Il debito pubblico, un meccanismo di
redistribuzione della ricchezza dai poveri ai ricchi
L’unica parte della cosiddetta ricchezza nazionale che fa
realmente e veramente parte della proprietà collettiva dei popoli
è …. Il debito pubblico.
Gli ultimi fatti economici e politici stanno succedendo a velocità
vertiginosa. Lo sprofondamento dei governi della Grecia e
dell’Italia in appena dieci giorni è stato un colpo durissimo dei
cosiddetti mercati alle deboli democrazie parlamentari come le
abbiamo concepite finora. Il colpo di stato dei finanzieri
iniziato con il piano di salvataggio pubblico del capitale
finanziario privato ha preso la sua forma letterale: i tecnocrati
provenienti dalla banca internazionale, da Goldman Sachs quale
massimo esponente della Banca Centrale Europea (BCE), occupano le
posizioni di controllo degli Stati greco e italiano. Le porte
girevoli adesso girano al contrario: non solo i politici ritirati
occupano i posti nei consigli di amministrazione delle grandi
società ma i tecnici del capitale privato occupano i portafogli
pubblici di alcuni governi a cui non resta nulla di legittimo.
Non solo si compie la massima del capitalismo, che recita di
privatizzare i profitti e socializzare le perdite, ma oltretutto
si ordina come farlo.
Chi ordina, se non è un rappresentante eletto, non è un
dittatore?! Se fossero militari, parleremmo di colpo di stato
militare. Tutto ciò è un abuso in più del potere che anche prima
faceva sì da favorire alcuni a spese degli altri, ma ora hanno
lasciato perdere anche la forma.
Nel caso presente tutti i dubbi che attanagliano i cosiddetti
mercati si incentrano sul debito pubblico dei paesi della
periferia europea. Ma come sono arrivati questi Stati a
indebitarsi così?
Squilibri commerciali, problemi per il capitalismo
Nel capitalismo globale ci sono una serie di economie che hanno un
settore estero competitivo che permette loro di essere
esportatrici nette, cioè esportano più merci di quelle che
importano. Sarebbe il caso della Cina o della Germania. Queste
economie si sono specializzate in produzioni richieste fortemente
da altri paesi: prodotti tecnologici, macchinari o automobili nel
caso tedesco, manifatturieri, anche se con molta tecnologia, com’è
il caso cinese. La configurazione di questa produzione, oltre al
fattore tecnologico, si basa su un tasso di sfruttamento della
loro classe lavoratrice molto alto, perpetuando condizioni
infraumane per milioni di persone, come nel caso cinese, o con
salari congelati da decenni (dal 1989) come nel caso tedesco.
Nonostante i manuali di economia usati nelle università dicano che
un’economia solida e competitiva è quella che ha un settore export
importante, finora non abbiamo la capacità di esportare merci
sulla Luna o su Marte o su qualsiasi altro pianeta del sistema
solare. L’evidenza ci dice che se una economia esporta è perché ce
ne sono altre che importano. Anche se studiosi e economisti ci
dicono che da questa crisi si esce esportando, qualcuno dovrà
importare.
Ci sono paesi esportatori netti, come quelli segnalati, e paesi
importatori netti, cioè che importano più merci di quelle che
esportano. E’ questo il caso dell’economia spagnola e di altre
della periferia europea.
Il modello produttivo spagnolo incentrato nei settori della
costruzione, del turismo e dei servizi, e in misura minore delle
automobili, è un modello produttivo obsoleto, con forte dipendenza
dall’estero e generatore di disoccupazione e precarietà.
Le economie con un avanzo commerciale come quella tedesca non
utilizzano i fondi ottenuti frutto di questo vantaggio competitivo
per migliorare lo stato sociale per la loro popolazione, né per
aumentare i salari delle loro classi lavoratrici, né per mandare
in pensione prima i lavoratori, e neppure investono la gran parte
di questo avanzo nel loro settore produttivo industriale.
Questo grande volume di capitale viene destinato proprio a
prestare denaro ad altri paesi che hanno un deficit, a finanziare
i deficit di altre economie come quella spagnola attraverso il
settore finanziario.
Il via libera al credito che permise la bolla immobiliare doveva
provenire da qualche altro luogo che non fosse lo Stato spagnolo
dato che la sua economia era deficitaria, dipendeva dall’estero.
Le banche e le casse dello Stato spagnolo hanno potuto prestare ai
costruttori, ai promotori, alle società e alle famiglie grazie al
fatto che chiedevano denaro alla banca (centrale) europea. Il
debito spagnolo cresceva, sia per il deficit dell’acquisto di
merci sia per il debito finanziario. L’affare era perfetto e si
sviluppò un forte settore bancario che otteneva rendite
dall’intermediazione tra il finanziamento estero e l’economia
produttiva interna. Diciamo che era perfetto finché la crisi non
colpì.
