Le differenze interne sono
pesanti. E saranno acuite dall'appoggio illimitato che darà in
aula il Pdl (alle prese dal canto suo con un terremoto interno) ai
provvedimenti sul lavoro per scongiurare quelli, annunciati, sulle
liberalizzazioni.
Al momento per il Pd quell'assemblea si preannuncia come il luogo
di una prima resa dei conti interna. La maggioranza bersaniana
ostenta tranquillità. «In quella sede discuteremo e si vedrà se
esiste una posizione maggioritaria diversa da quella che il
partito ha già assunto. Di certo non è possibile avere tre
linee, sarebbe da irresponsabili», è la sfida di Matteo Orfini,
dalemiano della segreteria, dell'area 'giovani turchi' collocati a
sinistra del segretario.
MA BERSANI INVITA I SUOI A STARE ZITTI
Il segretario in questo momento preferirebbe però meno sfide e
meno dichiarazioni «sui temi sensibili» da parte del gruppo
dirigente. Lo ha fatto sapere ai suoi, con il caldo invito ad
evitare di esibire troppo le divisioni interne. E le distanze
crescenti con il governo.
Così ieri l'ex ministro Cesare Damiano, che aveva
pesantemente criticato la ministra Fornero per la scelta di
incontrare i sindacati per tavoli separati, ha dichiarato chiusa
la polemica con l'avvio dei confronti. E il «vecchio leone» Franco
Marini ha lanciato una ciambella di salvataggio al segretario, e
insieme un messaggio a Monti: spiegando, su Europa, che il Pd è
unito sul contratto unico (la proposta Nerozzi-Boeri-Garibaldi)
«su due fasi: i primi tre anni diventano un lungo periodo di prova
nel corso del quale l'impresa conosce il lavoratore ed è più
motivata a formarlo. Dopo i tre anni non è più consentito il
licenziamento se non per giusta causa».
Monti è pregato di partire da qui, se non vuole mandare in tilt il
secondo partito della sua maggioranza. O, come dice Orfini, se non
vuole «andare a sbattere». È quello, certo con altre parole, che
Bersani dirà allo stesso Monti sabato, a Reggio Emilia, dove si
incontreranno durante i festeggiamenti per la nascita del
Tricolore: che non è bene fare le riforme cercando di dividere i
sindacati; che è meglio inaugurare la «fase due» con le
liberalizzazioni, per evitare di rimettere subito, e di nuovo -
dopo la durissima manovra - i lavoratori nel mirino.
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