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PENSIONI : verso la soluzione finale?Q ual è la speranza di vita media”, aveva chiesto Bismarck ai suoi esperti quando ha creato il primo sistema previdenziale; “sessant’anni” gli hanno risposto; “bene, allora fissiamo l’età della pensione a sessant’anni”. Si trattava dunque di un sostegno per i sopravvissuti, che doveva durare solo per i pochi anni di vita che restavano loro. Il ‘900 ha cambiato radicalmente la situazione, facendo diventare la previdenza, a seguito di durissime lotte che hanno fatto cadere molti governi, un sistema di protezione sociale esteso a tutti e destinato a sorreggere una “terza età” che si stava nel frattempo allungando sempre di più, grazie ai grandi progressi della medicina e l’introduzione di un sistema sanitario universale.Ora sembra che siamo giunti al capolinea ed anzi stiamo facendo marcia indietro, per tornare al punto di partenza: riduzione automatica delle prestazioni e innalzamento dell’età di pensionamento agganciati all’aumento della speranza di vita, ma anche ulteriori continui aumenti dell’età pensionabile decisi a ripetizione dai governi, sollecitati a loro volta dall’Unione europea. COS’È SUCCESSO? FORSE I PENSIONATI COSTANO TROPPO? No, dopo i massacri previdenziali operati con le cosiddette “riforme” degli anni ’90, per consentire, a spese dei pensionati, l’ingresso nell’euro, l’attuale sistema previdenziale è in equilibrio contabile ma a prezzo di numerose iniquità sociali. I conti del Fondo lavoratori dipendenti sono in attivo da alcuni anni, nonostante vi siano stati fatti confluire gli enormi deficit di fondi di categorie privilegiate che hanno pensioni molto elevate (come i dirigenti d’azienda) o pagavano contributi insufficienti (come i lavoratori agricoli e quelli autonomi); come al solito, si tratta di una solidarietà obbligata pagata dei poveri per aiutare i ricchi. Le pensioni italiane sono fra le più povere d’Europa, ma ciò non appare perché l’Eurostat include nella spesa previdenziale voci che nulla hanno a che vedere con le pensioni: il Tfr e numerose spese assistenziali che dovrebbero essere a carico dell’erario. Certo, i problemi ci sono, perché troppi lavoratori, in particolare quelli immigrati e le donne, sono esclusi dai benefici previdenziali. Il problema non è l’ammontare delle pensioni, che è largamente al di sotto della media europea, ma il peggioramento della qualità del lavoro, divenuto precario e spesso clandestino, e l’espulsione precoce dei lavoratori anziani. Il nastro della vita lavorativa con contributi previdenziali viene schiacciata dal ritardato ingresso nel lavoro regolare e dalla precoce espulsione. Un tempo il lavoro regolare, che garantiva i contributi, andava dai 15-20 anni fino a 55 – 60, con 40 anni di contribuzione, mentre ora il lavoro stabile, che produce contributi inizia verso i 30 – 35 anni e prima dei 50 anni interviene il licenziamento per effetto del cosiddetto “invecchiamento sociale”, fondato soprattutto sul risparmio attraverso contratti sottocosto; nel mezzo ci sono spesso anche periodi di disoccupazione. In queste condizioni nessun sistema previdenziale può essere sostenibile, neppure quello integrativo, troppo caro. Dunque non vale il discorso dei “sacrifici”, non solo perché i pensionati ne hanno già fatti anche troppi, ma anche perché oggi la riduzione delle prestazioni produce un effetto depressivo che determina un aumento della spesa sul Pil e un progressivo deterioramento della situazione, innescando una spirale recessiva fatta di riduzione dei consumi e dunque dell’occupazione, dei salari e così via, senza alcuna speranza di uscita dalla crisi. Inoltre oggi i risparmi non sono destinati ad aiutare i più bisognosi o ad includere gli esclusi, ma vengono utilizzati come un “bancomat” a cui attingere per coprire i debiti dello stato esterni al sistema previdenziale, attraverso una vera e propria espropriazione di risorse di proprietà dei lavoratori. Si tratta di una scelta favorita dalle politiche governative per un duplice motivo. A fronte di un declino della redditività del sistema produttivo la crescente privatizzazione della previdenza, attraverso la riduzione di quella pubblica e l’agevolazione fiscale di quella privata, è servita ad aumentare la finanziarizzazione dell’economia e i relativi rendimenti, sottraendo però una ulteriore quota di reddito al salari e ai consumi, con un effetto recessivo, e ponendo il rischio finanziario a carico dei lavoratori che hanno pagato, specie all’estero, la caduta delle quotazioni e il conseguente fallimento di numerosi fondi. Inoltre in Europa la presenza di una moneta unica ha impedito il riequilibrio dei differenziali di produttività esistenti fra le