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Il Governo Monti e la dittatura del Capitale.
C'è da essere soddisfatti (ovviamente) della caduta del Governo Berlusconi, ma certo non ci facciamo abbindolare dalle esagerate celebrazioni a cui siamo lucidamente condotti per mano dalla gran campagna orchestrata in queste settimane per "santificare" il governo Monti, come governo di "Liberazione" dal "pasticciaccio" Berlusconiano e come Governo che "finalmente" riporterà il paese nel posto che gli spetta e cioè, seduto degnamente al tavolo dei grandi della terra, finalmente liberato dal "debito" e lanciato verso orizzonti di "sviluppo e crescita". Una pomposità che ha eguali precedenti solo nelle celebrazioni con cui il regime fascista salutava la liquidazione dei partiti e dei sindacati per instaurare il sistema del corporativismo fascista col quale si piegavano i bisogni generali delle classi subalterne agli obiettivi superiori di "potenza economica dell'impero", sicuri che solo da questo sarebbe poi sorta l'emancipazione a livelli di maggiore benessere per tutti. Certo oggi non c'è l'impero. Quello che ci viene proposta ora è una immagine generica di interesse generale dello Stato, colpito da una crisi senza precedenti le cui cause (il debito) sarebbero legate ad una nostra brutta abitudine di voler vivere al di sopra delle nostre possibilità e la cui cura starebbe nel contenimento del debito come condizione per una ripresa della crescita (profitti) per tornare ad accumulare risorse che ci riporteranno poi ad un ritrovato benessere e, in ultimo .... a salvare l'Europa. Gli slogan "salvare l'Italia" e "puntare sulla crescita" sono il messaggio ideologico a cui tutti si deve rispondere, con coraggio e abnegazione, pena l'essere tacciati di irresponsabilità e di scarso amore patrio.
La debolezza e l'inconsistenza delle forme partitiche attualmente in parlamento (ormai ridotte a lobbys in lotta tra di loro per accreditarsi come forze responsabili ed affidabili agli occhi dei mercati, ma da questi ormai considerate inaffidabili) ha portato i detentori del potere economico a progettare un golpe da manuale, gestito dall'unico vero potere oggi esistente, e cioè il potere della finanza. Un golpe mascherato dalla necessità di un ritorno del "buon senso". Operazione facile vista la mediocrità delle attuali rappresentanze politiche e sociali e la loro perdita di consenso. Così Monti è stato presentato e celebrato come l'uomo del buon senso, interessato solo a dar voce ad un interesse comune da salvaguardare ricorrendo agli strumenti dell'equità e della lotta ai privilegi. La santificazione di Monti e del suo governo tecnico si basa infatti sull'idea che i "tecnici" siano "apolitici" e "capaci", dediti solo al bene comune.
Ma sappiamo da dove viene il prof. Monti, di quali interessi è ed è stato rappresentante nelle tante cariche assunte nelle varie lobbys finanziarie private e per il suo ruolo all'interno della BCE, ma si comprende ancora meglio il suo pensiero rileggendo le sue interviste recenti. La sua presunta indipendenza dalla politica la si può già capire dall'intervista da lui rilasciata al Corriere della sera del 2 gennaio scorso ..... "In Italia, data la maggiore influenza avuta dalla cultura marxista e la quasi ...assenza di una cultura liberale, si è protratta più a lungo, in una parte dell’opinione pubblica e della classe dirigente, la priorità data alla rivendicazione ideale, su basi di istanze etiche, rispetto alla rivendicazione pragmatica ... cioè nel vincolo della competitività. Questo arcaico stile di rivendicazione, che finisce spesso per fare il danno degli interessi tutelati, è un grosso ostacolo alle riforme. Ma può venire superato. L’abbiamo visto di recente con le due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini e a Sergio Marchionne. Grazie alla loro determinazione, verrà un po’ ridotto l’handicap dell’Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili." Monti non si fa scrupolo quindi di dichiarare da che parte sta.
