Se
Marchionne festeggia la nuova Panda, la Fiom attacca con un
dossier che snocciola punto per punto i diritti negati ai
lavoratori. C’è la storia di un operaio lasciato a casa dal
referendum del 22 giugno 2010 e richiamato al lavoro solo dopo aver
lasciato la Fiom. Quella di due addetti al
montaggio che per il loro rifiuto di cambiare sindacato sono ancora
in cassa integrazione. Quella di Francesco V.,
addetto al montaggio della carrozzeria dell’Alfa 147,
con cui il direttore della fabbrica di Pomigliano sarebbe stato
ancora più esplicito: “Nella selezione del personale da richiamare
in Fabbrica Italia – gli avrebbe detto – non
perderemo tempo ad esaminare gli iscritti alla Fiom”.
C’è questo e tanto altro nel report che la Fiom sta realizzando – e
che ilfattoquotidiano.it ha potuto leggere in esclusiva –
dal titolo “La Fiat e i diritti dei lavoratori: ritornano i
fantasmi del passato”. Dodici pagine in cui le tute blu, tutte
coperte da anonimato, denunciano l’ “atteggiamento discriminatorio”
che la dirigenza di Fiat porterebbe avanti nei confronti dei
metalmeccanici della Cgil degli stabilimenti della newco di
Pomigliano d’Arco, dove ieri Marchionne ed
Elkann hanno presentato alla stampa internazionale la nuova
Panda.
Con buona pace della
sentenza del Tribunale del Lavoro di Torino dello scorso luglio, che
nel ricorso presentato contro l’accordo tra Fiat, Cisl e Uil, ha
giudicato ‘antisindacale’ il comportamento dell’azienda
automobilistica nei confronti di Fiom. “La verità – dicono gli
operai – è che già prima che il Tar ci desse ragione siamo stati
tenuti in cassa integrazione e comunque fuori dallo stabilimento.
Un’assurdità, se si pensa che è solo grazie alla nostra lotta che
l’azienda ha deciso di tenere in vita Pomigliano e di portare qui la
produzione della nuova Panda. Eppure, la maggior parte di noi dal
giorno del referendum non ha più messo piede in fabbrica e ora, con
la newco, le prospettive sono ancora più buie. Ad oggi, su circa 500
richiami per la produzione della nuova Panda non c’è nessuno
iscritto alla Fiom. Al lavoro tornano solo i capi squadra, alcuni
team leader e gli operai segnalati dall’azienda”.
A regime, gli oltre cinquemila operai della vecchia Fiat dovrebbero
passare tutti a Fabbrica Italia, ma per produrre le 230mila
Panda annunciate da Marchionne – inizialmente dovevano
essere 280mila - potrebbero bastarne la metà. È
anche per questo che preoccupano non poco le liste di nomi di cui
parla nel dossier un operaio addetto al montaggio della 159: le tute
blu sarebbero divise in ‘buoni’ da assumere, e in ‘meno buoni’ e
‘cattivi’ per i quali non ci sarebbe spazio nella newco. Tutti o
quasi iscritti alla Fiom, che non a caso negli ultimi mesi ha subito
un drastico calo degli iscritti: al momento del referendum a
Pomigliano erano 850, oggi a essere
ottimisti sono la metà.
“Proprio in queste settimane stiamo ripartendo con il tesseramento
per avere un dato chiaro sui nostri operai. Il punto è che molti pur
di tornare a lavorare hanno lasciato la Fiom senza neanche dircelo”.
E senza poterne neppure discuterne sui social network, come sostiene
nel documento un altro operaio: “Fui invitato da un delegato
sindacale a non postare, taggare o commentare i post dei delegati
della Fiom su Facebook. Perché l’azienda attraverso i capi aveva
creato una squadra ad hoc per controllare tutti i delegati della
Fiom e i lavoratori che dialogavano con loro. Il tutto per
ispezionare e stampare sia le frasi che secondo loro potevano essere
lesive alla Fiat, sia per conoscere il pensiero più intimo di quei
lavoratori perplessi dalle scelte aziendali. Fu così che notai che
ai vari link pubblicati sulle pagine Facebook dai delegati della
Fiom, sparirono sia le condivisioni che i commenti. Ma gli operai
continuavano a dialogare con loro nelle chat private”. Denunciando,
spesso, le condizioni di lavoro cui erano costretti. Lo hanno fatto
gli operai del reparto montaggio, che nei giorni più freddi hanno
chiesto invano al loro capo che fossero attivati i riscaldamenti
nello stabilimento. O ancora i tanti che sostengono che in Fabbrica
Italia le richieste di andare al bagno al di fuori dell’orario
consentito debbano passare al vaglio del team leader, l’unico che ha
le chiavi della porta.
“L’impressione – dice Antonio Di Luca, operaio in
cassa integrazione del direttivo Fiom di Napoli – è di essere in
presenza di qualcosa di molto preoccupante per il nostro paese, che
rischia di incidere direttamente non solo sulla qualità del lavoro
in fabbrica, ma sulla società tutta. È il toyotismo
che esce dalle mura alte e grigie dello stabilimento e diventa parte
della vita quotidiana di tutti. A leggere le denunce degli operai
sembra di essere di fronte a una struttura autoritaria aziendale che
si organizza, come ai tempi di Valletta, secondo le leggi della
discriminazione e secondo la disciplina e i principi della caserma”.
Perché se è vero che gli operai Fiom restano a casa, quelli
richiamati al lavoro non se la passano meglio. O almeno così sembra,
a leggere la denuncia inviata all’Asl e alla Procura di Nola dal
segretario generale della Fiom di Napoli, Andrea Amendola,
a proposito dell’infortunio subito in fabbrica da Alessandro
T. il 26 settembre scorso: una ferita al viso tanto grave
da rendere necessario l’accompagnamento dell’operaio al pronto
soccorso di Acerra, ma che non sarebbe stata denunciata come
infortunio sul lavoro, né in ospedale né all’Inail.
Una storia analoga a quella raccontata nel dossier da un operaio
addetto alla manutenzione: “Fummo comandati a lavorare con il
preciso ordine di non marcare il badge – dice – nel corso della
giornata, mentre eravamo intenti a lavorare, un mio collega fu
vittima di un grave incidente che poteva avere anche delle
conseguenze drammatiche. Segnalammo velocemente l’accaduto, ma
anziché ricevere il giusto e tempestivo soccorso, al collega fu
intimato di ‘sparire immediatamente e senza lasciare alcuna traccia
della sua presenza in fabbrica’. Il mio collega, spaventato dal
dolore lancinante al piede e dalla situazione venutasi a creare,
telefonò alla moglie per farsi venire a prendere. Dopo ho saputo che
si era recato al pronto soccorso (inventandosi un incidente
extralavorativo) per farsi fare una radiografia e sincerarsi sulle
condizioni del piede che si era incastrato sotto un trasportatore
meccanico”.
Per la Fiom di storie simili in Fiat ce ne sarebbero decine, e non
solo a Pomigliano. Da qui l’idea di estendere il dossier a tutti gli
altri stabilimenti italiani ed esteri di Fiat. “Cominceremo con
l’Italia, ma vogliamo raccogliere anche le testimonianze degli
operai polacchi e serbi: dall’estero, infatti, arrivano continue
denunce sulle condizioni difficili in cui i nostri colleghi sono
costretti a lavorare”.