diverse economie, in precedenza realizzato attraverso un riallineamento dei cambi, ma l’assenza di una politica economica comune ha spinto verso una concorrenza al ribasso fondata sulla svalutazione competitiva del lavoro, fatta di precarizzazione e tagli occupazionali e salariali, ovvero una concorrenza fondata non sulla qualità della produzione ma sul “dumping” sociale. L’ATTUALE MANOVRA RAPPRESENTA UN ULTERIORE DRASTICO PEGGIORAMENTO DELLA SITUAZIONE. L’attuale situazione è già socialmente insostenibile ma il governo intende ulteriormente peggiorare, con una vera e propria programmazione della miseria. Rispetto a un meccanismo già carente di adeguamento delle pensioni alla perdita di potere d’acquisto e all’assenza di qualsiasi aggancio all’evoluzione dei redditi del paese, viene introdotto, per le pensioni media, un ulteriore sacrificio, con un taglio del 2,2%. Ma il provvedimento più grave riguarda l’innalzamento dell’età pensionabile nei suoi diversi aspetti: equiparazione a quella maschile per le donne (che però svolgono anche il lavoro domestico e hanno carriere lavorative discriminate e discontinue, che producono pensioni che sono in media, la metà di quelle maschili), l’anno di differimento della decorrenza, l’adeguamento alla speranza di vita e, infine, la proposta di portare a 67 anni l’età per la pensione di vecchiaia. Si vuole forse tornare a Bismarck equiparando il pensionamento alla speranza di vita media? Ma il danno prodotto dall’aumento dell’età di pensionamento non consiste tanto nel dover restare al lavoro qualche anno in più, ma, data la diffusissima espulsione precoce dal lavoro attorno ai 50 anni che riguarda circa l’80% dei lavoratori di quell’età, ne deriva un allungamento di quel periodo “né né”, caratterizzato da precarietà e miseria, in cui non si ha più un lavoro regolare ma neppure il diritto alla pensione. Dato che il sistema previdenziale è in equilibrio contabile, con questi drastici tagli non s’intende investire i conseguenti risparmi per correggere le attuali iniquità, ma solo abbattere, ancora una volta a spese di lavoratori e pensionati, il debito pubblico. SI TRATTA FORSE DI UNA TRISTE NECESSITÀ PERCHÉ MANCANO LE RISORSE? Non è vero, le risorse ci potrebbero essere, e abbondanti. I soldi non mancano, manca la volontà politica di andarli a cercare, per non irritare le proprie clientele elettorali. L’elenco dei possibili introiti è lungo, ma basti qui ricordare: la fine dell’esenzione dall’Ici dell’enorme patrimonio commerciale della Chiesa, l’utilizzo delle riserve auree della Banca d’Italia che sono assai maggiori di quelle della Francia e di altri importanti paesi, la tassazione dei capitali clandestini italiani nascosti in Svizzera (230 miliardi) analogamente a quanto già ottenuto da Germania, Gran Bretagna e altri paesi, l’istituzione di una patrimoniale sulle grandi ricchezze come è stato fatto già da parecchi anni in Francia, una vera lotta all’evasione fiscale, ecc. Come si vede, se ci fosse la volontà politica non mancherebbero le risorse per investire in nuove produzioni, estendere l’occupazione e migliorare le pensioni e lo stato sociale. I PENSIONATI SONO DIVENTATI INCOMPATIBILI CON L’ATTUALE SISTEMA CAPITALISTICO? Certo sono già state trovate altre, meno auspicabili soluzioni, fra gli eschimesi, che a una certa età lasciano i genitori fuori al gelo per ritrovarli congelati al mattino, o altre ipotesi analoghe nei film di fantascienza, come “La fuga di Logan” o “2022: i sopravvissuti”. “Sulla previdenza si misura il grado di civiltà d’un paese” è stato detto e dunque stiamo vivendo , sulla pelle di lavoratori e pensionati, una nuova epoca di barbarie. Ribellarsi è giusto, ma occorre anche adottare una strategia di contrasto appropriata e vincente. Lo Spi è il sindacato che più si è preoccupato dei giovani, del loro lavoro e del loro futuro previdenziale perché proprio il lavoro stabile è la sola garanzia di tenuta dello stato sociale e dunque è il fondamento essenziale di un’alleanza fra le diverse generazioni. Ciò significa anche combattere la precarizzazione e quell’articolo 8 della Finanziaria che cancella diritti e tutele del lavoro, come strumento autoritario per reprimere le lotte ed imporre una manovra che distrugge non solo lo stato sociale e quel poco di società del benessere che è vissuta in Italia, ma anche la stessa democrazia, cancellando quasi due secoli di conquiste che le lotte dei lavoratori hanno strappato come un avanzamento di civiltà per tutti. Per questo la manifestazione del 28 è solo una tappa, importante, di un lungo cammino di riconquista della dignità del lavoro e del diritto ad una pensione dignitosa. Giancarlo Saccoman
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