A lui non interessa, considera risibile ed oppressivo per i mercati il dover rendere conto a qualcuno. L'unica cosa che conta è il pragmatismo del mercato e del profitto. La questione è meglio chiarita dal Corriere della sera del 14 novembre 2011 che riflettendo sull'azione di Governo di Monti afferma che ... . In accordo con questa visione, il Monti non si fa scrupolo di manifestare il proprio fastidio sulle varie richieste di "concertazione" che arrivano dal parlamento e dalle parti sociali sul suo programma. Infatti, indisponibile a rendere conto a chiunque, ed avendo promesso ai mercati che il 5 dicembre avrebbe presentato il suo programma di tagli, non si preoccupa di cadere nel ridicolo promuovendo nelle giornate di sabato e domenica delle vere ammucchiate formali ed inutili. Nella mattinata di Sabato 3 dicembre Monti convoca tutti i partiti presenti in parlamento dedicando a ognuno di loro non più di 15 minuti. Poi nella mattinata di domenica 4 dicembre è stata la volta delle parti sociali, una sessantina in tutto, da liquidare velocemente, tra le 9 e le 12. Una farsa quindi. Quanto basta per dire, "facciamolo ma facciamolo alla svelta che intanto non serve a nulla". Ma perchè stupirsi? Il Monti è tra le altre cose esponente di spicco di una lobby privata del Gruppo Bilderberg che si pone l'obiettivo di orientare l'economia mondiale. In una delle recenti pubblicazioni di questa lobby "The Crisis of Democracy" si sostiene che .... "
Il senso della manovra
La manovra presentata da Monti il 4 dicembre è nella sostanza la risposta dell'interesse di capitale al rischio di insolvenza degli stati sugli interessi da pagare sul debito e consiste in pratica in un enorme rastrellamento di liquidità dalle tasche delle classi subalterne e di una ulteriore subordinazione del lavoro e delle sue componenti (salario diretto, differito e sociale) all'interesse di capitale.
Un esempio di questa operazione riguarda proprio la partita pensioni: Il sistema previdenziale italiano (al netto dell'assistenza) è in attivo e si è riconosciuto da più parti la sua tenuta (alle attuali condizioni) almeno fino al 2060. Dal punto di vista della gestione economica nulla giustifica quindi un intervento sul sistema previdenziale. Dal punto di vista dell'equità l'urgenza è semmai quella di portare i livelli di contribuzione dei vari fondi previdenziali allo stesso livello di quello dei lavoratori dipendenti sui quali, fino a ad oggi è stato caricato l'onere di coprire i livelli di pensione degli altri fondi (lavoratori autonomi, dirigenti, agricoltori ecc.). Già negli anni precedenti lo Stato ha utilizzato l'Inps (il cui bilancio è finanziato dai contributi previdenziali versati) come cassa, sia per sostenere in parte i costi dell'assistenza (altrimenti a carico della fiscalità generale) per fare cassa, fino alla vendita di gran parte del suo patrimonio immobiliare che rappresentava nell'Inps il patrimonio a garanzia del suo compito di erogatore di pensioni. Una cosa rimaneva ferma (almeno in termini di principio e via via sempre meno), e cioè che la pensione era salario a tutti gli effetti, essendo nella sostanza salario accantonato dal lavoratore per finanziare la sua pensione, e quindi oggetto di controllo e di contrattazione sindacale. Con questa manovra, la pensione perde definitivamente ogni legame col salario e con la contrattazione e viene ridotta (più esplicitamente di quanto le precedenti manovre hanno fatto) a "gentile concessione" dello stato il quale ne decide l'entità e le condizioni per la sua maturazione, non sulla base del rapporto entrate-uscite delle casse Inps ma degli obiettivi di spesa e di bilancio dello stato. Lo stesso Monti ha esplicitamente rivendicato questo in occasione dell'incontro con le parti sociali alle quali ha dichiarato il giorno 3 dicembre che le pensioni sono voce di bilancio generale e quindi sotto il diretto controllo statale. Si tratta cioè di un vero e proprio furto del salario accantonato dai lavoratori, il quale non è più destinato a finanziare la loro cassa previdenziale ma anche a