di
Felice Roberto Pizzuti, da il manifesto, 27
ottobre 2011
Siamo nel bel mezzo di quella che si avvia a diventare la più grave
crisi economica del capitalismo e c'è chi mette al primo posto delle
cose da fare una nuova riforma pensionistica in Italia. Sembrerebbe
che se non si fa quest'intervento, l'Italia non reggerebbe alla
«critica» dei mercati, il suo bilancio pubblico andrebbe in default e,
per effetto domino, crollerebbe l'euro, l'Unione europea e l'economia
mondiale. Boom!
In effetti, la situazione è drammatica, ma come avrebbe detto Flaiano,
non è seria. E non lo è anche per i risolini del duo Merkel-Sarkozy
che certo non depongono a favore della loro levatura di statisti ma
mostrano come si possa sfruttare la reputazione di barzellettiere del
nostro presidente del consiglio per distogliere l'attenzione dai
problemi dei sistemi bancari francese e tedesco (particolarmente
esposti al ben più probabile default greco) e dai vincoli che le
prossime scadenze elettorali nei loro paesi stanno esercitando nel
fronteggiare la crisi.
Rimane da spiegare l'attenzione spasmodica verso il nostro sistema
pensionistico che non più tardi di qualche mese fa veniva presentato
come il nostro fiore all'occhiello rispetto ai ritardi e alle
difficoltà di riforma incontrati da altri paesi, a cominciare dalla
Francia.
La situazione del nostro sistema previdenziale, per ammissione comune,
è strutturalmente in equilibrio attuariale. Tuttavia, alcuni
sostengono che la fase di transizione al suo funzionamento a regime
sarebbe molto lunga, il ché - si lascia intendere - determinerebbe un
vulnus finanziario nel sistema e, conseguentemente, per il complessivo
bilancio pubblico. I dati mostrano che non solo non è così, ma accade
il contrario: il saldo tra le entrate contributive e le prestazioni
pensionistiche previdenziali al netto delle ritenute fiscali (cioè
quanto esce dalle casse pubbliche e entra nelle tasche dei pensionati)
è attivo per un ammontare di 27,6 miliardi, pari all'1,8% del Pil
(ultimi dati disponibili riferiti al 2009). Questo avanzo si verifica
in misura crescente dal 1998, a riprova che le riforme degli anni
Novanta erano state efficaci rispetto al giusto obiettivo di riportare
il sistema pubblico in condizioni di sostenibilità finanziaria, ma si
è andati oltre. Sono state eliminate iniquità di trattamento e
prestazioni giustificate da logiche clientelari e di consenso
elettorale, ma le previsioni segnalano anche una forte generalizzata
riduzione del grado di copertura pensionistica e la corrispondente
maturazione di un grosso problema sociale: prima delle riforme del
mercato del lavoro e pensionistiche avviate negli anni Novanta, un
lavoratore dipendente poteva normalmente accumulare 40 anni di
contributi e ritirarsi anche prima dei 60 anni con una pensione pari a
circa l'80% dell'ultima retribuzione; nel 2035, un lavoratore
parasubordinato che con difficoltà sarà riuscito ad accumulare 35
annualità contributive, ritirandosi a 65 anni, maturerà un tasso di
sostituzione pari a circa la metà.
Se si omogeneizzano i dati della nostra spesa pensionistica -
relativamente gonfiata nelle statistiche Eurostat dall'indebita
inclusione dei trattamenti di fine rapporto (che sono salario
differito, semmai ammortizzatori sociali, non pensioni) e dalla
valutazione al lordo delle ritenute fiscali (da noi mediamente più
elevate) la sua incidenza sul Pil è inferiore o in linea rispetto a
quelle di Francia e Germania.
Altro punto di critica scarsamente fondato al nostro sistema
pensionistico è la bassa età di pensionamento. Allo stato attuale,
l'età di vecchiaia degli uomini e delle donne del settore pubblico (a
partire dal prossimo gennaio) è ufficialmente di 65 anni, ma con il
ritardo di 12 mesi della «finestra» (18 per gli autonomi) è di fatto
66 - cioè superiore a quello tedesco (65) e francese (62) - e dal 2013
aumenterà automaticamente in connessione all'aumento della vita media
attesa, raggiungendo i 67 anni nel 2021 e i 70 nel 2047; per le donne
del settore privato è già previsto un rapido aumento dai 61 anni
effettivi attuali ai 65 nel 2021 e poi si uniformeranno ai maschi.
Si dice tuttavia che la nostra anomalia sarebbe la pensione
d'anzianità. Ebbene, l'età effettiva di pensionamento degli uomini in
Italia è di 61,1 anni, cioè poco meno che in Germania (61,8) e più che
in Francia (59,1); per le donne il nostro dato (58,7) è inferiore sia
a quello tedesco (60,5) che a quello francese (59,7),ma ciò rispecchia
la congenita minore partecipazione al mercato del lavoro delle donne
italiane e il loro ruolo di supplenza alle carenze assistenziali del
nostro sistema di welfare. Comunque, la parificazione della loro età
di pensionamento a quella maschile da poco decisa eliminerà
rapidamente il divario e probabilmente lo invertirà.
