Galapagos - Manifesto -
26/10/2011
Pensioni, sparare nel mucchio è più
facile
La verità l'ha detta ieri mattina in tv Guido Crosetto: le
pensioni non sono un problema e non c'è da rattoppare squilibri
finanziari. E allora, perché si toccano le pensioni? Perché lì c'è
«ciccia» in abbondanza e nel mucchio è più facile, oltre che
sparare, anche pescare risorse, anche se i leghisti si oppongono.
Non tanto all'innalzamento dell'età delle pensione di vecchiaia
quanto per la modifica delle pensioni di anzianità. Ma non è certo
un problema di giustizia sociale che spinge la Lega a tenere duro
sulle pensioni di anzianità; è solo un problema di «bottega»: oltre
il 65% di queste pensioni sono pagate a ex lavorati del Nord. I dati
Inps sono chiari: i 2/3 delle circa 4 milioni pensioni di anzianità
sono pagate al Nord. Oltre un milione di queste pensioni sono pagate
in Lombardia, anche se è il Piemonte la regione nella quale il
rapporto tra la popolazione e i pensionati di anzianità è più alto:
100 assegni, ogni mille abitati. In Campania e Calabria il rapporto
tra pensioni di anzianità e abitanti è quattro volte inferiore a
quello del Piemonte. Ovvero 25 assegni ogni 1000 abitanti.
Le pensioni di anzianità sono, quindi, un «problema» al Nord.
Capire perché non è difficile: al Sud trovare lavoro per i giovani è
difficilissimo è il lavoro nero la norma; al Nord trovare lavoro
nelle fabbriche e fabbrichette è estremamente facile e si comincia a
lavorare anche a 16 anni o, al massimo, a 19 anni appena conseguito
il diploma in uno dei tanti istituti tecnici professionali. E non è
un lavoro in nero: al massimo si dovrà fare la trafila di alcuni
anni di apprendistato. Questo spiega perché moltissimi lavoratori al
Nord maturano il diritto alla pensione di anzianità (con 35 anni di
contributi) abbastanza presto, con meno di 60 anni. Nel 2004 fu
varata una riforma preparata da Maroni che introduceva uno «scalone»
(un aumento improvviso) per poter percepire la pensione di
anzianità: almeno 35 anni di contributi e almeno 60 anni (anziché
57) di età anagrafica. Con il centro-sinistra, lo «scalone» fu
trasformato in scalini: ovvero i 60 anni di età anagrafica
maturavano progressivamente. A regime la quota (somma di età e
contributi) matura dal primo gennaio 2013, mentre per il periodo
primo gennaio 2011-31 dicembre 2012 la quota è stata fissata a 96.
Il che significa che per percepire la pensione di anzianità bisogni
avere non meno di 60 anni e almeno 36 anni di contributi. Nel
frattempo il governo ha anche varato un sistema di «finestre» che
obbligano il lavoratore a andare in pensione a scadenze precise. In
generale alcuni mesi più tardi di quando matura il diritto. Con
l'ipotesi di ritorno dello scalone, sarebbe anticipata di un anno la
riforma che per legge andrebbe a regime nel 2013. Risultato: un
lavoratore che maturava il diritto il 30 giugno 2012 (con 36 anni di
contributi a 60 anni di età) ora potrà andare in pensione solo
(viste le finestre) nel luglio del 2014 con 38 anni di contributi e
a 62 anni.
Di più: i lavoratori nati nel 1952 rischiano di lavorare oltre
tre anni e mezzo in più rispetto a quelli nati nel dicembre del
1951. Effetti ancora più devastanti per le donne. Con il paradosso
che tra mamma nata nel 1946 e figlia nata nel 1966 potrebbero essere
necessari fino a 21 anni e mezzo di lavoro in più e un divario di
età per l'uscita che può superare i 27 anni. È evidente che
modificare il regime di pensionamento anticipato produce
sperequazioni enormi. Ne vale la pena? Certamente no. In alternativa
il governo dovrebbe cercare risorse in altre direzioni. La strada
più semplice è quella di una imposta patrimoniale o di una imposta
sulle grandi ricchezze. Ma per Berlusconi sono fumo negli occhi.