Pensioni, stretta sull’anzianità - Così le ipotesi
per Bruxelles
Anticipo al 2012 dell’agganciamento all’aspettativa
di vita
ROMA — «Non ho fretta, il decreto per sviluppo lo vareremo
quando sarà convincente », diceva il premier appena giovedì scorso.
Dopo tre giorni, e un vertice europeo drammatico, l’urgenza cresce in
modo esponenziale, così come l’esigenza di approvare misure serie non
solo per la crescita, ma anche per blindare i deboli conti pubblici
dell’Italia, redarguita dalla Ue con la stessa enfasi usata per la
Grecia. A cominciare dalla riforma delle pensioni.
Il piano potrebbe essere approvato già lunedì dal Consiglio dei
ministri, in tempo per essere presentato a Bruxelles mercoledì,
quando i capi di Stato e di governo torneranno a riunirsi. Insieme
agli interventi sulla previdenza potrebbero essere varate altre misure
già abbozzate e accantonate, e che in questa fase di emergenza
potrebbero resuscitare. Come la patrimoniale e la liberalizzazione
degli ordini professionali per accompagnare le misure già studiate per
il decreto sviluppo: la semplificazioni dei controlli sulle imprese,
la decertificazione, l’abrogazione di leggi che limitano la libertà
d’iniziativa, le agevolazioni sul lavoro part-time e
sull’apprendistato, l’accelerazione delle infrastrutture e l’anticipo
della riforma fiscale. Lo snodo cruciale sarà, però, la nuova,
ennesima, riforma delle pensioni. Da fare più per dare credibilità,
che non per fare cassa.
L’aumento progressivo dell’età per raggiungere la pensione di
vecchiaia è già assicurato dall’agganciamento "automatico" alle
aspettative di vita, con il primo adeguamento in programma nel
2013. Potrebbe essere accelerato di un anno, al 2012, ma tra questo ed
il gioco delle "finestre" l’età minima di 67 anni evocata ieri a
Bruxelles per la pensione di vecchiaia, in Italia, è già di fatto una
realtà. I veri problemi sono l’età di pensione delle donne e,
soprattutto, le pensioni di anzianità.
L’innalzamento dell’età pensionabile delle donne nel settore
privato da 60 a 65 anni è già previsto, ma con un percorso
progressivo molto lento, che si concluderà solo nel 2032. Per le donne
occupate nel pubblico impiego lo scatto dai 60 ai 65 anni è avvenuto
dalla sera alla mattina, nel 2010, e a questo punto non si esclude più
di adottare lo stesso criterio nel privato.
L’altro vero nodo è quello delle pensioni di anzianità, che
consentono a chi ha iniziato molto presto a lavorare, ed ha almeno 40
anni di contributi versati, di andare in pensione a 57, 58 anni.
Restando a carico del sistema per ancora lunghissimo tempo. Per
risolvere il problema, che pesa non poco sulle casse previdenziali, si
torna quindi a ragionare su tutti i possibili disincentivi per
scoraggiare le uscite anticipate. Come il passaggio secco al sistema
di calcolo della pensione basato sui contributi effettivamente
versati: chi aveva già 18 anni di contributi nel ’96 può ottenere
l’uscita anticipata calcolando l’assegno con il sistema misto
"retributivo- contributivo". Una delle ipotesi sul tavolo è quella di
passare direttamente al sistema retributivo.
Se anche fosse in questi termini, e sarebbe durissima, la
riforma delle pensioni non porterebbe granché nelle casse dello Stato
nel 2012. Nel 2013 il gettito potrebbe essere di 2 o 3 miliardi di
euro, per salire con il tempo. La riforma servirebbe a blindare i
conti pubblici futuri. Ma non a ridurre il debito. Per quello si pensa
piuttosto alla dismissione degli immobili pubblici, ma anche alla
tassazione dei capitali italiani detenuti in Svizzera.