A fini comparativi si deve anche tener presente che dal 1992 le nostre
prestazioni pensionistiche non sono più agganciate agli incrementi
salariali e sono indicizzate ai prezzi solo in misura parziale. Ce ne
siamo accorti poco perché nel frattempo i salari italiani non sono
cresciuti e l'inflazione è bassa, ma in Germania - dove secondo alcuni
commentatori nostrani i pensionati invidierebbero quelli italiani - le
prestazioni pensionistiche non hanno mai smesso di essere indicizzate
sia agli incrementi reali dei salari che all'inflazione.
L'Unione europea (da non confondere con la Bce) non ci chiede nuove
riforme pensionistiche, ma misure che - pur nel rispetto dei vincoli
di bilancio - rilancino la crescita la cui necessità dovrebbe esserci
chiara autonomamente. La crisi globale non è puramente finanziaria, ma
ha radici strutturali connesse alla crescente difficoltà alimentata
dal modello neoliberista di equilibrare una capacità produttiva in
forte espansione con una pari dinamica della domanda alimentata da
redditi da lavoro adeguati e stabili e da una spesa pubblica capace di
favorire contemporaneamente le condizioni produttive e quelle sociali.
Nel bel mezzo di un'imponete crisi recessiva - che sconta gli effetti
cumulati del forte peggioramento distributivo e dell'accentuata
instabilità determinata dall'autonomizzazione dei mercati, dalla
finanziarizzazione dell'economia e dal contenimento delle politiche
sociali - pensare di rilanciare la crescita mettendo al centro degli
interventi una nuova riforma pensionistica è paradossale
appunto:(drammatico, ma non serio); e considerando che l'età di
pensionamento è già stata «indicizzata» attuarialmente agli aumenti
della vita media attesa, imporre un ulteriore slittamento al ritiro
dal lavoro (come molti auspicano), proprio in questa fase
caratterizzata da una disoccupazione giovanile di circa il 30%,
protrarrebbe ulteriormente l'entrata dei giovani nel mondo del lavoro,
determinando un ulteriore invecchiamento degli occupati e del loro
costo medio per le imprese; inoltre ridurrebbe la domanda complessiva
delle famiglie e accentuerebbe i motivi della nostra demografia
asfittica, ostacolando ulteriormente i processi di innovazione
produttiva e di rinnovamento sociale indispensabili a frenare e
invertire il declino specifico lungo il quale ci siamo avviati
nell'ultimo ventennio.
Ma allora perché, anche in ambiti progressisti incontra favore l'idea
di nuovi interventi sulle pensioni? Il punto è che i maggiori ostacoli
a superare questa crisi epocale risiedono non solo nelle difficoltà
frapposte dagli interessi economici, politici e culturali collegati al
modello produttivo affermatosi nel passato trentennio e adesso entrato
in crisi; le ragioni vanno individuate anche nei limiti delle forze
progressiste nel saper rinnovare il modello economico-sociale, la
mentalità prevalente nell'opinione pubblica e gli equilibri politici.
A questo riguardo, un segnale positivo viene dalla «indignazione» che
sta scuotendo il mondo. Quando gli indignati (di ogni età e in
particolare i giovani) gridano che «la vostra crisi noi non la
paghiamo», non solo manifestano una sacrosanta istanza etica e
politica, ma indicano anche un presupposto economicamente qualificante
e la direzione per superare la crisi in modo efficace. Ma se questo è
vero, a maggior ragione non è accettabile che le giuste motivazioni
dell'indignazione siano confuse e contraddette da azioni squadristiche
di piazza o da analisi tanto inconsistenti quanto irresponsabili e
controproducenti che, nel loro insieme, ostacolano l'affermazione di
un nuovo senso comune progressista. Gli oneri della crisi devono
essere accollati a coloro che l'hanno provocata con i comportamenti e
con il sostegno a modelli socio-produttivi che hanno determinato la
loro ricchezza personale e di ceto a discapito delle condizioni
economiche, sociali e civili della grande maggioranza della
collettività. Non è un caso che ciò sia avvenuto indebolendo le
istituzioni pubbliche regolate da relazioni più democratiche e
favorendo il potere dei «mercati», le cui scelte sono prese da
pochissime persone e sospinte dalla logica dell'individualismo.
L'indicazione che viene dall'analisi della crisi e dall'indignazione
di chi maggiormente ne ha subito prima le cause e adesso gli effetti è
che per superare in meglio lo stato di cose presente sia utile e
necessario un riequilibrio decisionale a favore delle istituzioni
democratiche - da creare e rafforzare in quanto tali anche a livello
sovranazionale, a cominciare dall'Europa. Naturalmente, il
rafforzamento delle istituzioni della collettività anche in campo
economico e nel loro ruolo d'interazione con i mercati non può certo
essere effettuato riducendone la credibilità finanziaria; ad esempio,
dovrebbe essere evidente che il default del debito sovrano, a parte
altre drammatiche conseguenze, stroncherebbe la reputazione
finanziaria, economica, sociale e politica dello stato e di chi da
esso è rappresentato; e poi non ci si potrebbe nemmeno lamentare dei
risolini altrui. Ma per approfondire le conseguenze devastanti di un
default statale, specialmente per chi maggiormente sta soffrendo per
le cause e per gli effetti della crisi, occorrerà un altro articolo.
(27 ottobre 2011)