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CONTRATTO UNICO ..... presi in giro, a tempo indeterminatoN el nostro Paese c’è spesso la tendenza a proporre soluzioni facili e scorciatoie a problemi che invece sono complessi e che richiederebbero risposte articolate. Questa prassi riguarda anche il dibattito sul lavoro che si sta sviluppando in queste settimane: mi riferisco a quanto è emerso appena si è insediato il Governo Monti.Sembrerebbe infatti che la squadra di governo del Professore, oltre a risanare le finanze, salvare il Paese dalla speculazione, “sistemare” le pensioni (o i pensionati presenti e futuri), voglia anche - finalmente - risolvere la questione del lavoro precario. Peccato che la soluzione che alcuni suggeriscono al nuovo Governo sia in sostanziale continuità con la destrutturazione del mercato del lavoro operata negli ultimi anni dai governi di destra. Infatti il disegno di legge n. 1481 (Ichino, Morando, Bonino, Rutelli, etc) prevede che il contratto di lavoro (autonomo o subordinato che sia) sia da intendersi a tempo indeterminato (art.5). Di contro, all’articolo seguente, si facilita il licenziamento “per motivi economici, tecnici o organizzativi”. Questa previsione ricorda da vicino quanto stabilito dal Governo Berlusconi con il decreto legislativo 276/03: l’art. 69 impedisce al giudice di valutare la legittimità dei motivi del ricorso a forme di lavoro atipico. Egli infatti non può “sindacare nel merito valutazioni e scelte tecniche, organizzative o produttive che spettano al committente.” Di fatto la filosofia resta la stessa: i datori di lavoro devono poter avere le mani libere. Non si tratta quindi di proposte di legge mirate a far uscire dalla precarietà i lavoratori, ma si tratta ancora una volta della santificazione legislativa del primato dell’impresa sul lavoratore. Non si tratta di rispondere a presunte esigenze di flessibilità, già accolte nel mercato del lavoro italiano (pensiamo al tempo determinato o alla somministra zione/interinale), ma di un ulteriore spostamento dell’ago della bilancia dal lavoro al capitale. Un ossimoro Poco importa che nominalmente il “contratto unico” sia a tempo indeterminato. A livello concreto sembra che nulla o poco cambi. Con la regolazione berlusconiana del mercato del lavoro il lavoratore era precario perché il contratto era rinnovabile a discrezione del datore di lavoro. Con la regolazione proposta oggi da Ichino, invece, il lavoratore è precario perché può essere licenziato in qualsiasi momento. Insomma quella del contratto unico è una questione più di natura lessicale che di contenuto, di forma più che di sostanza.Un po’ come quando si infiocchetta il pacco vuoto per dare al nulla una bella veste: il contratto a tempo indeterminato con libertà di licenziamento risulta quindi un ossimoro. Esistono numerosi elementi di natura problematica circa il sistema ipotizzato. I diritti inesigibili In primo luogo l’esigibilità dei diritti è del tutto teorica. Se è possibile essere licenziati in qualsiasi momento (per qualsiasi esigenza economica, tecnica, organizzativa o comunque inerente alla produzione), è evidente che il lavoratore sarà ricattabile e finirà per non esercitare i diritti che gli spettano: malattia, maternità, congedi parentali, permessi studio, ma anche diritto d’assemblea e di sciopero, ad esempio. Infatti il datore di lavoro, anche qualora licenzi per rappresaglia, per discriminazione o per “mero capriccio”, potrà mascherare abilmente il licenziamento ingiusto con una motivazione per motivi produttivi. Un ennesimo attacco alla contrattazione È evidente che tale sistema costituisce un ulteriore attacco alla contrattazione, un suo ulteriore depotenziamento. Lavoratori più ricattabili avrebbero maggiore difficoltà nell’esercizio di una contrattazione forte, largamente applicabile e foriera di diritti. Bisogna inoltre considerare che da alcuni anni la contrattazione collettiva nazionale è stata progressivamente sostituita, per precisa scelta politica, dalla contrattazione aziendale o territoriale. E che a quest’ultimo livello l’acquisizione di diritti è con tutta evidenza più problematica. Il combinato disposto di questa realtà e del contratto unico costituirebbe la quadratura del cerchio della perdita definitiva dei diritti da parte dei lavoratori. Confermando definitivamente che l’abolizione dei contratti precari, qualora fosse confermata, sarebbe del tutto fittizia. Ancora non garantiti Oltretutto, l’abolizione dei contratti precari non è affatto scontata. Anzi si dà luogo, per Ichino, alla conservazione delle partite Iva. Si lascia quindi una pericolosa possibilità di ricorso, per i datori di lavoro, a forme di dumping contrattuale. Esattamente come già avviene oggi. Infatti nell’ulteriore disegno di legge presentato a completamento della riforma (il n. 1540) si prevede la decontribuzione previdenziale per le partite Iva, facendole passare dal 27,72% al 20%. Il che non solo lascerebbe una sacca di lavoratori non garantiti oggi, soggetti ad abuso, ma creerebbe anche una generazione di pensionati poveri nel futuro. Non essendo infatti, questi lavoratori agganciati ai compensi minimi previsti dai contratti collettivi, ed essendo nel sistema contributivo, i versamenti pensionistici sarebbero esigui, al punto da non poter garantire pensioni dignitose in futuro. Ciò vale in generale anche per i lavoratori dipendenti. Nella stessa proposta infatti è prevista una decontribuzione al 30% anche per loro. Insomma proposte che non risolvono l’oggi e rischiano di aggravare il domani. Rimettere al centro il lavoro L’abolizione della precarietà non passa attraverso queste soluzioni, che peraltro contribuiscono ad aggravare la questione generazionale che già esiste in Italia. Essa passa piuttosto attraverso il rafforzamento dei meccanismi di controllo e di ispezione sugli abusi contrattuali; attraverso l’individuazione per legge degli ambiti di esclusione dal ricorso ai contratti flessibili; attraverso l’abrogazione delle norme inique che hanno reso ai lavoratori (e al sindacato) sempre più difficile ricorrere al giudice. Attraverso, infine, l’estensione della tutela reale dell’art. 18, che è l’unica che garantisce ai lavoratori una tutela effettiva e un reale godimento dei diritti contrattuali. Occorre elaborare una strategia politica e sindacale che smascheri una proposta demagogica che, lungi dal risolvere i problemi dei precari, serve solo ad estirpare definitivamente i diritti e l’art. 18 per le generazioni future. Roberto D’Andrea - Segreteria nazionale NIDIL-CGIL13 dicembre 2011 |
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