Con l'intesa siglata ieri gli operai del maggiore gruppo
industriale italiano perdono il diritto di sciopero e peggiorano i
ritmi di lavoro. Il commento del sociologo Luciano Gallino: "Abbattute
le garanzie di base, e la Fiat emigra comunque all'estero".
Intervista a Luciano Gallino di Antonio
Sciotto, da il Manifesto, 14 dicembre 2011
«L'accordo esteso a tutti gli stabilimenti Fiat è un passo verso la
fine del contratto nazionale. Un fatto grave in un momento in cui i
lavoratori sono divisi e frammentati, si perdono tutele fondamentali».
Il professor Luciano Gallino, sociologo del lavoro molto attento al
mondo dell'industria, non ha dubbi: l'intesa siglata ieri è tutta a
perdere.
Dunque, professor Gallino, diciamo addio ai contratto
nazionale.
È perlomeno un passo verso la sua fine, a cui hanno
contribuito gli ultimi governi, in particolare quelli di Berlusconi:
hanno sparato a zero, trovando spesso riscontro nella Confindustria.
Non credo che questo sia un buon segno, perché il contratto nazionale
in Italia ha almeno un secolo di storia, è stato e dovrebbe essere uno
strumento importante di difesa complessiva dei diritti dei lavoratori,
ha l'importante funzione di redistribuire il reddito, mantenendo il
contatto con l'aumento della produttività e del carovita.
Ma ha ancora senso difendere il contratto nazionale quando il
lavoro è ormai sempre più diviso e figure come ad esempio le partite
Iva non ci rientrano nè mai ci rientreranno?
Io credo che abbia sempre e comunque un senso, per tutti quei
lavoratori che cerchino una garanzia di base e collettiva. Anzi, oggi
ci sono ancora maggiori ragioni per difenderlo. Quando c'erano le
fabbriche con migliaia di lavoratori, per certi aspetti un contratto
per un grande sito copriva la maggior parte degli addetti dell'intero
settore, ma adesso che le fabbriche con migliaia di addetti non ci
sono più, perché sono disperse sul territorio, il contratto nazionale
funge da essenziale contrappeso alla frammentazione.
I lavoratori Fiat hanno aumentato gli straordinari comandati,
la fatica alla catena con pause ridotte, perdono il diritto di
sciopero. A fronte, però, sarebbe assicurata la permanenza della Fiat
in Italia, e una monetizzazione con premi di produzione. È forse
necessario in un momento in cui le buste paga sono sempre più sottili?
Non direi che è necessario. Ma è certo che un lavoratore
messo alle strette, in preda al timore di perdere il posto, in una
situazione in cui sono letteralmente milioni quelli che non hanno
un'occupazione, o sono precari e malpagati, possa finire per dover
scegliere il male minore. A me però questa non sembra una buona strada
per relazioni industriali progressive. Mi pare piuttosto che vi sia
un'ulteriore discesa, un arretramento, verso relazioni non dico
pre-moderne ma quasi. Un regresso verso il modello statunitense, dove
tanto le relazioni industriali nel complesso quanto la legislazione e
la giurisprudenza sul lavoro, sono molto più arretrate che da noi, o
meglio lo erano fino a ieri. Stiamo correndo indietro per raggiungere
i parametri degli Usa.
Sembra approfondirsi la divisione tra Cgil-Fiom da un lato e
Cisl-Uil dall'altro. Le Rsu Fiom sono escluse perché si applicherà
l'articolo 19 dello Statuto dei lavoratori. Aumenterà il conflitto
dentro le fabbriche?
Lo scenario sarà sempre più frammentato in una miriade di
vertenze locali e puntiformi. Per certi aspetti è un contributo a una
sorta di «giungla» delle relazioni industriali. Soprattutto se non si
trovasse il modo di bloccare, se non addirittura di abolire,
l'articolo 8 della manovra, che permette qualsiasi tipo di deroga alle
leggi. Molti si soffermano solo sull'aggiramento dell'articolo 18, ma
per certi versi direi che non è nemmeno l'aspetto peggiore. Nel
secondo comma dell'articolo 8 sono minuziosamente indicate tutte le
materie su cui è possibile derogare: dalle assunzioni con contratti
atipici alle paghe, fino agli agli orari e all'organizzazione del
lavoro. E tutto questo, neanche con la maggioranza dei sindacati, ma
basta quella delle Rsu. Altri gruppi potrebbero decidere di seguire
l'esempio Fiat, disegnandosi un contratto di settore e uscendo da
quello nazionale: aggiungendo questo aspetto alla esclusione delle Rsu
e alle deroghe permesse dall'articolo 8, abbiamo un mix disastroso, un
combinato disposto micidiale che alla lunga non gioverà neanche alle
aziende. Perché le imprese hanno l'interesse di fondo ad avere un
interlocutore relativamente unitario, che non cambia voce e faccia a
seconda che sia laziale, siciliano o veneto. Quanto all'articolo 19
dello Statuto, credo dovrebbero pronunciarsi i giuristi, ma certo, se
ce ne sono le ragioni, potrebbe essere necessario modificarlo.
Ma incassato questo accordo, almeno Marchionne resterà in
Italia? O lei vede comunque una Fiat in fuga?
Se ragioniamo sui dati e sulla realtà attuale, è piuttosto
preoccupante. A Pomigliano si parla non già di riassumere tutti i 5
mila operai, ma intanto solo un migliaio entro febbraio 2012: stanno
facendo una selezione con aspetti che sembrano un po' strani, che
mettono in difficoltà la Fiom. Termini Imerese ha chiuso e non si sa
quale sia il suo futuro. A Mirafiori non so da quanto tempo lavorano
una settimana al mese, e si annuncia una cassa integrazione fino a
metà 2013, in vista di un nuovo modello che non si sa che cosa sia.
Quest'anno la produzione di vetture Fiat toccherà il minimo storico,
molto al di sotto delle 600 mila unità. Il che vuol dire meno della
Francia, della Germania, del Regno Unito, della Spagna, perfino della
Repubblica ceca e della Polonia. Il grande produttore europeo che se
la batteva alla pari con la Volkswagen, è oggi al settimo/ottavo posto
come produttore nazionale: la Volkswagen quest'anno arriverà a circa 5
milioni di vetture prodotte in Germania, più circa 2 milioni
all'estero. E intanto il famoso piano «Fabbrica Italia» Fiat ancora
nessuno lo ha visto.
Ma lasciare l'Italia per paesi più a basso costo, è almeno una
scelta furba sul piano economico?
Io ribalterei la visione: mi chiederei cosa ci interessa come
cittadini italiani. Credo innanzitutto i posti di lavoro, e le imposte
pagate in Italia, per produzione fatta nel nostro Paese. Ci interessa
la ricerca, e che l'industria nel suo complesso resti da noi. Che poi
la Fiat abbia migliaia di lavoratori all'estero non ci riguarda più di
tanto, sono posti di lavoro e imposte versate fuori.
(14 dicembre 2011) - Manifesto