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PREVIDENZA COMPLEMENTARE: CHE COSA STA SUCCEDENDO?Il dato aggiornato dalla COVIP (la Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione) al settembre di quest’anno ci dice che dall’inizio dell’anno le adesioni alla previdenza complementare dei lavoratori dipendenti del settore privato( LDSP), quelli obbligati a scegliere fra tenersi il TFR o passarlo alla previdenza integrativa, sono aumentate del 2,6% sul totale dei già aderenti. Il riepilogo dei dati, però, oltre a dirci che la percentuale di adesione è pari a circa il 28% dei potenziali aderenti per quanto riguarda i dipendenti privati e a circa il 4% per quanto riguarda i lavoratori pubblici, ci dice anche che le scelte di chi si iscrive stanno sostanzialmente cambiando. Di fronte alla scelta fra le tre tipologie di fondi pensione previste dalla legge: negoziali, aperti e PIP (piani individuali pensionistici) i lavoratori privati sempre più scelgono i piani individuali a scapito dei fondi negoziali. Dall’inizio dell’anno le adesioni dei lavoratori dipendenti delle aziende private ai PIP sono aumentate del 16,9%, le adesioni ai fondi aperti sono aumentate del 1,5%, le adesioni ai fondi negoziali sono invece diminuite del 1,1%. Se consideriamo solo le tre tipologie di adesioni previste, l’adesione dei dipendenti privati ai fondi negoziali è passata dal 63% al 59,8% del totale degli aderenti, mentre le adesioni ai PIP sono passate dal 23,8 al 26,2%. Esistono altre due tipologie di fondi che sono però chiuse rispetto a nuove adesioni. Anche considerando questi, i dipendenti aderenti ai fondi negoziali sul totale degli aderenti passa dal 65 al 63%, mentre la percentuale di adesione ai PIP passa dal 23,7 al 26,2%. In sostanza siamo di fronte ad una doppia crisi: complessiva dei fondi pensione e specifica dei fondi negoziali. Il calo delle adesioni ai fondi negoziali, che dura da diversi anni, si può spiegare anche con la crisi che riduce la spinta all’adesione, ma dipende anche dalla riduzione dell’occupazione. Fra l’altro andrebbe indagato il fenomeno crescente di coloro che sono iscritti ai fondi ma non versano i contributi che sono arrivati nel 2010 ad un milione, pari al 21% del totale degli iscritti (non solo degli iscritti LDSP) mentre i dipendenti privati che non versano sono il 13% del totale. Questa situazione, però, non spiega il forte aumento degli iscritti ai fondi aperti e soprattutto ai PIP tenendo anche conto che coloro che non fanno nessuna scelta finiscono per legge nei fondi negoziali oppure nei fondi aperti oppure ancora nel fondo dell’INPS (a seconda dei casi) ma non possono finire nei PIP. La legge prevede anche la possibilità di stipulare contratti collettivi che portino ad una adesione diversa dai fondi negoziali, ma a leggere i dati della COVIP questo non è un fenomeno molto significativo per quanto riguarda i dati del 2010, anche se sul totale degli aderenti ai fondi aperti raggiunge la metà. Si può pensare, invece, che dipenda da una politica molto aggressiva dei gestori dei piani individuali che porta molti lavoratori a scegliere quel genere di adesione individuale, mentre la “spinta propulsiva” dei fondi negoziali si è esaurita, d’altra parte con la crisi anche noi sindacalisti abbiamo altro da fare che convincere i lavoratori ad aderire ai fondi. E’ uno sviluppo molto pericoloso, i piani individuali sono divisi in due categorie: le cosiddette “gestioni separate” sono ad investimento prudenziale, circa il 90% in titoli di debito e 2-3% in titoli di capitale e riguardano il 63% del totale degli aderenti ai PIP, mentre il restante 37% aderisce ai PIP “united linked” in cui mediamente i titoli di debito sono il 57% e il 43% titoli di capitale; si tratta di fondi gestiti con un costo più alto di gestione e senza nessuna possibilità di controllo da parte di rappresentanti dei lavoratori. I rischi per i lavoratori riguardo ai loro soldi sono alti in generale, ma nei PIP più speculativi diventano esponenziali. Di seguito cito alcuni confronti dei rendimenti di una parte dei comparti, ce ne sono 6 per i fondi negoziali, 5 per i fondi aperti, 4 per i PIP, i risultati sono molto differenziati. I dati sono tratti dalle relazioni della COVIP. Il confronto fra i vari rendimenti è in parte inficiato dal fatto che non tutti i comparti hanno cominciato ad operare nello stesso momento. In ogni caso se si fa il confronto fra la rivalutazione di una specifica gestione dall’inizio al settembre scorso con il rendimento del TFR nello stesso periodo, il TFR sta quasi sempre davanti salvo quattro casi: il comparto obbligazionario misto e il comparto garantito dei fondi negoziali, il comparto obbligazionario puro dei fondi