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Felice Roberto Pizzuti: Tutto quello che non ci dicono sulle
pensioni
Ma che è utile sapere
Fino a prima della scorsa estate, nelle riunioni economiche
internazionali per fronteggiare la crisi globale, i rappresentanti
italiani, per attenuare la valenza negativa attribuita al nostro
debito pubblico, ricordavano giustamente che, in compenso,
rispetto agli altri paesi, il nostro debito privato è nettamente
inferiore, il nostro sistema bancario è molto meno toccato dal
possesso di titoli "tossici" e il sistema pensionistico pubblico,
dopo la continua serie di riforme avviate nel 1992, è tra quelli
con i conti più in ordine.
Quando però in agosto la crisi si è riacutizzata, aprendo una sua
nuova fase con livelli di drammatizzazione crescente e dagli esiti
al momento imprevedibili, l'interesse della speculazione e dei
responsabili della politica comunitaria si è particolarmente
concentrato sul nostro paese e - in modo surrettizio, ma non privo
di significato economico e politico - il nostro sistema
pensionistico è ritornato nella parte del capro espiatorio.
Nella famosa lettera di Draghi e Trichet inviata il 5 agosto al
nostro governo (ma resa pubblica solo di recente), tra i tanti
inusuali "consigli", all'inizio c'era «che l'Italia debba con
urgenza rafforzare la reputazione della sua firma sovrana» e
«accrescere il potenziale di crescita»; seguivano poi molte
indicazioni, tra le quali anche quella di intervenire nuovamente
sui criteri per il pensionamento d'anzianità ed equiparare l'età
di pensionamento delle donne impiegate nel settore privato a
quelle del settore pubblico.
Le manovre economiche decise dal governo dopo quella lettera non
hanno fatto nulla né per sostenere la crescita - che
effettivamente dovrebbe essere un obiettivo primario - né per
aumentare la sua reputazione che, anzi, è in caduta libera: almeno
il divario tra i tassi d'interesse dei nostri titoli pubblici e
quelli dei titoli spagnoli è dovuto solo alla differente
reputazione dei due governi in carica. Però il governo decise di
recepire le indicazioni sulle pensioni, nonostante la ritrosia
pelosa della Lega (che non aveva avuto nessun problema a
penalizzare le donne del pubblico impiego, ma ne ha con quelle del
settore privato della "padania" e, da ultimo, ha proposto le
"gabbie previdenziali" per favorire i pensionati del Nord!).
Ma quasi non bastasse, dopo le misure previdenziali prese in
agosto dal governo, nel clima da "ultima spiaggia" per
fronteggiare la particolare situazione critica del nostro paese,
sono state presentate molte proposte da prestigiosi commentatori e
da giornali economici, da importanti associazioni d'impresa, da
esponenti affermati o più o meno emergenti della politica o da chi
al momento ancora non è "sceso in campo": tutte auspicano
ulteriori riforme previdenziali, tanto ingiustificate
settorialmente quanto improprie ai fini della crescita. Il sistema
pensionistico pubblico continua ad essere il settore privilegiato
per proporre altri interventi che, con effetti a cascata,
sarebbero necessari: a migliorare il nostro bilancio pubblico,
alla nostra permanenza nell'euro, alla stessa sopravvivenza della
moneta unica europea e della Ue, e a contribuire alla soluzione
della crisi globale. E chi più ne ha più ne metta!
Per non rimanere vittima anche del ridicolo di queste posizioni,
che però sono pericolose sia dal punto di vista sociale sia da
quello economico, è opportuno uscire dai luoghi comuni più o meno
strumentali e riportare la questione alle sue dimensioni reali,
come emergono dall'analisi dei fatti e dei numeri certificati.
E' opinione comunemente condivisa tra gli addetti ai lavori che il
nostro sistema pensionistico sia strutturalmente in equilibrio
attuariale; la fase di transizione prevista per l'applicazione di
alcune norme, pur ritardando i loro effetti finanziari che si
avranno a regime, non crea uno squilibrio negativo per il bilancio
pubblico. Viceversa, dai dati ufficiali emerge che il saldo tra le
entrate contributive e le prestazioni previdenziali al netto delle
ritenute fiscali (cioè quanto effettivamente esce dal bilancio
pubblico e entra nelle tasche dei pensionati) è positivo fin dal
1998, a riprova dell'efficacia delle riforme effettuate dal 1992
rispetto all'obiettivo di garantire la sostenibilità finanziaria
del sistema.
Nell'ultimo anno per il quale si dispongono questi dati, il 2009,
il saldo è stato di 27,6 miliardi di euro, pari all'1,8% del Pil.
Tuttavia, a fronte dei positivi risultati finanziari, le
previsione segnalano un forte calo della copertura pensionistica
che darà luogo ad un grosso problema sociale che, se non
s'interviene, peserà proprio sulle attuali giovani generazioni che
andranno in pensione fra qualche decennio. Infatti, già nel 2035,
un lavoratore parasubordinato (categoria sempre più in espansione
in un contesto di elevata disoccupazione giovanile, prossima al
30%) che riuscisse ad accumulare 35 anni di contributi e andasse
in pensione a 65 anni, maturerebbe una pensione pari a circa la
metà di quell'80% che era comunemente raggiungibile da un
lavoratore a tempo indeterminato che, prima delle riforme
contrattuali e pensionistiche avviate negli anni Novanta, poteva
accumulare 40 anni di contributi e andare in pensione anche prima
di 60 anni.