finanziere le politiche di spesa e di bilancio dello stato. D'altra parte, l'interesse di capitale (non essendoci opposizione sostanziale a questa operazione) per fare cassa, per pagare gli interessi sul capitale finanziario investito sul debito dello stato, non può che pescare la dove trova più facilmente liquidità sufficiente. L'interesse di Monti (come dei governi precedenti) sul capitolo previdenza è tutto qui, ossia "fare cassa". D'altra parte anche le argomentazioni che vengono adottate per giustificare questo intervento non stanno in piedi. Il Monti spiega che l'intervento sulla previdenza avrebbe come obiettivo principale quello di spostare risorse della cassa previdenziale a favore di un maggiore sostegno alle pensioni dei giovani. Ovviamente è una bufala. In primis perchè è ovvio come l'allungamento dell'età per il pensionamento non favorisce certo (sopratutto in un momento di crisi) assunzione di giovani, poi perchè con il sistema contributivo, col permanere di una situazione di precariato occupazionale, si è già determinato di fatto che ai giovani di oggi verrà consegnata un domani una pensione da fame. Unica garanzia per le pensioni di chi oggi è giovane sarebbe quella di dare stabilità occupazionale e quindi contributiva al loro montante contributivo, cosa questa resa impossibile sia dalla crisi occupazionale in generale, sia dal loro tardo inserimento al lavoro (dovuto anche all'allungamento dell'età di pensionamento degli anziani) e, sopratutto da un sistema occupazionale sempre più ormai basato sulla precarietà. Ma tutto questo manca nella manovra del Governo, a dimostrazione di quanto sopra si è sostenuto.
D'altra parte anche sul capitolo "lavoro" il governo non si smentisce. Si parla di politiche di sostegno allo sviluppo dell'economia, ed a quanto è dato vedere, ciò punta sopratutto ad una riduzione delle tutele salariali, occupazionali e normative di fronte all'interesse del capitale. L'idea di Monti (in linea con Marchionne) è che per ridare fiato allo sviluppo la strada da seguire è quella di smantellare ogni rigidità sindacale e contrattuale. Bisogna lavorare di più, come vuole l'azienda, e con meno salario. Una cosa che si può ottenere solo eliminando il contratto nazionale di lavoro e subordinando maggiormente la Forza lavoro all'interesse della singola azienda. Bisogna eliminare l'articolo 18 (sulla libertà di licenziamento) con la scusa che questa norma agisce su una minoranza di Forza lavoro ancora assunta a tempo indeterminato e non tutela il lavoro precario, sapendo che così facendo non si fa altro che trasformare il lavoro precario come condizione generale della Forza lavoro. Questo sarà il cuore del "pacchetto lavoro" annunciato da Monti (per altro in linea con il programma di Berlusconi)
E qui si smaschera tutta l'eccitazione (sindacale e del centrosinistra) di chi, pur dichiarando malessere, prova a giustificare ed a farci digerire gli interventi sulla previdenza, sull'aumento delle tasse (ICI, Accise ed IVA) e sul lavoro come utili e orientati a sostenere lo sviluppo. Quasi che la ripresa degli investimenti e della produzione non dipendano in realtà dalla possibilità del capitale di realizzare un profitto. Non ci sarà nessun aumento dell'occupazione fino a che non muteranno le generali condizioni di valorizzazione del capitale. Con l'operazione Monti in materia di lavoro si offrirà al capitale solo la possibilità di pagare meno e sfruttare di più l'occupazione già oggi occupabile. Vista la crisi del capitale (da cui è partita poi tutta la deriva finanziaria arrivata ai livelli insostenibili e speculativi odierni) quello che il Governo Monti offre per sostenere i profitti è una drastica riduzione del prezzo della forza lavoro ed una maggiore subordinazione della stessa all'interesse di capitale. Lo sviluppo che sta dentro alla manovra governativa non è quindi un modo per rilanciare gli investimenti ma solo per aumentare i profitti con l'aumento dello sfruttamento e con la riduzione del prezzo della forza lavoro in tutte le sue forme (salario diretto, indiretto e sociale).
