Loris Campetti
20.12.2011
Abbiamo trovato il modo per uscire dalla crisi, rilanciare
l'economia e attrarre i capitali stranieri, risolvere il problema
del precariato e dare un futuro ai giovani. Se va bene, potremmo
farla finita persino con la fame nel mondo. Con la sua bacchetta
magica la ministra Elsa Fornero ha compiuto il miracolo: via l'art.
18, dice, liberiamo le imprese da questo odioso laccio rendendo più
facili i licenziamenti e vedrete che la macchina si rimetterà in
moto. Magari introducendo una norma contro le discriminazioni
politiche, ma per il resto liberi tutti. Tutti chi? I padroni,
naturalmente. Per carità, se un lavoratore è licenziato
ingiustamente dev'essere risarcito: prendi questi quattro soldi e
ritenta la sorte da qualche altra parte.
Ci risiamo. Con un accanimento degno di miglior causa, finalizzato
solo a regolare i conti con il Novecento, riparte l'assalto a un
diritto che, con un'operazione subdola quanto stantia, viene
declassato a privilegio. Di che stiamo parlando? Del fatto che se un
dipendente in un'azienda con più di 15 dipendenti è messo fuori e il
giudice ritiene il licenziamento ingiusto, quel lavoratore dovrà
essere riassunto nello stesso luogo a parità di trattamento.
L'azienda condannata può comunque opporsi alla sentenza, ha a
disposizione altri due gradi di giudizio. Sarebbe questa la causa di
tutti mali, contro cui destre e Confindustria hanno sempre scagliato
i loro strali? Sarebbe l'art. 18 a far perdere il sonno persino a
tanta intellighentia democratica? Le armate del giuslavorista del Pd
Pietro Ichino si sono infoltite con l'arrivo della Fornero, a cui la
parola sacrifici strappa lacrime mentre la sua sensibilità non
sembrerebbe colpita da chi è stato licenziato ingiustamente. Basta
pagare il giusto, ma al padrone dev'essere garantita massima
flessibilità. Del resto, anche al padrone dell'amianto Schmidheiny
che ha sulla coscienza decine di migliaia di morti nel mondo e di
1.800 solo a Casale, il consiglio comunale di questa città
monferrina ha consentito di monetizzare i morti di oggi e di domani
in cambio della rinuncia alla costituzione di parte civile. La
logica è la stessa: fai quel che ti pare del futuro e della vita
delle persone, purché tu sia disposto a pagare un obolo alla
coscienza collettiva. Non è sufficiente la già prevista causa di
crisi a consentire i licenziamenti. L'importante è evitare le
rappresaglie politiche. E quando mai i padroni hanno licenziato un
operaio accusandolo di essere comunista, o della Fiom, o magari gay?
Ci sono molti modi più subdoli per liberare le linee o gli uffici da
un «avversario».
L'ultimo imbroglio della ministra che promette «la riforma del ciclo
di vita» (qui siamo oltre il miracolo) è il tentativo maldestro,
anch'esso stantio, di contrapporre i privilegi dei «vecchi» alla
condizione precaria dei giovani. C'era bisogno di cambiare governo
per continuare a sentire queste banalità? La precarietà è ancor più
pesante nelle aziende con meno di 15 dipendenti dove lo Statuto non
entra: come la mettiamo? E non basta ancora la progressiva
sterilizzazione dell'art. 18 operata dal governo Berlusconi?
Era il 24 marzo del 2001 quando tre milioni di italiane e italiani
occuparono Roma in difesa dell'art. 18, il ministro dovrebbe
ricordarselo. E dovrebbe ricordarsi che un altro ministro del
lavoro, piemontese come lei, aveva varato lo Statuto. Si chiamava
Donat Cattin, era democristiano. Sarebbe stato meglio morire
democristiani?