Si sostiene però che, a causa delle prestazioni
opportunisticamente generose concesse in passato (per l'uso del
sistema previdenziale a fini clientelari, elettoralistici e di
sostegno improprio al reddito), l'attuale spesa pensionistica
incida comunque in misura anomala sul Pil. Tuttavia, se si fanno
confronti statisticamente omogenei, la superiorità della nostra
spesa pensionistica pubblica che emerge dai dati ufficiali
dell'Eurostat, si sgonfia sostanzialmente. Infatti, il dato
italiano è sovradimensionato dall'indebita inclusione dei
trattamenti di fine rapporto (pari a circa un punto e mezzo di
Pil) e dalla valutazione delle prestazioni al lordo delle ritenute
previdenziali (che in altri paesi sono più basse o assenti come in
Germania). Solo la considerazione di questi due elementi di
disomogeneità riduce l'incidenza sul Pil della nostra spesa
pensionistica al di sotto o in linea con quelle francesi e
tedesche. Si aggiunga che in altri paesi ci sono più elevate
prestazioni pensionistiche private (naturalmente finanziate con
contribuzioni aggiuntive da parte di lavoratori e imprese) che
possono spiegare i valori minori di quelle pubbliche le quali,
tuttavia, vengono confrontate con quelle italiane dove le pensioni
private sono marginali.
Altro punto di critica scarsamente fondato al nostro sistema
pensionistico è la bassa età di pensionamento. Allo stato attuale,
l'età di vecchiaia degli uomini e delle donne del settore pubblico
(a partire dal prossimo gennaio) è ufficialmente di 65 anni, ma
con il ritardo di 12 mesi della "finestra" (18 per gli autonomi),
è di fatto di 66 - cioè superiore a quella tedesca (65) e francese
(62) - e dal 2013 aumenterà automaticamente in connessione
all'aumento della vita media attesa, raggiungendo i 67 anni nel
2021 e i 70 nel 2047; per le donne del settore privato è già
previsto un rapido aumento dell'età di pensionamento di vecchiaia
dai 61 anni effettivi attuali ai 65 nel 2021, poi si uniformerà a
quella dei maschi.
Si dice tuttavia che l'altra nostra anomalia sarebbe la pensione
d'anzianità. Ebbene, l'età effettiva di pensionamento degli uomini
in Italia è di 61,1 anni, cioè poco meno che in Germania (61,8) e
più che in Francia (59,1); per le donne il nostro dato (58,7) è
inferiore sia a quello tedesco (60,5) che a quello francese
(59,7), ma ciò rispecchia la congenita minore partecipazione al
mercato del lavoro delle donne italiane e il loro ruolo di
supplenza alle carenze assistenziali del nostro sistema di
welfare. Comunque, la parificazione della loro età di
pensionamento a quella maschile, da poco decisa, eliminerà
rapidamente il divario e probabilmente lo invertirà.
A fini comparativi si deve anche tener presente che dal 1992 le
nostre prestazioni pensionistiche non sono più agganciate agli
incrementi salariali e sono indicizzate ai prezzi solo in misura
parziale. Ce ne siamo accorti poco perché nel frattempo i salari
italiani non sono cresciuti e l'inflazione è bassa, ma in Germania
- dove secondo alcuni commentatori nostrani i pensionati
invidierebbero quelli italiani - le prestazioni pensionistiche non
hanno mai smesso di essere indicizzate sia agli incrementi reali
dei salari che all'inflazione.
Ma allora perché, anche in ambienti progressisti, incontra favore
l'idea di nuovi interventi sulle pensioni?
Il punto è che i maggiori ostacoli a superare questa crisi epocale
risiedono non solo nelle difficoltà frapposte dagli interessi
economici, politici e culturali collegati al modello produttivo
affermatosi nel passato trentennio e adesso entrato in crisi; le
ragioni vanno individuate anche nei limiti delle forze
progressiste nel saper rinnovare il modello economico-sociale, la
mentalità prevalente nell'opinione pubblica e gli equilibri
politici.
In questa situazione di stallo economico, intellettuale e politico
che caratterizza la fase di transizione che stiamo attraversando,
emerge un altro grave rischio che si evidenzia bene proprio in
alcune posizioni presenti nel dibattito previdenziale. L'attacco
al sistema pensionistico spesso si coniuga con la critica agli
anziani che, resistendo al posticipo del pensionamento, si
comporterebbero in modo egoistico verso i giovani, assorbendo
risorse che potrebbero essere utilizzate in loro favore. Eppure,
in un contesto di disoccupazione giovanile di circa il 30%,
considerando che l'età di pensionamento è già stata "indicizzata"
attuarialmente agli aumenti della vita media attesa, imporre un
ulteriore prolungamento della vita lavorativa avrebbe i
controproducenti effetti di sottrarre potenziali posti di lavoro
ai giovani, di aumentare l'età media degli occupati e il loro
costo medio per le imprese, di pregiudicare anche la produttività
e la capacità innovativa del sistema produttivo.
