Il debito pubblico non è più una questione di ordinaria politica. È
diventata una guerra che, a seconda di chi la vincerà, potrà avere
effetti devastanti per la democrazia e lo stato sociale dei prossimi
trecento anni.
In campo ci sono le comunità nazionali contro i poteri della
finanza, ma più che di scontro bisognerebbe parlare di assedio.
Disgraziatamente, il vantaggio è delle oligarchie della finanza e
non per merito proprio, ma per il tradimento della classe politica
che mentre distraeva i cittadini con spettacoli di bassa demagogia,
spalancava i portoni nazionali all'esercito mercantilista affinché i
suoi guerrieri occupassero tutti i posti strategici. Ed oggi che
l'intera economia mondiale è sottomessa al loro dominio e che le
loro regole sono applicate come fossero leggi della natura, tutti si
affrettano a dirci che non c'è altro da fare se non accettare i
diktat dei mercati, ossia dei signori della finanza, che usano la
speculazione e ogni altra strategia di ricatto per raggiungere i
loro obiettivi, fondamentalmente tre.
Il primo: fare aumentare i tassi di interesse affinché una quota
crescente di ricchezza prelevata alla collettività, finisca nelle
loro tasche invece che ai servizi pubblici. Così scopriamo che il
debito pubblico è un meccanismo parassitario per consentire ai
benestanti di vivere di rendita senza colpo ferire. Un meccanismo di
redistribuzione alla rovescia, che prende a tutti per regalare ai
più ricchi. Nel 2010 la quota di entrate tributarie regalata ai
signori della finanza è stata pari al 15,6% corrispondente a 70
miliardi di euro. Ma dopo le bordate speculative degli ultimi mesi,
i tassi di interesse sui titoli di stato sono quasi raddoppiati e
per il 2012 ci si aspetta un aumento della spesa per interessi di
10-15 miliardi di euro. Soldi che in parte anche il governo Monti
andrà a pescare dove ce n'è e dove è facile prenderli, ossia nella
cassa pensioni. E mentre tutti sentenziano che per una questione di
equità intergenerazionale è un dovere sacrosanto andare in pensione
a 70 anni, ci nascondono che il vero obiettivo non è garantire soldi
ai giovani, ma assicurare un pizzo sempre più alto ai signori della
finanza che hanno fatto buon apprendistato alla scuola dei padrini.
Il secondo obiettivo è mettere le mani sui servizi pubblici che
possono procurare profitto. Non solo acqua e rifiuti, ma anche
sanità, poste, istruzione, trasporti, viabilità, addirittura il
sistema penitenziario come mostra l'esperienza statunitense. La
strategia per convincerci a passare al mercato, è stata sviluppata
in due tempi. Prima ci hanno fatto un buon lavaggio del cervello per
convincerci che privato è buono, pubblico è cattivo. Poi, ci hanno
procurato una buona crisi finanziaria per convincerci che
quand'anche volessimo, il pubblico non ha i mezzi per garantirci i
servizi. Tutto sembra accidentale, ma sappiamo che la dottrina
neoliberista è all'opera dai tempi dell'accoppiata Reagan-Thatcher e
non lavora solo tramite la via finanziaria, ma anche quella
istituzionale, come mostra l'attività di lobby svolta a Bruxelles e
a Ginevra per ottenere dall'Unione Europea e dall'Organizzazione
mondiale del commercio, risoluzioni e trattati che tolgono agli
stati l'esclusiva dei servizi pubblici.
Il terzo obiettivo è impossessarsi a buon mercato del patrimonio
collettivo, ossia dei beni comuni, facendo leva sull'argomentazione
che per risolvere il problema del debito pubblico bisogna ridurne la
portata. Il debito pubblico italiano ammonta a 1900 miliardi di
dollari: come disfarsene con le sole entrate fiscali? Ed ecco il
suggerimento di vendere tutto ciò che la comunità possiede in
termini di partecipazioni azionarie, edifici, terreni,
infrastrutture, spiagge, isole, monumenti. Uno dei più solerti ad
accogliere questo invito è stato il governo D'Alema che nel 1999
venne insignito del premio Ocse come miglior privatizzatore
dell'anno. Dal 1992 ad oggi sono stati trasferiti ai privati oltre
150 miliardi di patrimonio collettivo, principalmente imprese
pubbliche. Ma la Fondazione Eni, che pubblica annualmente un
rapporto mondiale sulle privatizzazioni (Privatization barometer)
stima che fra aziende ed immobili, lo stato italiano possiede ancora
un patrimonio di 1500 miliardi su cui i privati non vedono l'ora di
mettere le mani, naturalmente a prezzi di realizzo.
