«Confindustria è finita»
Caso Fiat, Gallino: «Marchionne vuole indebolire
i sindacati».
L'aveva annunciato tempo fa e ora l'ha rimesso nero su bianco:
Fiat e Fiat Industrial lasciano Confindustria dal 1 gennaio 2012. La
lettera che l'amministratore delegato dell'azienda Sergio Marchionne ha
inviato il 3 ottobre a Emma Marcegaglia non è una novità per nessuno,
visto che il 30 giugno Marchionne aveva anticipato la decisione al
presidente degli industriali.
«Marchionne vuole avere le mani libere», ha commentato a Lettera43.it
Luciano Gallino. Per il sociologo torinese esperto del mercato del
lavoro, «nessuna sorpresa», ma una ulteriore conferma che per il
Lingotto «la Confindustria non conta più nulla».
Se infatti il manager italo canadese ha parlato di una Fiat che «è
impegnata nella costruzione di un grande gruppo internazionale con 181
stabilimenti in 30 Paesi», Gallino ha ricordato che l'azienda di Torino
«è l'ultimo pezzo della grande industria meccanica italiana» e con la
sua uscita da Confindustra ora il rischio non è solo assistere «alla
scomparsa del sindacato degli imprenditori, ma alla perdita di tutto il
settore, dalla progettazione al design allo sviluppo».
DOMANDA. Gallino, perché Marchionne ha deciso di uscire da
Confindustria?
RISPOSTA. L'obiettivo dell'amministratore del Lingotto è
cancellare il contratto collettivo nazionale di lavoro, che se
sottoscritto nel quadro confindustriale deve rispettare determinate
regole per far fronte alle esigenze di centinaia di piccole e medie
imprese nel settore meccanico.
D. Ora invece ha mani libere?
R. Confindustria era l'ultimo lacciuolo che esisteva per
rispettare un sistema, Marchionne l'ha tagliato per fare quello che
vuole. Fiat è l'ultimo pezzo della grande industria meccanica italiana
e ora Confindustria non conterà più nulla.
D. È destinata a scomparire?
R. L'associazione degli industriali subirà un grande colpo dal
punto di vista economico, ma l'indebolimento è soprattutto sul piano
politico. Confindustria non avrà più poteri sul piano della
contrattazione.
D. Marchionne non ha apprezzato l'accordo interconfederale del 21
settembre, ma non è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso,
perché la scelta di abbandonare Confindustria era già stata anticipata
il 30 giugno.
R. Fiat teme che le parti sociali facciano muro contro l'applicazione
dell'articolo 8 inserito nella manovra di Ferragosto, che sembra
scritto direttamente dal Lingotto per demandare a ogni regola sul
lavoro.
D. I sindacati fanno la
guerra all'articolo 8.
R. Lo rifiutano, ma non so quanto possano non rispettare una
legge. Per ora hanno sottoscritto un accordo per non applicare il
comma dell'articolo 8 che prevede la deroga dell'articolo 18. Ma di
commi terribili in quella legge ce ne sono almeno 20.
D. Un lotta contro i mulini a vento?
R. Lo scopo principale della Fiat è abbattere l'unità dei
sindacati per indebolire i lavoratori. E ritornare al modello per cui
ognuno è solo davanti all'impresa.
D. Ci sta riuscendo?
R. Sì, perché i sindacati territoriali sono più
deboli e possono soccombere davanti alle pressioni di una grande
azienda.
D. La Fiat vuole l'anarchia?
R. Andiamo verso un periodo sgradevole per le aziende, ognuna
avrà il suo contratto. Ci sarà un panorama talmente differenziato che
porterà sicuramente complicazioni giuridiche, ma anche organizzative.
D. E là dove non sarà possibile garantire la produzione si userà
l'articolo 8 per licenziare?
R. Sicuramente. A Mirafiori per esempio dipende da quanti
modelli faranno e da quando inizierà la produzione. Se saranno solo
due non ci sarà posto per tutti gli operai.
D. Per ora sono due, nel 2010 erano cinque. È stata confermata la
produzione dell'Alfa Mito e di un suv a marchio Jeep, prodotto dalla
seconda metà 2013, non dalla fine 2012 come annunciato.
R. Questa è almeno la terza volta che Marchionne cambia le
proposte produttive per il sito torinese. Ora salta fuori la Jeep ma
sembra un progetto già nato storto.
D. Perché?
R. L'idea di una piattaforma di un'auto fabbricata
nell'Illinois che percorre 7 mila chilometri per essere assemblata a
Torino e che sarà poi rivenduta per lo più negli Stati Uniti, non sta
in piedi. È solo un'altra tarantella.
D. Quali sono le altre?
R. Per Mirafiori prima si è parlato di modelli Chrysler, poi di
un suv con marchio Alfa Romeo (un'offesa alla storia dell'auto) e di
uno fatto su piattaforma americana. Per non parlare della sciocchezza
dell'impatto sul costo del prodotto derivato dal cambio euro-dollaro.
D. Infine l'indiscrezione rivelata da
Bloomberg
dell'arrivo della citycar.
R. Esatto, che va bene se fatta in Messico, Turchia,
Brasile, non certo in un Paese che ha ancora i salari elevati come il
nostro. Insomma troppe incertezze.
D. Davanti alle quali lo spettro dei licenziamenti diventa più
reale.
R. Il rischio è la perdita di tutto il settore. Progettazione,
design e sviluppo. Dovevano esserci assunzioni non licenziamenti. A
gennaio 2012 a Mirafiori gli operai compiranno due anni e mezzo di
cassa integrazione, che probabilmente aumenterà.
D. C'è chi dice che dietro la
lettera della Bce ci sia lo zampino di Marchionne.
R. Quella è stata una intrusione inaudita. Mai visto un
comunicato di una banca che si permetta di dire come deve agire la
politica industriale di un Paese. Che ci sia stato o meno l'intervento
di Marchionne, alla Bce ci sono comunque tanti italiani che hanno
lavorato a quella lettera.
Lunedì, 03 Ottobre 2011 - da
Lettera43
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