Ma gli anziani vengono criticati anche per il contrario, ovvero
che resisterebbero a "togliersi di torno" e a lasciare spazio ai
giovani, alimentando una deriva gerontocratica. Tuttavia, quando i
padri liberano posti, questi spesso o non vengono riassegnati
affatto, o vengono coperti con contratti meno appetibili.
In realtà, se i pur pochi giovani che il calo demografico ci offre
vengono messi in concorrenza con gli anziani, cui pure si chiede
di allungare l'attività, il problema vero è nella scarsa capacità
del sistema produttivo di creare buona occupazione e risorse da
distribuire tra tutte le generazioni.
Dunque si tratta di un male comune; cosicché diventa paradossale e
lesivo della coesione sociale attribuirlo ad un contrasto tra
"padri" e "figli", laddove, nei rapporti tra giovani ed anziani
dovrebbe essere sottolineata e incentivata la naturale
complementarietà tra la conoscenza e l'esperienza accumulata dai
primi e l'entusiasmo, il vigore e la maggiore predisposizione
all'innovazione dei secondi.
In ogni caso, si oscura il fatto che i giovani e gli anziani non
sono tutti uguali; le condizioni di ciascuno dipendono soprattutto
dal ceto sociale, dalla famiglia, dal territorio e dal genere
d'appartenenza e, dunque, se rientrano tra i pochissimi favoriti o
tra i moltissimi penalizzati dal modello di crescita che si è
affermato nell'ultimo trentennio e che ora è entrato in crisi.
Rispetto alla dimensione della crisi anche intellettuale e
politica cui prima si faceva cenno, come diceva Keynes, la
difficoltà non sta tanto nell'accettare le idee nuove quanto nel
liberarsi delle vecchie; ma, al momento, sembrano cumularsi
entrambe le difficoltà, a tutto vantaggio dei luoghi comuni, del
conformismo intellettuale e della regressiva propensione a
rifugiarsi nella saggezza convenzionale alimentata dalla mancanza
di alternative che siano anche politicamente credibili.
A questo riguardo, un segnale positivo viene dagli "indignati" di
ogni età, e in particolare dai giovani, che stanno scuotendo il
mondo. L'attualità politica degli "indignati" sta nel fatto che
colgono il carattere epocale della crisi in corso, di cui non
vogliono pagare le conseguenze dopo aver subito il dispiegarsi
delle sue cause; la natura dell'indignazione è progressista perché
la rimozione delle sue origini sanerebbe ingiustizie e
inefficienze che non solo pesano sugli "indignati", ma continuano
ad ostacolare il cambiamento economico e sociale necessario a
migliorare le condizioni della collettività nel suo insieme.
Tuttavia, anche le migliori ragioni trovano difficoltà ad
affermarsi se sostenute in modo ambiguo e controproducente. Ad
esempio, lo slogan "la vostra crisi non la paghiamo" non può
essere confuso con la sua parodia "il debito non si paga".
La crisi in atto conferma i guasti drammatici di uno sviluppo
economico-sociale che nell'ultimo trentennio è stato affidato in
misura crescente ai mercati - dove le decisioni vengono prese da
un'infima parte dei partecipanti alla produzione in base alla
logica del profitto individuale - svincolandoli progressivamente
dalla necessaria e proficua interazione con le istituzioni le cui
scelte sono il frutto di una ben maggiore partecipazione
collettiva. Per uscire dalla crisi lungo sentieri di maggior
progresso economico-sociale c'è bisogno di dare maggiore spazio ai
criteri decisionali di tipo democratico, a livello nazionale e
sovranazionale; quest'evoluzione è particolarmente urgente in
Europa dove la creazione di istituzioni economiche comunitarie
rispondenti agli elettori è la chiave di volta per uscire dalla
crisi continentale e da quella globale.
Ma, rispetto a questi obiettivi, diventa estremamente
contraddittorio sostenere che il "debito non si paga" e auspicare
il default delle istituzione della collettività di cui verrebbe
stroncata la reputazione a vantaggio del mercato. Come si può, ad
esempio, sostenere la giusta battaglia per i beni comuni e
contemporaneamente auspicare il fallimento delle istituzioni
collettive che dovrebbero gestirli e amministrarli? Come si può
sostenere il rafforzamento del welfare state se il bilancio
pubblico fallisce? Se "il debito non si paga", chi pagherebbe le
pensioni? Le quali, non dimentichiamolo, rappresentano un credito
maturato dagli anziani verso la collettività nell'ambito del patto
sociale intergenerazionale tra giovani e anziani; un patto che,
per la sua natura intertemporale, è opportuno e conveniente sia
garantito dallo Stato cioè dall'istituzione che rappresenta la
collettività anche nel decorso del tempo.
Liberazione, 13/11/2011
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