Lo scoppio della crisi
La crisi si scatenò nel settore finanziario e si può datare il suo
inizio all’agosto 2007, quando il primo fondo di capitali di
rischio fallì dopo lo scoppio della crisi delle
ipoteche-spazzatura negli USA. La crisi finanziaria fu la prima
ondata di uno tsunami del quale dobbiamo cercare l’epicentro del
terremoto all’interno, negli stessi meccanismi di sfruttamento e
accumulazione del capitale che erano arrivati al loro limite. Da
un lato, il modello produttivo del capitalismo nella fase attuale
chiamata neoliberista non poteva più estrarre il plusvalore atteso
per restituire i crediti aziendali. Dall’altro il via libera del
credito al consumo, che in un contesto di salari decrescenti degli
ultimi anni aveva potuto mantenere il potere d’acquisto e,
direttamente, la vendita di merci (automobili, case, ecc.) non
poteva continuare.
Qualcuno dirà che abbiamo vissuto al di sopra delle nostre
possibilità, e noi rispondiamo che il capitalismo ci va sfruttando
al di sopra delle nostre possibilità da molti anni. Se non fosse
apparso il credito di massa - in fin dei conti denaro che cercava
dove investire, a chi prestare in cambio di un prezzo, di un
interesse per saziare la sua sete di profitti - la crisi sarebbe
scoppiata prima e in forma diversa.
Il sistema del credito spostava fittiziamente la soluzione del
problema, che nel capitalismo avviene sempre attraverso l’unico
meccanismo che realizza la sua logica: la crisi.
La crisi è qualcosa di inerente al sistema, intrinseca al
capitalismo e persino necessaria per la sua riproduzione nel
tempo; ha bisogno di questa purga ai capitali inefficienti e della
concentrazione di quelli che sopravvivono. Dalle crisi una parte
del capitale esce rafforzata mentre una parte della popolazione
riceve il colpo di trovarsi sulla strada senza alcuna forma di
entrate al di là dei sussidi pubblici.
La seconda ondata del grande tsunami provocò una fermata
generalizzata dell’attività produttiva nella maggioranza dei
settori dell’economia. Nello Stato spagnolo è necessario
aggiungervi l’esplosione della bolla immobiliare, così annunciata
e prevista che spaventa l’inattività dei governanti. La
distruzione di migliaia di posti di lavoro a causa della chiusura
delle aziende, con l’aumento della disoccupazione fino a livelli
mai visti prima, è il grande dramma sociale della crisi.
Intervento dello Stato nella crisi, il salvataggio dei
potenti
Durante le prime fasi della crisi, il governo spagnolo – dopo
averne riconosciuto tardi e male l’ampiezza – mise in atto una
serie di misure per alleggerire i suoi effetti negativi. Le
politiche più importanti, erratiche e a volte contraddittorie,
furono incentrate su un forte intervento dello Stato per salvare
il settore finanziario, con seri problemi per l’aumento della
morosità, specialmente nelle casse di risparmio. Questi aiuti si
sono sviluppati attraverso il Fondo di Acquisizione di Attivi
Finanziari (FAAF), il Fondo di Ristrutturazione Ordinata Bancaria
(FROB) e una serie di avalli e crediti al settore bancario. Il
tentativo di contenere la crisi del settore delle costruzioni con
il Piano E, dotato di più di 10.000 milioni di euro, le
sovvenzioni all’acquisto di auto con il Piano 200E e il Fondo per
l’Economi Sostenibile che arrivava a più di 20.000 milioni,
completavano il salvataggio dei potenti. Furono aiutate le società
finanziarie, molto meno l’attività delle società produttive e
quasi niente la creazione di occupazione.
L’apparizione del deficit fiscale, un problema solo di
spesa?
A questi interventi altamente dispendiosi per le casse pubbliche
bisogna aggiungere l’aumento della spesa per il sussidio di
disoccupazione, che ha visto distruggere quasi tre milioni di
posti di lavoro dall’inizio della crisi. Questo livello di
disoccupazione. Il 21,52% nel terzo trimestre del 2011, presuppone
una spesa annuale di più di 30.000 milioni di euro.
Questo aumento importante delle spese ha contribuito a che si
passasse da una situazione di avanzo fiscale dell’1,9% del PIL nel
2007 ad un deficit dell’11,1% alla fine del 2009. Davanti a questo
e pressati con forza dalla UE, i governanti hanno stabilito un
duro regime di diminuzione della spesa pubblica. La necessità di
contenere le spese per frenare il deficit crescente provocato –
bisogna ricordarlo – dal salvataggio dei potenti richiede un
compito importante. Appoggiati dai mezzi di comunicazione
convenzionali, hanno lanciato un bombardamento mediatico
incentrato sull’idea di ridurre i costi considerati eccessivi.
