Intervista al ministro del Welfare:
Fornero: «Sull'articolo 18 non ci sono totem. E dico sì al contratto unico»
«Nessuno si illuda che non interverremo. Ai giovani: basta precariato. Non tuteliamo più al 100% gli iperprotetti
Ministro, non ha usato la mano troppo pesante? Non poteva fare
una riforma un po' più graduale?
«Noi, col decreto "salva Italia" ci siamo trovati in emergenza.
Nei decenni passati erano state fatte riforme tutto sommato buone,
ma è come se le avessimo accantonate proprio perché eccessivamente
graduali. Questa volta la riforma non poteva che essere forte. La
priorità è stata quella di mandare un segnale deciso all'Europa
sulla nostra capacità di riequilibrare il sistema secondo equità
intergenerazionale».
Lei aveva promesso equità anche sul fronte dei privilegi.
Che cosa è riuscita a fare?
«Intanto siamo intervenuti sui regimi speciali (elettrici,
telefonici, trasporti, dirigenti d'azienda, ndr), attraverso un
contributo di solidarietà. Inoltre, per i lavoratori autonomi, che
godevano di pensioni generose in rapporto ai contributi versati,
abbiamo previsto un aumento graduale degli stessi fino al 24%.
Infine c'è l'inasprimento del contributo di solidarietà sulle
pensioni sopra i 200 mila euro, che io avrei voluto più alto del
15%».
E per categorie come i militari e i magistrati?
«Per questi c'è un rinvio, ma solo per approfondire le specificità
dei loro ordinamenti. Nessuno si illuda che non interverremo.
Stessa cosa per le casse dei professionisti. Lo so che qui dentro
c'è buona parte della classe dirigente, ma sicuramente
procederemo».
Entro giugno, se non saranno le stesse casse ad
autoriformarsi?
«Il termine iniziale era il 31 marzo. E francamente ci sembrava
più che sufficiente, visto quello che abbiamo fatto in 20 giorni
sul sistema che riguarda tutti gli italiani. Alla fine hanno
invece ottenuto tre mesi in più. Ma insomma...»
Teme che facciano ostruzionismo?
«Lo dice lei. Sappiamo che tutti o quasi questi regimi non sono
sostenibili nel lungo periodo. Prima o poi non avranno i soldi per
pagare le pensioni. Senza interventi, come immagina che finirà?».
Me lo dica lei.
«Come è già successo con l'Inpdai (dirigenti d'azienda, ndr). Che
è finita sotto l'ombrello del soccorso pubblico. Vorrei evitare
che questa storia si ripetesse».
Alla Camera il governo ha accolto un ordine del giorno che
chiede di togliere la penalizzazione (1-2%) per chi ha cominciato
a lavorare giovanissimo e va in pensione dopo 42 anni. La
correzione finirà nel decreto milleproroghe?
«Posso dire che secondo me un briciolo di penalizzazione deve
restare, perché è la logica del contributivo. Se vai in pensione
prima di 62 anni ci vuole un minimo di disincentivo, perché non
dobbiamo venir meno al principio che la pensione si commisura alla
speranza di vita».
Ma con questa crisi, anche occupazionale, ha senso tenere le
persone al lavoro, in prospettiva, fino a 70 anni?
«Siamo tutti concentrati sulla contingenza, ma questa è una
riforma strutturale. Per funzionare ha bisogno di un sistema in
crescita. Non ci possiamo permettere la stagnazione e tantomeno la
recessione. Il punto è: il lavoro è ciò che ti dà la pensione. Un
buon lavoro ti dà una buona pensione. Il messaggio è: non vi
stiamo tagliando la pensione - al netto del blocco della
perequazione dovuto all'impegno al pareggio di bilancio nel 2013 -
ma vi stiamo chiedendo di lavorare di più, perché questo vi
premia».
Lei crede che le imprese terranno le persone fino a 70 anni?
«Qui tocchiamo una anomalia del nostro sistema. La previdenza è
stata troppo spesso un ammortizzatore sociale, per cui tutte le
riorganizzazioni d'impresa sfociano in prepensionamenti. Accade
perché se guardiamo alla curva delle retribuzioni, lo stipendio
sale con l'anzianità mentre in altri Paesi cresce con la
produttività e quindi fino all'età della maturità professionale ma
poi scende nella fase finale, perché il lavoratore anziano è di
regola meno produttivo. Da noi non è così e questo fa sì che le
aziende risolvano il problema mandando i dipendenti più anziani e
costosi in prepensionamento. Anche i lavoratori hanno la loro
convenienza con la pensione anticipata. E lo Stato copre questo
patto implicito tra aziende e lavoratori anziani a scapito dei
giovani. Se vogliamo fare la riforma del ciclo di vita, è proprio
per rompere questo patto: non ce lo possiamo più permettere».