aperti e il comparto “gestioni separate” dei PIP. Invece nel confronto fra i fondi e il montante contributivo della pensione pubblica prevale sempre quest’ultimo salvo nei confronti dei PIP “gestioni separate”, quest’ultimo confronto, però è solo su tre anni (2008-2010). So bene che scegliere uno specifico periodo per fare i confronti è arbitrario come, peraltro, qualsiasi altra data, ma quello a cui ho fatto riferimento è certamente il periodo più lungo possibile, di solito si dice che il rendimento dei fondi va considerato sul lungo periodo. In particolare confrontando il dato medio di rendimento dei fondi negoziali da marzo 1999 a settembre di quest’anno, avendo come base il valore di partenza, si ha una differenza a favore del TFR del 1,5%, nel caso del dato medio dei fondi aperti da gennaio 2000 a settembre di quest’anno la differenza è del 7% a favore del TFR, il rendimento dei PIP “gestioni separate” è invece superiore a quello del TFR del 4% (ma su un periodo di soli tre anni e manca del tutto il dato dell’ultimo anno) e i PIP “United Linked” stanno sotto (dal 2008 al settembre 2011) del 26,6% rispetto al TFR, il che in questo caso vuol dire che in cifra assoluta se un lavoratore all’inizio del periodo ha investito 100 euro, ora se ne ritrova 83. Tendenzialmente i comparti che prevedono consistenti quote di investimento azionario hanno risultati negativi: il comparto azionario dei fondi negoziali a partire dal 2001 ha avuto un rendimento del 46% inferiore a quello del TFR nello stesso periodo. In cifra assoluta se un lavoratore all’inizio del 2001 ha messo 100 euro in questa linea di investimento al settembre di quest’anno se ne trova 88. L’avvio di questo comparto è stato particolarmente disastroso arrivando a perdere il 30% del capitale in soli due anni, c’è stato un recupero negli anni successivi, fino ad arrivare nel 2007 ad un 1% in più rispetto ai contributi versati, poi una frana nel 2008 che ha portato ad una perdita complessiva del 24%, un’altalena da brivido. Anche il comparto azionario dei fondi aperti porta ad un 41% di rendimento in meno rispetto al TFR. Più stabili appaiono i comparti che hanno una quota più bassa di investimenti speculativi. Il grosso dell’altra categoria di investimenti, però, è costituito da titoli di debito. E’ chiaro che se alla crisi della finanza si aggiunge la crisi dei debiti statali l’effetto è dirompente. I fondi nel corso degli ultimi mesi si sono preoccupati di liberarsi dei titoli greci e irlandesi, ma ne avevano pochi. Appare, però, piuttosto difficile e politicamente disdicevole liberarsi dei titoli del debito pubblico italiano che alla fine del 2010 costituivano il 36,2% del totale degli investimenti per i fondi negoziali. Il totale dei titoli di debito per questi fondi era il 76% e di titoli di capitale il 23,6% (0,9% di azioni di società italiane –anche troppe-). I titoli di debito italiani sono invece il 31% del totale degli investimenti per i fondi aperti e 22% per i PIP. E’ chiaro che se il mercato dei titoli di capitale non si riprende, l’Italia barcolla e gli altri non stanno meglio è difficile immaginare un futuro roseo. Io rimango della mia opinione: il mercato finanziario è strutturalmente un mercato fatto di crisi e improvvise onde e immaginarne la stabilizzazione oppure una tendenza strutturale al rialzo significa solo continuare a credere alle favole del liberismo. Perchè pensare di garantire il futuro pensionistico dei lavoratori affidandolo a queste onde? Ancora una volta ci tengo a sottolineare il fatto che è sempre rischioso dare una risposta certa alla domanda di un singolo lavoratore: conviene mettere i soldi in un fondo pensione oppure tenersi il TFR? La risposta è: dipende, non puoi sapere prima cosa può succedere ad una certa data e se in un certo momento c’è un guadagno la cosa può cambiare rapidamente, per esempio a giugno di quest’anno i rendimenti medi dei fondi negoziali erano del 2% superiori a quelli del TFR, sono bastati tre mesi per scendere a - 1,5%. Rimane il problema di fondo delle pensioni integrative: sono frutto dell’ubriacatura ideologica del neoliberismo e producono l’effetto reale di trasferire soldi dall’economia reale alla finanza. Inoltre i lavoratori che hanno aderito sono e rimangono troppo pochi per poter dire che siamo in presenza di una seconda gamba del sistema pensionistico, per cui insisto: l’unica previdenza utile per i lavoratori è quella pubblica. Gianni Paoletti NOTA: I rendimenti riportati sono quelli della COVIP. A sua volta la COVIP rielabora i dati comunicati dai fondi e quindi credo che siano improprie ulteriori rielaborazioni di interessi composti in corso d’anno.
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