Convergencia i Unio, partito alla testa della Generalitat de
Catalunya (la regione autonoma della Catalogna, n.d.t.) è stata la
punta di lancia di una politica di tagli che finirà per imporsi in
tutto lo Stato. Questo programma è incentrato nel taglio delle
spese sociali, nello smantellamento del rachitico stato sociale,
aprendo la sanità e l’educazione pubblica al capitale privato.
Il deficit fiscale ha due facce: da un lato le spese, di cui
abbiamo già visto la provenienza del suo aumento negli ultimi
anni, e dall’altro lato le entrate. Le entrate del settore
pubblico si ottengono soprattutto dall’incasso delle imposte. Il
sistema fiscale dello Stato spagnolo è chiaramente regressivo e
insufficiente, la pressione fiscale è attorno al 32% del PIL,
molto al di sotto della media europea. Le riforme degli ultimi
anni hanno via via ridotto le tasse sui redditi elevati e sul
capitale e aumentato la pressione fiscale sulle rendite da salario
e le imposte indirette, come è il caso dell’IVA (Imposta sul
Valore Aggiunto). Circa il 45% della raccolta dello Stato proviene
precisamente da questa tassa, totalmente ingiusta dato che grava
il consumo indipendentemente dalle entrate delle persone. L’ultima
modifica di questa imposta, già in piena crisi, per ottenere più
entrate pubbliche, consistette nell’aumentarla dal 7 all’8% e dal
16 al 18%, mentre la promessa di alzare le tasse ai ricchi è
rimasta una semplice dichiarazione propagandistica.
Altra tassa importante è l’IRPF (Imposta sul Reddito delle Persone
Fisiche - la nostra IRPEF, n.d.t.). Alla fine degli anni ’70, la
fiscalità “che doveva permettere la democrazia” imponeva un tipo
di gravame ai redditi più elevati di più del 63% (negli USA e in
altri paesi d’Europa era abbastanza superiore). Attualmente i
ricchi pagano il 43%. La riduzione delle imposte ai risparmiatori
(chi può risparmiare adesso?) – che suppone l’introduzione di una
imposizione fissa del 19%.21% alle rendite da capitale, le
numerose modalità di esenzione fiscale ai fondi pensione, ai
mutui, agli investimenti aziendali, insieme alle ultime
eliminazioni delle tasse sui patrimoni e sulle successioni sono
alcune delle modifiche portate a termine beneficiando la parte più
benestante della popolazione.
L’esistenza di forme societarie come le SICAV (Società di
Investimento a Capitale Variabile), che utilizzano le grandi
fortune e che pagano in tasse solo l’1%, sono un insulto in tempo
di crisi. Per quanto riguarda l’Imposta sulle Società (IS), questa
prevede in teoria un’imposta del 30% sui profitti delle aziende
(del 25% per le PYMES – piccole e medie imprese, n.d.t.). Le
grandi aziende spagnole (quelle quotate nell’IBEX-35 - l’indice di
riferimento della Borsa spagnola, n.d.t.) pagano in media il 17%.
Cioè, quello che finiscono per pagare realmente dopo aver percorso
tutte le strade per l’esenzione che la legge permette e, a volte,
anche al limite della legalità com’è il caso dei paradisi fiscali,
è una percentuale molto inferiore all’IS.
Chi paga più tasse in questo paese sono i lavoratori attraverso i
redditi da salario. Questo è grave specialmente per le classi
popolari perché negli ultimi anni la partecipazione dei salari
alla ricchezza generata dall’insieme dell’economia si è ridotta a
beneficio dei redditi da capitale. Nello stesso tempo una
fiscalità centrata fortemente sui redditi da salario spiega il
fatto che, quando si produce una distruzione dell’occupazione come
quella dell’attuale crisi, da un lato aumenta la spesa sociale per
la disoccupazione e dall’altro affondano le entrate pubbliche.