La scelta che oggi si impone è se chinare la testa e cedere al
ricatto dei mercati, o drizzare la schiena e organizzarci per
rompere l'assedio. Ragioni di democrazia, dignità e giustizia
suggeriscono di imboccare la seconda strada, adottando subito una
misura d'urgenza, definita congelamento o moratoria del debito, che
consiste nella sospensione del pagamento di capitale e interessi,
per uno o due anni, verso banche, fondi e assicurazioni, avendo cura
di salvaguardare le famiglie che detengono appena il 14% del nostro
debito pubblico. Due gli scopi principali della manovra:
neutralizzare la speculazione e toglierci di dosso l'ansia delle
scadenze immediate che ci costringono a scelte avventate. Tamponando
l'emorragia degli interessi non avremmo bisogno di ricorrere a
manovre finanziarie d'urgenza e senza la pistola dei mercati alla
tempia potremmo concentrarci sulla messa a punto di un piano ben
ponderato di uscita dal debito. Un piano che deve necessariamente
partire da una perfetta conoscenza delle ragioni per cui il debito
si è formato. È perfino superfluo doverlo affermare, ma la prima
cosa che si fa quando si è chiamati ad aiutare una famiglia o
un'azienda a tirarsi fuori dai debiti è di capire bene la
situazione, che non vuol dire solo mettere a fuoco l'ammontare dei
debiti, ma anche se ci sono dei debiti illegittimi, come gli
interessi usurai. Nel qual caso non si consiglia di pagare, ma di
portare le carte in tribunale per denunciare l'abuso.
Se l'illecito può annidarsi nei debiti privati, tanto più può
nascondersi nel debito pubblico, un mare magnum dai mille gestori
che non sempre hanno dato prova di onestà e rispetto per il denaro
pubblico. Per questo un secondo passaggio imprescindibile è la
nomina di una commissione di inchiesta, autorevole e indipendente,
che conduca una seria indagine (audit per dirla all'inglese) per
dirci chiaramente cosa ha contribuito a formare il debito pubblico.
Solo l'aumento sconsiderato delle spese o anche la riduzione delle
entrate? E parlando di spese quanto hanno pesato gli interessi che
in in certi periodi sono stati a due cifre? E quanto hanno pesato
gli eccessi di spesa dovuti a ruberie e corruzione? Dopo di che
bisognerà aprire un grande dibattito pubblico per stabilire se
abbiamo l'obbligo di pagare tutto o solo ciò che ha una base di
legittimità. Molti giuristi internazionali affermano che il popolo
ha l'obbligo di restituire solo quella parte di debito che è stato
utilizzata per il bene comune e solo se sono stati pagati tassi di
interesse equi. Tutto il resto, dovuto a ruberie, sprechi,
corruzione, può essere dichiarato illegittimo e in quanto tale da
ripudiare, come ci insegnano i popoli del Sud del mondo.
Se ben fatta, l'indagine ci mostrerà non solo la vera dimensione del
debito legittimo da ripagare, ma ci fornirà anche indicazioni sulle
politiche da seguire per mettere a punto un piano equo di uscita dal
debito. Se risulterà che al debito hanno contribuito privilegi e
regalie alle fasce più ricche, sotto forma di interessi esosi,
contributi indebiti, abbattimenti fiscali ingiustificati, sarà un
motivo in più per prevedere sacrifici più alti a loro carico. In
Italia sappiamo che abbiamo un tasso di evasione altissimo e che dal
1982 ad oggi si sono abbassate le aliquote oltre i 75.000 euro dal
72 al 43%. Per lo stato ha significato un mancato incasso che gli ha
procurato un doppio danno: il peggioramento del debito e un maggiore
esborso per interessi. Per i ricchi, invece, si è trattato di un
doppio guadagno: mancato esborso fiscale e incasso di interessi
perché la beffa è che i soldi risparmiati sono finiti comunque allo
stato, ma sotto forma di prestito. E allora chi è il vero debitore:
il popolo depredato dai ricchi o i ricchi che hanno derubato il
popolo?
Così arriviamo alla terza iniziativa che è l'individuazione delle
politiche da adottare per sbarazzarci del debito senza danno
sociale. Un tabù da sfatare è che non si possa ristrutturare il
debito, ossia patteggiare con i creditori una riduzione delle quote
in loro possesso. Lungo la storia molti paesi lo hanno fatto con
sommo beneficio e sarà necessario che lo faccia anche l'Italia per
non aggravare una bancarotta già in atto, che è quella sociale.
Ristrutturare il debito, ma anche rivedere seriamente entrate e
uscite. Sul piano delle entrate oltre ad adottare, finalmente, una
seria politica anti-evasione bisogna ripristinare una politica
fiscale di tipo progressivo come prescrive la Costituzione. Si è
sempre difeso l'abbassamento delle aliquote sui redditi alti
sostenendo che servono per gli investimenti produttivi. Oggi
sappiamo che sono utilizzati per attività speculative, addirittura
contro i titoli di stato per costringerlo a pagare tassi di
interesse più alti. Ebbene, quei soldi oggi usati contro la comunità
vanno recuperati per ripagare in parte il debito accumulato, in
parte per finanziare il rilancio dell'economia basata sull'economia
locale, sulla riconversione delle attività produttive in un'ottica
di sostenibilità, sul miglioramento e ampliamento delle
infrastrutture che stanno alla base dei servizi pubblici:
acquedotti, ferrovie locali, edilizia pubblica.
Aumento di spese per la costruzione di un altro modello economico e
contemporanea riduzione delle spese inutili e dannose come le spese
militari, i privilegi dei dirigenti pubblici e politici, le opere
faraoniche che servono solo a ingrassare mafie e clientele.
Ovviamente si tratta solo di considerazioni sommarie, che devono
essere definite in dettaglio da un ampio dibattito pubblico. La
partecipazione: ecco di cosa abbiamo davvero bisogno per uscire dal
debito con equità. Ma la partecipazione si nutre di conoscenza. Per
questo si scrive commissione d'indagine sul debito pubblico, ma si
legge democrazia.
* Campagna per il congelamento del debito