Ma come può il governo intervenire sulla dinamica
retributiva, materia della contrattazione? Eppoi, gli stipendi
sono già bassi...
«La riforma delle pensioni deve accompagnarsi a quella del mercato
del lavoro e degli ammortizzatori sociali e, anche se non è di mia
competenza, della formazione. Sono tutti aspetti di un disegno di
riforma del ciclo di vita. Certo che la contrattazione è materia
tra le parti. Ma noi vogliamo presentare ad esse le nostre analisi
e spingerle non a ridurre i salari, ma a riflettere sulla
necessità di avvicinarli il più possibile alla produttività».
La trattativa sul mercato del lavoro comincerà entro il 31
dicembre?
«Forse non ce la faremo, perché vorrei presentarmi alle parti con
delle analisi approfondite sulle diverse questioni».
Sicuramente, tra queste, c'è quella giovanile, come ci ha
ricordato ieri l'Istat: il 40% dei disoccupati ha meno di 30 anni
e chi lavora, ha quasi sempre contratti precari.
«Giovani e donne sono i più penalizzati perché la via italiana
alla flessibilità ha riguardato solo loro, risparmiando i
lavoratori più anziani e garantiti. Sono rimasta molto colpita nel
sentire i pensionati che si lamentano perché devono mantenere
anche i nipoti. Questo è un ciclo perverso. Non è possibile che la
pensione di un nonno debba mantenere dei giovani né che questi si
adagino su una prospettiva di vita bassa».
Come se ne esce?
«Penso che un ciclo di vita che funzioni è quello che permetta ai
giovani di entrare nel mercato del lavoro con un contratto vero,
non precario. Ma un contratto che riconosca che sei all'inizio
della vita lavorativa e quindi hai bisogno di formazione, e dove
parti con una retribuzione bassa che poi salirà in relazione alla
produttività. Insomma, io vedrei bene un contratto unico, che
includa le persone oggi escluse e che però forse non tuteli più al
100% il solito segmento iperprotetto».
I sindacati non ci stanno a toccare l'articolo 18 dello
Statuto dei lavoratori.
«Sono abbastanza anziana per ricordare quello che disse una volta
il leader della Cgil, Luciano Lama: "Non voglio vincere contro mia
figlia". Noi, purtroppo, in un certo senso abbiamo vinto contro i
nostri figli. Ora non voglio dire che ci sia una ricetta unica
precostituita, ma anche che non ci sono totem e quindi invito i
sindacati a fare discussioni intellettualmente oneste e aperte».
Monti ha detto che le nuove regole si applicheranno solo ai
futuri assunti.
«Certamente penso ci voglia maggiore gradualità nell'introduzione
delle nuove regole rispetto a quanto abbiamo fatto sulle
pensioni».
Oltre ai giovani, le donne sono molto penalizzate.
«Sono anche ministro delle Pari opportunità, che non considero
figlie di un dio minore. Sulle donne bisogna invertire la logica
delle compensazioni. Non vogliamo queste, ma la parità. Quando
sento dire "io lavoro molto e poi devo anche occuparmi di mio
marito e della casa" dico che le famiglie condividono ancora
troppo poco i lavori di cura».
Il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, dice che una manovra
come la vostra poteva farla anche suo zio che non sa nulla di
economia.
«Lascio a Bonanni il suo giudizio. Vorrei invitarlo a discutere
delle cose che stanno in questa manovra e penso di avere la
presunzione di poterlo convincere che l'equità c'è, magari non
quanto lui vuole, e il rigore c'è, e non ne potevamo fare a meno,
pena la messa a rischio dei risparmi degli italiani e il non
pagamento delle tredicesime».
Ha avuto tempo di occuparsi anche della sicurezza del
lavoro? In Italia ci sono ancora troppe morti bianche.
«Non ci può essere tolleranza soprattutto in una fase di crisi
dove magari qualcuno può pensare che è meglio un lavoro anche non
sicuro che niente. Agli ispettori del ministero ho detto che
devono andare nelle imprese come amici e collaboratori ma anche
con intransigenza piena».
Le sue lacrime sulla perequazione delle pensioni hanno fatto
discutere.
«È stata una commozione dovuta alla tensione. Può sembrare che io
sia una donna dura, ma non è così. È successo che quando dovevo
dire la parola sacrifici mi si è soffocata in gola, anche perché
in quel momento ho pensato ai miei genitori, che di sacrifici ne
hanno fatto molti».
18 dicembre 2011 - Corriere della sera