L’indebitamento pubblico come meccanismo di spoliazione
delle classi popolari
Questo deficit va finanziato in qualche modo. Le emissioni di
debito pubblico sono il meccanismo che gli Stati utilizzano per
trovare il grande volume di finanziamenti di cui hanno bisogno per
le spese che non possono coprire con le entrate tributarie. I
buoni del tesoro danno diritti ai finanziatori a percepire un
interesse per il denaro prestato, e alla fine del periodo
stabilito gli si restituisce il capitale prestato. Il tipo di
interesse, il prezzo a cui si presta questo denaro, viene
determinato dai cosiddetti mercati, in base alla loro
considerazione sul rischio che si assumono e sulla solvibilità
degli Stati debitori. Le pressioni speculative per aumentare il
tasso di rischio ed esigere interessi più alti sono all’ordine del
giorno, specialmente durante i collocamenti importanti di titoli
come quella dell’ultima settimana, in cui lo Stato spagnolo ha
chiesto 3.500 milioni di euro che gli sono stati forniti ad un
interesse del 7%.
I cosiddetti mercati non sono altro che l’insieme delle società
del settore finanziario: banche e casse di risparmio, gestori dei
grandi fondi di investimento e fondi pensione, assicurazioni,
fondi sovrani, fondi di capitali di rischio ecc. Società che hanno
al centro dei loro affari il conseguire profitti investendo il
denaro di questi grandi capitali e risparmiatori del mondo,
cercando redditività nell’affare finanziario di dare denaro in
cambio di un interesse, di finanziare progetti imprenditoriali o,
nel caso del debito pubblico, di finanziare gli Stati.
Al crescere del debito pubblico finanziato da queste società, è ad
esse che viene destinata una parte sempre più grande delle entrate
pubbliche che, come abbiamo indicato, ricadono sui redditi da
salario e sulle imposte che paga la popolazione. La parte di
bilancio che si riferisce al costo dei finanziamenti sta crescendo
fortemente mentre la spesa sociale soffre i tagli.
Il debito pubblico è uno strumento in più di spoliazione che il
capitale utilizza per redistribuire la ricchezza generata dal
lavoro delle classi popolari ai risparmiatori e ai capitali
internazionali.
Questo è diventato l’affare perfetto grazie all’influenza politica
delle finanziarie che sono riuscite ad imporre, attraverso
organismi come il FMI, la BCE e la UE le politiche di
aggiustamento non per uscire dalla crisi, né per garantire il
pagamento del debito pubblico, ma per aumentare i loro profitti a
qualsiasi prezzo.
Non importa se questo avviene a costo della sofferenza della
popolazione, del peggioramento dei salari e delle condizioni di
lavoro, della distruzione dello stato sociale e della cosiddetta
classe media, del trasformare l’elevata disoccupazione in qualcosa
di cronico che poi definiranno come strutturale e dell’aumento
delle famiglie sulla soglia della povertà. Il problema è che
queste misure, per la loro natura, non permetteranno nemmeno di
restituire il debito, né di risolvere alcuno dei gravi problemi
delle economie indebitate, tra queste quella dello Stato spagnolo.
Di fatto questo si sta già dimostrando vista la gestione del
taglio del 50% del debito pubblico greco contratto con la banca
tedesca e francese e con l’aumento del fondo di salvataggio delle
istituzioni europee.
Dietro questi movimenti sta la necessità del capitale di gestire
questa crisi senza che si possa prospettare un’uscita alternativa.
E la crisi dura già da molto. L’ultima sequela di questo film
dell’orrore si intitola “crisi del debito”, o di come le società
finanziarie si sono date da fare per spostare la loro bolla
finanziaria ai bilanci del settore pubblico.
Il livello di indebitamento dell’insieme dell’economia è un peso
troppo grande, specialmente quando i governanti sono disposti ad
utilizzare le risorse pubbliche per coprire qualsiasi problema che
il settore finanziario abbia. In un contesto in cui l’economia
produttiva non si trova – né la si aspetta – e invece di cercare
di resuscitarla, ciò che si conseguirà è affondarla attraverso i
piani di aggiustamento, sembra difficile credere che la
generazione della ricchezza, necessaria non solo per uscire dalla
crisi ma per restituire il debito, sia una possibilità.
Di fronte a questa situazione esigere di non pagare il debito è
una delle direttrici su cui impostare la lotta. Esigere che le
classi popolari non paghino le conseguenze di una crisi di cui non
sono responsabili passa per l’esigere che non si facciano carico
di un debito illegittimo che è servito a salvare le finanziarie e
a beneficiare il capitale.
Ivan Gordillo es miembro del Seminari d’Economia Crítica Taifa
(http://seminaritaifa.org/)
Artículo publicado originalmente en catalán por el Setmanari La
Directa (http://www.setmanaridirecta.info/):
http://www.setmanaridirecta.info/noticia/deute-public-un-mecanisme-redistribucio-riquesa-pobres-rics-0
da: rebelion.org; 30.11.2011
(traduzione di Daniela Trollio del Centro di Iniziativa Proletaria
“G.Tagarelli” Via Magenta 88, Sesto S.Giovanni)