Un golpe riuscito quindi .......
Monti, in nome del capitale e della finanza ha oggi il controllo del paese anche per l'assenza di una politica degna di questo nome. La politica sembra infatti paralizzata, incapace di iniziativa, totalmente china e subordinata alla presa di potere della finanza. Ognuno ha qualcosa da dire per dichiarare almeno una sua autonoma valutazione (il centro che rivendica più politiche per le famiglie, la destra che fa l'incazzata sull'ICI, il centro sinistra che chiede più lotta all'evasione e manifesta sofferenza sulla deindicizzazione delle pensioni, ecc) ma nella sostanza non hanno alcuna capacità e possibilità di modificare sostanzialmente la strategia delineata da Monti. E questo perchè sostanzialmente sono tutti interni a quella logica. Altrettanto imbarazzo arriva da parte sindacale. Tutti denunciano l'operazione sulle pensioni come intervento per fare cassa, lamentano la carenza di politiche per lo sviluppo, ma da ciò non deriva alcuna strategia o piattaforma da contrapporre alla manovra governativa. Già il fatto che anche solo la questione dello sciopero generale veda i sindacati confederali balbuzienti ed indecisi dimostra il loro imbarazzo e la loro incapacità di iniziativa. Infatti tutto comincia con Cisl e Uil che dichiarano 2 ore di sciopero lunedì 12, e con la Cgil che ne dichiara 4, (dimostrando così una divisione ed una concorrenza sindacale, sia nella forma che nella sostanza, assolutamente inadeguata al livello dello scontro) per poi confluire su una iniziativa unica di 3 ore su una piattaforma non del tutto chiara. A guardar poi le cose da vicino, l'unica vera preoccupazione sindacale (sopratutto da parte di Cisl e Uil) non è il merito della manovra quanto la loro preoccupazione per la liquidazione della concertazione che questo governo ha di fatto dichiarata conclusa e non più praticabile, con questo dichiarando quindi marginale il suo interesse verso il sindacalismo concertativo e le sue dimostrate disponibilità a essere parte nel controllo del conflitto. Cisl e Uil, insomma, fanno gli stizziti più per le dichiarazioni ed i comportamenti di Monti sul valore del tavolo concertativo che ad altro.
E' chiaro quindi che con questa manovra, con la liquidazione dell'esperienza concertativa, con le ristrutturazioni dell'assetto dello stato avviato da questo governo nulla sarà più come prima. Lo scontro di classe aperto oggi dal governo Monti modifica sostanzialmente i rapporti di forza tra il Capitale ed il lavoro liquidando le residue capacità di resistenza della Forza lavoro e imponendo a questa nuovi e più alti livelli di subordinazione che avranno effetti micidiali anche sulla tenuta e sulla natura delle organizzazioni sindacali, ancor più velocemente da quanto già avviato con l'accordo del 28 giugno 2011 in materia di contrattazione e di rappresentanza. Liquida inoltre qualsiasi ruolo e peso della politica, non solo perchè questa ha delegato oggi all'intervento diretto ed esplicito del capitale la gestione del paese, ma anche e sopratutto perchè si è definitivamente subordinata alle sue regole ed al pragmatismo dei mercati. Spariscono quindi anche le residue differenze ideologiche di riferimento tra le forze in parlamento, si fa finalmente esplicito ciò che già è evidente da ieri, ossia la trasformazione dei partiti in vere e proprie lobbys in concorrenza tra loro su come meglio rappresentare gli interesse dei mercati.
Dobbiamo probabilmente mettere in cantiere alcune cose:
Dobbiamo cioè comprendere l'urgenza di unire tutte le forze alternative (politiche e sindacali) per mettere in campo la migliore azione difensiva possibile sul salario nelle sue diverse forme e sulle regole della contrattazione e della rappresentanza. La lotta possibile contro la manovra del Governo deve mirare a costruire anche questa condizione
5-12-2011 COORDINAMENTO RSU
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